Napoleone e Hofer visti da Sud

di Michele Ianes (l'Adige, 2 aprile 2010)

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La secessione leggera. Dove nasce la rabbia del profondo Nord

di Paolo Rumiz (Editori Riuniti, 1997)

Lo sguardo cosmopolita

di Ulrich Beck (Carocci, 2005)

La lingua salvata

di Elias Canetti (Adelphi, Milano, 1980)

L'invenzione della tradizione

Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger (Einaudi, 1987 e 1994, Torino)

Identità

MapplethorpeCome si forma l'identità di un paese e dei suoi abitanti? Da eventi? Da luoghi? O dall'incontro tra persone? O dalla somma di tutti questi fattori?
Che cos'è l'identità di un paese? Una spada da brandire? Una reliquia da valorizzare o una presenza impalpabile ma fondamentale per la comunità?
E la nostra, di identità?

autore Massimiliano Pilati - inserito lunedì, 10 maggio 2010

"Il nuovo centro commerciale ridarà identità al paese di Lavis"!
Questa frase pronunciata in pubblico il 17 dicembre 2009 dall'architetto incaricato di progettare un previsto centro commerciale a Lavis (progetto poi bloccato da una mobilitazione popolare e da un saggio intervento della Provincia) ha segnato uno spartiacque nella mia vita.
Prima di quel giorno non ho mai realmente pensato all'identità di Lavis, anzi non mi sono proprio mai soffermato sul concetto di identità. Ma il fatto che un enorme cubo di cemento e vetro ospitante negozi in franchising potesse, per qualcuno, ridare l'identità perduta al mio paese natale mi ha posto seri interrogativi e portato a ricercare questa presunta identità perduta.
Fino al 17 dicembre 2009 la mia vita è andata avanti serenamente senza che nessuna "identità" bussasse alla mia porta. Ero uno di quei ragazzi che cantava "nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà", che, pur avendo ideali e principi precisi, non aveva bisogno di avere "un'appartenenza", non aveva bisogno di riconoscersi in qualcosa. Nessuna bandiera da salutare con ardore.
Ricordo però di aver percepito in me l'importanza della questione nel 1995 quando, leggendo un libro di Renzo Francescotti sulla resistenza partigiana in Trentino, questi in un capitolo narrava delle avventure partigiane dei fratelli Devigili proprio in un Maso a pochi chilometri da casa dei miei genitori. In quel momento ho sentito in me una fiammata di appartenenza territoriale. Io ero di Pressano, come quegli eroi reali che leggevo nel libro. Questo mi fece sentire proprio bene per il fatto che per la prima volta avevo percepito mio quel paese e il territorio che lo circonda e perché vi era accaduto qualcosa che, a mio giudizio, ha contribuito a costruire la mia identità.
Poi, nulla, e francamente, nessuna necessità di ricerca.
Ma qual è e cos'è l'identità di Lavis e soprattutto cosa significa avere una propria identità nel mio splendido paesone schiacciato dalla vicina Trento, dall'Avisio e l'Adige, dai troppi capannoni industriali, dall'autostrada, la tangenziale, la ferrovia, il previsto inceneritore e la prevista TAV/TAC?
Ha una sua identità un posto del genere?
Per alcuni miei paesani la risposta sta nelle guerre napoleoniche del periodo a cavallo tra il 1700 e il 1800. Eventi storici importanti e anche tragici che vanno sicuramente ricordati ma che, a sentire il mio amico storico, sono invece solo un tipico esempio di invenzione delle tradizioni. Accadimenti di ieri usati per giustificare comportamenti odierni o addirittura "riadattati" all'oggi.
Quando penso all'identità mi immagino persone che brandiscono questa parola come una spada. La parola identità mi richiama parole urlate. Appartenenza mi chiama alla mente la difesa di una comunità di cui faccio parte. Cosa significa appartenere a una comunità nel 2010? Comunità che ormai ospita un crogiolo di provenienze, di culture e di comportamenti?
Penso ai miei recenti impegni professionali in Val dei Mocheni e a come i suoi abitanti abbiano un forte radicamento nella loro valle, come si sentano comunità e a come cerchino giustamente di valorizzare la loro identità linguistica, culturale, territoriale e storica. Cosa abbiamo invece in comune io e i miei compaesani oltre al fatto di vivere nello stesso posto? Lavis non è un'isola linguistica isolata a lungo dal resto del mondo. Siamo sempre stati terra di passaggio, di scambio.
Percorrendo, novello Diogene, le vie di Lavis alla ricerca di una risposta sono finito davanti all'ingresso del Rifugio antiaereo: un enorme antro scavato nella roccia della collina e usato durante la seconda guerra mondiale come rifugio contro i bombardamenti.  Un luogo in cui la gente ha sofferto, pregato, discusso; un luogo che racconta da sé i vissuti che ha ospitato. Posti così hanno contribuito in maniera fondamentale a saldare lo spirito di comunità di Lavis. Qui si possono essere formati la solidarietà, lo spirito di fratellanza e l'aiuto reciproco che sono elementi fondamentali in una comunità e che sono capisaldi del mio sentirmi cittadino responsabile. Forse la mia identità risiede quindi dove percepisco la voglia o la possibilità di costruire comunità? Sarà per questo che mi sento bene quando presto il mio volontariato nella Scuola Materna di Lavis? perché lo percepisco come un luogo di incontro di Mondi, un luogo dove si può, potenzialmente, costruire a cominciare dai nostri figli? La mia identità risiede nell'incontro e nello scambio con l'altro?
Non ho ancora una risposta precisa e continuo nella mia ricerca.

