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Disincanto e post-disincanto
La sinistra (o il centrosinistra) ha ancora
capacità di parola e di progettualità o il suo disincanto è totale? L'uso
rigoroso della ragione è ancora capacità di riflessione lungimirante e di ampia
dimensione storica e sociale o è una rinuncia totale al proprio ruolo in un
momento in cui gli interessi individuali sembrano prevalere sull'interesse
collettivo?
Citando il «vecchio Mill» Max Weber affermava nella
famosa conferenza La scienza come
professione del 1918 che «partendo dalla pura esperienza si giunge al
politeismo». La tesi weberiana sul carattere inevitabilmente specialistico di
ogni lavoro scientifico si basa, come è noto, sul concetto di «avalutatività»,
cioè sulla necessità di distinguere accuratamente e definitivamente tra ricerca
scientifica - che deve essere guidata da un metodo rigoroso, cioè dalla logica
- e opzioni normative o valutative, la cui origine e la cui sede può essere
solo la coscienza individuale. La necessità, imposta dalla tecnica, di
razionalizzare il nostro modo di vivere e dunque anche il nostro modo di fare
scienza, porta con sé una possibilità
di potenziare e di controllare ad un livello più alto l'agire politico e quello
scientifico, a patto che accettiamo un grado molto alto di formalizzazione,
cioè di spersonalizzazione.
È la famosa tesi del "disincantamento" del mondo, che è in primo luogo
l'auspicio di una liberazione: l'emancipazione dalla necessità di ricorrere
alla magia o al soprannaturale per ingraziarci gli spiriti che deciderebbero il
nostro destino. L'uso corretto e imparziale della ragione e della tecnica
abolisce il potere degli ultimi maghi e consente in linea di principio a tutti
la possibilità dell'argomentazione politica pubblica, e la costruzione di
strumenti di rappresentanza e di controllo politici sottratti all'arbitrio di
un capo "assoluto" o anche di un leader "carismatico". Il prezzo da pagare è
appunto il politeismo dei valori: la sfera dei significati non è affare della
scienza; anzi Weber aggiungeva che «la profezia formulata dalla cattedra potrà
dare vita a sette fanatiche, mai però a una vera comunità».
A quasi un secolo di distanza e al livello degli stili di vita quotidiani, il disincanto sembra essere divenuto atteggiamento quasi obbligatorio, una cifra inevitabile, tra il cinico e il blasé, per tutte le parti politiche e anche per i singoli individui. La distanza delle persone dalla politica sembra abissale, anche e forse soprattutto a sinistra. Al punto che è la Lega oggi a parlare del suo radicamento sul territorio, simile, come metodo, a quello che fu del partito comunista italiano nel dopoguerra. E bisogna aggiungere che non ha tutti i torti: questo recente raggruppamento politico ha intercettato qualcosa di importante dell'Italia di oggi se i suoi risultati e l'efficacia della sua influenza sono quelli che vediamo.
Per fortuna - ma sono fatti degli ultimi giorni su cui è bene sospendere il giudizio - non tutti sono d'accordo sul fatto che le idee conservatrici e "protezionistiche" della Lega siano l'unica possibilità. Aggiungo anche che la critica alla monarchia assoluta, da qualsiasi parte provenga, mi riguarda. Tuttavia questa critica va vista con chiarezza come tentativo legittimo di fondare una destra - e non una sinistra - moderna ed europeista.
La sinistra (o il centrosinistra) ha ancora capacità di parola e di progettualità o il suo disincanto è totale? L'uso rigoroso della ragione è ancora capacità di riflessione lungimirante e di ampia dimensione storica e sociale o è una rinuncia totale al proprio ruolo in un momento in cui gli interessi individuali sembrano prevalere sull'interesse collettivo?
Vorrei solo ricordare che per Weber l'etica della responsabilità e l'etica della convinzione sono distinte ma non opposte: il tener conto delle conseguenze delle proprie azioni non abolisce il ruolo fondamentale delle convinzioni di fondo sui valori, ma al contrario ha bisogno della passione politica e del suo sguardo ampio. Per governare le "asimmetrie" inevitabili in ogni comunità sia a livello sociale sia a livello delle rappresentanze, occorre essere lungimiranti e avere il coraggio delle idee. Occorre vedere la tecnica non solo come un vincolo o come minaccia, ma anche come una opportunità, se adeguatamente guidata da criteri generali.
