La nuova legge sulle “Comunità di Valle”. Che cosa è?
di Salvatore Giacomolli (Bollettino del Comune di Storo)
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Comunità di valle
Le Comunità di valle sono il frutto di un complesso
e articolato processo di riforma della Provincia autonoma di Trento che si fonda sui principi
costituzionali della sussidiarietà e dell'adeguatezza e assume a riferimento il
metodo della partecipazione, a tutti i livelli interessati, istituzionali e
non.
Pare importante richiamare l'attenzione sul significato fondamentale che le Comunità di valle possono rappresentare per la democrazia partecipativa dei nostri territori.
La crisi della politica oggi si chiama, soprattutto, difetto di partecipazione; cioè rarefazione di quel senso civico che vedeva il ruolo pubblico dei cittadini nelle loro forme aggregative più semplici e dirette, quali i Comuni o, prima ancora, le Vicinie, il centro di imputazione del loro agire politico nella società. Ma se da un lato la crescente sfiducia nella classe politica trova quotidianamente i suoi celebratori (a volte tramite una lucida critica, altre volte tramite un populismo semplificatore), dall'altro lato i luoghi del decidere si allontanano sempre di più dalla realtà quotidiana dei cittadini, si ritirano nelle nascoste stanze dei bottoni, si presentano come attività da addetti ai lavori ed estranee ai principi democratici.
Ora, in questo clima, la riforma che ha portato al varo delle Comunità di valle tenta di riportare l'interesse per la cosa pubblica più vicino ai territori - sottraendo poteri al centralismo della Provincia per spostarlo nelle Comunità - e conferendo all'esercizio dei poteri stessi un collegamento immediato con i cittadini, sia per una loro più diretta partecipazione ai momenti decisionali, sia per una maggior qualità dei servizi che ogni territorio ha diritto di rivendicare. La creazione di un pur limitato sistema di autonomia finanziaria territoriale consentirà a ogni territorio di soddisfare i propri bisogni tenendo conto delle risorse, limitate, a disposizione; e la scala delle priorità rappresenterà il parametro della responsabilità della classe dirigente di quel territorio, oltre alla diretta e immediata possibilità di verifica da parte della popolazione sull'operato di quella.
Le parole d'ordine, pertanto, saranno autonomia e libertà nella responsabilità condivisa, su tutti i nostri territori, per tutti i nostri concittadini.
Ecco perché diventa fondamentale capire e far capire a tutti che l'esito della riforma istituzionale non sarà la vittoria di un ente su di un altro ente, bensì la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica; per effettuare razionalmente e intelligentemente tale gestione sarà necessario che il luogo della decisione sia vicino alla comunità dei cittadini, perché solo da vicino si potranno cogliere meglio le loro esigenze e si saprà gestire la cosa pubblica insieme ad essi in una forma virtuosa di collaborazione e al tempo stesso di controllo. Solo da vicino sarà possibile conferire responsabilità alle scelte, bilanciando la limitatezza delle risorse e decidendo assieme il loro impiego, attraverso delle priorità o delle economie di scala.
L'attuazione della riforma introdurrà la collaborazione fra i Comuni con risparmio di risorse e potenziamento di servizi, compiendo scelte di indirizzo per mezzo di piani urbanistici e piani di sviluppo della Comunità, determinando priorità e interventi economici attraverso un budget di competenza della Comunità che valuterà tempi e necessità di interventi in maniera più diretta che non quanto fino a oggi fatto dalla Provincia.
Tutto questo senza rinnegare o comprimere il primo luogo di partecipazione democratica rappresentato dai Comuni che, sgravati da oneri spesso improbi e irrazionali, potranno recuperare la cultura della municipalità nel senso più pieno e costruttivo del confronto e della collaborazione nel territorio.
In definitiva, le Comunità di valle rappresentano l'occasione per portare libertà e autonomia più vicine ai cittadini, spronandoli alla partecipazione non solo elettorale, e dislocando sui territori dei centri di interesse collettivo che, da un lato consentano una capillarizzazione della democrazia e dall'altro (attraverso le forme partecipative di cui gli statuti delle Comunità sono ricchi) tornino a dare alla politica quel ruolo di vita comune che, solo, riserva a questa attività umana quella nobiltà dei valori e quella cura dell'interesse collettivo che la devono caratterizzare.