inviato da marco pontoni il 17.06.2010 12:54
Grazie per avere proposto questo tema, innanzitutto.
Per uno che è nato in Alto Adige - di origini italiane, quindi per certi versi "immigrato" - il tema dell'identità è stato pane quotidiano per tanto tempo.
D'istinto mi verrebbero in mente due diversi punti di vista. Il primo è di Jospeh Zoderer, lo scrittore sudtirolese, che interrogato sui concetti di Heimat, di "radici" e quant'altro (concetti che molto hanno a che fare con l'identità, pur non esaurendola), diede una risposta "minimalista": "La mia Heimat è quella dei ricordi dell'infanzia. Un certo tipo di luce, di odori, la mamma che lava le braghette nel ruscello brontolando...". Insomma, identità come memoria, e soprattutto come "origine", come "inizio", come ciò che si è depositato in noi negli anni verdi.
La seconda considerazione è di un cantautore napoletano che quelli della mia generazione hanno ascoltato molto da ragazzi, Edoardo Bennato. Il quale suonava R 'n' R alla Jerry Lee Lewis ma aveva un fratello che "militava" nella Nuova compagna di canto popolare, gruppo impegnato a reiventare la musica tradizionale partenopea (innovando, quindi, ma a partire dalla tradizione, dalle "radici"). Anche Bennato - Edoardo - diede una risposta "minimalista", basata sul suo vissuto personale: "Se io tutte le mattine appena alzato per anni ho ascoltato il rock americano, questa è la mia identità non gli stornelli".
Di nuovo, identità come percorso individuale, come un prodotto dell'esperienza.
Mi ci ritrovavo. Nutrito com'ero di letteratura americana, cinema tedesco, memorie "friulane" (quelle di mio padre) e dialetto veneto (quello di mia madre), sentivo senz'altro la mia identità più come un patchwork che come una mera espressione del territorio e della sua storia, e più come una faccenda personale che non collettiva. Avrei dovuto sentire qualche speciale affinità nei confronti degli Schutzen, o degli Alpini? Non mi sembrava proprio. E poi, in che rapporto stava l'identità territoriale con un altro tipo di identità, quella "di classe", a cui in quegli anni si dava ancora un peso non indifferente? Vista in questi termini, l'identità territoriale mi sembrava una mistificazione, o detto più benevolmente, una "sovrastruttura".
Più avanti, considerare l'identità come il frutto di un percorso individuale ("noi siamo i nostri cammini, non i nostri luoghi", scrive E.J. Leed) mi è sembrato pquantomeno meno "pericoloso" che presuppone un sentire collettivo, l'appartenenza ad un fantomatico "popolo", con tutto quel che ne consegue. Quel che ne è conseguito nell'Europa del secolo scorso - mi pareva - sono state, spesso, guerre e massacri, fra cui quelli che hanno accompagnato la dissoluzione della ex-Jugoslavia, l'esplosione/implosione delle identità con tutto il loro portato di sangue, suolo e liturgie nazionaliste.
Il problema, però, mi rendo conto, non può essere liquidato semplicemente così. La globalizzazione ha scompaginato le carte. Come ricorda opportunamente Fracalossi, la ricerca dell'identità si configura oggi come la ricerca di "una risposta al magma di un globale che non coglie il valore delle diversità e appiattisce tutto, in ossequio alle esigenze della tecnica, dentro finte equazioni egualitaristiche."
E' vero: la globalizzazione ha prepotentemente risvegliato, per reazione, il tema dell'identità, riaccendendo passioni che sembravano sopite. La competizione territoriale ha fatto il resto: non c'è regione oggi che non vada alla riscoperta (una riscoperta a volte sincera, a volte tardiva, altre volte francamente strumentale) della sua identità, di ciò che ha di più unico e più tipico. Rimango istintivamente diffidente di fronte al Moloch dell'identità (collettiva). Ma oggi mi accosto ad esso con meno prevenzioni; anche oggi, ho sentito pronunciare parole non banali al proposito. Ho sentito ricordare che da noi, ad esempio, la burocrazia ha una tradizione importante, che risale alla Mitteleuropa, all'Impero, che essa rappresenta l'ossatura stessa dello della comunità, non una macchina kafkiana che inganna e travolge. C'è del vero in questo; il che significa che noi siamo anche il frutto di qualcos'altro oltre che dei nostri ricordi dell'infanzia e dei nostri percorsi individuali.

Anche David Putnam, nel corso della prima giornata del Festival dell'Economia, ha parlato di identità. L'accademico di Harvard ha detto che l'identità è un costrutto sociale, che cambia nel tempo, che va decostruita (o che si decostruisce da sé - per effetto, tra l'altro, delle migrazioni e dei matrimoni misti...). Nulla di straordinariamente nuovo, in verità. Alex Langer queste cose le diceva in maniera forte, chiara e scomoda 20 e più anni fa, e per esssersi rifiutato di assoggettarsi ad un'imposizione identitaria (l'obbligo di dichiararsi italiano, tedesco o ladino al censimento etnico entrato in vigore in Alto Adige negli anni '80) non poté candidarsi a sindaco del capoluogo.
L'anno scorso ad un incontro "minore" del Festival, quello con Remotti, un antropologo italiano, si erano sentite parole forse più interessanti sul tema dell'identità.
Io provo a sintetizzarle così: l'identità collettiva certamente esiste, poco importa se essa non sia qualcosa di "naturale" (lo dice anche Putnam, l'identità "non è data da Dio", è un costrutto sociale, e come tale mutevole, transitorio, contraddittorio). La cosa importante è semmai un'altra: che nella costruzione/ridefinizione dell'identità collettiva il confronto con l'altro è fondamentale. Nelle sue ricerche sul campo Remotti ha studiato una popolazione di ceppo Bantu del bacino del Congo, che come tante altre in Africa utilizza complicate cerimonie di iniziazione per fare entrare i ragazzi nella classe di età "adulta" (dando quindi loro una piena "cittadinanza", diremmo noi). Ebbene, figure-chiave di queste cerimonie sono i membri di un'altra etnia, non- Bantu. Sono loro che presidiano alcuni passaggi fondamentali del rito.
L'identità collettiva, insomma, si consoliderebbe attraverso un rapporto di confronto/opposizione. Ma non è detto che questo rapporto debba essere conflittuale. Come nella celebre rappresentazione del concetto di Yin-Yang, laddove il nero e il bianco non solo convivono in armonia, ma si contaminano a vicenda, così potrebbe avvenire anche per le culture: anch'esse potrebbero, a certe condizioni, convivere e contaminarsi, pur senza snaturarsi completamente (Putnam ricordava, a proposito del tema dell'immigrazione, che "integrazione non significa omologazione").
Cosa avrebbe aggiunto Langer? Avrebbe aggiunto che per unire gruppi diversi sono necessari dei "traditori", che però non si limitano a passare dall'altra parte. Che conservano un'appartenenza.
inviato da giorgio antoniacomi il 12.06.2010 20:52
Il termine stesso di “invasioni barbariche” denota un trauma, una smentita: in una parola, un giudizio storico irriducibilmente negativo. Altre lingue, come il tedesco, definiscono lo stesso fenomeno in termini più asettici (e probabilmente appropriati) come Volkswanderungen, “migrazioni di popoli”. Lo stesso termine di “barbari” (onomatopeica espressione che designava coloro che non sapevano parlare, originariamente, il greco, cioè lo balbettavano) porta con sé le tracce indelebili di questo giudizio di valore: un metro che segna il confine non valicabile tra una cultura che si presume superiore e dominante ed una cultura condannata all’inferiorità. Questa differenza, profonda, va probabilmente ricondotta ad una duplice scaturigine. Certamente rinvia alla frantumazione di un impero, quale fu quello romano, intesa non solo come disaggregazione e parcellizzazione territoriale e amministrativa, ma anche, e soprattutto, come dissoluzione di un universo simbolico fatto di valori, di linguaggi, di una compiuta visione del mondo. D’altra parte, va registrato il peso che, su questa secolare vicenda, ebbe la “narrazione”, cioè la ricostruzione storica: che è esercizio di analisi delle fonti, di ricerca di indizi, di ricostruzione di scenari, ma è anche narrazione e, in quanto tale, porta con sé il peso (e la deformazione) che appartengono all’ideologia ed alla trasposizione delle categorie del presente sulle vicende del passato. Un conto, in altre parole, è ricercare l’attualità del passato; un altro è il tentativo, più o meno consapevole, più o meno intenzionale, più o meno distorcente, di adeguare il passato alle categorie (se non talora agli interessi) del presente.