E su questo, con le riflessioni di Habermas, di Apel sull'agire pubblico, ma più recentemente di Martha Nussbaum e Amartya Sen sulle "capacità" fondamentali che devono essere assicurate a ognuno, si può tornare a parlare di valori anche dall'interno della scienza: è possibile riflettere scientificamente sulle complesse valutazioni che stanno alla base delle nostre passioni e delle nostre azioni e, con idee più chiare e più audacia nello stile, passare decisamente all'epoca del "post-disincanto".
Ma come si difende intellettualmente questa posizione? Perché Nussbaum (e Sen) dovrebbe avere ragione ed un localista, un patriota o un semplice egoista dovrebbero avere torto quando ritengono che tutti dovrebbero seguire la massima delle loro rispettive azioni? In altre parole, che cosa fonda quei principi morali universali che danno un senso all’azione politica della sinistra? Che cosa conferisce loro quella forza che esercitano su di noi e perché non hanno lo stesso “appeal” per altri?
È un sostrato di emozioni nobili? Ma queste, pur essendo universalmente diffuse, non sono universalmente coltivate. Quando si sostiene, secondo me correttamente, che il linguaggio kantiano dei diritti e della dignità sia parassitario rispetto al linguaggio della compassione e dell’amore, ci si appella a quei legami invisibili che incoraggiano l’interdipendenza e la cooperazione e che influenzano la nostra azione anche in assenza dei destinatari delle nostre emozioni (affetto, senso di colpa o di rimorso, fiducia, stima, ecc.). È questa forma di trascendenza empatica di istinti meccanici, calcoli cinici, aspettative irrealistiche, egotismi, automatismi emotivi, ecc. che fonda il concetto di dignità inalienabile, non la razionalità kantiana. Ne consegue, allora, che tutte le virtù che ci paiono più attraenti – libertà, coraggio morale, forza di volontà, compassione, sincerità, buon senso, temperanza, sapienza, lungimiranza e via dicendo – derivano, in ultima analisi, dall’esercizio e dallo sviluppo della capacità umana di liberare l’attenzione dalla prigionia dei bisogni corporali e dagli automatismi della mente e delle emozioni.
D’altra parte, se ciò che mi è stato riferito è vero (giacché non ho alcuna intenzione di leggermi la Critica della Ragion Pura), Kant stesso, verso la conclusione, dichiara: “Io crederò inevitabilmente nell’esistenza di Dio e in una vita futura, e sarò sicuro che nulla può far vacillare questa fede, poiché altrimenti risulterebbero rovesciati i miei stessi principi morali”.
Non ritengo necessario chiamare in causa Dio, ma mi pare evidente che il discrimine tra destra e sinistra – intese idealtipicamente, senza voler far torto a Fini o legittimare la violenza dei brigatisti –, riguardi la capacità e disponibilità all’identificazione emotiva che va nella direzione dell’estraniamento da se stessi, per riflettere la visione del mondo altrui. La destra al governo oggi propaga una forma virulenta di egocentrismo auto-idolatrico, su scala personale, di campanile o di popolo. È nemica dell’empatia nel senso che questa tiene a bada le nostre emozioni, filtrandole, ed evitando così che ci facciano deragliare, sopprimendo la nostra obiettività, discernimento e buon senso.
Per questo motivo penso sia opportuno compiere un ulteriore passo in avanti e concentrarci sulla questione dell’empatia – perché da lì discendono il buon governo, il civismo democratico e l’interesse generale – e sulla perniciosità di leader politici ed ideologie che si dimostrano empatocidi. Il resto (ricette, programmi, strategie, ecc.) deve venire dopo. Credo sia in fondo questo il tipo di testimonianza richiesto da Michele Serra.
