Elogio della democrazia rappresentativa
(tratto da Nadia Urbinati, La democrazia non ha un altrove, «il Mulino», n. 2, 2010, pp. 203-204)
Modelli di partito e modelli di democrazia: l’analisi
(testo della relazione di Antonio Floridia al XXIII Convegno SISP, settembre 2009)
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Come funzionano i grandi partiti nelle democrazie occidentali? Una lezione per l’Italia
(tratto da O. Massari, Un partito moderno: liquido o strutturato? Il caso del PD in prospettiva comparata, «Italianieuropei», n. 2, 2009, pp. 106 ss.)
Cos’è il “partito di massa”?
(da una lezione di Piero Ignazi, Corso di Politica comparata, Facoltà di Scienze Politiche di Bologna, A.A. 2007/2008. Appunti raccolti e rielaborati da A. Branz)
Lo scettro senza il re. Partecipazione e rappresentanza nelle democrazie moderne
di Nadia Urbinati (Roma, Donzelli, 2009)
Partiti e società liquida
L'atomizzazione sociale può essere
rappresentata da un partito "liquido", "leggero", dove quel che conta è il rapporto "diretto" fra il singolo e il
leader e la partecipazione si riduce al momento "elettorale"
dell'investitura? O c'è bisogno di un'altra soluzione e di una prospettiva diversa?
Il termine "società liquida" è ormai invalso nel dibattito pubblico, anche per la diffusione degli studi e delle opere di Zygmunt Bauman. Spesso però resta sullo sfondo la causa fondante di tale fenomeno, vale a dire il passaggio dalla società industriale, caratterizzata dalla presenza di classi sociali ben definite, da una produzione estremamente standardizzata, dal lavoro "salariato" e da un'alta concentrazione di mano d'opera, a una società identificabile come "post-industriale", nella quale il precedente assetto sociale tende a disarticolarsi, le identità collettive sfumano i loro contorni, le associazioni portatrici di interessi generali perdono la loro originaria funzione di agenti della coesione sociale e i legami di appartenenza si disgregano. Non a caso la cifra fondamentale della post-modernità è l'atomizzarsi dei rapporti sociali e la conseguente "individualizzazione" della vita di relazione.
È chiaro che queste trasformazioni di natura economico-sociale non possono non aver esercitato un influsso anche sulla politica e sui partiti. In particolare, soprattutto durante la seconda metà del secolo scorso, abbiamo assistito al passaggio dal partito "di massa", in grado di educare le masse e integrarle nel sistema, a un partito molto diverso, disponibile ad aprirsi a un ventaglio di ceti sociali anziché a una classe sola, attento a diffondere il proprio messaggio attraverso un uso massiccio dei media, sempre più lontano dal territorio e dai suoi bisogni, ma nel contempo -come osservano Peter Mair e Richard Katz- sempre più incardinato "dentro" lo Stato, anche per compensare, attraverso il finanziamento pubblico, il venir meno delle risorse umane e materiali un tempo assicurate da una membership ormai in progressiva diminuzione.
Inoltre, a partire dagli anni novanta abbiamo assistito a un fenomeno che ha del paradossale: alla luce della sempre più accentuata disaffezione verso la politica che ha colpito le società occidentali, molti partiti, bisognosi comunque di legittimazione e riconoscimento da parte della propria base, hanno attivato meccanismi atti a garantire una maggiore partecipazione degli iscritti (e in Italia anche degli elettori) ai processi decisionali (si pensi all'uso delle "primarie"), promuovendo processi di "democratizzazione" al proprio interno, ma incentivando anche strategie di tipo "plebiscitario", che nel favorire un rapporto diretto fra leadership e iscritti, hanno in realtà permesso di bypassare i dirigenti e i quadri intermedi, nonché i militanti e gli attivisti ("la vera ossatura del partito", per dirla con Piero Ignazi). In altre parole proprio l'investitura "dal basso" concederebbe al leader un'ampia libertà di manovra "dall'alto".
Siamo dunque di fronte a una linea involutiva unidirezionale e senza possibilità di ritorno? E i grandi partiti occidentali (studiati da Oreste Massari) sono caratterizzati in modo totalizzante dalle trasformazioni organizzative sopra descritte o conservano ancora alcuni rilevanti tratti del proprio passato? Insomma: l'atomizzazione sociale di questo scorcio di secolo e la solitudine in cui oggi versa l'individuo (anche quella di rapportarsi al mondo esterno attraverso il confronto "solitario" con il proprio pc), possono essere rappresentate (e, se del caso, contrastate) da un partito "liquido", "leggero", dove quel che conta è il rapporto "diretto" fra il singolo e il leader e la partecipazione si riduce al momento "elettorale" dell'investitura? O c'è bisogno di un'altra soluzione e di una prospettiva diversa? E soprattutto: i partiti sono ancora necessari?
In realtà, sia dal punto di vista normativo che empirico, la dottrina più recente (si vedano gli studi di Antonio Floridia) ha riconsiderato il ruolo dei partiti e l'importanza della loro dimensione popolare e associativa, richiamando -se si vuole- le caratteristiche del vecchio "partito di massa", ma in forme completamente nuove, in quanto depurate dagli aspetti burocratici e ideologici che lo appesantivano.
Infatti, a partire dalla rivalutazione, operata da Nadia Urbinati, della democrazia rappresentativa come un processo che permette ai cittadini di partecipare attivamente alla vita politica, rendendosi protagonisti anche dopo (e al di là) dell'atto formale del voto, e tenendo altresì conto delle acquisizioni di un altro importante filone di studi, quello della democrazia deliberativa (Dewey, Habermas, Rawls e, più recentemente, Jon Elster e Luigi Bobbio), secondo il quale ciò che importa non è solo "contare" o "aggregare" le idee dei cittadini attraverso procedure di voto, ma permettere a esse di formarsi e trasformarsi nel corso di una discussione pubblica (sulla base della "forza del miglior argomento" e della partecipazione di "tutti"), è emersa l'opportunità e praticabilità di una tipologia di partito che si ispiri a condizioni di "democrazia interna" qualitativamente più apprezzabili di quelle offerte dai modelli élitistici e plebiscitari. Un partito cioè che, da un lato, promuova regole e procedure in grado di responsabilizzare i gruppi dirigenti, chiamando periodicamente le leadership a rispondere del loro operato presso i livelli intermedi e più bassi; dall'altro organizzi al proprio interno luoghi ("arene") di discussione sulle idee e sulle opinioni (come può essere un "congresso"), attivando spazi dialogici in cui i diversi punti di vista su un problema (o sulla stessa linea del partito) si possano confrontare e in cui si possa anche ammettere l'eventualità di un mutamento delle opinioni e dei giudizi iniziali.
