Rapporto Sbilanciamoci! 2010

Uscire dalla crisi con un nuovo modello di sviluppo

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La globalizzazione e i suoi oppositori

di Joseph E. Stiglitz (Torino, Einaudi, 2002, p. 276)

I nodi al pettine La crisi finanziaria e le regole non scritte

di Marco Onado (Laterza, 2009)

L'economia italiana del nuovo millennio

di Enrico Saltari, Giuseppe Travaglini (Carocci Editore, 2009)

Con i soldi degli altri

di Luciano Gallino (Einaudi, 2009)

Crisi

Mercato Il 2010 si sta dimostrando come un anno terribile per le economie di gran parte del mondo, a partire dall'Europa. Il crollo della Grecia, il rischio di una crisi drammatica in Portogallo, Spagna e Irlanda, la sofferenza profonda dell'Italia, le difficoltà dei paesi più sviluppati segnalano l'esistenza di cause profonde nel cattivo funzionamento delle nostre economie.
autore Giulio Marcon - inserito lunedì, 24 maggio 2010

La Grecia rappresenta a malapena il 2% del Pil europeo. Il fatto che la sua crisi metta a repentaglio l'intera costruzione dell'Unione Europa evidenzia le basi fragilissime di una politica economica, monetaria e finanziaria comune ancora contraddittoria e balbettante e che ha permesso ai mercati finanziari una speculazione selvaggia non solo sulla Grecia, ma sulla moneta europea. La crisi impone una rapida accelerazione del processo di unificazione politica, economica e sociale dell'Unione Europea. E in questo contesto di peggioramento della crisi economica in Europa, l'Italia è costretta a varare un'ennesima manovra finanziaria che rappresenta un ennesimo cerotto, che non incide stabilmente né per le entrate e le minori spese (poiché si tratta in gran parte di misure una tantum) né sul lato della protezione sociale, degli investimenti e del rilancio dell'economia: anche in questo caso misure modeste, estemporanee, senza effetti duraturi. In gran parte operazioni di marketing (come la limitata riduzione degli stipendi a politici e a manager pubblici) che nascondono la sostanza: da una parte i tagli alla sanità e alle prestazioni sociali e dall'altra il varo di un ennesimo condono edilizio. Ci sarebbero altri modi per trovare i soldi per fra fronte alla crisi: ridurre le spese militari, tassare le rendite e varare una tassa patrimoniale che colpisca i redditi ed i patrimoni più alti.
Comunque, più in generale, è certamente una crisi dei mercati finanziari (del loro sovradimensionamento, della mancanza di regole, del loro dominio sull'economia reale, ecc) quella che ha dato vita al difficile momento che stiamo vivendo, ma che non sarebbe così difficile se non ci fosse anche una crisi economica (di sovraproduzione, di crollo dei consumi e di irrazionale divisione del lavoro a livello internazionale) e di modello di sviluppo (il tipo di produzione e di consumi e di stili di vita che abbiamo e che si legano al tipo di merci prodotte).
La crisi dei mercati finanziari è certo quella più urgente, oggi, ma quella economica e del modello di sviluppo è quella più importante per il nostro futuro.
L'attuale modello di sviluppo è insostenibile, dal punto di vista sociale e ambientale. Detta con un esempio, quando in ogni famiglia cinese e indiana ci sarà (come da noi e come è loro diritto che avvenga; e potrebbe avvenire presto) un'automobile, un frigorifero, un condizionatore d'aria, una lavatrice, eccetera, allora il nostro pianeta imploderà o ci saranno altre guerre (anche perché non c'è abbastanza petrolio ed energia per tutti). Ma, poiché non possiamo negare agli altri lo sviluppo che abbiamo avuto noi, allora bisogna ridiscutere tutti insieme un diverso modello di sviluppo fondato sulla qualità (nonché su un'equa distribuzione di risorse e beni) e non sulla quantità. Saprà l'economia riconvertirsi ad un diverso tipo di produzioni e consumi, considerando che c'è un limite ambientale, e sociale alla crescita economica e vi è anche la necessità di tutelare una serie di beni comuni (come l'acqua, per stare sull'attualità) da cui dipende la vita di una comunità? Molto dipende non dall'economia, ma dalla politica e dalle politiche che devono ricondurre l'economia alla sua dimensione sociale. Alternative ce ne sono: si guardi alle proposte della campagna Sbilanciamoci. In uno slogan, la sfida è passare da un'economia dell'avere che accumula merci a un'economia del benessere che risponde ai bisogni. Solo così si può utilizzare la attuale crisi per costruire un futuro migliore per tutti.

