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Trippa per tutti
Marcello Del Bosco
(Il Riformista)
Spigolando fra le reazioni alla bocciatura olimpica di Roma 2020 colpisce innanzitutto la memoria corta di quanti - forse per una illusoria sensazione di scampato pericolo - dimenticano che l'Italia ha assunto, in sedi internazionali, formali e precisi impegni di rientro del deficit pubblico. Ossia di pagare i debiti e non accumularne di nuovi.
Così, quando il presidente del Coni Petrucci singhiozza che lo Stato
avrebbe cominciato a pagare "solo" dal 2014 ammette che per 7 anni
l'erario avrebbe dovuto sborsare svariati miliardi di euro, nella
speranza di rifarsi gli spiccioli a babbo morto. Presumibilmente
imponendo nuove tasse o altri aumenti della benzina; rischio
evidentemente percepito dalla maggioranza degli italiani, visto che i
sondaggi danno un buon ottanta per cento a favore della decisione di
Monti.
Il consenso popolare non basta però a scuotere dai dubbi
amletici i giornali del Pd. «Ferma Italia» titola l'Unità, manco fosse
uno sciopero dei ferrovieri, e pubblica una intervista a Chiamparino in
cui si esalta il successo di Torino. Ora, il sindaco piemontese è
certamente persona saggia e degna, ma paragonare i giochi invernali alle
Olimpiadi è come mettere a confronto un triciclo con una Ferrari; e
peraltro il contributo pubblico, anche per Torino, è stato essenziale.
Altrettanto
cautelosa e incerta Europa, forse per via di quell'elenco dei nomi del
comitato promotore che il direttore snocciola nel suo commento: Gianni
Letta, Pescante, Carraro, Abete, Azzurra Caltagirone, Montezemolo, De
Laurentiis, Della Valle, Elkann, Geronzi, Malagò, Marcegaglia, Regina.
Manca qualche politico amico, certo, ma la lobby è davvero grandiosa.
Si
capisce, quindi, il furore editoriale del Messaggero che se la prende
con il Nord e minaccia cannonate sugli sprechi per l'expò milanese e il
Mose veneziano. Logica ferrea, sul genere: nella società dei magnaccioni
ci deve essere trippa per tutti.
Pressocchè oscurati invece Mennea e
Berruti, i quali, fuori dal coro, parlano di follia evitata e di
catastrofe scongiurata, forse perché loro sono atleti dei vecchi tempi,
quando le Olimpiadi erano ancora a dimensione umana e il Cio -
allargando i giochi alle boccette, al ping pong e al curling - non le
aveva ancora trasformate in un faraonico luna park.
Meno male che a
dissipare ogni incertezza è intervenuto l'uomo della Provvidenza, il
cav. Silvio Berlusconi il quale ha fatto sapere che lui sì, avrebbe
firmato (seppure con la morte nel cuore per via del dolore inflitto a
Bossi). Non c'erano dubbi, visto l'altissimo senso di responsabilità che
lo ha sempre contraddistinto, e la sodale partecipazione al dramma di
Alemanno, divenuto ormai un caso umano in cui la pietas prevale sul
dileggio: preso a schiaffi dalla neve, dal Tar, dai sondaggi, e perfino
dai tassisti.
Per fortuna che Silvio c'è, comunque. Almeno ci ricorda
com'eravamo, quante ne abbiamo passate e come è facile cedere alle luci
del varietà.
15 febbraio 2012