È evidente come tutto ciò possa produrre notevoli vantaggi. Infatti, se si aprono all'interno dei partiti canali e circuiti comunicativi che favoriscono una partecipazione vera e continuativa (e non saltuaria od occasionale) da parte dei cittadini, si creano anche le condizioni, reali e non fittizie, affinché l'individuo possa, attraverso la politica, superare la sua condizione di solitudine e dissociazione e contrastare -come osserva Floridia- il suo spontaneo ritrarsi nella sfera privata. Non solo: strutturando una sfera pubblica di discussione al proprio interno, il partito è anche maggiormente in grado di intercettare le domande provenienti dalla società civile e individuare le questioni da porre al centro dell'agenda politica, quindi poter dar vita, pur in un periodo di destrutturazione delle identità collettive, a quella "comunanza di valori e principi" (per non parlare di "ideologie") di cui oggi si ritiene i partiti siano carenti.
Insomma, la liquidità sociale non si argina con "più", ma con "meno" liquidità politica e istituzionale. Il che potrebbe anche divenire un monito per il Partito Democratico a superare la fase della pubertà e a diventare maturo.
Oggi servono individui che pensano, persone autonome, eticamente corrette. Non ci si preoccupi di fare gruppo, comunità, laiche o religiose che siano. Ognuno pensi a divenire individuo captante, "sentinella dell'intelligenza" e poi si vada avanti da soli o con altri, non importa. Non saremmo così deboli nei nostri ideali da adoperare sempre qualcuno che li condivida per non vederli smorzare? Non sarà che dobbiamo impegnarci nel sociale per riuscire a sopravvivere, tralasciando il dovere di diventare individui validi per formare una società solida e moderna? Abbiamo forse scordato che la vita e la piccola parte che la politica ne rappresenta, è servizio per il bene comune? E che per servire bisogna essere? A lavorare il legno serve una pialla ma che sia affilata e solida. A fare crescere le comunità servono persone che siano dei validi individui, profondamente liberi, ognuno nel proprio ruolo. E dei politici vecchia maniera avremo allora ancora rimpianti? O ci sarà veramente bisogno di quelli che cercano di formarsi oggi?
Venendo al merito, debbo dire che Ceol ha ragione quando invita a non abusare delle “formule”: infatti i concetti di partito “di quadri”, “d’élite”, “di massa”, “liquido”, ecc. sono degli ideal-tipi di weberiana memoria utili ad analizzare la realtà, ma non esauriscono la complessità delle organizzazioni partitiche. In effetti i partiti sono oggi l’insieme di caratteristiche diverse, sottoposti come sono a diverse tensioni, anche contrastanti: se, ad esempio, sono investiti dalla tendenza alla personalizzazione della leadership (come s’è detto), mantengono nel contempo talune caratteristiche (magari rivedute e corrette) che ricordano i partiti “di massa”, soprattutto se si tratta dei grandi partiti socialisti o laburisti (tedeschi, britannici, svedesi) nati e formatisi nella forgia del cleavage di classe. Così come è vero che le profonde mutazioni dell’organizzazione del lavoro e le trasformazioni che hanno investito la società industriale hanno influito notevolmente sui modi d’essere ed operare dei partiti: ad esempio, una caratteristica che certamente si perpetua nel tempo (e che anche Stefano nel suo intervento dell’8 giugno aveva richiamato), è quella del partito “pigliatutti”, modello formulato da Otto Kirchheimer fin dagli anni sessanta, ma che si può ritenere ancora attuale, dal momento che i partiti non si rapportano più ad una sola classe, ma estendono inevitabilmente il loro messaggio a più referenti sociali (con conseguenze non necessariamente solo negative).
Ciò però non significa -ed anche questo è un punto ben evidenziato da Ceol- che fra i partiti non vi siano più differenze sostanziali e che la competizione sia venuta meno. Al contrario: pur all’interno di limiti ben definiti ed in un contesto politico-sociale certamente diverso rispetto al passato, nelle democrazie europee la distinzione destra/sinistra è effettiva e reale e lo è soprattutto nella percezione dell’elettorato. Non solo: alcune ricerche sui programmi di partito dimostrano come l’ideologia ancora conti e come le distanze valoriali e programmatiche fra i partiti permangano.
Quindi non solo i partiti servono, ma il problema della loro “identità” non è né superato né insignificante (come ci fa capire Silvia Alba nel suo appassionato contributo). Per questo non mi convince la formula, emersa nel dibattito interno al Pd, del partito “a vocazione maggioritaria” (coniato sul finire del secolo scorso in Gran Bretagna, ma in tutt’altro contesto), che prevede una rincorsa al centro finalizzata ad intercettare elettori fluttuanti, anche a costo di “diluire” i propri riferimenti ideali, che non basta enunciare in un “Manifesto dei valori”, ma è necessario forgiare attraverso un’azione politica costante, quotidiana, presente sul territorio e laddove sorgono i conflitti.
Potremmo concludere così: il partito di “massa” non è più proponibile. Sono cambiate le condizioni e la struttura economico-sociale di riferimento. Tuttavia alcune funzioni fondamentali di quel modello sono ancora valide (faccio mio l’elenco proposto da Antonio Floridia): l’integrazione sociale, la formazione e socializzazione politica, la costruzione di identità collettive, la rappresentanza e politicizzazione dei grandi cleavages sociali. La scommessa è tutta qui (semplice e complessa nel contempo): ridare fiato a questi obiettivi in un contesto nuovo. Naturalmente è un discorso aperto sia da un punto di vista teorico che pratico, perché coinvolge la scienza politica, ma anche -qui ed ora- il futuro del Partito democratico.
Debbo dire che il problema evidenziato da Stefano esiste ed è rivelatore di un certo modo di concepire l’organizzazione interna del partito. Infatti tutto nello Statuto del Pd ruota intorno all’elezione diretta del segretario: la stessa formazione dell’«indirizzo politico» del partito è espressamente ricollegata a questa procedura, spettante formalmente agli “elettori” (e agli “iscritti” in quanto “elettori”). Dopodiché tutto discende da questo atto iniziale: la composizione dell’Assemblea nazionale (e delle assemblee regionali e provinciali) è il risultato delle liste di candidati collegati al segretario vincente e ai suoi concorrenti; di conseguenza anche la Direzione nazionale, in quanto eletta dall’Assemblea, viene di fatto fortemente influenzata nella sua composizione dai risultati elettorali, secondo un meccanismo consequenziale di causa-effetto. E’ evidente che poi nel contesto delle varie assemblee i giochi possono mutare e le originarie coalizioni possono modificarsi, ma l’impostazione da “democrazia diretta” e “immediata” dello Statuto è piuttosto chiara.
