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Coniugare sviluppo e coesione sociale
Alessandro Olivi
Il dibattito sulla «riforma del lavoro» anche in Trentino rischia di essere appiattito sull’unica questione dell’articolo 18 e di rimanere prigioniero di paradigmi ideologici. Così inevitabilmente si fanno strada scorciatoie semplicistiche e vecchi slogan.
La «riforma del
lavoro» non può essere avulsa da una prospettiva di sistema, che
intrecci più dimensioni: la complessità delle (troppe) fattispecie
contrattuali, che vanno semplificate; la competitività del tessuto
economico, che va rilanciata proprio attraverso il capitale umano;
l’integrazione tra formazione e ricerca, che deve supportare l’innesto
di nuove professionalità nelle imprese; le politiche attive del lavoro,
che devono offrire tutele più eque ed adatte ai nuovi scenari
introdotti dalla crisi.
Un dato è certo: la flessibilità non basta e non è la soluzione a tutti i problemi.
Essa può concorrere a migliorare la produttività del sistema soltanto a
precise condizioni, che rappresentano i veri nodi da sciogliere. Da un
lato, la cosiddetta flessibilità in uscita va spalmata fra tutti i
protagonisti del mercato del lavoro. Dall'altro, non basta regolamentare
i licenziamenti ma si deve favorire anche la flessibilità in entrata
ossia sostenere di più coloro che, come i giovani, faticano maggiormente
ad entrare nel mercato del lavoro. Il contesto attuale è radicalmente
cambiato e per questa ragione non è possibile limitarsi, solo, a
conservare l’esistente: infatti così facendo si difendono solo
formalmente i già protetti, peraltro spesso attraverso mere enunciazioni
giuridiche che mal si coniugano con la realtà. Spesso infatti il
mercato del lavoro italiano viene definito come «il mercato del lavoro
peggiore del mondo»: peggiore non per il tasso di lavoro precario, che è
più o meno in linea con il resto d’Europa, ma per il maggior tasso di
disoccupazione permanente, di lavoro nero, di esclusione dal lavoro di
donne, giovani e anziani.
In questa direzione ritengo debba essere
approfondita la proposta di «contratto unico», per introdurre un
rapporto a tempo indeterminato a tutele gradualmente crescenti,
destinato ai nuovi assunti, in modo da coniugare la flessibilità dei
contratti con la sicurezza dei lavoratori. Così come occorre investire
di più sull'apprendistato nella sua triplice configurazione
(apprendistato «per la qualifica», «professionalizzante» e «alto»).
Ma il fulcro del mercato del lavoro è il suo intimo legame con la qualità del sistema economico.
Qui sta la massima criticità: il nostro tessuto produttivo non è sempre
in grado di assorbire professionalità altamente qualificate e, per
questo, da anni, vi è una continua erosione di competitività, nonostante
i massicci investimenti pubblici in formazione e ricerca operati in
Trentino dalla Provincia.
In proposito mi trovo in sintonia con la
posizione di Franco Ianeselli della CGIL (l’Adige del 9 gennaio 2012)
quando dice che i talenti, intesi come portatori di competenze, devono
poter trovare una struttura economica in cui finalizzare le loro
aspettative di lavoro. Dietro il sipario della crisi dobbiamo perciò
porre le basi per un’economia rigenerata da massicce dosi di conoscenza e
di tecnologia, nella quale comparti diversi convivano in condizioni
competitive e di pari dignità.
Nella nostra visione c'è un Trentino che si atteggia a distretto della conoscenza, favorendo la fertile contaminazione tra la ricerca, le agenzie formative, l’università, le imprese, la politica e le istituzioni. Il nuovo Polo della Meccatronica a Rovereto nasce con queste finalità.
In
questa prospettiva, con la nuova legge sugli incentivi alle imprese,
stimoleremo ancor più di oggi l’innovazione e la ricerca, così come
l’internazionalizzazione e l'interconnessione delle imprese, e
susciteremo nuovo spirito imprenditoriale nei giovani e nelle donne. Lo
schema è chiaro: produrre sviluppo combinando il lavoro e la
conoscenza.
C'è, poi certo, la dimensione del welfare.
Oggi l’Italia carica i giovani di un enorme debito pubblico e
pensionistico e li priva di prospettive per il futuro relegandoli ai
margini del mercato del lavoro. La spesa per la protezione sociale in
Italia è ripartita in modo del tutto svantaggioso per le nuove
generazioni di lavoratori, garantendo prevalentemente il sistema
pensionistico e sanitario. Soltanto il 18 per cento delle persone in
cerca di occupazione riceve un sussidio, mentre negli altri paesi
europei, dove la spesa sociale è distribuita in modo meno sproporzionato
e non penalizzante, oltre il 70 per cento dei disoccupati riceve un
benefit. Per rintuzzare le speculazioni sull'Autonomia, bisogna che
anche su questo tema la Provincia sappia essere laboratorio virtuoso,
con due principali obiettivi: garantire maggiore equità del sistema di
welfare, attraverso misure universalistiche (ossia modellate sulla
generalità dei cittadini) e svincolare il sostegno al reddito dei
lavoratori dalle condizioni di dipendenza degli stessi dalle imprese,
perché in una democrazia matura, con un mercato del lavoro vischioso e
instabile, il godimento dei diritti sociali deve prescindere dalla
condizione lavorativa dei cittadini.
In definitiva, lavoro,
qualità del tessuto economico e welfare sono versanti del medesimo
problema, da affrontare in modo organico. Per questo,
personalmente credo sia un rischio anzi un errore ancorare il lavoro
esclusivamente al welfare, derubricando le politiche del lavoro alla
mera gestione degli ammortizzatori, e privandole così della loro
qualificazione di politiche «attive». Queste ultime, infatti, non
considerano soltanto i lavoratori in uscita, ma tessono un legame
stretto con le politiche industriali, in modo da forgiare risposte non
artificiose all'offerta di lavoro, fondate sull'economia reale. La
precarietà del lavoro si affronta infatti in modo duraturo soltanto
combattendo alla radice la precarietà produttiva.
Dobbiamo, in sintesi, desettorializzare
il tema del lavoro, consapevoli che sviluppo innovativo, qualità del
lavoro, spirito imprenditoriale, welfare, valorizzazione dei talenti
sono un tutt'uno su cui si gioca il futuro della nostra comunità e la
capacità della nostra Autonomia di coniugare sviluppo e coesione
sociale.
16 febbraio 2012