La globalizzazione e i suoi oppositori
di Joseph E. Stiglitz (Torino, Einaudi, 2002, p. 276)
I nodi al pettine La crisi finanziaria e le regole non scritte
di Marco Onado (Laterza, 2009)
L'economia italiana del nuovo millennio
di Enrico Saltari, Giuseppe Travaglini (Carocci Editore, 2009)
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Crisi
Il 2010 si
sta dimostrando come un anno terribile per le economie di gran parte del mondo,
a partire dall'Europa. Il crollo della Grecia, il rischio di una crisi
drammatica in Portogallo, Spagna e Irlanda, la sofferenza profonda
dell'Italia, le difficoltà dei paesi più sviluppati segnalano l'esistenza di
cause profonde nel cattivo funzionamento delle nostre economie.
La Grecia rappresenta a
malapena il 2% del Pil europeo. Il fatto che la sua crisi metta a repentaglio
l'intera costruzione dell'Unione Europa evidenzia le basi fragilissime di una
politica economica, monetaria e finanziaria comune ancora contraddittoria e
balbettante e che ha permesso ai mercati finanziari una speculazione selvaggia
non solo sulla Grecia, ma sulla moneta europea. La crisi impone una rapida
accelerazione del processo di unificazione politica, economica e sociale
dell'Unione Europea. E in questo contesto di peggioramento della crisi
economica in Europa, l'Italia è costretta a varare un'ennesima manovra
finanziaria che rappresenta un ennesimo cerotto, che non incide stabilmente né
per le entrate e le minori spese (poiché si tratta in gran parte di misure una
tantum) né sul lato della protezione sociale, degli investimenti e del rilancio
dell'economia: anche in questo caso misure modeste, estemporanee, senza effetti
duraturi. In gran parte operazioni di
marketing (come la limitata riduzione degli stipendi a politici e a manager
pubblici) che nascondono la sostanza: da una parte i tagli alla sanità e alle
prestazioni sociali e dall'altra il varo di un ennesimo condono edilizio. Ci
sarebbero altri modi per trovare i soldi per fra fronte alla crisi: ridurre le
spese militari, tassare le rendite e varare una tassa patrimoniale che colpisca
i redditi ed i patrimoni più alti.
Comunque, più in generale, è
certamente una crisi dei mercati finanziari (del loro sovradimensionamento,
della mancanza di regole, del loro dominio sull'economia reale, ecc) quella che
ha dato vita al difficile momento che stiamo vivendo, ma che non sarebbe così
difficile se non ci fosse anche una crisi economica (di sovraproduzione, di
crollo dei consumi e di irrazionale divisione del lavoro a livello
internazionale) e di modello di sviluppo (il tipo di produzione e di consumi e
di stili di vita che abbiamo e che si legano al tipo di merci prodotte).
La crisi dei mercati
finanziari è certo quella più urgente, oggi, ma quella economica e del modello
di sviluppo è quella più importante per il nostro futuro.
L'attuale modello di sviluppo è
insostenibile, dal punto di vista sociale e ambientale. Detta con un esempio,
quando in ogni famiglia cinese e indiana ci sarà (come da noi e come è loro
diritto che avvenga; e potrebbe avvenire presto) un'automobile, un frigorifero,
un condizionatore d'aria, una lavatrice, eccetera, allora il nostro pianeta
imploderà o ci saranno altre guerre (anche perché non c'è abbastanza petrolio
ed energia per tutti). Ma, poiché non possiamo negare agli altri lo sviluppo
che abbiamo avuto noi, allora bisogna ridiscutere tutti insieme un diverso
modello di sviluppo fondato sulla qualità (nonché su un'equa distribuzione di risorse
e beni) e non sulla quantità. Saprà l'economia riconvertirsi ad un diverso tipo
di produzioni e consumi, considerando che c'è un limite ambientale, e
sociale alla crescita economica e vi è anche la necessità di tutelare una serie
di beni comuni (come l'acqua, per stare sull'attualità) da cui dipende la vita
di una comunità? Molto dipende non dall'economia, ma dalla politica e dalle politiche
che devono ricondurre l'economia alla sua dimensione sociale. Alternative
ce ne sono: si guardi alle proposte della campagna Sbilanciamoci. In uno
slogan, la sfida è passare da un'economia dell'avere che accumula merci
a un'economia del benessere che risponde ai bisogni. Solo così si può
utilizzare la attuale crisi per costruire un futuro migliore per tutti.