Inevitabilmente questa architettura rischia di influenzare anche la qualità della scelta delle candidature che verranno a comporre le diverse liste a sostegno dell’uno o dell’altro candidato alla segreteria. Infatti molto dipenderà proprio dagli orientamenti dei candidati-segretari, secondo una procedura decisionale che va “dall’alto verso il basso”, anche perché, se la parola decisiva è affidata a una vasta ed indifferenziata platea di “elettori” e la logica complessiva è quella della competizione, la tentazione di scegliere personaggi famosi e appetibili (ma magari poco esperti di politica e non dotati di lunga militanza) è molto forte.
Ben diverso è il modello di partito ispirato ai criteri della democrazia rappresentativa (e -come dice molto bene Silvia Alba- “deliberativa”). Qui ciò che conta è la democrazia “delegata” e le procedure classiche di tipo congressuale: vale a dire che gli iscritti nei loro congressi di “circolo” o di “sezione” eleggono dei delegati chiamati a loro volta ad eleggere il segretario e gli organismi esecutivi. E’ chiaro che anche in tal caso vi possono essere più varianti (il segretario può essere eletto direttamente dal congresso anziché da un organo più ristretto; i delegati possono essere più o meno vincolati al “mandato” di chi li ha designati; e così via). Ma il punto focale è che in tale contesto prevale la discussione interna, il confronto delle opinioni (aperto in quanto non vincolato rigidamente a schieramenti precostituiti) e quindi -com’è nella logica della “democrazia deliberativa”- le opinioni iniziali si possono modificare e “trasformare” nel corso del congresso. Con conseguenze positive sia sulla possibilità di controllo dell’operato della leadership, sia sulla selezione dei gruppi dirigenti, certamente più ponderata e attenta alle ragioni “collettive” del partito.
L’aspetto interessante è che anche lo Statuto del Pd, con riferimento alla prima parte del procedimento elettorale, quella in cui gli “iscritti” sono chiamati a pronunciarsi sulle candidature e sulle relative piattaforme politico-programmatiche, prevede l’istituto della “delega”: solo che in tal caso i delegati sono chiamati esclusivamente a operare una prima selezione delle candidature alla segreteria e comunque non è chiara la loro funzione, dato che non si capisce se essi abbiano un qualche tipo di potere o se la Convenzione (nazionale, regionale o provinciale), che li raccoglie, si limiti a certificare i risultati del voto già avvenuto a livello dei circoli di base. Una situazione penalizzante per iscritti e delegati, che, alla luce dei risultati, non trova spiegazione: infatti, dalle prime analisi del voto in occasione dell’elezione di Bersani, emerge che laddove la mobilitazione degli iscritti al Pd nella prima fase di selezione è stata maggiore, si è avuto anche un effetto positivo sulla successiva partecipazione all’elezione diretta (cfr. le osservazioni di Gianluca Passarelli su Il Mulino, n. 1/2010, pp. 156-162). Il che conferma, in ultima analisi, il peso e l’importanza degli “iscritti” all’interno di un’organizzazione partitica.
E' evidente che tali formule sono solo banalizzazioni di una situazione molto più complessa alla quale occorre dare risposte adeguate per non correre il rischio di rendere attuale l'espressione, attribuita ad Umberto Eco, per cui “per ogni situazione complessa esiste una risposta semplice ed è sempre sbagliata”.
Credo sia necessario definire anche i concetti che utilizziamo e, quindi, se per liquidità intendiamo una situazione nella quale è difficile riconoscere le forti appartenenze di classe sociale (anche se è tutto da dimostrare la loro totale scomparsa, se non altro la vicenda di Pomigliano dimostra proprio il contrario) e nella quale prevalgono situazioni sociali e personali forse poco caratterizzate nettamente, con grandi possibilità di intersezioni e flussi, ne deriva che anche le organizzazioni nelle quali le persone si riconoscono hanno caratteristiche diverse da quelle grandi e, spesso, totalizzanti aggregazioni caratteristiche dell'epoca precedente. Quelle aggregazioni, quei partiti, del resto, erano determinati da un certo tipo di organizzazione del lavoro che è mutata modificando la stessa vita delle persone e rendendo obsolete alcuni stili di confronto. Emblematiche sono , per esempio, le descrizioni che Marco Revelli fa in molti suoi libri paragonando la stessa vita quotidiana della Torino fordista con quella della Torino successiva alla riduzione della presenza della fabbrica FIAT.
Ora, in una situazione diversa sono anche teorizzati modelli mobili e associativi diversi dai partiti che, però, non sempre sono necessariamente più democratici e permeabili rispetto al modello tradizionale di partito. Nadia Urbinati, per citare una autrice già nominata, “ci sono associazioni che hanno più peso e altre che ne hanno meno, e poi all'interno di ciascuna ci sono associati che hanno più potere e altri meno.”
Ne deriva che anche modelli che sembravano meno “solidi” ( utilizzando questa categoria anche nella sua ambiguità) del partito possono avere al loro interno posizioni di potere e poca trasparenza. Allora quello sul quale puntare l'attenzione è il tipo di relazioni interne ad una organizzazione ricordando che una società priva di partiti è una società nella quale mancano luoghi di confronto collettivi che producono idee e modelli di comportamento, che gestiscono conflitti che ogni tipo di società produce sia essa “solida” e, quindi, con caratterizzazioni sociali forti e con luoghi del confronto ben riconoscibili, sia essa “liquida” e, quindi, con più deboli identità ma che spesso presentano maggiore conflittualità magari micro e trasversali con una maggiore difficoltà di analisi degli interessi materiali in gioco.
Certo una organizzazione, un partito, che vuole operare in questa situazione avrà al suo interno una maggiore varietà di interessi, idee, visioni del mondo rispetto a quello che tradizionalmente abbiamo sperimentato e, quindi, avrà anche maggiori difficoltà nell'operare una necessaria sintesi se vuole avere la possibilità di confrontarsi anche esternamente ad esso e non ridursi ad un contenitore di dispute interne, spesso oscure agli osservatori terzi. Non per questo, necessariamente, esso non si caratterizza; comunque esistono delle omogeneità tra individui che si associano per una certa idea di società contrapposta ad un'altra idea e, questo fatto, incanala il conflitto in una dialettica politica altrimenti senza soluzione se non con la prevalenza della legge del più forte. Insomma esiste ancora la possibilità di distinguere una destra da una sinistra. Ce lo ha ricordato Norberto Bobbio all'inizio degli anni novanta, ce lo ricorda più recentemente Carlo Galli che, non a caso, ha voluto titolare l'ultimo suo libro “perché ancora destra e sinistra”. Questa dicotomia basata sempre sul concetto di uguaglianza necessità di partiti. Del resto anche un teorico della post-democrazia come Colin Crouch proprio nell'esistenza dei partiti individua uno degli elementi necessari per la gestione della complessità della società da lui individuata come post-democratica (quella del XXI secolo).
