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Comunità trentina
Alessandro Pietracci
Nel dibattito politico trentino si è affacciata da qualche tempo l’ipotesi di un passaggio dalla “Provincia Autonoma” alla “Comunità Autonoma”. Non si tratta di un cambiamento soltanto nominalistico, ma descrive la presa d’atto di una nuova fase, più in sintonia con gli scenari che, da decenni, stanno modificando l’assetto istituzionale e politico del mondo.
La globalizzazione dimostra quanto la sovranità (fiscale prima di
tutto) non appartenga più agli Stati nazione che, volenti o nolenti,
hanno dovuto abdicare a molte loro prerogative. Oggi è
possibile discutere di un “commissariamento” della Grecia da parte
dell’Unione Europea, mentre i giudizi delle agenzie di rating contano di
più di mille dichiara
zioni di politici o di uomini di governo che devono rispondere alle
scadenze elettorali e all’opinione pubblica. Il mondo, sempre più
intrecciato e interdipendente, vive e vivrà sempre di più in futuro una
frammentazione che, da un lato fa emergere i nuovi giganti asiatici o le
potenze informatiche americane (Facebook è sbarcato in borsa con una
capitalizzazione di 5 miliardi di dollari!) e dall’altro mette in
secondo piano quelle istituzioni che ci erano famigliari fino a qualche
anno fa. La dimensione locale, che si trova a sopportare i maggiori e
più diretti effetti della presente crisi economica e sociale, può però
giocare un nuovo ruolo, trovando un protagonismo mai avuto nei decenni
precedenti. L’orizzonte locale
corre sempre il rischio di diventare asfittico e limitato: il localismo e
la chiusura identitaria sono pericoli che vanno a braccetto con un’
eccessiva frammentazione. Eppure costruire una nuova comunità locale,
concepita secondo le esigenze del mondo contemporaneo, è una sfida
affascinante e ineludibile. Da qui si gioca il nostro futuro. I
territori possono finire schiacciati oppure diventare le tessere di un
mosaico sempre più grande. I territori devono riuscire a pensarsi come
nodi autonomi ma sempre interconnessi a una rete globale. Il cambio di
paradigma che scaturirebbe dalla concreta presa di coscienza di questa
inevitabile trasformazione sarebbe di enorme portata, rimodellando
economia e politica, modificando le nostre abitudini consolidate. Questa
dimensione territoriale incontra per forza il concetto di comunità. In
un libretto di Zygmunt Bauman di qualche anno fa, intitolato "Voglia di
comunità", veniva descritta l'attrazione del mondo contemporaneo verso
una dimensione ristretta, più accogliente, più gestibile rispetto alla
realtà globale che appa
re ingovernabile e preda di forze sempre più lontane. Il sociologo
polacco metteva in guardia da una certa idealizzazione della comunità,
quasi che in essa convogliassero tutti i nostri desideri di relazione e
di sicurezza, tutto il nostro bisogno di un mutuo riconoscimento. Eppure
soltanto in regioni piccole e ben limitate si può pensare ad
un'economia, certamente liberale e di mercato, ma che sia più legata al
territorio. Solo partendo dalle città, dalle comunità si può affrontare
la questione ambientale, visti i continui fallimenti delle grandi assisi
internazionali. Credo che la tradizione socialista italiana abbia in sé
una cultura adeguata per parlare di questi temi, declinati certamente
al tempo presente. E’ dunque nostro compito recuperare il socialismo
liberale di Gobetti, il sogno federalista di Altiero Spinelli, l'utopia
concreta di Adriano Olivetti. E proprio la lezione di quest'ultimo
sembra essere to
rnata di prepotente attualità. Solo nella comunità, infatti, la persona
può realizzare se stessa; solo nel rapporto tra persona e comunità si
può assicurare la libertà di ognuno e di tutti; a partire da comunità
capaci di autonomia e da un serio decentramento si può costruire un vero
e moderno federalismo. Tale architettura istituzionale dovrebbe essere
basata, secondo la prospettiva di Olivetti, su tre grandi principi posti
sullo stesso piano valoriale: democrazia, lavoro, cultura. Siamo
lontani dalla concretezza? E questo cosa c'entra con il Trentino?
Sicuramente l'autonomia non si rinnova attraverso feste identitarie o
impostazioni austriacanti già sepolte dalla storia ma, al contrario,
sforzandosi di gestire in modo nuovo, equilibrato, rigoroso e perché no,
più austero, le vastissime competenze che la nostra Autonomia ha
conquistato in questi sessant’anni, soprattutto oggi, nella concreta
prospettiva di una cospicua contrazione di risorse finanziarie.
Il Terzo Statuto, con magari la nascita, di una possibile "comunità autonoma", non può non avere alle proprie spalle una grande visi
one culturale, da cui far scaturire una rivisitazione istituzionale
di vasto respiro. Il dibattito di questi giorni sulle Comunità di valle
oppure sulle fusioni dei Comuni non può essere soltanto limitato ad una
questione di risorse, ad una scelta referendaria che gioco forza non è
mai accompagnata dalla necessaria riflessione. La Lega, presunta
campionessa di federalismo, non può certo dare lezioni in quanto ha
fallito proprio sul federalismo, di cui non è stato possibile apprezzare
alcun effetto positivo. L a Lega, in realtà, ha inventato un finto
centralismo padano fuori dalla storia e dalla realtà. Nel contesto
dunque di quel vasto rinnovamento dell’Autonomia speciale, da tante
parti auspicato, fuori e dentro il Trentino, proprio le Comunità di
valle, oggi additate come punta estrema della dispersione delle risorse, magari solo per disinformazione o insuff
iciente conoscenza della nostra realtà territoriale, possono rappresentare un tassello utile per un nuovo assetto del
Trentino. Ciò non è in contrasto con l’accorpamento volontario dei
Comuni, modalità alla quale, nei giorni scorsi si è detto favorevole
anche l’assessore Gilmozzi. Tutto però non può essere ridotto al
problema finanziario delle spese per i Comuni. Il disegno deve essere
più politico e quindi più complessivo. Abbiamo tempo di parlarne?
13 febbraio 2012
(già pubblicato sul Corriere del Trentino)