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Comunità di Valle, servono idee e proposte concrete
Giuliano Muzio
La riforma che ha introdotto le Comunità di Valle è una buona riforma. Bisogna solo darle il tempo di affermarsi e di cominciare a far vedere i suoi frutti. Chi urla agli scandali, agli sprechi e alla moralizzazione dei costumi dovrebbe dirci che idea ha del futuro del Trentino.
Con l'approssimarsi del referendum proposto dalla Lega Nord del
Trentino, si moltiplicano gli attacchi alle Comunità di Valle. Vale la
pena chiarire quale sia la posta in gioco di questo confronto che
purtroppo sta assumendo toni da battaglia, su un tema dove invece ci
sarebbe bisogno di pacatezza e lucidità.
Quando la Provincia ha introdotto le Comunità, era chiaro il disegno
riformatore che voleva essere messo in campo (basterebbe prendere in
considerazione il titolo della norma che le ha istituite): rafforzare e
rinnovare l'Autonomia del Trentino, che, giunta a una fase di svolta
epocale, aveva necessità di essere ripensata e rilanciata con forza
(oggi il dibattito su questo tema è entrato nel vivo). Di fronte infatti
a una Provincia, che, per non cedere terreno sulle questioni
finanziarie, cominciava a negoziare con lo Stato centrale l'ampliamento
delle proprie competenze (fase che è tuttora in pieno svolgimento), il
peso dell'assetto istituzionale allora vigente sembrava eccessivo e
lasciare a un sistema totalmente centralizzato l'onere dello sviluppo
del nostro territorio si stava rivelando non più percorribile. Risultava
quindi necessario decentrare parte delle funzioni di programmazione e
di indirizzo, immaginando che le diverse comunità territoriali (ricordo
che la prima parte della legge proprio alla definizione degli ambiti
territoriali è dedicata) diventassero protagoniste del proprio sviluppo,
facendosi carico in prima persona, in applicazione del principio di
sussidiarietà, di definire e applicare le "regole" per la propria
crescita. Vista in questa luce, la riforma istituzionale è quindi in
primo luogo la riforma della Provincia.
Purtroppo, le principali critiche a questa riforma ignorano questo
fatto. E tengono unicamente in considerazione l'altra parte della
questione: il rapporto tra le Comunità e i Comuni, alimentando e
paventando un conflitto tra queste due istituzioni e vedendo solo una
faccia della medaglia.
Il conflitto che si teme è reale o presunto?
In realtà non si vedono grandi motivazioni al sorgere di conflitti,
anzi. I Comuni hanno un nuovo interlocutore che devono prendere in
considerazione, ma questo nuovo protagonista non è un interlocutore "in
più", ma deve in gran parte sostituire il vecchio interlocutore.
E' un problema questa sostituzione?
Non dovrebbe esserlo, anzi, un sindaco ha molti più strumenti per essere
ascoltato dal proprio presidente di Comunità che non dal Presidente
della Provincia. Inoltre, la Comunità è più focalizzata sui bisogni del
territorio di quanto non lo sia la Provincia.
E i servizi?
Gestire i servizi in forma associata è innanzitutto una necessità in
termini di fabbisogni e che i Comuni si "spoglino" della gestione
diretta di alcuni servizi a favore della Comunità è prima di ogni altra
cosa una garanzia della loro sostenibilità finanziaria. A patto
ovviamente che si riescano a generare economie di scala e che la
Comunità dimostri capacità di operare.
Le critiche sollevate alle Comunità si basano quindi in larga misura su
considerazioni di stampo ideologico. Oltre che sulla naturale e umana
resistenza al cambiamento. Il vento dell'antipolitica è fortissimo come
sappiamo e sparare sulle Comunità di Valle è facilissimo da questo punto
di vista. Quello che molto francamente non si capisce è quale
alternativa propongano i detrattori delle Comunità all'attuale scenario.
Non temono i fustigatori delle malefatte dei politici che oltre
all'acqua sporca si getti via anche il bambino? Bisogna dirlo molto
chiaramente, chi oggi crede che il referendum (questo referendum) sia la
risposta ai problemi del Trentino e dell'Autonomia rischia di minarne
alla base le radici e di aprire per il post-referendum scenari
incogniti, assai pericolosi in una fase come questa. E' vero che le cose
sono andate più lente del previsto, è vero che la Provincia avrebbe
dovuto forse affezionarsi di più alla riforma, ma questo non giustifica
l'abbattimento della riforma stessa. Anche perché, su questo come su
altri temi, vale sempre il principio che chi è senza peccato può
scagliare la prima pietra.
Questo passaggio delicato andrebbe quindi affrontato più sul confronto
pacato delle idee e delle proposte concrete, che sul terreno delle
contrapposizioni demagogiche e populiste. A chi ha scelto questo terreno
come attacco alla maggioranza che governa la Provincia si può dire che
ha scelto il terreno sbagliato per due motivi: la posta in gioco è
troppo importante e i primi risultati della riforma cominciano a
vedersi. Nella Vallagarina, per esempio, i Sindaci cominciano a
confrontarsi tra loro e a ragionare in un'ottica di Valle, fuori dagli
steccati di campanile. C'è anche chi, stimolato da questo percorso, sta
proponendo una fusione tra Comuni. Non era proprio uno degli obiettivi
che si volevano ottenere per il Trentino?
La riforma che ha introdotto le Comunità di Valle è una buona riforma.
Bisogna solo darle il tempo di affermarsi e di cominciare a far vedere i
suoi frutti. Chi urla agli scandali, agli sprechi e alla moralizzazione
dei costumi dovrebbe dirci che idea ha del futuro del Trentino.
Ragioniamoci insieme che forse possiamo fare ancora meglio. Lasciamo
stare i Savonarola e il referendum usato come clava su temi complessi e
delicati. Ne va il futuro della nostra terra.
20 febbraio 2012