Allora per tornare all'inizio forse la soluzione è una organizzazione, un partito che non abbia la solidità, che diventa rigidità e ostacolo al suo radicamento e funzionamento, dei partiti del novecento ma che abbia una consistenza maggiore di una totale liquidità nella quale la forma si perde troppo facilmente e, spesso, per eterodirezione. Insomma l'immagine di una sostanza dotata di plasticità (sapendo che ogni formula è una sintesi povera ma anche che ogni formula sottende una teoria) che può modificare la sua forma ma che mantiene anche forti legami tra le sue parti sapendo anche indurirsi (solidificarsi ?) e gestendo in prima persona i cambiamenti, mi sembra l'immagine più adatta.
Sono segretario di un circolo Pd e membro dell'assemblea provinciale, così quotidianamente vengo a contatto con la problematica del partito "liquido": partito ridotto a comitato elettorale, partito che indica candidati per le nomine, partito autoreferenziale in cui ci sono carenze di comunicazione tra chi è stato eletto e la sua parte politica da un lato e gli elettori dall’altro, partito in cui, come ovunque, si invoca più partecipazione.
Ma come emerge bene da quanto scrivete, la partecipazione per un verso la si invoca come panacea e per l’altro la si critica come demagogia.
Dal mio punto di vista se la "partecipazione" fosse praticata almeno tanto quanto viene discussa saremmo già ad un buon inizio. Ritengo che le perplessità di Giorgio Antoniacomi siano tutte fondate, ma mi permetto di far notare che anche la "democrazia" ha perso molta della sua apollinea chiarezza: ne stiamo vivendo ora una fase difficile perchè avvertiamo che dovrebbe essere altro da quella che è in questo momento. Nonostante questo nessuno di noi pensa di rinunciare a un sistema democratico anche se non è più in grado (in che misura lo è stato in passato?) di garantire una politica che persegue l'interesse comune. Se nei vostri interventi proviamo a sostituire alla parola partecipazione quella di democrazia il senso del discorso non cambia.
E’ noto che la legittimazione del sistema democratico debba trovare nuove basi, a causa della perdita di efficacia ed efficienza perché il valore collettivo come somma aggregativa di istanze di parte non basta più. Condivido chi ritiene che una nuova legittimazione possa essere la partecipazione, non nella forma spontaneista che alcuni hanno conosciuto negli anni ’70, né nella forma televisiva e consumistica come il televoto, le scelte dei prodotti al supermercato, la moda ecc, Ma accanto a quelle forme, che sono le più visibili e facili, la partecipazione, come forma particolare e non coincidente, della deliberazione pubblica può prendere e in alcune realtà ha già preso forme più politiche in grado di incidere sulla gestione della cosa pubblica.
All’inizio dicevo che mi interessa riportare il punto di vista dal basso e per questo riporto un brano di Luigi Bobbio contenuto in un capitolo del libro a cura di Pellizzoni (ed. Meltemi pag. 177) dal titolo "la deliberazone pubblica". Testualmente: “i resoconti della democrazia deliberativa, soprattutto quelli forniti dai filosofi, sono solitamente avari di riflessioni sui metodi che i partecipanti usano per raggiungere una posizione comune. Si ha l'impressione che i teorici della democrazia deliberativa considerino la deliberazione come un'attività naturale, che qualsiasi essere umano dotato di ragionevolezza è in grado di praticare spontaneamente”. Si tratta a mio avviso di un passaggio molto significativo: va bene teorizzare il senso, i pericoli, i limiti della partecipazione, ma nel frattempo, guardiamo, cito dal libro: “le elaborazioni nate attraverso le esperienze sul campo. Queste elaborazioni non hanno alcuna relazione con le riflessioni della democrazia deliberativa si sono piuttosto formate per affrontare nodi pratici e specifici: come indurre una comunità a ragionare sul proprio futuro e adottare scelte conseguenti: come rendere possibile il dialogo tra l’amministrazione comunale e i cittadini su un progetto di riqualificazione urbana, come affrontare i conflitti tra un’industria che inquina e i cittadini che ne subiscono le conseguenze…” dico nel frattempo perché è abbastanza evidente che la politica e l’amministrazione pubblica fanno sempre più fatica, lo dico in parole povere, a star dietro alle cose. E poiché la società se non riceve risposte dalle istituzioni le risposte se le trova da sola, ecco il fiorire di comitati nimby e analoghi. Condivido pienamente, quindi, la conclusione dell’articolo di Alessandro Branz e aggiungo che recentemente i segretari dei circoli territoriali del pd trentino hanno presentato al coordinamento del partito una riflessione da discutersi in una delle prossime assemblee proprio sui temi della partecipazione (comunicazione e informazione) interna al partito in modo da rendere i circoli territoriali dei nuclei attorno ai quali solidificare il partito, per dirla con le parole di Bobbio, delle cornici dove cui creare spazio pubblico o arene deliberative entro le quali, poiché la deliberazione non è spontanea, si creino le condizioni affinché l’interazione si svolga secondo precise regole: i tempi, modi in cui vengono presentati gli argomenti, disposizione spaziale dei partecipanti, assistenza di facilitatori, suddivisione del lavoro in gruppi comunicazione tra i partecipanti.
Fino a quando questi aspetti verranno considerati questioni marginali e non sostanziali, la partecipazione è destinata a restare argomento per colte discussioni da salotto buono (della sinistra).
[D'altra parte è risaputo che senza l'Ansaldo non ci sarebbe stato Mussolini, ma questo è un altro discorso].
Il dato attuale è che attirando su di sé l'attenzione degli oppositori consente a chi manovra la baracca di continuare a farlo dietro le quinte.
La commedia però non potrà durare per sempre. Non serve essere dei geni della finanza per capire che volatilità dei capitali, debolezza delle valute, tassi di disoccupazione e di indebitamento e generale insoddisfazione tra la popolazione che si somma ad un progressivo incattivimento dei singoli e dei branchi - omofobia, xenofobia, misoginia, ecc. sono il sintomo del fatto che il "cambio di registro” e la “narrazione politica completamente diversa" richiesti non possono risolversi in un piccolo ritocco, o un ritorno all'Ulivo.
Per questo non sono d'accordo con l'impostazione di Mattia Celva (che rimarrà mio amico FB, nonostante tutto eheheheh), che parte dall'assunto che l'attuale modello socio-economico sia sostanzialmente l'unico praticabile, quando invece è responsabile del decadimento della nostra civiltà in ogni suo aspetto, al punto che si è arrivati a credere che il padrone di una multinazionale sia adatto a governare una democrazia.