Sui giornali locali, oggi, post Festival, vi sono diverse lettere di comuni cittadini che si chiedono come mai il governo non taglia le spese militari. Badate bene; non si tratta di pacifisti ma di impiegati, massaie- Queste persone hanno avuto accesso a delle informazioni sconosciute
"More than 30% of our food is thrown away - and it's costing billions a year"
John Vidal, environment editor, The Guardian
Friday 15 April 2005
Ho passato questa domenica insieme a 9 amici di 5 diverse nazionalità e 3 fedi religiose: un pranzo bello, lungo, fatto di condivisioni e di commenti sulle nostre "economie" intese come strategie di lavoro e di risparmio. Ho provato ad intrecciare questi nostri semplici dialoghi con le tue analisi, e ho visto quanto ben si sposano in questo caso la micro e la macro economia, nelle scelte "politiche" da te proposte. Sì, anche noi singoli e famiglie che lavoriamo (abbiamo ammirato l'orto già verde), che consumiamo in modo sobrio e commisurato ai veri bisogni in uno sforzo quotidiano di discernimento solidale, che risparmiamo per necessità (avrò il lavoro anche fra tre mesi?) o per aiutare i familiari lontani, facciamo "politica" e penso che proprio dentro questa crisi stiamo mettendo le basi di un popolo che sarà un giorno capace di scegliersi rappresentanti degni di questo nome a cominciare dallo stile di vita. Siamo stati felici in questa domenica di crisi ...
E forse è pure il caso di soffermarsi a riflettere sull’attuale modello economico la cui forza motrice è “l’imperativo della crescita” e l’accumulo del capitale e non certo il benessere collettivo e l’equità sociale.
a) Le finanze pubbliche non hanno più fondi per contuinuare a vivere al disopra della realtà. La media Ocse del debito pubblico è del 74% del PNB. Noi ci siamo per il 113%, ma la virtuosa Germania è vicina al 50%. La crisi del 2008 ha drenato 5 trilioni di dollari, e quella attuale Europea costerebbe un trilione.
Abbiamo già usato la gomma di scorta, e ora andiamo in una strada sconosciuta e molto sconnessa...
2) Non esiste la capacità politica per far fronte al vasto impegno che occorre. Certamente avremo un impulso di maggior Europa, ma per le cause sbagliate. E i tempi della politica sono drammaticamente diversi da quelli della finannza.
3) Ed è qui il vero nodo. I "derivati" nel mondo sono esattamente venti volte il Prodotto Lordo Mondiale. Si tratta di una tale massa di manovra, da rendere incapaci i governi a risposte coordinate e rapide, davanti a una speculazione ormai senza nessun controllo. I motori della globalizzazione sono due: commercio e finanza.
Il Commercio ha per lo meno un'organizzazione, la OMC, ad esso delegata. La finanza, nessuna. E quando parliamo di economia e finanza, dimentichiamo che la finanza ormai è totalmente svincolata dall'economia reale.
Morale: o riportiamo la finanza alle gabbie che la regolavano prima delle picconate venute da Reagan fino a Clinton, o la crisi di aggiustamento strutturale europea non fermerà un'azione di speculazione continua, che i governi non possono vincere senza sacrifici tali da bloccare ogni espansione.
Ma esiste questa volontà? Se guardiamo le riforme in atto negli Usa e in Europa, certamente no.
Domanda finale di un discorso di poche righe, quindi frettoloso e superficiale. Se non c'è più nulla da distribuire, questo aiuta la sinistra, o per lo meno le aspirazioni alla giustizia sociale, alla equità, alla partecipazione, ed agli altri strumenti di una democrazia moderna?
Roberto Savio
Affianco a questo, un’inversione culturale: libero mercato regolamentato, potenziamento del ruolo dei governi e degli organismi di vigilanza, attenzione al welfare, valorizzazione degli immigrati, maggior ruolo delle reti della società civile e pratiche quotidiane. In pratica, ciò che il sistema economico-finanziario ha ignorato, dovrebbe ora servire a salvarlo.
Ce lo insegnano proprio i sud del mondo: l'Ecuador ha inserito nella propria Costituzione il riconoscimento del ruolo attivo del modello cooperativo per la promozione dell'economia solidale, la finanza etica e il commercio etico; In Brasile, a partire dagli anni 80 si sono sviluppate forti reti di economia solidale, che coinvolgono un milione di addetti ed hanno sviluppato una loro propria moneta.
Metà della popolazione mondiale controlla l'1% della ricchezza planetaria.
Direi che c'è chi avrebbe il dovere morale di diventare un po' più povero, o mi sbaglio? Oppure preferiamo continuare a seppellire la testa proponendo interventi "cosmetici" o "correttivi" finché il tavolo non salta?