In effetti, se collochiamo le “invasioni” in una prospettiva storicamente più fondata, ci accorgiamo che il giudizio sfuma e si fa incerto. L’impero romano, infatti, ebbe contatti frequenti, non sempre e non necessariamente conflittuali, con le culture dei territori che veniva conquistando, tentando e praticando spesso più la politica dell’integrazione di quella della dis-integrazione delle culture “altre”. Molti soldati dell’esercito romano venivano reclutati fra le popolazioni autoctone e la stessa colonizzazione romana era consapevolmente basata su un disegno di consolidamento delle relazioni con le popolazioni conquistate, che si realizzava tramite assegnazione di terre, matrimoni, scambi, accordi.

Sebbene l’indebolimento dell’impero, malato di gigantismo, durò a lungo - e molti secoli impiegò in effetti la dissoluzione della sua forma originaria e compiuta - non vi è dubbio che taluni episodi di certe frequentazioni ebbero un impatto traumatico, basti pensare all’assalto a Roma, in quanto revocavano in dubbio quella che ormai si riteneva un’icona inviolabile della civiltà latina. Certi giudizi anche forzati, insomma, iniziarono da quegli episodi ed ebbero una propria, indubbia giustificazione. Il dato più rilevante dal punto di vista storiografico, tuttavia, appare essere un altro, in quanto aprirono la strada ad incroci, scambi, ibridazioni, meticciamenti fra lingue, culture, popoli, religioni dai quali nacque ciò che, a buon diritto, possiamo definire l’embrione di un’idea di Europa in senso moderno, fatta di scambi e di conflitti, di reciproci arricchimenti e di diffidenze, di tolleranza e di repressione, di apertura di spazi di libertà (intellettuale, religiosa, commerciale) e di regressioni sanguinose.

L’esempio forse più rilevante di questa relazione ambivalente fu quello del rapporto con l’Islam: già nel 732, a cent’anni dalla morte di Maometto, le truppe musulmane erano arrivate a Poitiers, non molto lontano da Parigi, dove furono sconfitte da Carlo Martello. Ma l’architettura, la poesia, la filosofia, la matematica portare nell’area mediterranea da questi popoli costituì un capitale di significati senza il quale la cultura contemporanea non sarebbe, semplicemente, concepibile.
inviato da stefano il 23.05.2010 13:50
inviato da stefano fait il 22.05.2010 19:27
La necessità è l’alibi del tiranno e non vedo appunto alcuna necessità di compiacere ed alimentare Ego personali ed Ego collettivi con un'adesione identitaria.
Tutte le forme di classificazione sono arbitrarie. Tutte. La genetica insiste nel raggruppare tassonomicamente quel che la paleontologia o l'entomologia sono invece inclini a separare. Chi ha ragione?
Personalmente ritengo che la tassonomania sia una patologia mentale che affligge un gran numero di esseri umani. Questa smania di etichettare, separare, classificare, gerarchizzare tutto è davvero malsana. Per evitare di mandare a puttane il pianeta e la nostra civiltà dobbiamo unirci, allora perché inventare sempre nuovi criteri di demarcazione?
Se l’unica rivoluzione vera non ha per fine la conquista del potere ma la dissoluzione del potere (Budda, Gesù, Gandhi), non si potrebbe proprio partire dal potere che esercitano su di noi le identità, con la loro capacità di imporre un certo filtro di lettura della realtà? La cristallizzazione identitaria è antitetica al riconoscimento reciproco, alla solidarietà, alla fratellanza, all’amore, è una forma di solipsismo egoistico. Identità e classificazioni sono armi nell’arsenale di chi detiene il potere, che ha interesse a legare il pensiero all’essere (cioè allo status quo), e non al divenire (il fare, l’agire, il cambiare).
Ciascuno, si spera (se non è un automa), cambia identità dal mattino alla sera, dalla primavera all’inverno, dall’adolescenza alla senilità, dal celibato al matrimonio, dallo studio, al lavoro ed alla pensione. Cambiamo identità a seconda delle persone che frequentiamo e che amiamo o evitiamo. Panta rei, appunto. Proprio la crisi delle identità è la strada dell’emancipazione finale dal Potere e dalle sue maschere. Milioni di persone hanno bisogno di costumi e maschere? affari loro! Altri milioni di persone vivono bene la loro fluidità. Io non impongo a nessuno di essere liquido, ma vivaddio, nessuno si permetta di stabilire che io sono più trentino-tirolese che triveneto o che non posso tifare per Cuneo contro l'Itas, se mi gira.
Mi preme questo punto. Antropologicamente parlando, non esiste alcun imperativo identitario. Il difetto fatale dei riferimenti alla natura umana è che chiunque può razionalizzare qualunque modello comportamentale umano sulla base di speculazioni relative all’adattamento evolutivo. Gli esseri umani sono innatamente monogami e fedeli? Qui c’è una spiegazione evolutiva. Sono innatamente promiscui ed infedeli? Eccone un’altra. E lo stesso vale per l'identità.
La maggior parte delle apologie della tirannide sono basate su analogie tratte dalla natura che, a loro volta, si basano sul presupposto che o l’uomo è essenzialmente naturale o che la natura è divinamente ordinata.
Però l'uomo trascende la natura. Tutti noi trascendiamo le nostre circostanze biologiche (geni ancestrali), storiche, culturali, sociali, ecc. Possediamo una gamma di possibilità pressoché infinita all’interno della quale scegliere i nostri comportamenti. La democrazia raccoglie questa sfida azzerando ad ogni generazione molte delle calcificazioni del tempo, in virtù dell'esigenza diffusa di essere giudicati per ciò che si è e si fa qui e ora, indipendentemente da definizioni/determinazioni limitanti. è impossibile stabilire con certezza chi sia una persona in un dato momento, né chi sarà in futuro: le variabili in gioco sono troppe, più numerose che in qualunque altra specie, e le variazioni si possono collocare lungo un gradiente privo di interruzioni.
L’enunciato che la partecipazione ed identificazione in una comunità specifica è un elemento costitutivo della vita umana è indimostrata ed indimostrabile.
Al contrario, per molti, l'"identità" dell'era globale implica un essere-se-stessi senza che nessun dispositivo religioso, culturale, giuridico possa codificarli.
L’unica ragione che mi viene in mente per affermare una propria identità collettiva che non sia quella, spontanea, tra uomini e donne di buona volontà, è l’insicurezza. Ma in quel caso sarebbe bene risolvere il problema dell’insicurezza di fondo di troppe persone invece di persistere nella sterotipizzazione ed auto-stereotipizzazione.
L'Individualità democratica post-identitaria richiede il coraggio di sperimentare e di mettersi in discussione, di non considerarsi più importanti di altri, di maggior valore relativo o intrinseco. Richiede autonomia, pensiero critico indipendente ed introspettivo (auto-esplorativo), creatività improvvisa ed imprevista (inventiva, spontaneità, originalità), disobbedienza civile (quando è il caso), empatia generalizzata e non selettiva, un senso di incompletezza, di universalità, di indeterminabilità, la percezione di ogni individuo come insostituibile e non interscambiabile, a prescindere dalle sue lealtà provvisorie o permanenti.
Io credo sia davvero questa la via maestra per estrarre il potenziale in gran parte inespresso di ciascuno di noi (l'oceano interiore, un progetto eternamente incompiuto e dagli sviluppi imprevedibili).
Serve il rifiuto di tutte le filosofie ossessionate dalla finitudine e dai determinismi che descrivono l’umano come in perenne bisogno di sostegno, supporto e guida paternalistica.
Poiché la finitezza divide, mentre l’impersonalità unisce, allora ciò che serve sono più individualità impersonali (perché ego pretende personalizzazioni forti, anche collettive), empaticamente distaccate (perché ego è la sorgente della violenza e vuole dominare), identitariamente indefinibili (perché ego brama chiarezza), il cui valore è indeterminabile (perché, a differenza degli altri animali, ciascuno dà l’avvio a dei cambiamenti nel pianeta in concomitanza con il suo stesso esistere) e perciò inestimabile.