inviato da Fabio Pipinato il 06.06.2010 21:13
Va reinterpretata l\\\'accumulazione che Giulio fa a fine tesi. Cose o conoscenza? Roberto Saviano, a chiusura del Festival dell\\\'economia di Trento, ha affermato che per affrontare l\\\'accumulazione di cose che caratterizza la criminalità organizzata nel reciclare e poi investire denaro serve conoscenza. La crescita della conoscenza. Diffusa.
Sui giornali locali, oggi, post Festival, vi sono diverse lettere di comuni cittadini che si chiedono come mai il governo non taglia le spese militari. Badate bene; non si tratta di pacifisti ma di impiegati, massaie- Queste persone hanno avuto accesso a delle informazioni sconosciute
inviato da sara bin il 03.06.2010 11:24
“Utilizzare l'attuale crisi per costruire un futuro migliore per tutti”. La convinzione da cui ripartire. Condividiamo. La crisi può trasformarsi in una risorsa, non speculativa però. Le manovre, quelle politiche ed economiche, alle quali assistiamo assumono i toni della paura, dell'emergenza, della catastrofe (dove la catastrofe è a servizio del capitalismo). Matura il convincimento dell'impossibilità di contare, di decidere. Qualcuno interverrà esonerandoci dalle scelte, decomplessificandoci preventivamente il campo dell'agire. Noi non vogliamo accettare incondizionatamente. Assumiamo allora che è tempo di “ridiscutere tutti insieme un diverso modello di sviluppo”. Condividiamo. Un proverbio del Burkina Faso ci ricorda che “una sola mano non può raccogliere la farina”. Ridiscutere certo, lo si può fare solo con gli altri, ma questa è solo condizione necessaria, non certo sufficiente. Come fare se in difesa della tanto declamata identità, “forma estrema di rivendicazione dell'unità” - per citare Remotti – l'altro è percepito come una minaccia? Magari convincendoci che ognuno di noi è moltitudine, molteplicità. Quindi, “educarci all'ascoltare”, il che comporta un lungo e faticoso percorso perché “le nostre orecchie sono piccole e la nostra bocca troppo grande” - parafrasando un proverbio africano... (a seguire)
inviato da stefano fait il 02.06.2010 11:52
Il Regno Unito butta via tra il 30 ed il 40% del cibo che importa e produce.
"More than 30% of our food is thrown away - and it's costing billions a year"
John Vidal, environment editor, The Guardian
Friday 15 April 2005
inviato da Ilaria il 30.05.2010 19:17
Ho letto il tuo intervento appena pubblicato, sette giorni fa, e lo rileggo oggi, trovandolo ancor più azzeccato e di una attualità che cresce parallelamente alle conferme che arrivano dai mercati e - purtroppo - dal governo che "gioca" con le proprie irresponsabilità.
Ho passato questa domenica insieme a 9 amici di 5 diverse nazionalità e 3 fedi religiose: un pranzo bello, lungo, fatto di condivisioni e di commenti sulle nostre "economie" intese come strategie di lavoro e di risparmio. Ho provato ad intrecciare questi nostri semplici dialoghi con le tue analisi, e ho visto quanto ben si sposano in questo caso la micro e la macro economia, nelle scelte "politiche" da te proposte. Sì, anche noi singoli e famiglie che lavoriamo (abbiamo ammirato l'orto già verde), che consumiamo in modo sobrio e commisurato ai veri bisogni in uno sforzo quotidiano di discernimento solidale, che risparmiamo per necessità (avrò il lavoro anche fra tre mesi?) o per aiutare i familiari lontani, facciamo "politica" e penso che proprio dentro questa crisi stiamo mettendo le basi di un popolo che sarà un giorno capace di scegliersi rappresentanti degni di questo nome a cominciare dallo stile di vita. Siamo stati felici in questa domenica di crisi ...
inviato da giulio marcon il 30.05.2010 14:14
Intervenire sul debito è assolutamente necessario, ma il governo italiano ha fatto e sta continuando a fare una serie di errori: a) ha sottovalutato sin dall'inizio la crisi e le sue conseguenze sociali, b) ha varato misure simboliche e si è caratterizzato per un sostanziale immobilismo, c) ha diffuso inutile ottimismo. L'ultima manovra ha poi due caratteristiche a) l'iniquità sociale b) l'assenza di misure per il rilancio dell'economia. Il combinato disposto di queste due caratteristiche produce l'abbassamento dei redditi, la diminuizione della domanda interna e dei consumi e quindi anche la ripresa economica. Bisogna mettere controllo certamente la spesa pubblica, ma questa è fatta da tante partite di spesa diverse: dalla spesa militare a quella