Perché tassare i SUV, come proposto da Sbilanciamoci, e non per esempio le station wagon usate ogni giorno per andare al lavoro? In modo diverso, ma entrambi i casi sembrano usi di risorse sproporzionati rispetto al fine. Perché abolire le social card (con le quali diverse persone mangiano) per dare assistenza domiciliare a centomila non autosufficienti (e bisognosi)? Entrambe le categorie sono in difficoltà.
Di questi tempi la coperta è spesso troppo corta, ed evidentemente è questione di scelte.
Forse basterebbe un sovrappiù di fiducia fantasia e creatività per migliorare e rendere condivisibili proposte concrete che già ci sono. Anche quelle di Sbilanciamoci. E per evitare giudizi di valore su questo o quel comportamento, confrontando invece interessi diversi, economici certo, ma anche di culture e di modi di vivere e vedere il mondo. Al di là della contrapposizione giusto/sbagliato e del giudizio che ne consegue, e contemplando invece TUTTE le diversità.
Tuttavia un mondo di squilibri e sperequazioni è un mondo di crisi cicliche, di bolle che esplodono, di rivolte sedate nel sangue. L’unica speranza di far procedere la baracca è sempre stata quella di trovare nuove risorse e nuovi mercati, ossia la globalizzazione. Il pianeta è finito e non pare che nel breve si possa contare su Marte o Venere. La delocalizzazione ha prodotto effetti devastanti nei paesi più industrializzati ed allo stesso tempo i consumatori non sono più nelle condizioni di poter espandere le loro spese in beni superflui (sarebbe meglio chiamarle stronzate: il criterio è quello del collezionista intossicato dal bisogno compulsivo di incrementare la sua collezione), se si vuole contenere inflazione e debito pubblico. La logica dell’usa e getta ci ha circondati di rifiuti e diossina. Nonostante tutto la gente continua a credere ancora alla fola delle banche troppo grandi per fallire ed ai mercati troppo importanti per collassare. Come le tre proverbiali scimmiette, facciamo finta che certe cose non possano succedere perché non vogliamo che succedano e che in fondo chi decide la nostra sorte non può esserci ostile, non può essere un crudele manipolatore unicamente votato al proprio interesse (quando mai???). Un comportamento assolutamente infantile. Intanto due stipendi “non bastano” (le esigenze crescono esponenzialmente – tutti devono avere una casa di proprietà e molti sono pronti a tutto: non venirmi a parlare di integrità e correttezza, ho un mutuo da pagare, che diamine!); il precariato prevale (la flessibilità! La flessibilità!); viviamo come criceti che fanno girare la ruota. La chiamiamo felicità, però rimaniamo “misteriosamente” insaziabili!
Come se ne esce? Ci sono due vie: una è quella di colonizzare i paesi tagliati fuori dal mercato, trasformando altri milioni di persone in drogati di consumismo. E’ la soluzione più facile e moralmente più abietta, perché ci sono poche figure più infami dello spacciatore e perché sappiamo bene cosa comporti la tossicodipendenza edonistica. La seconda è levarsi il vizio, disintossicarsi e riabilitarsi. Lo può fare una democrazia? No, una democrazia non può imporre ai suoi cittadini una specifica condotta morale. In cambio lo stato etico, con i suoi imperativi imprescindibili ed i suoi decreti moralmente intangibili, è la morte della democrazia e della dignità umana. Una democrazia deve augurarsi che i cittadini comincino ad usare la testa e si informino sulla realtà dei fatti. E’ ragionevolmente improbabile attenderselo da dei tossicodipendenti. Dunque seguiremo la lezione del Grande Inquisitore, scegliendo di coinvolgere altri milioni di persone nella Caduta, inducendoli a mangiare il pomo del consumismo (lo stiamo già facendo), nel contempo disfandoci della democrazia, che non ha alcun fondamento empirico/ontologico. Essa continua a sopravvivere solo perché la gente, per abitudine, ritiene che sia la soluzione meno problematica. Alla prossima crisi una maggioranza di elettori presumibilmente deciderà che ne ha abbastanza e che anche i diritti civili possono essere flessibili come i rapporti di lavoro. Questo perché le persone tendono ad assimilare la democrazia al capitalismo ed il liberalismo al liberismo, tanto che i quotidiani locali traducono con il termine “liberali” il movimento politico più anti-liberale del nostro tempo, i Freiheitlichen. «La guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l'ignoranza è forza»: Orwell aveva previsto molte cose. I prodromi sono già visibili, per chi ha occhi per vedere: il Tea Party Movement, un fenomeno potenzialmente eversivo, assieme alla costante crescita e radicalizzazione del fondamentalismo evangelico. Non è difficile immaginare un possibile (probabile?) epilogo per l’Impero Americano prima, e per le sue colonie, dopo.
Rapporto Sbilanciamoci! 2010
Uscire dalla crisi con un nuovo modello di sviluppo
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