Patriottismo populista

Mario Del Pero
(Il Messaggero)

È stato soprattutto un discorso elettorale, quello pronunciato ieri da Barack Obama. Per molti aspetti si è trattato anzi della prima salve della lunga campagna elettorale che si chiuderà il 6 novembre prossimo. Utile quindi per capire come sarà impostata dal presidente questa campagna, su questioni interne così come sulla politica estera. 

In un passaggio emblematico, relativo all'economia e alla necessità di ripristinare eguali opportunità per tutti in America, Obama ha affermato che la posta in palio "sono valori americani", di proprietà "né dei democratici né dei repubblicani". "Possiamo accettare l'idea di un paese dove un numero calante di persone sta molto bene e uno crescente fatica a stare a galla" - ha dichiarato Obama - "o possiamo ripristinare un'economia dove a ognuno è data una possibilità, ognuno ottiene la sua parte e ognuno gioca con le stesse regole".
Una affermazione, questa, che aiuta a comprendere la cifra del messaggio obamiano e la strategia che quasi certamente ne informerà la retorica elettorale. Perché quello di Obama è, o quantomeno ambisce a essere, una sorta di patriottismo populista: capace di parlare alla pancia del paese, intercettandone le paure e i malumori, e di rovesciare a proprio vantaggio quel rigetto della politica che la destra repubblicana ha sfruttato abilmente dopo il 2008.
Ecco perché il tema della diseguaglianza viene posto con tanta enfasi al centro della scena. Una diseguaglianza macroscopica, cresciuta a dismisura nell'ultimo quarantennio, quando il reddito dell'1% più ricco è aumentato di quasi il 300% e quello del 20% più povero di appena il 18%. E una diseguaglianza tollerabile e giustificata in anni di crescita e apparente mobilità sociale, ma semplicemente inaccettabile quando la crisi economica manda il paese in profonda sofferenza, come è avvenuto dopo il 2008. Obama ha quindi facile gioco nel denunciare un sistema fiscale iniquo e regressivo, dove i multimilionari - a partire dal probabile avversario repubblicano, Mitt Romney - pagano in tasse la metà o meno di lavoratori autonomi e dipendenti che hanno redditi di cento o più volte inferiori (nel 2010-11, Romney ha dichiarato di 22 milioni di dollari all'anno, sul quale ha pagato solo il 14% di tasse, grazie a varie detrazioni e alla bassa tassazione dei redditi da capitale; le imposte sui redditi tra i 34mila e 174mila dollari stanno invece oggi tra il 25 e il 28%).
Anche grazie alla forte mobilitazione pubblica dell'ultimo anno, il tema delle sperequazioni sociali ha acquisito una assoluta centralità. E per la prima volta dopo molti anni, una chiara maggioranza dell'opinione pubblica sembra schierata a favore di posizioni che sollecitano una correzione quantomeno parziale di queste storture. In altre parole, è oggi elettoralmente conveniente denunciare la diseguaglianza e chiedere - come fa Obama - di correggere quelle distorsioni del codice fiscale che l'alimentano ed esasperano.
Spostato sul terreno della politica estera, questo discorso si traduce nella promessa - riaffermata ieri da Obama - di tutelare e proteggere l'economia statunitense, difendendola da forme di concorrenza sleale, delocalizzazione produttiva e politiche monetarie scorrette (il riferimento è ovviamente alla Cina e al valore artificialmente basso del Renminbi). Non sono mancati, nel discorso, riferimenti ai tanti successi di politica estera, che costituisce paradossalmente, uno dei principali punti di forza di Obama. E non è mancato il dovuto cenno alla solidità delle alleanze storiche degli Usa, in Europa, in Asia e nelle Americhe. Ma i toni genericamente protezionisti e difensivi di Obama sulle questioni relative all'economia internazionale rivelano uno dei possibili rischi di questa sua svolta. Che essa, cioè, vada a colpire rapporti internazionali già tesi e complicati, bisognosi di forme più intense di collaborazione multilaterale e non dell'adozione di pericolose scorciatoie unilaterali.

 

Il Messaggero

(mariodelpero.blog)


26 gennaio 2011