degli asili. Serve una politica pubblica capace di fare scelte diverse ed individuare le vere priorità. E naturalmente -a livello internazionale- bisogna affrontare il problema di fondo che pone anche Savio: quello delle regole per la finanza internazionale. Serve un nuovo organismo o una nuova Bretton Woods che riportino la finanza e la circolazione dei capitali in una condizione di regole e vincoli. E la spesa pubblica si mette controllo riducendo le spese (ad esempio quelle militari e delle grandi opere) e con una politica delle entrate che non deprima la ripresa economica ma dia anche un segnale di equità fiscale e giustizia sociale. Ecco perchè Sbilanciamoci ha proposto una tassa patrimoniale del 3x1000 sui patrimonio eccedenti i 5 milioni di euro e di alzare l'imposizione fiscale delle rendite dal 12,5 al 23% (ai livelli europei). In questo modo recupereremmo 15 miliardi di euro: gli stessi che la manovra del governo Berlusconi taglia alle regioni, agli enti locali e alla sanità. Ma è nello stesso tempo determinante puntare sul sostegno all'economia e sul tilancio di un modello di sviluppo diverso: investire in produzioni e consumi sostenibili e di qualità e fondamentale. Altrimenti continueremo a rimanere impantanati in una crisi senza via d'uscita.
inviato da veronica il 27.05.2010 14:21
La crisi ha un impatto reale e talvolta drammatico su milioni di famiglie e per questo diciamo no a misure tampone e sì a decisioni ed azioni serie e concrete, le quali necessitano di consapevolezza, volontà e coraggio politico.
E forse è pure il caso di soffermarsi a riflettere sull’attuale modello economico la cui forza motrice è “l’imperativo della crescita” e l’accumulo del capitale e non certo il benessere collettivo e l’equità sociale.
inviato da roberto savio il 26.05.2010 18:11
Caro Marcon, temo che ormai dovremmo dividere tre temi che cominciano ad essere chiari.
a) Le finanze pubbliche non hanno più fondi per contuinuare a vivere al disopra della realtà. La media Ocse del debito pubblico è del 74% del PNB. Noi ci siamo per il 113%, ma la virtuosa Germania è vicina al 50%. La crisi del 2008 ha drenato 5 trilioni di dollari, e quella attuale Europea costerebbe un trilione.
Abbiamo già usato la gomma di scorta, e ora andiamo in una strada sconosciuta e molto sconnessa...
2) Non esiste la capacità politica per far fronte al vasto impegno che occorre. Certamente avremo un impulso di maggior Europa, ma per le cause sbagliate. E i tempi della politica sono drammaticamente diversi da quelli della finannza.
3) Ed è qui il vero nodo. I "derivati" nel mondo sono esattamente venti volte il Prodotto Lordo Mondiale. Si tratta di una tale massa di manovra, da rendere incapaci i governi a risposte coordinate e rapide, davanti a una speculazione ormai senza nessun controllo. I motori della globalizzazione sono due: commercio e finanza.
Il Commercio ha per lo meno un'organizzazione, la OMC, ad esso delegata. La finanza, nessuna. E quando parliamo di economia e finanza, dimentichiamo che la finanza ormai è totalmente svincolata dall'economia reale.
Morale: o riportiamo la finanza alle gabbie che la regolavano prima delle picconate venute da Reagan fino a Clinton, o la crisi di aggiustamento strutturale europea non fermerà un'azione di speculazione continua, che i governi non possono vincere senza sacrifici tali da bloccare ogni espansione.
Ma esiste questa volontà? Se guardiamo le riforme in atto negli Usa e in Europa, certamente no.
Domanda finale di un discorso di poche righe, quindi frettoloso e superficiale. Se non c'è più nulla da distribuire, questo aiuta la sinistra, o per lo meno le aspirazioni alla giustizia sociale, alla equità, alla partecipazione, ed agli altri strumenti di una democrazia moderna?
Roberto Savio
inviato da andrea dalla palma il 26.05.2010 14:27
Uscire dalla crisi: credo anch’io che ci sia bisogno di una serie di decisioni politiche coraggiose, anche impopolari nel breve e strutturate. Non servono misure tampone, come il contentino di fine mese alle famiglie, né stravolgimenti di sistema in direzione antiglobale e anticapitalista. Non metterei in discussione un sistema, quanto piuttosto i meccanismi informativi e di controllo applicati. Come dire, non nuove regole (in alcuni casi sì, come l’introduzione della Tobin Tax), ma il rispetto, per tutti, delle regole che già esistono. E sanzioni per chi sgarra.