inviato da ugo morelli il 22.05.2010 17:48
E'l'individuazione il processo continuo e perlopiù a noi impercettibile mediante il quale diveniamo ciò che siamo. Provvisorie e precarie, ancorchè reificate e spesso fossilizzate fasi dell'individuazione danno vita a ciò che chiamiamo "identità", non rendendoci spesso conto che quella definizione sfoca e sfuma un istante dopo la sua formulazione. Lo sforzo ossessivo (si veda in proposito di Francesco Remotti, L'ossessione identitaria, Laterza, Roma Bari, 2010) che facciamo per fissarla, l'identità, è probabilmente la ragione effettiva per cui in essa ci imprigioniamo, ritenendo così di rassicurarci.
inviato da francesco il 22.05.2010 15:01
A proposito di identità. Nella nostra regione. A Dobbiaco l'italiano Guido Bocher viene eletto sindaco dalla minoranza e dalla maggioranza tedesca contro il candidato Volkspartei. Ma il governatore Durnwalder si oppone: "Difficile che la gente lo accetti" E' stato eletto pacificamente. E soprattutto democraticamente. Ma non può fare il sindaco. Perché?
inviato da michele il 21.05.2010 16:08
Trovo finalmente il tempo per interloquire con Massimiliano Pilati sul tema da lui proposto dell’identità. Ovvero sul bisogno di sentirsi parte che, quand’anche non avvertito, in qualche modo viene fuori anche nelle sue parole e, conoscendone la sensibilità, anche nel suo stare in quel “mondo intero” che gli anarchici cantavano con fierezza fin dal 1904. Identità erano appunto quegli “Stornelli d’esilio”, erano i “profughi d’Italia”, era “il venir messi al bando” e l’essere “raminghi per le terre”.
Voglio dire che l’identità è l’appartenenza a una classe sociale, a un mestiere, a una forma associativa (politica e non), a una comunità locale, a una nazionalità, a uno stato o a un’area geografica... E’ il riconoscersi in una cultura, in una religione o in un’ideologia. E’ il ritrovarsi sotto una bandiera o un simbolo, in una squadra di calcio o in un qualsivoglia branco. Ed altro ancora e tutte queste cose insieme.
L’identità è un crinale pericoloso, ma lì, proprio su quel crinale, è necessario posizionarsi. Come nei conflitti, per farli evolvere è necessario abitarli. Il fatto è che non viviamo privi di identità, per quanto spurie o malate che siano. Quando le identità che hanno segnato nel bene o nel male il Novecento sono scomparse, per effetto dell’atomizzazione sociale o della crisi delle ideologie poco importa, i più sono andati a cercarsela un’identità dove la potevano trovare, nel passato o in sottrazione dell’altro. Cos’è, se non questo, lo spaesamento? Il ritrovarsi soli, senza arte né parte, a navigare in un mondo in rapida trasformazione. Che cos’è la paura se non l’incertezza di fronte ad un futuro carico di incognite? Cos’è il branco se non l’istinto alla difesa che si predispone all’offesa?
E, d’altro canto, che cos’è la politica se non dire al prossimo tuo che non è solo?
Come scrive il mio amico Gianfranco Bettin «… ci sono almeno due modi … di guardare al gorgo. Come a una minaccia. O come a una possibilità, un’energia». E’ lo stesso per l’identità. Preferisco prenderla per mano piuttosto che esorcizzarla.
inviato da Chiara il 21.05.2010 10:12
"Forse la mia identità risiede quindi dove percepisco la voglia o la possibilità di costruire comunità?"
Grazie Massimiliano per questa frase... mi è piaciuta davvero tanto... Posso urlare la mia risposta?? Sì... senza dubbio!
L'identità fa parte di noi, del nostro essere umani. Siamo in quanto apparteniamo e viceversa, ma lo siamo dove percepiamo quella voglia di costruire comunità... che sia a Pressano o a Pechino...
L'ho capito quando ho scritto la mia tesi... "Costruire comunità"...
Complimenti per la riflessione...!
inviato da Guglielmo il 17.05.2010 16:36
A prescindere dal progetto di Lavis, che non conosco, vorrei spezzare una lancia in favore della progettazione di buoni centri commerciali. Dovremmo pensare ai centri commerciali non come a "non-luoghi" buchi neri persi nella storia delle aree urbane (insieme ai loro frequentatori?), bensì come luoghi da migliorare (se esistenti) o progettare meglio (se da realizzare), con materiali ecosostenibili, spazi pubblici per la socialità, spazi verdi, sedi di associazioni, spazi per allestimenti artistici, musicali, ecc. La cosa non è impossibile, perchè le concessioni sono date dai Comuni e sono gli stessi Comuni a valutare ed approvare i progetti.
Detto altrimenti: se i centri commerciali venissero progettati come "bei luoghi", anziché "non-luoghi", si fornirebbero elementi positivi di formazione dell'identità urbana e delle persone che abitano i centri urbani.
inviato da Massimiliano Pilati il 12.05.2010 15:23
Care amiche e cari amici di questo sito,
innanzitutto vi ringrazio per i commenti già postati (e spero che ne arrivino altri) che ho trovato molto interessanti e stimolanti.
Come ho avuto modo di scrivere nel pezzo mi interesso al tema dell'IDENTITA' da pochissimo tempo e quindi non ho ne ambizioni di insegnare qualcosa a qualcuno ne tanto meno la preparazione filosofica, storica e culturale per farlo. Se un tema mi appassiona mi ci butto e lo "ragiono a voce alta", cercando anche il bandolo della matassa grazie al contributo di altri. Per questo, su questioni ancora controverse in me amo lanciare stimoli.
Mi è piaciuto soprattutto il commento di Fait, che scrive: "Massimiliano mi dà l’idea di un minestrone umano". Le mie frequentazioni culinarie mi portano a pensare che un minestrone, se ben cucinato con il giusto equilibrio di verdure, è un ottimo piatto. Se la mia identità è un buon minestrone significa che sto raggiungendo un mio personalissimo equilibrio interno di cui andare orgoglioso. Bella definizione, la userò, mi ci ritrovo, grazie. Mi permetto di contraddire Fait solo sulla mia presunta frequentazione dei centri commerciali: la mia "modernità liquida" non accetta la frequentazione di questi "non- luoghi".
W i minestroni!
inviato da Gabriele il 11.05.2010 22:47
"Ma qual è e cos'è l'identità di Lavis e soprattutto cosa significa avere una propria identità nel mio splendido paesone schiacciato dalla vicina Trento, dall'Avisio e l'Adige, dai troppi capannoni industriali, dall'autostrada, la tangenziale, la ferrovia, il previsto inceneritore e la prevista TAV/TAC?"