"Bisognerebbe avere l'intelligenza di stare in mezzo agli altri non per "piacere alla gente" (lo fa già benissimo Berlusconi), ma per testimoniare opinioni, gusti, speranze, differenze. Soprattutto differenze, senza le quali nessuna vicenda politica può avere identità e sbocchi, per il semplice fatto che non è riconoscibile dagli amici e dagli avversari. Parlare a tutti, certo: ma con parole proprie. Per questo la cosa che mi fa più paura della sinistra non è l'antipatia, è il conformismo".
L'interesse generale come cardine può essere fatto risalire a Kant, che però non è molto citato di recente, anche per quel suo imperativo categorico in cui la ragione comanda sulle passioni nella coscienza dell'uomo. Proprio su questo gli studi recenti innovano profondamente. Lo splendido, anche se ponderoso, libro di Martha Nussbaum "L'intelligenza delle emozioni", sostiene proprio l'ipotesi che la ragione non possa fare a meno delle emozioni e, di converso, che alla base delle emozioni ci sia un elemento valutativo che le toglie dall'ambito dell'"irrazionale" totalmente da condannare o da sottomettere. Il fatto che sia una donna a proporlo mi sembra anche molto interessante. E una donna impegnata politicamente a livello internazionale.
Non sono sicura inoltre che, come mostrano oggi i risultati delle elezioni inglesi, sia così facile altrove orientarsi nelle opzioni politiche: che mi dite del ruolo del liberal-democratici di Nick Clegg? vedremo che succederà. Non solo in Italia la situazione è sfumata e complessa.
Continuo a pensare che un esercizio di scetticismo in senso classico (il termine significava originariamente indagine, ricerca) sia essenziale. Niente è scontato oggi, come in ogni passaggio tumultuoso, ma non è detto che si tratti di una perdita. Anche questo, in altri termini un atteggiamento critico, è un grande patrimonio della sinistra che non può andare perduto. Così come i temi dell'immigrazione e del lavoro su cui il precedente forum.
Ebbene, io credo che nasca anche da qui, da una contraddizione oggettiva (come del resto evidenzia acutamente Salvatore Pennisi nel suo contributo), il “disincanto” della sinistra di cui ci parla criticamente Paola Giacomoni. Da un lato infatti assistiamo ad una società sempre più complessa e di difficile gestione, che implica da parte di partiti e governi risposte sempre più articolate e politiche pubbliche sempre più sofisticate e attente alla contingenza, in un contesto in cui prevalgono i vincoli, non solo del mercato, ma anche della comunità europea. Dall’altro le ideologie non sono morte, anzi: profondamente “ideologico” (proprio nel senso marxiano di travisamento della realtà) è il berlusconismo e “ideologico” (nonché percorso da simbologie e miti pre-moderni) è il messaggio leghista.
Quindi la sinistra, portatrice per definizione di responsabilità e attenzione all’interesse generale, deve muoversi tra questi due fuochi, cui corrispondono due insidie: l’ideologia fine a se stessa e inconcludente, da un lato, e l’appiattimento sul presente dall’altro. Per cui è comprensibile che quando Bersani lancia le sue ricette per il risanamento dei conti pubblici e si sofferma sulle misure per riqualificare il lavoro (anzi “i” lavori) in un quadro economico-finanziario estremamente difficile, rischia di non appassionare né far innamorare il pubblico, anche se questo tipo di approccio è doveroso e anche se, sinceramente, a volte un po’ di verve non guasterebbe.
Peraltro, se guardiamo al di fuori dei nostri confini (in Europa, ma anche negli Stati Uniti), ci accorgiamo che la contraddizione di cui stiamo parlando contiene in sé (hegelianamente) i germi del suo superamento. Infatti, nonostante le difficoltà e i passi indietro, un'ideologia di sinistra, per quanto rivisitata e corretta, esiste ancora: esiste nei programmi dei partiti, che non consistono in lunghi trattati universali, né in “manifesti di valori” comprensivi di tutto e del suo contrario, ma si incarnano nella storia e nelle tradizioni, per cui l’elettore francese, svedese, britannico o tedesco (anche se vota di meno) sa benissimo dov’è la sinistra e dov’è la destra e sa che, nonostante tutto, l’opzione per i socialdemocratici o i laburisti è un’opzione per il cambiamento e per una maggior giustizia sociale. Ed esiste nelle campagne elettorali, che non sono solo mediatiche o legate all’immagine, ma caratterizzate dal sempre maggiore coinvolgimento di militanti e sostenitori, naturali “portatori sani” di certezze e ideologie. Si pensi a quanto avvenuto negli USA per l’elezione di Obama e a quanto sta avvenendo in questi giorni in Gran Bretagna, ove se guardiamo i paludati dibattiti televisivi fra i tre candidati alla premiership facciamo fatica a distinguere differenze sostanziali, ma se andiamo nei collegi uninominali ci accorgiamo quanto la competizione sia dura e sentita e quanto conti in quel contesto detenere e trasmettere una fede politica reale e “radicata”.
