Elogio della democrazia rappresentativa

(tratto da Nadia Urbinati, La democrazia non ha un altrove, «il Mulino», n. 2, 2010, pp. 203-204)

E' un'idea consolidata nel pensiero politico moderno e contemporaneo che la rappresentanza sia una violazione del principio democratico. Questa idea è figlia di una concezione della sovranità che ha come unico perno la volontà perché è incentrata sull'atto formale della decisione (la volontà del sovrano è legge) secondo una tradizione giuridico-politica che da Jean Bodin è giunta senza sostanziali trasformazioni fino a Jean-Jacques Rousseau e a Carl Schmitt. Se la libertà politica è situata nell'atto della volontà, allora Rousseau ha ragione, perché la volontà non può essere rappresentata.

 

Il fatto è che la rappresentanza ha messo in discussione il paradigma del primato della volontà perché ha messo in atto il potere dell'opinione o del giudizio, un processo politico complesso che è in grado di attivare «i cittadini sovrani» ben al di là del momento dell'autorizzazione elettorale o dell'espressione della volontà. Essa ha per questo contribuito a cambiare lo stesso concetto di popolo sovrano rendendolo plurale e articolato, mai una massa omogenea che parla con una voce sola; un popolo fatto di cittadini che votano singolarmente, non che acclamano in massa e che partecipano nelle forme più diverse alla formazione del giudizio pubblico sul funzionamento dello Stato e l'operato di chi governa. Questo significa che la possibile violazione della democrazia è oggi violazione della rappresentanza politica, tentativo mai accantonato di trasformarla -come avrebbe desiderato Schmitt- in rappresentanza teologica o mistica dell'unità del popolo, fondata, magari, su una premessa di omogeneità intollerante e discriminatoria come è per esempio quella etnica; in tutti i casi, una rappresentanza che è opposta a quella politica. La quale non è solo uno strumento di unificazione del demos ma anche un processo complesso che filtra, raffina e amplia le idee e gli interessi messi in circolo con il lavoro di formazione e manifestazione della volontà politica. La rappresentanza genera un moto di circolarità che unisce (anche quando manda in corto circuito e spezza) il dentro e il fuori delle istituzioni mentre dà agli attori (i cittadini) la possibilità di esprimere, non ignorare o reprimere la loro identità sociale e ideologica senza rischiare di frammentare l'unità politica. Ma, contemporaneamente, la rappresentanza modella l'oggetto, lo stile e le procedure della competizione e dell'azione politica perché istiga i cittadini a depersonalizzare il loro giudizio politico, a stemperare la parzialità delle loro richieste e opinioni allo scopo di renderle capaci di diventare oggetto di possibili convergenze e alleanze (e quindi aumentare il loro consenso elettorale), senza che questo induca i loro portatori (cittadini, associazioni e partiti) a cancellare le differenze e a far tacere lo spirito partigiano.

 

La rappresentanza fa della democrazia moderna un'agorà indiretta, larga e interrelata nella quale in teoria nessun interesse, idea, questione o problema riesce a restare senza eco o inascoltato o tenuto nascosto allo sguardo e al giudizio dei cittadini.