Innanzitutto, ciao Max. Mi ha incuriosito il tuo post in facebook (a volte è utile, per quanto può sembrare il contrario) e sono subito volato in questo sito. Ho fatto copia e incolla di un pezzo del tuo bellissimo intervento. La mia opinione in quanto cittadino lavisano sedicenne, si accosta alla tua. L'identità di un paese non sarà mai fatta da un centro commerciale (che, direttamente e non, induce a un sistema materialista) e nemmeno da un treno ad altà velocità che rovinerà la nostra valle. L'identità di un paese è e sarà quell'identità dei cittadini, l'identità di chi vive a Lavis e non quella che degli ingegneri vogliono imporci. Per me i valori morali e sociali di un paese si basano su ben altre cose, "più pulite" rispetto ad andare a trascorrere giornate e week end chiusi in un posto sciocco e consumista.
Non sapendo come terminare questo mio commento, termino qui. Ciao :)
inviato da Gerardo Vulcan il 11.05.2010 14:14
L'identità di una comunità viene dal suo tessuto sociale. Il tessuto sociale, a mio avviso, viene dall'insieme di quei gruppi di persone, più o meno organizzate, che si mettono al servizio di un paese, di una comunità. Persone che dedicano parte del proprio tempo libero e delle proprie energie all'intento di migliorare l'angolo di mondo in cui vivono. Persone che sentono di appartenere ad un gruppo, ad un'associazione, a qualcosa di vivo. Quel senso di appartenenza che diventa ancora di salvezza quando le cose vanno diversamente da come immaginavamo. La politica (soprattutto locale) ha un compito fondamentale in tutto questo, quello di coordinare tutte queste risorse per riuscire ad ottenere il meglio da esse. Purtroppo, spesso ci imbattiamo in politici (??) che vogliono controllare a piacimento queste attività, creando malumori, dissapori invidie e profondi danni alla comunità che amministrano.
inviato da stefano fait il 11.05.2010 11:58
Non mi pare che Massimiliano Pilati avverta una qualche esigenza identitaria. Gli piacciono i partigiani di Pressano, gli piace la Val dei Mocheni, immagino frequenti i centri commerciali senza nutrire troppi sensi di colpa, sarà legato sentimentalmente a Bologna dove ha studiato, ma anche alla Bosnia-Erzegovina, dove ha avviato un progetto di ospitalità famigliare. L’attività di volontario ed attivista per la non-violenza lo avrà messo a contatto con numerosi immigrati, quella di promozione dell’agriturismo con la realtà locale trentina delle valli. Massimiliano mi dà l’idea di un minestrone umano e la modernità liquida è l’habitat naturale dei minestroni. È probabile che l’unica SOLIDità che anela è quella della SOLIDarietà tra esseri umani e con l’ambiente. Karl Jaspers interpretava le identità collettiva in senso scalare (alto-basso) e non categoriale (maschio-femmina). In quest’ottica la trentinità o pressanità o lavisanità di Massimiliano non sarebbe estremamente elevata. Ma nessuno di noi saprebbe definire dei parametri di riferimento. Dice bene Lia Nesler: “Non possiamo immaginare che esista qualcosa che può coinvolgere tutti i lavisani in un unico sentimento di identità, o di appartenenza”.
Lavis ed il Trentino sono terre di passaggio e di scambio, ma viene da chiedersi quale area del globo non lo sia. Il Giappone stesso, con tutta la sua retorica nativista (nihonjinron), è frutto della fusione di elementi etnici austronesiani, cinesi, coreani ed Ainu, sui quali, negli ultimi 3-4 secoli, si è innestato l’elemento euro-americano (di per sé estremamente eterogeneo). Nessuno dei piatti generalmente associati alla gastronomia giapponese è puramente indigeno: sono tutte invenzioni recenti. Lo stesso vale per il rito nuziale scintoista, progettato a tavolino all’inizio del secolo scorso a beneficio della famiglia imperiale. In Italia, i tanto amati pomodori Pachino e ciliegino sono incroci creati in laboratori israeliani e la nostra ammiratissima tradizione culinaria italiana deve moltissimo alle Americhe.
Nell’ottica dell’antropologia biologica, ogni genotipo è unico (ogni singolo essere umano è una razza a parte) e non ci sono due cervelli identici. La linguistica indica che ogni atto linguistico è derivato dall’uso specifico ed esclusivo che un parlante fa della propria lingua. Date queste premesse, parlare di identità collettive non ha molto senso. Ma anche le identità individuali sono un’illusione. Ego cerca disperatamente di sentirsi unitario, pur non essendolo, perché le vicende umane sono all’insegna della fluidità, sono soggette a mutamenti dettati da una pluralità di ruoli e di esperienze di vita. Concordo con Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2) quando sostiene che “sopravvivere significa migliorarsi, accettare la mutazione. Per questo la lotta per l'identità non è – in ultima analisi – un modo per sopravvivere, ma soltanto un modo per invecchiare più in fretta e avvicinarsi più in fretta al decesso”. L’assessore Panizza, in ultima analisi, è il carnefice della vitalità culturale trentina, pur ritenendosene il paladino. Lo stesso vale per il culturalismo leghista.
C’è chi ama il simbolismo delle radici, io invece penso che gli alberi sono alberi e gli esseri umani sono esseri umani e che non dobbiamo perdere il controllo delle metafore (io ne uso fin troppe). Le radici indicano possesso/appropriazione, ancoramento, vincolo, legatura, ecc., mentre l’energia e lo spirito non si radicano mai, sono processi non-lineari. Altrimenti genererebbero entropia, ossia una stasi mortifera (e l’alienazione di chi non si allinea).
La libertà, ciò che veramente ci contraddistingue per natura, è la libertà da forze e circostanze che oggettificano l’umano, che impongono ad una persona la passività e prevedibilità della materia grezza o la meccanicità e l’automatismo di un robot. Questo è l’effetto delle identità, che non possono essere deboli, perché il termine comprende in sé il significato di “uguaglianza o coincidenza assoluta” e di “complesso di dati caratteristici e fondamentali che consentono l’individuazione e garantiscono l’autenticità”. Dunque non mi pare si possa parlare di “un’identità che risiede nell’incontro e nello scambio con l’altro”, se non in un senso tanto generico da risultare irrilevante. O l’identità è forte, o non è e se non è, la vita continua e solidarietà, fratellanza e volontariato non verranno per questo meno. Anzi, storicamente, sono stati proprio i movimenti identitari a palesare marcate connotazioni narcisistiche, egoistiche, intolleranti ed aggressive, mentre la sinistra solidale che più abbiamo ammirato ed ammiriamo – che più ci scalda i cuori – era portavoce di potenti istanze libertarie e di una ricerca del senso della vita che si realizzava nel servizio al prossimo, non nella ricerca auto-centrata di un’identità sfuggente.