Solo in Italia, ove naturalmente siamo più moderni e avanzati, crediamo che l’elettore sia puramente “razionale”, quindi impermeabile alle passioni, per cui, allorquando redigiamo gli statuti dei partiti, sottovalutiamo l’importanza degli iscritti e dei militanti veri, aprendoci a un elettorato “mobile” che certamente esiste, ma non è così decisivo come si tende a credere e spesso ci penalizza votando a destra. Mi vien da pensare (ma non voglio infierire) che la contraddizione vera non stia nella politica e nella sua disincantata modernità, ma nella sinistra italiana che dovrebbe maggiormente guardarsi intorno e umilmente imparare dalle esperienze altrui.
Tanto per uscire dal vago, mi limito a proporre due di queste contraddizioni "nelle cose". La prima riguarda la contraddizione inerente al tema del lavoro. Bersani rivendica al PD il merito di aver riportato al centro dell'attenzione il tema del lavoro. Ma di quale lavoro parla? Ormai, più che di lavoro, bisogna parlare di lavori, perché le condizioni - giuridiche, sociali, normative, economiche, fiscali - del lavoro sono talmente variegate e frantumate che perfino i sindacati sono in crisi di identità. Ma la vera contraddizione consiste nel fatto che, da vent'anni a questa parte, la sinistra ha condiviso con la destra il processo di precarizzazione del lavoro, illudendosi di governare meglio i mutamenti anticipando il processo di disgragazione del lavoro stesso. L'illusione è stata: più flessibilità contro più occupazione. Come questa scommessa sia stata vinta è sotto gli occhi di tutti. Questo mi sembra un caso tipico di scarsa lungimiranza da parte di una sinistra sia pure moderata. Sarebbero occorse analisi più accurate e una capacità previsionale maggiore prima di concedere il proprio sostegno a una riforma del lavoro dalla portata così destabilizzante.
La seconda contraddizone riguarda il tema dell'immigrazione. Sostengo che, anche in questo caso, la contraddizione sia "in re ipsa". La tradizione solidaristica della sinistra impone l'accoglienza di chiunque venga sul nostro territorio per garantirsi la sopravvivenza. Il solidarismo però è destinato a scontrarsi con un flusso migratorio sempre più massiccio che suscita allarme sociale in vasti strati della popolazione. Come se ne esce? Non occorrerebbe anche in questo caso una profonda riflessione sulle cause dei flussi migratori e sulla natura dei rapporti internazionali vigenti? Un tempo si faceva un gran parlare di imperialismo e neocolonialimo, ma quei termini sono ormai caduti in disuso, anche per motivi storicamente spiegabili - egemonia americana, caduta dei regime comunista sovietico, fine della guerra fredda e quant'altro. Ma il fatto che quei termini siano caduti in disuso non significa che la realtà che rappresentavano non esista più del tutto. Ricollocare il problema - ormai epocale - dei flussi migratori in un contesto più ampio e suggerire prospettive in merito a una nuova politica dei rapporti internazionali sarebbe, per esempio, un modo meno abborracciato per confrontarsi con una forza come la Lega, sottraendosi al terreno da lei scelto dell'appello bellicoso all'egoismo localistico.
Mi limito a questi due esempi, consapevole che ho solo sfiorato il groviglio di questioni che andrebbe scandagliato ben più a fondo.
