Come funzionano i grandi partiti nelle democrazie occidentali? Una lezione per l’Italia

(tratto da O. Massari, Un partito moderno: liquido o strutturato? Il caso del PD in prospettiva comparata, «Italianieuropei», n. 2, 2009, pp. 106 ss.)

La cultura politica prevalente che ha ispirato molte fasi e passaggi della transizione italiana è stata una cultura basata sulla torsione del concetto di democrazia maggioritaria in democrazia immediata e/o diretta, dimenticando che anche la democrazia maggioritaria è una democrazia pur sempre parlamentare (questa dimenticanza è stato il cavallo di battaglia di Berlusconi per tutti gli anni Novanta) e che il governo maggioritario non è solo il governo del premier, ma è anche il governo di partito (cioè a struttura collegiale, e questa distorsione è presente in maniera trasversale ai due schieramenti). Detto in altri termini, la presidenzializzazione dei sistemi parlamentari è una lettura discutibile dei processi di trasformazione in atto nelle maggiori democrazie.

 

Ora, il guaio è che questa stessa cultura politica del presidenzialismo si è travasata nel modo di pensare e costruire i partiti maggioritari, naturale nel PDL di Berlusconi (il cui potere potrà forse essere limitato solo dall'ingresso di un partito a tradizione di massa come AN), ma evidente soprattutto nel caso del PD di Veltroni. Il Partito Democratico, infatti, è stato pensato e costruito, nella fase veltroniana, come un "partito presidenziale" e a democrazia diretta. Bisogna ricordare che durante la discussione sullo statuto l'ispirazione dei consiglieri di Veltroni era stata quella di un partito senza iscritti e senza congresso («il congresso sono le primarie», affermò Vassallo, presidente della Commissione statuto), quest'ultimo sostituito dalle primarie per l'elezione del leader. Per fortuna, molte delle proposte iniziali sono state corrette. Ma restano ancora nello statuto i segni di un'impostazione "direttista" o da democrazia immediata e di presidenzialismo (che è poi il travaso nel modello di partito del modello del premierato elettivo), come nella norma che prescrive che il segretario può essere sì sfiduciato, ma in questo caso si scioglie anche l'Assemblea nazionale e si va alle primarie (simmetrica all'idea che se un primo ministro viene sfiduciato si scioglie anche il Parlamento). Una norma e una pratica che non esistono in nessun partito democratico o socialdemocratico al mondo, che prefigurano un ruolo del leader inconsueto secondo gli standard in uso nei partiti politici. Consone a questa filosofia sono state anche alcune modalità decisionali all'interno del partito, come quelle della nomina dall'alto, sostanzialmente dal leader, degli organismi dirigenti, senza una legittimazione dal basso e comunque da parte di organismi rappresentativi. (...)

 

Il punto vero -ed è il punto dolente oggi in Italia- è di quali partiti maggioritari abbiamo bisogno. Pur con tutti i limiti, le debolezze e i trend negativi che caratterizzano tutti i grandi partiti europei (ad esempio il calo della membership), non c'è dubbio che comunque questi continuino ad essere realtà fortemente strutturate (come i partiti tedeschi, inglesi e spagnoli) o in cerca di strutturazione forte (come l'Unione per un Movimento Popolare francese, anche se "presidenzializzata") e collegiali (in cui gli organismi della democrazia rappresentativa interna contano). Pur se tutti sono alla ricerca di innovazioni (un po' tutti ricorrono alle primarie di iscritti), nessuno di loro tende a diventare esclusivamente "un partito del leader" (con l'eccezione francese, ma per via del presidenzialismo) o a sostituire la democrazia immediata a quella mediata dagli organismi interni, il plebiscito delle primarie degli elettori con la partecipazione degli iscritti e dei militanti/dirigenti ai vari livelli.

 

In generale, guardando all'esperienza delle democrazie competitive (che includono il caso degli Stati Uniti, presidenziale), i partiti maggioritari, cioè quelli che aspirano al governo e che hanno effettive chance di raggiungerlo, sono strutture caratterizzate da:

  • forte strutturazione interna; non sono, quindi, partiti "leggeri";
  • c'è certamente una centralità del leader, che però non è onnipotente ed è comunque intercambiabile;
  • sono broad churches, grandi contenitori, ma con forte identificazione partitica, per poter essere rappresentativi della larga maggioranza dell'elettorato;
  • usano largamente la comunicazione politica e il marketing, ma per offrire proposte che sono state a lungo elaborate e discusse in organismi collegiali composti da politici, esperti e accademici (si veda oggi, ad esempio, il caso del partito conservatore inglese). Sono, cioè, "pesanti" nel contenuto delle proposte e "leggeri" nella comunicazione: le proposte non s'improvvisano, si usa il software, ma con alle spalle l'hardware della struttura partitica;
  • hanno strutture e processi decisionali democratici, certi, trasparenti. Anche quando si usano le primarie, queste non sostituiscono la catena della democrazia interna di partito;
  • sono partiti responsabili, sia come cultura di governo, sia nei rapporti con l'elettorato, sia nei comportamenti dei singoli dirigenti ed eletti (responsabilità nel senso di responsibility, responsiveness, accountabiliy);
  • le classi dirigenti di partito sono realmente selezionate, non c'è né improvvisazione, né tantomeno nomina dall'alto. Il caso americano è, in questo, esemplare: gli eletti sono il risultato di una dura competizione interna ed esterna; ma anche nel caso inglese i candidati devono passare per il vaglio e l'approvazione dei comitati di partito in sede di collegio uninominale. E' vero che crescono gli outsider un po' dappertutto (come il caso del sindaco di Londra Johnson), ma sono outsider che devono conquistarsi la vittoria sul campo elettorale. Soprattutto è difficile trovare cristallizzazione di posizione di potere. Il rinnovamento c'è, ma nella competizione. I leader nazionali poi hanno una durata che non oltrepassa i 10 anni e quando perdono generalmente si dimettono dalla carica e fanno altro, nel senso che non sono attaccati a posizioni di potere interno;
  • hanno infine una fitta rete di radicamento territoriale (militanti, attivisti, associazioni fiancheggiatrici, comitati, movimenti, ecc.) che non sostituisce la rete telematica, ma l'accompagna, proprio perché la competizione elettorale non si vince solo sui media ma anche nel territorio (come insegna l'elezione di Obama negli USA, dove sono stati determinanti le decine di migliaia di volontari sul territorio). Nelle democrazie competitive i partiti maggioritari sono cioè strutture modernissime, che fanno ricorso a tutte le tecnologie, ma sono anche strutture che conservano la rete dei rapporti umani diretti.

 

Solo questi tipi di partito sono adatti a competere e a governare nelle democrazie maggioritarie/competitive. Partiti populisti e/o patrimoniali, elettoralistici, leaderistici, leggeri o improvvisati, confusi o "liquidi", non sono adatti ad una democrazia ben funzionante. Prima o poi le distorsioni si riversano nelle strutture e nel funzionamento della democrazia. E in ogni caso non sono adatti alla sinistra riformista e di governo.