Morte all’identità, viva la libertà, viva i minestroni umani! ;o)
inviato da Enrico Rossi il 11.05.2010 11:11
L'identità. Nella mia infanzia di bolzanino, credevo che l'identità fosse quel misto di trentino e di veneto che era nelle genealogie di ciascuno di noi giovani abitanti del quartiere. A scuola ho presto scoperto che in città vivevano anche molti meridionali. E poi che un terzo degli abitanti erano tedeschi. L'identità, e tutti avevano la loro.
Arrivato a Trento vent'anni fa, ho trovato i trentini e l'identità, trentina. Nei lustri si sono aggiunti maghrebini, operai infermiere e badanti dell'est europeo, esercenti cinesi, neri dell'Africa. E le loro, identità. Fatte dei modi di vivere, dei paesi, delle tradizioni e delle culture di provenienza. E di un progressivo adattamento al luogo d'adozione, d'elezione, di perdizione - dipende.
Con la bella stagione, la domenica sono di nuovo numerose le badanti russe sulle panchine, coi loro cartocci e i sorrisi affettuosi, si raccontano la vita. Il bar 'cinese' sotto casa invece non ha mai smesso di ospitare soprattutto maghrebini, il caffè al tavolino con scorcio su piazza Duomo piace a tutti. Fino a qualche anno fa la lingua comune era il francese, "comment ça va" salutava il barista appoggiato alla porta; ora la lingua è l'italiano e i veterani talvolta traducono qualche parola ai nuovi venuti.
L'identita. A volte è quella di una persona con la sua cultura, il suo mondo e la sua storia, che vive in un altro posto a cui in qualche modo tiene, a cui è legato. E che cerca di farlo il meglio possibile, o come meglio riesce e può. Perché anche quel posto è una casa dove vivere sperare e, magari, sognare.
inviato da Salvatore Pennisi il 11.05.2010 01:05
La tesi di questo intervento è che il conflitto fra identità e multiculturalità si manifesta solo quando viene individuato da alcuni gruppi di demagoghi come leva, o scorciatoia, per risolvere le crisi (economiche, sociali, politiche) del loro tempo. Questi gruppi si impossessano del tema dell’identità sull’onda della reazione emotiva dei soggetti coinvolti nella crisi, appiattendolo sulle paure del presente e portandone alla luce unicamente gli aspetti escludenti e autodifensivi. All’inizio, essi stessi sono soggetti impauriti. Impauriti, e allo stesso tempo incapaci di quella che chiamerei la “distanza del pensiero”, cioè il necessario distacco emotivo che mette in condizione di pensare. È su questa consonanza iniziale favorita dall’aggravarsi della crisi, secondo me, che si basa il successo elettorale della Lega. I capi della Lega sono veramente “uomini del popolo”, un popolo che reagisce ai problemi in cui è immerso nell’unico modo che, dai primordi dell’umanità, sa fare: cercare il capro espiatorio.
Esiste però un possibile approccio al tema dell’identità più ragionato, che non comporta come conseguenza necessaria né la xenofobia e tantomeno il razzismo. Questo approccio, alternativo a quello viscerale, riconosce il configurarsi dell’identità come condizione indispensabile per la formazione sia degli individui sia delle comunità.
Il concetto di identità si situa al crocevia di itinerari di vario genere e natura, da quello psicologico a quello antropologico, da quello storico a quello politico, da quello etico a quello metafisico. Parlare di identità è un po' come parlare di anima o di cultura (proprio nel senso antropologico).
Se è vera questa premessa, allora bisogna fare molta attenzione al registro che usiamo quando parliamo di identità; in caso contrario, corriamo il rischio di generare dei corti circuiti che potrebbero assumere la forma di falsi problemi. Mi riferisco, ad esempio, alla contraddizione apparentemente insanabile fra identità e cosmopolitismo,fra tradizione e progresso o a quella, devastante, fra "noi" e "loro". Che l'elaborazione di una propria identità sia un processo del tutto imprescindibile non solo nella vita degli individui, ma anche nella vita delle comunità è la tesi su cui sia la psicologia sia l'antropologia concordano. E' il modo in cui questa elaborazione avviene, che va scandagliato, capito e discusso.
Quando ero giovane, non riuscivo a comprendere come fosse possibile che gli esseri umani potessero scannarsi fra di loro in nome e in difesa della loro identità. Ragionavo da illuminista e tendevo a dare alla ragione, che ritenevo fosse la vera "identità" degli individui, un ruolo molto più esteso ed efficace di quanto in realtà potesse avere. Mi indignavo di fronte al rinascente tradizionalismo seguito - o forse solo affiancato - alla cultura illuminista. C'è voluto molto tempo, prima che mi rendessi conto che così nella vita degli individui come nella vita dei popoli, non è la ragione a dettare il "ruolino di marcia" dell'umanità. Che, in fondo, la cosiddetta "cultura" è un insieme di stratificazioni sedimentate nella nostra esperienza di specie come gli strati geologici della crosta terrestre; e queste stratificazioni rappresentano le nostre abitudini, i nostri rituali, la nostra interpretazione della natura, le nostre divinità, in una parola: le nostre radici. La ragione, in un contesto del genere, rappresenta la stratificazione più recente, la più bisognosa di consolidamento, sicuramente una delle coordinate meno importanti della nostra identità. Almeno sotto il profilo storico.
Storicamente, le dottrine identitarie sono servite a giustificare le guerre e a glorificare i propri eroi; nei casi estremi, nella fattispecie delle teorie razziste, hanno portato al totalitarismo e ai campi di sterminio. I nazionalismi otto/novecenteschi hanno avuto le loro "sacre rappresentazioni" nell'idolatria della "Patria" e nello sventolio della "Bandiera" nazionale. Ma potevano fare le loro marce trionfali solo in quanto ad essi era sotteso un sistema economico che consentiva il controllo dei tre quarti del mondo povero da parte di una minoranza di Stati coloniali. Il nazionalismo odierno – ricondotto alla forma estrema del municipalismo – è, ahimé, ridotto ad affidarsi alle "teorie" della Lega Nord, assumendo sempre di più i connotati di un comunitarismo escludente, fatto da individui che appaiono gretti, ciechi, sordi ed egoisti. Non è il caso di scomodare la parola "razzismo", non solo perché rifiutata dagli stessi leghisti, ma soprattutto perché è un termine che richiede un certo grado, per quanto aberrante, di elaborazione teorica, cosa che non si può chiedere a chi si vanta della propria rozzezza.