So bene che capire non è condizione sufficiente per cambiare, ma non credo neanche che surrogare con la buona volontà del singolo le carenze di un'impostazione politica complessiva possa essere la soluzone dell'attuale "impasse" della sinistra. Il lavoro sulle coscienze va fatto e - aggiungo - va valorizzato il patrimonio di chi giornalmente si impegna per i diritti umani, per la pace nel mondo, per la sostenibilità dello sviluppo e per la solidarietà verso i derelitti; ma sono convinto che, a fianco del lavoro delle e sulle coscienze individuali, non deve essere sottovalutato l'impegno collettivo che si accompagna a qualunque agire politico, pena un destino duraturo di emarginazione delle forze del cambiamento.
Insistere sulla contrapposizione tra pancia e testa, tra istinti barbari “rimagificanti” e “uso rigoroso della ragione” o “uso corretto e imparziale della ragione e della tecnica” significa, a mio parere, perdere di vista la prospettiva storica di un “retto pensare” progressista che ha auspicato il disciplinamento totale dei cittadini, che ha preteso l’introduzione di leggi per la sterilizzazione involontaria di decine di migliaia di donne nei Paesi Nordici, in Canada, California, Oregon, ecc., che ora prevede l’introduzione della videosorveglianza capillare (es. Londra), la manipolazione del genoma umano per renderci degni delle nostre nobili attese e persino l’infanticidio (Peter Singer). È un avvocato campione dei diritti civili, Alan Dershowitz, che ha proposto di istituzionalizzare la tortura in casi estremi.
La convinzione di essere dalla parte della ragione in quanto razionali e scientifici (dato scientifico come surrogato della verità rivelata) e votati per definizione al bene comune ed all’interesse collettivo, ha trasformato il progressismo in uno strumento di abusi, prevaricazioni ed iniquità, non solo di bene. La strada per l’inferno è illuminata dalla tirannia delle buone intenzioni in un mondo disincantato, spogliato di ogni connotazione “sentimentale” o religiosa di stampo tradizionale, in cui il politeismo dei valori è soppresso dal valore unico della tecnocrazia con venature messianiche. Quella prospettiva tipica di chi non ha una soverchia fiducia nel senso di responsabilità e discernimento dei cittadini e tende ad anteporre l’interesse collettivo alle prerogative del singolo, la salute della società e della specie a quella del singolo, secondo la logica del bonsaista o della fasciatura dei piedi. Impostazione, detto tra parentesi, che non era per nulla estranea allo strutturalismo levi-straussiano, esempio di un’antropologia che, paradossalmente, escludeva l’essere umano dal suo ambito di interessi.
In sostanza, a mio avviso, il disincanto moderno è derivato dalla falsa credenza positivista che si possa giungere al vero (al moralmente auspicabile e normativamente permissibile) inibendo l’impiego di componenti non-razionali e tradizionali del pensiero, giudicate alla stregua di superstizioni, miti, abbagli di un intelletto paralizzato dall’ignoranza – cfr. realismo giuridico scandinavo e statunitense, violentemente ostile a diritti civili e diritti umani).
Tutto questo – “la profezia formulata dalla cattedra” – ha inaridito ogni contributo che la coscienza – anch’essa ridotta a dinamiche fisico-chimiche neuronali – poteva fornire al dibattito politico, incentrando quest’ultimo intorno alla questione dell’utile, dell’efficiente, dell’ordinato, come se la natura umana potesse piegarsi a questi imperativi funzionalistici.
In questo senso, il presunto radicamento nel territorio leghista è l’ennesima stronzata giornalistica e politologica e le drammatiche oscillazioni del voto leghista stanno lì a dimostrarlo. La sinistra perde perché ha rinunciato in gran parte a parlare alle coscienze (non alle passioni viscerali, che sono amorali ed autocentrate), persino su temi fondamentali come l’abuso di minori da parte di un’istituzione che, a parole, doveva educarli e proteggerli. Ha optato per il cittadino razionale sacrificando l’ideale del cittadino coscienzioso, o credendo che i due idealtipi avrebbero finito per coincidere, una volta sgrezzato il materiale umano. Com’è potuto succedere? Perché viviamo in un mondo in cui il relativismo morale o l’assolutismo delle religioni monoteiste la fanno da padrone. Perché pochi (Nussbaum?) trovano realistica la posizione gandhiana e cristiana (e prima ancora di Mozi/Mo-tzu e Pitagora) che l’unica battaglia riformista degna di questo nome è quella, individuale, tra l’impulso a dominare il prossimo e quello ad amarlo.