Quel che sto cercando di spiegare in questo blog, di intervento in intervento, è che non basterà una riforma del sistema politico, un taglio alle province ed agli stipendi della casta ed un'iniezione di denaro pubblico per risollevare il mercato del lavoro e rilanciare le imprese a salvarci il culo.
Serve una vera e propria riforma del nostro modello di vita, una revisione dei "solidi punti di riferimento sociali" che ridistribuisca il potere ad ogni livello e lo tenga sotto controllo.
Alcuni degli esponenti/simpatizzanti del PD che partecipano a questo dibattito l'hanno capito, ma il mio timore è che rappresentino il "token black" della narrazione del partito, ossia un figurante inserito nella trama per dare un'immagine progressista, idealista, solidarista, pacifista, ecc. senza poi incidere realmente sulle dinamiche del partito (come nei film americani si deve mettere un nero o un asiatico o un latino per dare il contentino agli spettatori di colore).
Per questo vorrei più voce in capitolo per Vendola e Nardelli nel centro-sinistra, ma fino al prossimo scossone (peraltro imminente e forse finale?) mi dovrò sorbire Di Pietro, Casini e i veterocomunisti.
Vorrei però soffermarmi su tre questioni, che mi sembrano particolarmente significative. La prima riguarda il problema della «partecipazione». Ha infatti ragione Giorgio Antoniacomi nel suo articolato intervento quando osserva che i tentativi di allargare gli spazi di partecipazione nel nostro paese sono sempre stati posti in stretta correlazione con la necessità di contrastare il “peccato originale” della “non-decisione” e della difficoltà a dare attuazione a quanto progettato o promesso. Perlomeno questa ne è stata la percezione più diffusa. Il punto è che -come mi pare rilevi lo stesso Antoniacomi- ciò non ha condotto a risultati apprezzabili. Anzi negli ultimi quindici/vent’anni si è affermata nel nostro paese un’idea della democrazia “maggioritaria” come democrazia “diretta” o “immediata” che ha poco a che vedere con il reale funzionamento delle democrazie ove il sistema maggioritario (inteso in senso politico-istituzionale e non solo come meccanismo di voto) è presente da decenni o addirittura è nato. Per cui si è ritenuto che “partecipare” significasse soprattutto conferire un’investitura ad un soggetto (sia esso il governo, il primo ministro o il leader di partito) chiamato a prendere quella “decisione” che altrimenti sarebbe rimasta inevasa. Dimenticando che, ancor più in una società complessa tendente alla frammentazione come quella in cui stiamo vivendo, è certamente più opportuno e proficuo che la decisione costituisca il risultato non di un “atto” isolato (il voto), ma di un “processo” che veda una reale partecipazione dei cittadini ed un loro coinvolgimento in tutte le fasi del percorso decisionale. Il che non significa necessariamente rallentare (o addirittura non prendere) le decisioni, ma incanalarle in procedure di tipo democratico che implichino anche un controllo su quanto “fatto, non fatto o malfatto” (come direbbe Pasquino).
Del resto, e qui passo alla seconda questione, da alcuni interventi trapela palese la volontà di passare dalle parole ai fatti, dalla teoria (anche quella che stiamo qui coltivando) alla prassi, nella convinzione che sia giunto il momento di darsi da fare ed attivare quelle strutture di base (circoli, sedi di partito, associazioni) necessarie per recuperare alla politica quanti (il “patrimonio umano disperso”) stanno aspettando di essere coinvolti e ridiventare protagonisti. E’ questo l’auspicio che esprime Lia Nesler nel suo bellissimo intervento (peraltro condiviso da alcuni segretari di circolo del Pd trentino che si stanno muovendo in questa direzione), ma è questa anche -mi permetto di dire- l’ispirazione principale che conduce Michele Nardelli a parlare di “partito territoriale”. Conosco da tempo -ed apprezzo- l’interesse di Nardelli per la “territorialità” della politica intesa come occasione per dar vita ad una rete di relazioni che partano dal basso e quindi ad un ampio e radicato tessuto democratico. Anche come barriera al dilagare del verbo leghista, che infatti in Trentino non ha attecchito come altrove. Osservo solo (ma ritengo Nardelli sia d’accordo) che affinché tutto ciò avvenga è ancor più necessaria la presenza di partiti strutturati che abbiano per l’appunto col territorio un rapporto positivo ed aperto.
In un suo recente studio (il Mulino, n. 2/2009) Fausto Anderlini, parlando delle zone rosse, sottolinea la funzione di integrazione svolta in quel contesto dal partito (sorta di “banca centrale degli equivalenti fiduciari”) nel conferire un’identità al modello regionale e nel mantenere vive ed efficienti le reti di capitale sociale, sottoposte al rischio sempre più incombente di “smagliarsi facendo prevalere la tutela di interessi particolari se non di ceto”. Anche perché -come dimostra Peter Mair nei suoi studi- non è che il partito “liquido” (uso questo termine per sintetizzare una serie di caratteristiche) non si rapporti al territorio, al party on the ground: solo che i fruitori della sua azione non sono le reti di tipo collettivo, ma i “membri in quanto individui”, con un’ulteriore accentuazione di quel processo di “atomizzazione sociale” che va contrastato.
Infine, vorrei sottolineare quanto Stefano Fait abbia ragione nel denunciare la deriva della politica italiana e nel rilevare una “mutazione antropologica” che, a mio avviso, non investe solo il ceto politico, ma purtroppo anche ampi settori di popolazione. Anche perché dietro la veste rassicurante del Cavaliere e del “patto di ferro” con Bossi, si sta consolidando un “blocco sociale” costituito dal matrimonio di interesse fra l’imprenditoria più selvaggia ed insofferente alle regole (non a caso rappresentata da molti di coloro che negli anni Ottanta furono garantiti dalle forze di governo di allora) e gli impulsi di paura ed insicurezza di chi si sente escluso dal processo di globalizzazione. Il punto è che per contrastare questo stato di cose ed uscire da questo vicolo cieco, è necessario veramente “cambiare registro”, dar vita ad una “narrazione” politica completamente diversa. Quindi non accontentarsi più di un antiberlusconismo anche viscerale, ma spesso inconcludente, e creare le condizioni di un sistema politico completamente diverso da quello disegnato dal Cavaliere, non più basato sul leaderismo plebiscitario, ma su solidi punti di riferimento sociali. Ma allora dobbiamo rivalutare i partiti, le identità collettive, le strutture intermedie, vale a dire tutti quegli organismi che innervano la società.
Complimenti a tutti ed alla prossima.
Tra gli autori: Hermann Atz, Roland Benedikter, Gabriele Di Luca, Joachim Gatterer, Hans Heiss, Francesco Palermo, Günther Pallaver e Anton Pelinka.
