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Se non ora quando?
Irene Tinagli
Ormai non fa più nemmeno notizia: la disoccupazione giovanile in Italia non accenna a scendere. Anzi, su base annua, continua a salire. Secondo i dati resi noti ieri dall'Istat è al 31%. Fin dove dovrà arrivare perché questo Paese si decida a far qualcosa e a farlo subito?
Forse
qualcuno dovrebbe ricordare a politici, sindacalisti e amministratori
di vario livello e colore che continuare ad ignorare il problema,
ricordandosene solo per
qualche slogan nei comizi, non farà cambiare direzione a questo trend.
Ma soprattutto qualcuno dovrebbe ricordare loro che questo andamento ci
porterà dritti dritti verso una situazione di gravissima insostenibilità
sociale ed economica. Non si tratta solo dei giovani, ma di tutti noi.
Per capirsi: dire che stiamo mangiando il futuro dei giovani è una
sciocchezza. Perché in realtà stiamo mangiando quello di tutta la
nazione, incluso quello di tante signore e signori che oggi guardano con
compassione e commiserazione questi «poveri ragazzi». Perché tra
dieci-quindici anni avremo qualche milione di adulti con scarsi
stipendi, poca e probabilmente cattiva esperienza lavorativa, e quasi
zero contributi cumulati. E avremo, di conseguenza, un Paese che non
riuscirà a sostenere né crescita né spese sociali, perché avrà una forza
lavoro che non sarà in grado, suo malgrado, di contribuire
sufficientemente alla produttività, alle entrate e alla crescita. E che,
anzi, avrà probabilmente bisogno di assistenza sociale. Continuare a
dire che stiamo danneggiando il loro futuro, quindi, è miope e
fuorviante. È come guardare un orto che avvizzisce e pensare «povere
piantine», scordandoci che senza quelle piantine resteremo presto tutti
senza mangiare.
È
stupefacente come nessuno sembri rendersi conto della bomba che stiamo
confezionando e su cui siamo seduti. E come molti ancora pensino che
semplicemente mantenendo le tutele dei padri possiamo tutelare sia i
padri che i figli, senza rendersi conto che così facendo rimandiamo solo
il momento in cui entrambi salteranno con le gambe all'aria. E i primi
assaggi li avremo presto, quando migliaia di lavoratori da anni in cassa
integrazione resteranno scoperti. Perché la cassa integrazione
straordinaria, lo sappiamo bene, non ha fatto che finanziare una lenta
agonia, ma non ha reso né le aziende né i lavoratori più forti e
competitivi sul mercato. E anche quella bomba, presto, esploderà.
Domani
inizia il tavolo tra ministro del Welfare e parti sociali. I segnali
«preparatori» di questi giorni non sono molto incoraggianti, con le
parti sociali che hanno già lanciato veti e allarmi preventivi. I
sindacati hanno messo le mani avanti su cassa integrazione e articolo
18, intoccabile perché questione di «civiltà» (qualcuno dovrà prima o
poi dire a Francia, Danimarca, Spagna, Inghilterra e a molti altri Paesi
europei quanto siano incivili). E anche Confindustria pare molto
allarmata per l'ipotesi di riformare la cassa integrazione straordinaria
- un costo di miliardi di euro che lo Stato si sta sobbarcando da anni
per dare tempo alle imprese di «ristrutturarsi» (un tempo che però
sembra non arrivare mai). La convergenza di interessi tra sindacati e
industria su alcuni dei temi chiave della riforma che da domani sarà in
discussione dà un'idea abbastanza chiara delle cause dell'ingessamento
della nostra economia, e dell'incapacità di una buona parte del nostro
sistema produttivo di aprirsi ai giovani così come alle nuove tecnologie
e all'innovazione.
È
in parte comprensibile che una parte sociale che ha impostato tanta
parte della sua ragion d'essere sul tema della difesa del posto di
lavoro prima ancora che del lavoratore in sé (perché prima si difende il
posto, l'«inamovibilità», poi si parla di formazione, crescita,
competenze etc.) sia pronta a dar battaglia sul comma di un articolo.
Così come può essere comprensibile che un'associazione di industriali
che tanto hanno beneficiato (e spesso approfittato) degli aiuti dello
Stato siano adesso spaventati da riforme che potrebbero rendergli la
strada più difficoltosa. E c'è da riconoscere che la crisi non ha
aiutato: con essa sono aumentate paure e insicurezze, ed è più facile
per rappresentanti politici e di categoria cavalcare certe paure che
assumersi la responsabilità di un'azione coraggiosa che le sfidi.
Ma
quando domani si troveranno tutti allo stesso tavolo per discutere una
riforma che, pur non essendo l'unica soluzione al problema dei giovani,
rappresenta un tassello fondamentale dell'insieme di misure che il
governo sta attuando, c'è da sperare che le varie parti ritrovino questo
coraggio. E che preferiscano sfidare le paure e gli interessi di parte
per il bene comune, piuttosto che restare schiavi di un copione che
l'Italia legge ormai da troppi anni.
1 febbraio 2012