Rimango invece colpita dal disincanto "appassionato" di Ugo Morelli. Che si può fare, e anche, che si può pensare se la sua descrizione delle cose è corretta? Se una sinistra pre-weberiana incantata dal potere non ha strumenti,né teorici né pratici per uscire da una stagione di errori e di assenza di idee, come è possibile un possibile progetto senza ripartire da zero ancora una volta? Io inoltre salverei non tutto ma almeno qualcosa della riforma Berlinguer dell'università: ad esempio l'incentivo che fornisce agli studenti di spostarsi a studiare in un'altra città per la laurea specialistica, cosa che ha un non irrilevante e recente riscontro nella scelta di Trento da parte di parecchi studenti non trentini.
A Stefano Fait risponderei ricordando che comunque Weber è anche il primo teorico del potere carismatico, in cui fondamentale ruolo svolgono le passioni e i valori. Si tratta di tipi ideali, del resto, che nella realtà non si trovano mai puri, ma sempre in gradi diversi mescolati. E aggiungerei anche che è vero che il criterio dell'utile individuale è povero e cieco, ma ricordo l'importanza del nesso tra utilità e virtù nell'Etica di Spinoza (che però passava per ateo pur non essendolo) e anche la grande tradizione inglese dell'utilitarismo, che appassiona ultimamente alcuni miei studenti perché anche in essa l'utile individuale è sempre posto in relazione con quello di tutti. Naturalmente la discussione é apertissima e i miei autori contemporanei preferiti come Nussbaum e Sen sono critici dell'utilitarismo. Sull'antropologia ricorderei il grande contributo del recentemente scomparso Levy Strauss, che certo non fa una classifica delle diverse società, ma cerca, kantianamente, i principi generali che regolano le relazioni tra gli uomini, al di là delle differenze. Grazie comunque a tutti per l'arricchimento del discorso.
Le virtù primarie, generalmente intese, sono altre e relegano in secondo piano quelle burocratiche, così utili al buon funzionamento di una società complessa, ma anche di un campo di sterminio. Penso alla pace, alla saggezza, all’amore, alla speranza, alla compassione, alla dignità, al decoro, alla misura, all’onore, al coraggio morale, all’umiltà, alla gratitudine, alla benevolenza, alla libertà, alla giustizia e alla verità (onestà, trasparenza). “Cuore e passione”, suggerisce Calì.
Un mondo in cui dovessero prevalere le virtù secondarie, o “civiche”, sarebbe un mondo ordinato e funzionale, un mondo disincantato, ma non un mondo in cui mi piacerebbe vivere. D’altronde, se uno non crede che certi valori e diritti siano ancorabili a un destino di trascendenza personale e collettivo, allora deve accettare che essi siano esposti agli assalti di chi, cinicamente, riconduce il tutto all'utile e al realismo pragmatico. È quel che succede ogni giorno in una società in cui l’unico esperanto morale pare essere diventato quello promosso da filosofie semplificatrici che commisurano il valore e la legittimità di una qualunque attività all’obiettivo che ci si è prefissato (consequenzialismo – giustissimo il riferimento all'etica della responsabilità, come importante è quello di Morelli al silenzio assordante della sinistra di fronte alle colpe della Chiesa). Il criterio dell’utile come unico comune denominatore trasversale a classi, culture, generi, ideologie politiche, religioni, ecc. Il che comporta l’inesistenza di una qualunque giustificazione razionale ed empirica della verità dei principi morali che esorbiti dalla sfera pragmatica. È così che vincono i vari Berlusconi e Bossi, atei devoti che hanno fatto del proprio tornaconto la loro bussola morale, dando l’esempio a milioni di Italiani.
Questo è un fenomeno tragicamente presente anche nell’antropologia. In teoria il rapporto tra relativismo e antropologia dovrebbe essere chiaramente definito e limitato agli aspetti epistemologici dello studio etnografico, come indicava lo stesso Weber.