Non credo, d’altra parte, che la soluzione al conflitto di identità possa essere data dall’annacquamento di un’identità rispetto ad un’altra o, peggio, dalla negazione del proprio passato, dalla propria memoria e dei propri valori, in nome di un generico “embrassons-nous” in cui nessuno appartiene a niente. L’unica strada che vedo aperta è la conoscenza e il riconoscimento –con l’ovvio corollario dell’accettazione – del diverso da noi, nella prospettiva di approccio all’individuo in carne ed ossa con le sue radici e le sue convinzioni. Perché, quando gli individui si parlano e si riconoscono reciprocamente, riescono sempre a trovare buoni motivi per non distruggersi reciprocamente. Ritengo un destino ineludibile per gli esseri umani delle generazioni future, quello di “essere condannati” a confrontarsi, a dibattere e a scegliere mettendo in competizione diverse visioni del mondo e divergenti convinzioni. Definisco “ineludibile” questo destino, perché non vedo altra rotta che non sia quella di un’ininterrotta dialettica, che possa portare fuori dalle secche dell’egoismo e del fondamentalismo.
La teoria del “conflitto di civiltà” di Samuel P. Huntington, assolutizzando e banalizzando il concetto di civiltà, sembra portare a conclusioni diametralmente opposte. Ma dietro il concetto assoluto di civiltà, c’è una semplificazione altrettanto rozza di quella che c’è dietro il concetto di Stato nazionale. Certo, sarebbe ingenuo aspettarsi che il confronto fra le culture non passi prima di tutto attraverso forme di contrapposizione talora violenta, significherebbe negare l’evidenza storica e anche di ciò che accade sotto i nostri occhi. Ma i fondamentalismi, presenti – sia detto con chiarezza – in ogni cultura, non rappresentano la vera identità della cultura di cui si fanno portavoce e paladini. La superficie monolitica delle civiltà, a ben guardare, è molto più frastagliata di quanto uno sguardo superficiale lascerebbe supporre. Le contraddizioni corrono non solo fra civiltà e civiltà, cultura e cultura, ma mettono in condizione di instabilità le stesse culture dal loro interno. Tanto che possiamo ipotizzare che esistano maggiori affinità fra un cittadino di Singapore e uno di New York che non fra un cittadino di Singapore e un contadino indonesiano. Deduco da queste considerazioni che le tesi di Huntington, che vorrebbero prefigurare gli scenari della storia futura, non si reggono su analisi accurate e su categorie storiografiche plausibili.
Contrariamente a quanto pensa lo studioso statunitense, sostengo che sarà la forza degli eventi che imporrà, in un modo o in un altro, e in tempi non facilmente quantificabili, la competizione pacifica fra le culture, ciascuna delle quali dovrà fare delle concessioni per ottenere dei riconoscimenti. Il confronto non sarà fra principi astratti, fra opposti valori assoluti, ma sarà fra diversi modi di operare nella vita, e le soluzioni non potranno presentarsi che come provvisorie, in continuo divenire, e avranno la meglio quelle che sapranno dare risposte concrete a domande concrete.
inviato da Renzo Fracalossi il 10.05.2010 16:18
Con acutezza, Massimiliano Pilati introduce un tema oltremodo delicato, sopratutto in una realtà come la nostra. Il tema dell'Identità. Pur senza voler scomodare nessuno, è questo uno dei nodi culturali e - senza aver paura dei termini- ideologici di questo nostro tempo globale e tecnologico. L'identità è infatti, nel suo essere riscoperta oggi, una risposta al magma di un globale che non coglie il valore delle diversità e appiattisce tutto, in ossequio alle esigenze della tecnica, dentro finte equazioni egualitaristiche, che non risolvono ed anzi moltiplicano i problemi. Stiamo cercando, talora anche con un certo affanno, di capire chi siamo e da dove veniamo, forse non tanto per sapere dove andiamo, quanto per non soccombere. Identità quindi, e a mio sommesso avviso, non significa solo appartenenza, bensì esigente domanda di radici definite e non anonime, in una sorta di esercizio esteriore ed interiore per i viandanti del dubbio; un tentativo insomma, di capire sè stessi per comprendere l'altro. L'identità, paradossalmente, è allora leggere cosa non siamo, anzichè cosa siamo stati. Il caso trentino è, sotto questo profilo, eclatante. Sospesa da sempre fra latinità e germanicità, questa terra ha cercato e prodotto, per secoli, ragioni di convivenza e di non sopraffazione. Non ha, fortunatamente, definito un suo specifico, ma piuttosto cercato di fare propria la lezione di Tolstoji: se vuoi essere cittadino del mondo, devi essere cittadino del tuo villagio. E lo ha fatto, talora, inconsapevolmente. Quasi sospinta dal vento della storia europea che l'ha sempre attraversata. Tutto è funzionato, pur con alti e bassi, fino al Novecento. E' infatti la I guerra mondiale che apre una ferita identitaria non ancora cicatrizzata nell'immaginario collettivo. Non so se il Trentino ha mai avuto una missione storica. So comunque che la sua funzione fu ed è quella di cerniera, di incontro, di dialogo e quindi di contaminazione; una contaminazione nutrita di storie individuali e collettive, fatte di meticciato, di incrocio e di confronto. Questa minuscola geografia alpina, d'altronde, ha una chiara radice culturale italiana ed una, altrettanto forte, tradizione filo-imperiale e quindi attenta all'evolversi della storia del Sacro Romano Impero della nazione germanica. Va da sè che, in ciò agendo, il Trentino afferma il suo essere vera "terra di mezzo", il vero spartiacque. Nelle sue pieghe intime convive nei secoli una profonda radice cattolica e una cultura ghibellina; una formazione mitteleuropea e una vocazione popolare all'autogoverno, in un contesto però relazionale e non di chiusura; una sorta insomma di attitudine al "convivere", anzichè al "dividere". Solo il nefasto lievito dei nazionalismi, figli del Romanticismo ottocentesco, trasforma quei confini, che erano prevalentemente geografici, in ostacoli politici e culturali. Ecco che allora, la polifonia delle nostre tante componenti identitarie, che variano da valle a valle, si perde in una sorta di dodecafonia dove la "Stimmung", ovvero lo stato d'animo mitteleuropeo che tanti frutti positivi ha pur prodotto in queste vallate, si scolora in una "Sensucht", in una nostalgia spesso solo folklorica