Affianco a questo, un’inversione culturale: libero mercato regolamentato, potenziamento del ruolo dei governi e degli organismi di vigilanza, attenzione al welfare, valorizzazione degli immigrati, maggior ruolo delle reti della società civile e pratiche quotidiane. In pratica, ciò che il sistema economico-finanziario ha ignorato, dovrebbe ora servire a salvarlo.
Ce lo insegnano proprio i sud del mondo: l'Ecuador ha inserito nella propria Costituzione il riconoscimento del ruolo attivo del modello cooperativo per la promozione dell'economia solidale, la finanza etica e il commercio etico; In Brasile, a partire dagli anni 80 si sono sviluppate forti reti di economia solidale, che coinvolgono un milione di addetti ed hanno sviluppato una loro propria moneta.
inviato da Piergiorgio Cattani il 26.05.2010 11:39
A guardare il rapporto dell'Istat sulla situazione del lavoro in Italia c'è davvero da restare sbalorditi non dalle cifre, ampiamente prevedibili, ma dalla politica incapace di vedere i problemi. Il governo è sicuramente senza progetto se non quello di salvare Berlusconi. Ma sono i giovani che alla fine pagheranno questi anni di cattiva politica. Il fenomeno è globale ma le soluzioni vanno trovate qui. Difficile capire come. Forse dovrà arrivare una crisi ancora più dura di questa per poter ricostruire sulle macerie.
inviato da stefano fait il 25.05.2010 19:02
L'1% della popolazione mondiale controlla il 40% della ricchezza planetaria.
Metà della popolazione mondiale controlla l'1% della ricchezza planetaria.
Direi che c'è chi avrebbe il dovere morale di diventare un po' più povero, o mi sbaglio? Oppure preferiamo continuare a seppellire la testa proponendo interventi "cosmetici" o "correttivi" finché il tavolo non salta?
inviato da Enrico Rossi il 25.05.2010 10:11
Modelli economici e stili di vita alternativi a quello che ci pervade ora, hanno spesso un difetto di fondo di cui Benny sembra cogliere l'essenza: non è diventando tutti un po' più poveri e, soprattutto, più tristi che si risolvono i problemi. Così come non è accumulando sempre più beni che si diventa felici, tutt'altro.
Perché tassare i SUV, come proposto da Sbilanciamoci, e non per esempio le station wagon usate ogni giorno per andare al lavoro? In modo diverso, ma entrambi i casi sembrano usi di risorse sproporzionati rispetto al fine. Perché abolire le social card (con le quali diverse persone mangiano) per dare assistenza domiciliare a centomila non autosufficienti (e bisognosi)? Entrambe le categorie sono in difficoltà.
Di questi tempi la coperta è spesso troppo corta, ed evidentemente è questione di scelte.
Forse basterebbe un sovrappiù di fiducia fantasia e creatività per migliorare e rendere condivisibili proposte concrete che già ci sono. Anche quelle di Sbilanciamoci. E per evitare giudizi di valore su questo o quel comportamento, confrontando invece interessi diversi, economici certo, ma anche di culture e di modi di vivere e vedere il mondo. Al di là della contrapposizione giusto/sbagliato e del giudizio che ne consegue, e contemplando invece TUTTE le diversità.
inviato da stefano fait il 25.05.2010 10:05
Siamo in piena depressione, con milioni di disoccupati, 5 milioni di case americane che entro due anni passeranno in mano alle banche per insolvenza, feroci speculazioni contro l’euro e, presto, contro il dollaro e probabilmente lo yen, un robusto movimento di rivolta fiscale statunitense manovrato da potenti oppositori delle politiche di Obama, una serie di potenziali conflitti devastanti per il controllo delle risorse energetiche e pure la natura pare essercisi rivoltata contro. Una civiltà governata da teste pensanti avrebbe già capito che l’economia della predazione non funziona e che serve sobrietà e senso del limite. Purtroppo nelle alte sfere pare che l’obiettivo sia invece quello di continuare a martellare in testa alle masse l’idea che edonismo, consumismo e materialismo siano gli ingredienti necessari alla Santa Crescita Perpetua che beneficerà tutti, in un lungo termine peraltro impossibile da scorgere all’orizzonte. Non badate agli scossoni, tutto si sistemerà: sappiamo noi cosa è bene per voi! Riecheggiano le parole del Grande Inquisitore di Dostoevskij a Gesù “redivivo”: “Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli. Tu promettevi loro il pane celeste, ma, lo ripeto ancora, può esso, agli occhi della debole razza umana, eternamente viziosa ed eternamente abietta, paragonarsi a quello terreno?”. Questa, io credo, è la prospettiva di chi determina il fato del nostro pianeta e della nostra civiltà. Miracolo tecnologico, mistero della finanza globale, autorità delle oligarchie plebiscitarie: credono solo in questo, oltre che a Mammona ed all’incontestabilità dell’oro.