In antropologia il relativismo è il principio per cui tutti i sistemi culturali hanno un valore equivalente ed i loro elementi vanno interpretati e spiegati contestualmente. Insomma all’antropologo è richiesto di non giudicare una cultura sulla base delle premesse proprie alla cultura in cui è cresciuto, dato che ogni cultura è un adattamento alle condizioni in cui esiste e tali condizioni non possono certamente essere le medesime ovunque. Di conseguenza non può esistere un parametro universale di valutazione di ciascuna cultura o un ordinamento gerarchico di culture superiori ed inferiori. Questo, di per sé, non dovrebbe però autorizzare alcun relativismo di natura morale, preludio al soggettivismo radicale – non esistono ragioni oggettive ma solo punti di vista e dunque non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato –, cioè al nichilismo. Il relativismo culturale degli antropologi è un relativismo epistemico, non valoriale, è una scelta euristica non etica, e perciò non va visto come un atto di deliberata connivenza con la violazione dei diritti fondamentali di minori, donne, disabili, omosessuali, minoranze etniche e religiose, degli animali e dell’ecosfera. Per questo Eric R. Wolf, uno dei più grandi antropologi del passato, rigettava il politeismo dei valori in nome della “civiltà planetaria” citata da Morelli e dei “cittadini del mondo” à la Vendola: “Difendo la mia convinzione che il compito dell’antropologia sia quello si affermare la possibilità di una vera scienza dell’uomo. Sappiamo tutti che questa scienza dell’uomo allo stato embrionale è in pericolo, proprio come lo è l’umanità…l’umanità può farcela oppure no, e la vittoria potrebbe costare quasi quanto la sconfitta. Tuttavia la logica dell’approccio antropologico è esplicita, indipendentemente dal fatto che gli antropologi siano in grado di esserne all’altezza. Abbiamo dichiarato e dimostrato l’unità dell’umanità nell’articolazione di un processo culturale. Negare questi legami con il nostro passato e presente significa restringere la nostra prospettiva, ritrarsi verso un adattamento più limitato, voltare le spalle a ciò che possiamo ancora diventare. […]. Il punto di vista antropologico è quello della cultura mondiale che si sforza di nascere….se questa cultura fallirà, analogo sarà il fato dell’antropologia”. Credo che lo stesso valga per la sinistra e per la democrazia, così come credo che Martha Nussbaum, Amartya Sen e Nichi Vendola sarebbero d’accordo con Wolf.
Sono questi gli ingredienti di base per uscire dal disincanto della sinistra. Ne abbiamo avuto una prova da Fazio, a "Che tempo che fa", domenica 25 aprile. Nell'intervento di Vendola gli ingredienti principali erano la ragione e il sentimento, mentre i tanti leader che hanno portato la sinistra italiana all'afasia attuale si sono mossi, loro malgrado, sull'onda dell'orgoglio e del pregiudizio. L'orgoglio di chi è convinto di essere sempre portatore della verità nella teoria e nella prassi (faccio un esempio: il dogma del centralismo della forma partito rispetto a un approccio federalista) e il pregiudizio nei riguardi della schiera dei "battitori liberi", i non inquadrati nelle logiche di partito. Oggi è Vendola, cittadino del mondo, con la sua utopia, a incarnare il risorgimento della Sinistra con la maiuscola? Non ci è dato di avere alternative, vedendo il distillato che ci passa il convento della partitocrazia. La sfida non si vince tornando ai partiti novecenteschi, con buona pace della conversione finian-bocchiniana (il partito, le tessere, le componenti organizzate). Il buon Sandro Bondi, che di forma partito novecentesca se ne intende, ha risposto a Bocchino a "Otto e mezzo": attenti al partito delle tessere... Al brigante Berlusconi, che recupera il concetto maoista di "Servire il popolo" senza la mediazione della vecchia forma partito, brigante e mezzo: basta con il partito dei tesserati (a che sono servite le tessere del PD in Campania e Calabria?), avanti nella sfida al mondo globale con le idee e le battaglie che sono patrimonio secolare della sinistra e delle quali Vendola è oggi il testimonial naturale. Primarie sempre e ovunque.
Disuguaglianza. Un riesame critico
Amartya Sen (Bologna, Il Mulino, 2010)