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Nel giorno del ricordo, una riflessione
Michele Nardelli
Ci siamo detti più volte che per uscire davvero dal Novecento è necessario elaborare le sue tragedie. Chiediamoci serenamente: l'abbiamo fatto? Siamo stati capaci di indagare a fondo la Shoah, il Gulag ed Hiroshima?
Se oggi l'Europa è percorsa dall'inquietante rinascere di forme di estrema destra che si richiamano al nazismo e attraversata da populismi ben più estesi innervati di xenofobia e razzismo, significa che quelle pagine tragiche si sono chiuse senza indagarne l'origine, chiudendo gli occhi sulla colpa politica e morale, accettando la falsa coscienza di chi ha detto "non sapevo", evitando una riflessione collettiva sulla "banalità del male", nel difficile riconoscere che il criminale alberga in ognuno di noi.
Se in molti ancora pensano che il gulag sia stata una forma degenerativa di un sistema sostanzialmente giusto o più semplicemente l'effetto del tradimento di nobili ideali, come a cercare di attenuare il carattere criminale dei sistemi concentrazionari che si chiamassero Kolima, Goli Otok o Laogai, dovremmo interrogarci non solo sulla distanza fra i mezzi e i fini, ma su quanto in quegli stessi fini quel male si insinuasse o ne fosse carattere costitutivo.
Se Hiroshima non è diventata un monito e continuiamo ad accrescere le spese militari, nonostante tutti conosciamo la spaventosa potenzialità distruttiva per l'umanità intera che gli arsenali rappresentano, se nella cultura politica ancora prevale largamente la dottrina della deterrenza piuttosto che quella del disarmo, vuol dire che un'adeguata riflessione sul "secolo degli assassini" non c'è stata.
E se questo vale per le grandi tragedie del Novecento, non meno inadeguata è stata la riflessione sulle tante pagine buie che il lungo "secolo breve" ci ha consegnato, che abbiamo osservato con uno sguardo distratto o che abbiamo rimosso, talvolta con colpevole omertà.
Fra queste pagine nere c'è la tragica vicenda dei crimini commessi con la pulizia etnica delle popolazioni di lingua italiana dell'Istria e della Dalmazia, che ha portato all'orrore delle foibe e all'esodo di ducentocinquantamila persone. Tragedia ancor più dolorosa perché avvenuta nel silenzio di un secondo dopoguerra che non poteva mettere sotto accusa i vincitori, accompagnata dalla vergogna e dall'ostracismo con cui queste popolazioni venivano trattate al loro arrivo in Italia.
Decenni di dura divisione ideologica hanno fatto sì che di questa triste pagina della storia italiana ed europea proprio non si parlasse se non nel dolore privato delle famiglie, come se quei morti e quel dolore non potessero trovare un degno riconoscimento.
Non amo le giornate della memoria perché quest'ultima o diventa parte del sentire di una comunità (e di ognuno) oppure rischia di cadere nella retorica. Eppure l'istituzione del "Giorno del ricordo" ha il valore di una forma di risarcimento (per quanto mai davvero adeguato) per anni di negazionismo e per una sorta di giustificazionismo che ancora si avverte quando si parla della tragedia delle foibe.
Così come non è possibile considerare la Shoah un atto di guerra, allo stesso modo - se pure con proporzioni diverse - non possiamo giustificare ciò che avvenne in Istria e in Dalmazia con la durezza dello scontro che si era consumato nella Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale. Anzi. Proprio perché è giusto ricordare l'enorme valore della resistenza jugoslava al nazifascismo, così non possiamo macchiare quella pagina che ha lasciato sul campo più di settecentomila morti con l'atroce ed indiscriminata vendetta contro le popolazioni italiane della regione.
Riflettere sul valore di ogni vita, andare con il pensiero al dolore e all'umiliazione di ogni esodo, guardare con preoccupazione verso ogni discriminazione che avvenga in nome di una appartenenza nazionale o linguistica che sia, è quel che mi sento di chiedere in un giorno come questo, intitolato del ricordo.
10 febbraio 2012