In questo contesto, le vie sono molteplici. Quelle sensate mi sembrano due: esaltare una libertà individuale in certo senso assoluta, anche rispetto alla libertà altrui, in modo mi verrebbe da dire «thatcheriano»; oppure – ed è questa, come sarà facile comprendere essendo io pur sempre una persona «di sinistra» che con Giuliano Amato sostiene che non si possa essere «thatcheriani di sinistra», l’impostazione che condivido – va riconosciuta appieno la libertà individuale di ciascuno, sapendola però calare nella cornice, non prevaricante, di un tessuto connettivo; quello che si usava riconoscere in una delle più belle intuizioni del pensiero politico: la società, appunto. Insomma, bisognerebbe forse riportare un equilibrio tra il sostantivo e l’aggettivo, tra «società» e «liquida».
Sono dell’opinione che questo fosse (sia) il compito di un partito come il Pd: la costruzione di questo tessuto, sapendo offrire una soluzione soddisfacente (definitiva è, penso, quasi impossibile) al risalente e complicatissimo problema della convivenza di eguaglianza e libertà, che peraltro il nostro assetto costituzionale assume tra i suoi architravi portanti e fondamentali. Lo si potrebbe fare, forse, attraverso una forte revisione culturale, prima ancora che politica, che assumesse finalmente a proprio punto di riferimento un progetto liberale e liberista – che non è incompatibile con l’idea di società –, senza pregiudizi di sorta. Non è il caso che mi dilunghi su questo punto, ma mi preme sottolineare che credo sarebbe bene che la «sinistra» abbandonasse definitivamente, tra l’altro, quel suo pregiudizio, atavico, per lo più sotterraneo ma non di rado palese, verso il privato e verso l’impresa.
Rimane ora da chiedersi: può questa complicata operazione essere portata avanti dal «popolo»? A voler essere ottimista, la risposta che mi do è la seguente: è estremamente difficile. I motivi per cui lo affermo sono molteplici; ne accennerò due. Un obiettivo di quel genere, di così grande respiro, richiede competenza, costanza e raziocinio. Comincio dagli ultimi due elementi. Rousseau voleva attribuire il potere legislativo al «popolo adunato» [Contratto sociale, libro III, capp. XII, XIV e XX], ma come ho avuto modo di studiare è evidente che quando il popolo esercita in tal modo il proprio potere sovrano, non segue una ratio: si affida alla propria voluntas. Sicché ne risulterebbero inficiati la certezza del diritto, e le politiche perseguite sarebbero quanto mai ondivaghe. E se la legge è determinazione positiva, altrettanto ne risulterebbero scelte politiche molto probabilmente incoerenti ed irrazionali. Per quanto riguarda la competenza, poi, ho già avuto modo di notare, in un altro commento, come il progresso tecnico-scientifico richieda una preparazione ed una specializzazione sempre maggiori, che è obiettivamente difficile richiedere ad ogni cittadino.
Quindi, per farla breve, credo che debba rivalutarsi il ruolo dei partiti: e che, con questi, si debba fare in modo che la politica e la rappresentanza possano recuperare un rapporto positivo con gli associati. Come? Non certo con le c.d. [pseudo] «primarie», o per lo meno con quelle che finora si sono svolte, risoltesi in gran parte in un ricettacolo dei peggiori vizi di una politica pragmatica (non concreta: pragmatica), legata al puro dato elettorale (come se la «magnitudine» elettorale – per di più spesso modesta – di un soggetto fosse sufficiente per stabilirne anche la competenza); vizi peraltro conditi ed aggravati da quello che mi sembra tanto un inganno (i simpatizzanti, iscritti ed elettori, hanno eletto segretari deboli, e infatti immediatamente azzoppati dalla minoranza, in barba alla determinazione del popolo «sovrano»). Forse sarebbe più opportuno che, invece di porre in essere simili operazioni di propaganda – giacché in poco altro le «primarie» si sono esplicate –, i partiti (Pd in testa: a me interessa quello) riassumessero un ruolo di guida. Magari, favorendo la partecipazione: ma una partecipazione autentica. Nel senso che si debba rendere conto ai propri iscritti (nell’immediato) ed ai propri elettori (successivamente) del proprio operato: la politica ed i partiti devono tornare ad assumersi le proprie responsabilità. D’altra parte, cos’è la democrazia, se non in gran parte la possibilità di controllare (ed eventualmente punire col non-voto) i propri rappresentanti? Senza con ciò voler dire, naturalmente, che dalla «base» si debbano prendere ordini. O si tornerebbe al punto di partenza.
Quello della partecipazione è un tema “vagante”, con il quale non si sono ancora fatti bene i conti. E’ un tema che viene da lontano: già verso la metà degli anni Novanta si diceva che la relazione fra politica e società doveva essere ripensata e riformulata attraverso meccanismi più democratici. Si sono fatti molti tentativi, in buona fede anche se spesso ingenui, che hanno lasciato sul terreno molte smentite, diverse incertezze e numerose inconcludenze. Tentativi che hanno cercato di contrastare il “peccato originale” della politica nostrana: il circolo vizioso della non-decisione, cioè della difficoltà di arrivare ad una conclusione e, una volta presa una decisione, di attuarla. La partecipazione è stata considerata una soluzione a questo problema. Ma si è rivelata, finora, una soluzione ingenua e poco efficace. Proviamo a dire perché.
Un primo problema delle esperienze partecipative sperimentate finora è stato quello della confusione: partecipare davvero non vuol dire informarsi, discutere, confrontare dati e opinioni: non vuol dire votare ad un referendum o presentare osservazioni ad un PRG, che sono cose previste dalla legge, certamente, ma rudimentali. Un secondo problema ha riguardato il rapporto, sempre ambivalente, fra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Si è avuta spesso la percezione di uno scetticismo pregiudiziale (raramente dichiarato) circa l’effettiva utilità, se non proprio l’urgenza, di momenti partecipativi. Insomma, per molta politica è ancora vietato parlare al conducente. Un terzo problema ha riguardato quella che potremmo definire una concezione ingenua della partecipazione: la convinzione illusoria che promuovere momenti partecipativi fosse non solo necessario, ma anche sufficiente per dirimere o per prevenire situazioni conflittuali o per elaborare proposte ad elevato valore aggiunto. Un quarto problema, che forse è quello oggi più preoccupante, riguarda le possibili distorsioni della partecipazione. Si rischia infatti di far passare per inclusione democratica ciò che, invece, riflette visioni o interessi del tutto parziali; in questo momento, in particolare, si assiste, da un lato, al tentativo da parte di minoranze particolarmente vocali e visibili dal punto di vista mediatico di colonizzare gli spazi del confronto pubblico e della decisionalità; dall’altro lato, si registra l’ostinata e contraria prevalenza del “nimbysmo”, cioè di orientamenti radicalmente oppositivi che - rifiutando soluzioni non gradite e, in fondo, l’idea stessa di ogni mediazione (e comunque la sua inevitabilità) - finiscono per ignorare l’esistenza stessa dei problemi. Qui si affaccia un quinto problema, che chiama in causa una concezione matura della democrazia: sempre più spesso, come vediamo, un’opinione pubblica alla ricerca di convenienze immediate e parziali – o, se vogliamo, un elettorato che considera sé stesso come “consumatore” del mercato politico – esercita un forte appeal nei confronti di una politica a sua volta interessata a mettere all’incasso un consenso di breve momento, secondo logiche di soddisfazione e di esigibilità immediata. Cioè logiche opportunistiche. Un sesto ordine di problemi riguarda la distorsione mediatica e la superficialità: spesso “vota” dichiarandosi favorevoli o contrari a qualcosa senza sentire il bisogno di sapere esattamente che cosa.
