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Parlando di lavoro
Bruno Dorigatti
Capisco che in politica spesso si cerchi la frase ad effetto, per conquistare l'attenzione con poche, incisive parole. Ma con le parole bisogna stare attenti: bisogna averne cura, perché se la democrazia è convivenza basata sul dialogo, lo strumento che permette questo dialogo sono proprio le parole. Vanno quindi usate con attenzione e un po' di sobrietà, tanto più se si ricoprono importanti ruoli istituzionali e di governo.
Per questo motivo non ho apprezzato le parole del presidente del
Consiglio Mario Monti sulla "monotonia" del posto fisso. E nemmeno la
battuta del sottosegretario Martone sugli studenti fuori corso. Capisco
pienamente che, alle spalle, hanno riflessioni ben più solide,
condivisibili o meno. Ma proprio per questo non si può avvilire il
ragionamento alla battuta di circostanza, alla barzelletta, per quanto
sagace e intelligente: se ci si rivolge all'intera società, di questa
bisogna avere pienamente rispetto, in tutte le sue componenti. Anche di
quelle che, per una ragione o per l'altra, le battute non le possono
interpretare nella loro complessità.
Un disoccupato, un cassaintegrato,
un precario cronico, non sono nelle condizioni per pensare che forse
Monti intendeva altro, quando ha parlato di "monotonia" del posto
garantito: penseranno, giustamente, che per loro quella monotonia
sarebbe un sogno, non una condanna, e che la loro condizione di
instabilità è tutt'altro che eccitante. Certo Monti voleva porre
l'accento sulle opportunità delle esperienze diversificate nella
professionalizzazione di un lavoratore: ma non si è capito, e chi fa
politica deve rendersi conto che l'incomprensione è prima di tutto un
problema di chi comunica, non di chi ascolta. Anche Martone
probabilmente intendeva lanciare un messaggio positivo agli studenti
italiani, segnalando loro la necessità di avere carriere universitarie
efficaci e ben calibrate: ma le sue parole sono suonate, alle orecchie
dei più, come lo sciocco esibizionismo di un privilegiato figlio di
papà, mai alle prese con le turbolenze dei percorsi di vita della gente
comune.
Non è questo il modo di affrontare le questioni del lavoro, in
un Paese che ha il 30% di disoccupazione giovanile e nel quale, in
questi anni di crisi, sono andati persi oltre 800mila posti di lavoro.
Il lavoro è una parte fondamentale nella vita delle persone: perderlo,
non trovarlo, averne uno precario o mal pagato lascia segni indelebili
e, dopo aver compromesso la dignità individuale, mette in crisi il senso
di cittadinanza. Sono sempre più convinto che buona parte della crisi
della coesione sociale, del crollo verticale del rispetto delle
istituzioni, della sempre più sensibile mancanza di senso civico, sia
legata alla situazione drammatica che sta vivendo il mondo del lavoro:
prima ce ne renderemo conto, prima troveremo le risposte migliori per
uscire dalla crisi e garantire a tutti i cittadini una posizione
lavorativa stabile e dignitosa. Non è una battaglia di retroguardia,
tutt'altro: significa impegnarsi sul fronte della formazione, significa
immaginare un nuovo e più giusto sistema educativo, significa trovare
idee e risorse per un welfare attivo e moderno. Significa, in buona
sostanza, rilanciare la mobilità sociale e promuovere lo sviluppo di
ogni cittadino, rimuovendo quegli ostacoli economici e sociali che già
la nostra Costituzione individuava come nemici dell'equità.
5 febbario 2012