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I nuovi orfani
Massimo Gramellini
(la Stampa)
Da qualche tempo i giornalisti aprono la posta con un moto d'angoscia. Finiti i tempi in cui i lettori si arrovellavano su destra e sinistra. Ora parlano di licenziamenti, debiti, rese esistenziali. Ieri mi ha scritto un uomo di 56 anni: aveva una moglie, un figlio, una piccola attività e un mutuo in banca. Poi l'azienda è fallita, la moglie lo ha lasciato portandosi via il ragazzino e la banca gli ha messo alle costole un'agenzia di recupero crediti.
Non sapendo dove andare, è tornato nel grembo di sua madre, che lo ha
ripreso in casa con amore e sofferenza perché non è un figliol prodigo
ma uno sconfitto della vita.
Quando avevo l’assolutezza dei vent’anni ero un potenziale ministro
tecnico che teorizzava la meritocrazia e disprezzava i mediocri, i
pigri, i falliti. Mio padre mi accusava di infondere nelle utopie
liberali lo stesso fanatismo che comunisti e fascisti mettevano nelle
loro. Mi spiegava che il mondo non è abitato da supereroi, che la
maggioranza degli uomini è fragile, poco competitiva ed esposta ai venti
del destino, e che una società è tale se riesce a garantire anche a
costoro un tenore di vita dignitoso. Lo Stato sociale ha rappresentato
la trasposizione pratica del discorso di mio padre. Ne abbiamo abusato
con sprechi e ruberie.
Ma quell’obbrobrio di buon cuore ci ha tenuti insieme. Ora che si sta
estinguendo sotto il peso del debito, milioni di persone si scoprono
sole con le loro debolezze, i loro errori difficilmente rimontabili. Non
saranno le sferzate di qualche ministro a riscattarle, ma una politica
economica che riparta da quel che abbiamo perduto: l’umanità.
11 febbraio 2012