e funzionale alle esigenze dei consensi momentanei. L'esempio delle recenti "celebrazioni" hoferiane parla da sè. E' in questa voluta confusione, che porta in seno anche tracce preoccupanti di revisionismo storico, che si fa strada un crescente disagio identitario, così ben rappresentato da Pilati. E' cioè nell'impasto occasionale, dettato dalla tecnica e dalle esigenze del consenso politico, che si mescola la sovrapposizione fra "atmosfera" e "nostalgia"; un impasto dove il confine e la differenza, siano essi rivolti al nord come al sud, vengono percepiti come elementi problematici, piuttosto che risorse utili al futuro di tutti. Si diceva, poc'anzi, della ferita bellica della I guerra mondiale. Essa fu infatti- almeno in queste terre - una guerra sopratutto civile, perchè operò, ancor prima nel tessuto culturale che sociale, per sottrazioni e distinzioni fino ad allora sconosciute e non solo nel panorama dell'umano, ma anche in quello dei territori. Il Trentino, grandemente ferito dal dramma bellico e dal trionfo che in esso aveva portato la tecnologia di cui poi il Futurismo si farà interprete, subì perfino una "deformazione del paesaggio", restituendo agli abitanti, anche allora in cerca di un'identità nuova, una terra desolata e diversa, dentro la quale la stessa memoria sociale stentava - e talora stenta ancora - a trasmettersi. Certamente vi furono risposte di senso. Penso all'orgoglio esibito nel rivendicare la propria particolarità; al movimento quasi spontaneo della mutua assistenza valligiana; alla consapevolezza diffusa circa i diritti dei molti, rispetto al privilegio dei pochi. Ciò però non significa aver definito una risposta al problema identitario che allora si pose e che, a tutt' oggi, appare ancora irrisolto. Ecco perchè affrontare il tema dell'identità vuol dire, io credo, indagare una memoria lontana, ma non sepolta; una memoria assolutamente diversa dall'ossesione commemorativa del presente - che ha spesso la presunzione di cancellare la storia, per sostituirla con il ricordo addomesticato dentro riti finti e vuoti, venduti però, al presente, come vera e radicata identità collettiva - una memoria, infine, che non indossa "braghe de coràm", ma che non rinnega i valori di civismo e di appartenenza responsabile ad un "unicum", che l'illuminismo teresiano ha pur lasciato in queste valli.
L'identità non può quindi limitarsi ad essere un luogo, quanto piuttosto un modo di intendersi e di intendere il divenire storico di una comunità, sia essa quella di Lavis o di altra geografia, ecco perchè il volontariato - che altro non è se non la declinazione condivisa di un sentirsi collettività e quindi comunità dei cittadini, anzichè dei sudditi - è una delle rappresentazioni delle nostre plurali identità, dove i mondi intelligentemente si attraggono e non si respingono pregiudizialmente. Nessuno ha risposte definitive. Guai se fosse così. Tutti siamo alla ricerca della natura delle nostre identità; una natura che si disvela forse solo nell'interazione con l'altro; nel chiedere di lui; nell'interrogarsi sul suo destino che, inevitabilmente, è anche il nostro.
inviato da Lia Nesler il 10.05.2010 14:33
Grazie a Massimiliano per aver proposto alla discussione il tema dell'identità, termine abusato, lo possiamo ben dire, da certa propaganda di destra. Termine rifuggito dalla sinistra. Che un'identità ancora non ce l'ha, mentre il processo di ricostruzione non potrà che essere lungo e faticoso, visto che l'epoca postmoderna in cui viviamo è caratterizzata da fratture e divisioni continue.
Forse provando a mettere a fuoco un'idea di identità a livello locale, si potrebbe effettivamente tentare di costruirne qualche frammento.
Massimiliano cita il caso del centro commerciale proposto dalla destra di Lavis come “luogo” capace di coagulare attorno a sé un sentimento di identità dei cittadini. Si tratta naturalmente, per noi, di un esempio di identità negativa, quella dalla quale ci sentiamo “fuori”, una non-identità, visto che si tratta della semplice adesione ad un sistema economico e politico che in realtà contribuisce ad aumentare la solitudine e le differenze sociali.
Anche quella quotidianamente “brandita come una spada” dalla Lega non può essere la nostra. E allora dove, come cercarla?
Penso che dovremmo cercarla partendo da lontano per poi arrivare molto vicini, nei luoghi e tra le persone della comunità.
Da lontano: nel senso di cercare nella comunità i luoghi e i gruppi in cui si manifestano gli ideali, i vecchi ideali della sinistra, gli unici che ci possono dare la speranza di costruire qualcosa di buono. Libertà, uguaglianza, fraternità (Ecco qui l'origine delle parole chiave nel testo di Massimiliano “solidarietà, spirito di fratellanza, aiuto reciproco, scambio con l'altro”). A questo irrinunciabile frutto della modernità, aggiungiamo la più recente idea della difesa dell'ambiente, e abbiamo tutto.
Per avvicinarci poi, e scoprire dove e come questi ideali sono incarnati nella comunità di Lavis e nel “territorio” che la ospita.
Li trovo in tutto ciò che avete fatto in questo senso, le battaglie contro il centro commerciale, contro la TAV, per gli spazi a misura d'uomo. Queste azioni hanno contribuito a costruire qualche pezzo d'identità, qualcosa in cui le persone, anche le più diverse, si possono riconoscere. Perché possono sentirsi “cittadini” a tutti gli effetti, titolari di diritti e di doveri condivisi, organizzati in una rete di rapporti, impegnati nella difesa del bene comune.
Credo dunque che oggi, non possiamo prescindere dai tempi e dalle frammentazioni in cui viviamo, non possiamo immaginare che esista qualcosa che può coinvolgere tutti i lavisani in un unico sentimento di identità, o di appartenenza. Non possiamo cercarlo nella storia (e qui è emblematico che Massimiliano abbia individuato i partigiani di Pressano, esempio che sicuramente non susciterà gli stessi sentimenti nell'intera comunità), non nei luoghi o nelle tradizioni, o nel dialetto.
Dobbiamo costruire un nuovo collante culturale, identitario, che ci identifica come parte, una parte aperta e dialogante, naturalmente, ma una parte che si descrive anche per sottrazione, per quello che non è.
inviato da franco verdinelli il 10.05.2010 13:34
Complimenti per l'articolo. Già il titolo stesso mi aveva interessato. Non poteva esserci conclusione migliore di quella fatta: Identità che risiede nell'incontro di solidarietà, fratellanza e nel volontariato.
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