Tuttavia un mondo di squilibri e sperequazioni è un mondo di crisi cicliche, di bolle che esplodono, di rivolte sedate nel sangue. L’unica speranza di far procedere la baracca è sempre stata quella di trovare nuove risorse e nuovi mercati, ossia la globalizzazione. Il pianeta è finito e non pare che nel breve si possa contare su Marte o Venere. La delocalizzazione ha prodotto effetti devastanti nei paesi più industrializzati ed allo stesso tempo i consumatori non sono più nelle condizioni di poter espandere le loro spese in beni superflui (sarebbe meglio chiamarle stronzate: il criterio è quello del collezionista intossicato dal bisogno compulsivo di incrementare la sua collezione), se si vuole contenere inflazione e debito pubblico. La logica dell’usa e getta ci ha circondati di rifiuti e diossina. Nonostante tutto la gente continua a credere ancora alla fola delle banche troppo grandi per fallire ed ai mercati troppo importanti per collassare. Come le tre proverbiali scimmiette, facciamo finta che certe cose non possano succedere perché non vogliamo che succedano e che in fondo chi decide la nostra sorte non può esserci ostile, non può essere un crudele manipolatore unicamente votato al proprio interesse (quando mai???). Un comportamento assolutamente infantile. Intanto due stipendi “non bastano” (le esigenze crescono esponenzialmente – tutti devono avere una casa di proprietà e molti sono pronti a tutto: non venirmi a parlare di integrità e correttezza, ho un mutuo da pagare, che diamine!); il precariato prevale (la flessibilità! La flessibilità!); viviamo come criceti che fanno girare la ruota. La chiamiamo felicità, però rimaniamo “misteriosamente” insaziabili!
Come se ne esce? Ci sono due vie: una è quella di colonizzare i paesi tagliati fuori dal mercato, trasformando altri milioni di persone in drogati di consumismo. E’ la soluzione più facile e moralmente più abietta, perché ci sono poche figure più infami dello spacciatore e perché sappiamo bene cosa comporti la tossicodipendenza edonistica. La seconda è levarsi il vizio, disintossicarsi e riabilitarsi. Lo può fare una democrazia? No, una democrazia non può imporre ai suoi cittadini una specifica condotta morale. In cambio lo stato etico, con i suoi imperativi imprescindibili ed i suoi decreti moralmente intangibili, è la morte della democrazia e della dignità umana. Una democrazia deve augurarsi che i cittadini comincino ad usare la testa e si informino sulla realtà dei fatti. E’ ragionevolmente improbabile attenderselo da dei tossicodipendenti. Dunque seguiremo la lezione del Grande Inquisitore, scegliendo di coinvolgere altri milioni di persone nella Caduta, inducendoli a mangiare il pomo del consumismo (lo stiamo già facendo), nel contempo disfandoci della democrazia, che non ha alcun fondamento empirico/ontologico. Essa continua a sopravvivere solo perché la gente, per abitudine, ritiene che sia la soluzione meno problematica. Alla prossima crisi una maggioranza di elettori presumibilmente deciderà che ne ha abbastanza e che anche i diritti civili possono essere flessibili come i rapporti di lavoro. Questo perché le persone tendono ad assimilare la democrazia al capitalismo ed il liberalismo al liberismo, tanto che i quotidiani locali traducono con il termine “liberali” il movimento politico più anti-liberale del nostro tempo, i Freiheitlichen. «La guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l'ignoranza è forza»: Orwell aveva previsto molte cose. I prodromi sono già visibili, per chi ha occhi per vedere: il Tea Party Movement, un fenomeno potenzialmente eversivo, assieme alla costante crescita e radicalizzazione del fondamentalismo evangelico. Non è difficile immaginare un possibile (probabile?) epilogo per l’Impero Americano prima, e per le sue colonie, dopo.
inviato da benny il 24.05.2010 22:27
Serve un po' più di fiducia, altrimenti diamo a tutti una pistola con un colpo.....e poi via ... Va bene la crisi e tutto, ma bisogna essere propositivi e creativi per uscirne.
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