La partecipazione, insomma, è un’opportunità ma anche un problema. Va chiarita nella sua natura, nelle sue potenzialità e nei suoi limiti. Ad esempio, bisogna prima di tutto considerare che le questioni sulle quali nasce un dibattito pubblico non hanno sempre e necessariamente una chiara oggettività. In altre parole, si deve tener conto che i nodi da affrontare sono spesso molteplici e mutevoli e che la questione fondamentale sulla quale si fondano le divergenze è spesso costituita dalla definizione del problema più che dalla pluralità e dalla differente accettabilità delle soluzioni. La partecipazione non è un modo per negoziare le soluzioni più idonee o più accettabili, ma è prima di tutto un modo per cercare una condivisione della natura e della portata dei problemi. Di questo presupposto molti comitati spontanei non sembrano essere molto consapevoli: l’importante, per qualcuno di loro, è generare conflitto: costi quel che costi. Con buona pace di quello che la politica deve disperatamente perseguire: la mediazione, l’accordo e (lo dico annoverandomi fra gli inguaribili romantici) l’interesse di tutti.
Al momento, il nostro Paese è governato da un “ex” piduista circondato da “ex” piduisti (tra gli altri, Fabrizio Cicchetto e Massimo Donelli, direttore di Canale 5 e de La5) e da esponenti di Opus Dei (tra gli altri, Gianni Letta, Marco Simeon, direttore delle relazioni istituzionali e internazionali della Rai e due membri della famiglia di Guido Bertolaso, nipote del cardinale Camillo Ruini).
Sui legami tra banche del Liechtenstein, ascesa di Berlusconi, Vaticano, FIAT e mafia si può cominciare dall'ottima inchiesta di Ferruccio Pinotti e Udo Guempel su La Repubblica di oggi ("Il gentiluomo d'oro della casse vaticane").
Intanto Marco Minniti (PD, ministro “ombra” degli interni) ha affidato la presidenza onoraria della fondazione “Intelligence culture and strategic analysis” (ICSA) a Francesco Cossiga, l’uomo di Gladio. In Europa la marea nera xenofobica monta ovunque ed in Italia è arrivata al governo.
Ieri, nello stesso giorno, l’Italia è diventata lo zimbello del mondo civile rifiutando la raccomandazione ONU di inserire il reato di tortura nel suo codice penale ed il “nostro” primo ministro ha dichiarato che “è un inferno governare rispettando la Costituzione”.
Non mi pare azzardato affermare che la democrazia in generale e quella italiana in particolare non sia mai stata così a rischio nella sua pur breve storia. La Democrazia Cristiana era comunque erede della battaglia anti-fascista, ora al potere ci sono figure “antropologicamente diverse”, come sostiene lo stesso Berlusconi.
Non si tratta di cercare radicamenti territoriali o il contatto con il popolo. Non si tratta di creare un PD del Nord o di sostituire Bersani con un leader carismatico. Non si tratta di ignorare tutte le forze di sinistra in favore di un’alleanza di governo con Casini che toglierà voti ad entrambi i partiti. Forse non ha neanche più senso operare una riforma federale del partito.
Si tratta di “resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave”, come ci esortava a fare l’allora procuratore generale di Milano Francesco Saverio Borrelli.
"(…) io non credo più alle forme partito tradizionali, cioè quelle dove ci sono i comitati centrali, i direttivi, i funzionari, soprattutto nell’epoca dei grandi mezzi di comunicazione la rete massiccia di funzionari non ha più alcun senso… occorre pensare il partito, chiamiamolo così, come una federazione di movimenti, di gruppi, dotati di larga autonomia, che si incontrano sulla base di programmi, su obiettivi molto concreti… se pensiamo al partito ideologico… il partito è una contraddizione in termini nella nostra storia, perché “partito” viene da “parte” e invece tutti questi partiti si rappresentavano come “totalità”, anche ora alcuni si rappresentano come “totalità”… invece i partiti sono “parte”, devono essere “parte” e devono con chiarezza rappresentare alla gente la “parte”, dove stanno… non puoi stare ovunque, devi avere dei programmi concreti e sulla base di quei programmi concreti federi, unisci forze e culture anche diverse, ma sempre sapendo che sei “parziale”, che non sei “tutto”, che non puoi rappresentare “tutto”, a meno di non fare demagogia, a meno di non raccontare balle, di non fare promesse del tutto assurde… ecco, se la politica cessasse di essere demagogia, di essere populismo, di essere pretesa di totalità forse anche questo paese potrebbe essere amministrato un po’ meglio."
Tuttavia se la si considera come una maggiore "personalizzazione" dei rapporti, intensa nel senso di maggiore attenzione al soggetto piuttosto che alle strutture che in passato definivano l'identità della persona/ soggetto socio-politico/ cittadino, concordo con questa idea (basti pensare ad esempio all'idea di "difendere i lavoratori, tramite formazione continua, e non i posti di lavoro" come in Danimarca).
In questo senso i partiti dovrebbero rappresentare "strutture" o sistemi che possano offrire spazi dialogici ai soggetti, delle vere e proprie "agorà" moderne. Spazi in cui il consenso possa formarsi partendo dalla società civile, proprio perchè questa in quanto ora "liquida" non è più gestibile (tramite propaganda, scelte identitarie "di campo" o imposizione di una linea politica) che non hanno più presa su essa.
Solo questo permetterà di ascoltare, rappresentare e governare strategicamento il "territorio".
Sempre in questa prospettiva, è dovere dei partiti superare l'attuale modello plebiscitario che (come illustrava già Gustavo Zagrebelsky in "il 'crucifige!' e la democrazia") si riduce ad un nuovo modello di controllo della società/ massa con mezzi mediatici, parodia della vera partecipazione politica (cosa che, ad esempio, il PDL continua a fare quando nel suo sito pubblica solo "commenti scelti che rappresentano la generalità delle opinioni espresse").
