Cos’è il “partito di massa”?

(da una lezione di Piero Ignazi, Corso di Politica comparata, Facoltà di Scienze Politiche di Bologna, A.A. 2007/2008. Appunti raccolti e rielaborati da A. Branz)

Secondo il grande politologo e costituzionalista francese Maurice Duverger (Les partis politiques, Armand Colin, Parigi, 1951), i partiti politici hanno due origini:

 

  • una "interna", allorquando si formano all'interno delle istituzioni parlamentari e rappresentano aggregazioni di persone elette;
  • una "esterna", quando invece nascono nella società dall'aggregazione di persone che non ricoprono (perlomeno inizialmente) un ruolo rappresentativo.

 

A questa diversa origine si può ricondurre la differenza tra il partito di "quadri", ottocentesco, caratterizzato da una struttura fluida e da una vita politica intermittente, ed il partito di "massa", figlio della rivoluzione industriale e del tutto diverso dal precedente, caratterizzato da due motori ideologici potenti: a) il socialismo e b) la difesa degli interessi dei valori confessionali (cattolici, protestanti, ecc.).

 

Quindi il primo dato distintivo fra il partito di "massa" e quello di "quadri" sta nella presenza nel primo (e nell'assenza nel secondo) di un "motore ideologico". Fra i due modelli, però, esistono anche nette differenze a livello organizzativo: ad esempio, al posto del comitato (gruppo elitario di notabili, tipico del partito di quadri, che si attiva al momento del voto per l'elezione di uno dei suoi membri), il partito di massa inventa una nuova unità organizzativa di base, la sezione territoriale, che invece è un luogo fisico ove tutti gli aderenti al partito si ritrovano, accessibile ad ogni persona, dalle porte aperte e con una vita politica continuativa, tale non solo al momento delle elezioni. Per cui la sezione si caratterizza come il "luogo della discussione e della deliberazione", dell'incontro e della "sociabilità", dove ci si reca non solo per fare politica, ma anche per socializzare ed incontrare altre persone.

 

In effetti questo tipo di partito, data la presenza di migliaia di individui che condividono la medesima condizione e che sono legati da numerosi vincoli, vive di grandi numeri e funziona perché ha un serbatoio di utenti molto ampio, fornito dalla rivoluzione industriale.

 

In tal senso, senza il processo di industrializzazione, i partiti di massa non si sarebbero potuti sviluppare. Di qui la necessità di dar vita ad una struttura organizzativa nuova, che coinvolga un numero elevato di persone, fondata non solo (come s'è detto) sulla sezione, ma anche su una vera e propria formalizzazione degli "aderenti", con un attestato noto come tessera di partito, che in realtà è una grandissima invenzione organizzativa ed attesta fisicamente l'appartenenza ad un corpo più grande. In particolare la genialità organizzativa della tessera va fatta risalire al fatto che essa tende ad unire e tenere assieme gli aderenti, risultando funzionale anche ad avere consapevolezza della forza numerica del partito. Perché per essere attivo e presente il partito ha bisogno di numeri alti e di capitale umano che si mobiliti e lavori volontariamente.

 

Questa descrizione è importante perché ci fa capire come mai il "partito di massa", che raggiunge il suo apogeo intorno alla prima metà del secolo scorso (anni ‘40/primi anni '50),

divenga ad un certo punto il modello di successo e di riferimento: tutti i partiti (anche quelli di "quadri") si adeguano infatti ad esso, adottando i medesimi criteri (o criteri simili) ed un processo decisionale che va dal "basso" verso "l'alto", secondo la logica della "delega". E tutti i partiti si dotano di una rete di strutture parallele e di fiancheggiatori tipiche del partito di massa (sindacati, casse mutue, enti previdenziali, ecc.), in modo da tenere legata parte dell'opinione pubblica, guardando al di là dell'organizzazione stretta di partito per mantenere un contatto con settori e fette consistenti della società.