Ed è dal punto di vista dell'uomo comune, del cittadino sperduto di fronte alla “morte” dei partiti tradizionali e delle “masse” da cui essi traevano legittimazione, che vorrei dare un piccolo contributo.
La prima cosa: è ora che questa discussione esca dai luoghi alti della politica e della cultura, per entrare finalmente nei circoli, nelle sedi di partito, nelle associazioni. E' necessario coinvolgere un numero crescente di persone. Esiste un patrimonio umano disperso, fatto dalle tante coscienze ancora presenti, dalle tante menti ancora vigili, dalle tante volontà ancora disponibili. Queste persone vanno cercate e recuperate alla politica.
La seconda: la nostra sinistra sembra sospesa in un limbo, in una specie di sala d'attesa. A tutti i livelli. Il PD attende, arroccato su posizioni di difesa, in attesa di andare finalmente al governo per fare la “sua” politica e non quella degli altri. Gli elettori aspettano che finalmente si presenti all'orizzonte una leadership degna di questo nome, che vengano “intercettate” le istanze della società civile, che il partito “maturi”. Attendere, appunto. Delegare ancora.
Ma abbiamo davanti agli occhi quali disastri produca quest'attesa, quest'idea diffusa tra la gente che qualcuno in alto si alzerà e dirà: ho la soluzione, e quest'idea presente nella classe dirigente che si possa ancora rimandare un'assunzione di responsabilità. Scollato dalla società civile, mutilato delle sue radici nella vita vissuta delle persone, il partito non riesce a dare risposte convincenti, e l'elettorato progressivamente si disinteressa di un mondo tanto lontano quanto indecifrabile.
Di fronte all'ultima sconfitta elettorale della sinistra alle regionali, e successivamente anche nel mio Comune (e ancora brucia), ho sentito l'urgenza di mettermi in contatto con il mio partito di riferimento, di entrare in qualche modo nell'idea della Urbinati e di chi sostiene la necessità di una fase di ricostruzione della partecipazione alla vita e alle scelte dei partiti. La proposta che feci ai miei amici del forum di Libertà e Giustizia al tempo della disfatta nelle ultime politiche, fu questa: occupiamo i partiti. Se loro non ci cercano, o si limitano a chiederci un'investitura attraverso le primarie per poi utilizzare la delega in piena libertà, allora saremo noi, la società civile, a presentarci nei circoli e a stabilire un dialogo. Non mi sentivo più di addossare completamente la responsabilità del disastro politico della sinistra alla dirigenza dei partiti, perché mancava la mia partecipazione, la mia personale assunzione di responsabilità.
L'ho fatto, sono entrata nel circolo PD del mio Comune, come semplice elettrice, ed ho trovato una situazione molto migliore di quanto supponevo e una grande disponibilità al confronto. E posso confermare: sentirsi parte di un progetto, aiuta il cittadino a dare un senso alla propria vita.
Mi piace pensare che quest'idea affondi le sue radici nel pensiero degli azionisti, e di Carlo Rosselli in particolare, quando immaginava il ruolo dei partiti strettamente legato, forse addirittura “guidato” dalla partecipazione delle associazioni e dei cittadini alla politica. Penso che andrebbe rivalutato questo pensiero, non solo perché attribuiva alla società civile tanta importanza e tanto peso, ma anche per altre ragioni altrettanto attualissime, tra le quali ricordo l'idea che vi fosse (allora, dopo l'esperienza del fascismo) la necessità di una grande rigenerazione morale e civile, questione oggi più che mai urgente, e che non vi potesse essere futuro per la democrazia senza socialismo liberale, l'unica dottrina, a mio parere, che oggi sembra contenere quei valori e quelle indicazioni progettuali necessari a contrastare l'avanzata devastante della finanza globale e delle nuove forme di oppressione.
Non credo che i partiti nazionali siano in grado di autoriformarsi, ripensando radicalmente le forme del proprio agire. Per un vizio centralistico duro a morire, e per l'incapacità di svecchiare le proprie categorie di lettura della realtà, laddove la dimensione nazionale segna ancora l'orizzonte della politica (ma, a guardar bene, anche del sindacato e dell'associazionismo in genere). Abbiamo visto come, anche nel PD, né l'idea dell'organizzazione realmente federata (o confederata), né quella proposta da alcuni autorevoli amministratori locali per il "Partito del Nord" (che pure non tocca le mie corde), abbia trovato un significativo riscontro.
E' mia opinione che, se non vogliamo continuare a sorvolare i territori, diventi vitale la capacità di attraversamento, di abitarli, di valorizzarne le qualità di sperimentazione economica e sociale. Contestualmente non c'è ormai un solo problema che non si ponga in termini almeno sovranazionali, perché è questa l'altra dimensione che può dialogare con quella locale. Che dunque richiede capacità di visione, di mettersi in relazione con contesti più ampi per interagire intelligentemente con la globalizzazione.
Non è un problema relativo al PD, riguarda la politica in senso lato. Che dai tempi del Machiavelli si è pensata ad immagine e somiglianza del potere. Credo bisognerebbe ripartire proprio da qui, ovvero dalla sua capacità di autonomia.
Significa infine, sul piano locale, che la sperimentazione politica non deve affatto considerarsi esaurita nell'attuale assetto partitico, per quanto possa risultare favorevole al PD del Trentino.
Questa frase fa tremare i polsi. Ben lieto di non vivere più in quella fase storica.
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Non la forma partitica dovrebbe importarci, bensì la sostanza. Il PD, finora, è stato governato da due gruppi di interesse: quello veltroniano non disposto a garantire la piena laicità del paese e quello dalemiano, affaristico, autocentrato e pienamente disposto all'inciucio (Consorte, Ricucci, Caltagirone, ecc.).
Il miglior criterio di valutazione della bontà di un partito è molto semplice: finché la sua dirigenza è peggiore della sua base, non votarlo. Solo in questo modo lo si costringerà a "maturare" e ad "intercettare le domande provenienti dalla società civile".
Al contrario, finché la gente si sentirà costretta a turarsi il naso e a votare un partito solo per evitare che al potere ci vadano "gli altri", allora l'unico cambiamento che vedrà sarà quello - imbarazzante per pochezza e sussiego - del nome e delle sigle.
Ergo, la colpa dell'inerzia e mancanza di idee all'interno del PD è, in ultima analisi, da addebitarsi all'esistenza di Berlusconi ed alla pavidità e narcisismo dell'elettorato di sinistra.
Partiti
di Antonio Floridia (Il Mulino, 16 ottobre 2009)
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