A CECILIA E ILARIA: Nessuno ha in tasca la soluzione della correttezza e dell'onestà, nè queste doti si possono acquistare assieme ad una tessera di partito (qui non si fanno promozioni!) E', però, molto importante che ci sia chi percepisce questi problemi . Io credo che chiarezza, trasparenza e rigore possano aiutare e credo anche che con questi presupposti sarà difficile farsi strumentalizzare dai "furbetti".
A MARIA: non mi pare ci debba essere contrapposizione fra la rappresentatività dei Consiglieri di Comunità derivata dalla designazione dei Comuni e quella derivata dal suffragio universale. La Comunità non è e non deve diventare una "corporazione" tesa a tutelare i "particularia", nè dei singoli cittadini, nè di ogni singolo Comune. Nel Tuo caso specifico, Ti consiglio di accettare la proposta del tuo Comune, perchè ritengo importantissimo che i rappresentanti dei Comuni abbiano la tua convinzione.
A RENATO: Non mi pare si stia sentendo proprio quello che tu dici; anzi dai giornali di questi giorni Dellai e Rossi sembrano voler costruire qualcosa di diverso dalla coalizione provinciale. Speriamo siano solo brutte chiacchiere. In ogni caso l'autonomia territoriale è salvaguardata come un valore grandissimo nello statuto del PD; bisogna però anche dire che ciò non significa che ogni territorio di Comunità possa diventare uno Stato autonomo; in epoca di globalizzazione e di ideali europei pare opportuna una coerenza di linea politica, ed è a questo che ci si riferisce quando si parla di intese di ampio respiro.
Che mi consiglia Bressanini? E' meglio accettare questa opportunità o cercare di entrare in una lista di partito (ci saranno? come faccio a saperlo? come faccio ad entrarci?) per andare ad occupare un seggio che credo sia più "politico" e più interessante per me che vedo nella Comunità di valle non tanto una stanza in cui difendere il proprio piccolissimo interesse di paese, ma una arena in cui dibattere "politicamente" le grosse questioni che riguardano il territorio nel suo complesso?
E allora arrivo anch'io a riflettere sulle ombre e sostanzialmente sul sistema elettorale scelto che - trovandoci impreparati come cittadini e come partiti (sono iscritta al PD) - potrebbe inficiare di molto i buoni propositi dichiarati dalla riforma.
Penso al fatto che vedo attorno a me "grandi manovre" di illustri esclusi dall'ultima tornata di elezioni amministrative che vedono in questa prossima elezione una chance per riproposi in un ruolo tanto più ambito quanto più aperto a tutte le sperimentazioni.
E allora lo spauracchio che mi si para davanti non è tanto il vecchio e vituperato comprensorio, quanto le vecchie cattive abitudini che nulla hanno a che fare con la partecipazione.
Pongo a Bressanini una domanda, da cittadina che non smette mai di sperare che la democrazia cresca ovunque: come possiamo agire dal basso perché nei tre momenti della formazione delle liste, della campagna elettorale, del voto di ottobre prevalgano logiche democratiche e partecipative?
In tal senso giustamente Bressanini impronta il suo intervento al valore della partecipazione. Infatti è indubbio che alla base della riforma, ed in particolare della legge approvata il 16 giugno 2006, vi sia -perlomeno nelle intenzioni dei proponenti (ed in primis di Bressanini)- la percezione della necessità di non procrastinare oltre uno spostamento di poteri reali dal centro alle periferie, trasferendo competenze e funzioni assolte dalla Provincia verso i Comuni, considerati come la dimensione istituzionale più vicina ai cittadini ed ai loro bisogni. Nella prospettiva, altrettanto opportuna ed improcrastinabile, di indurre i Comuni stessi ad associarsi ed a superare l’attuale frammentazione.
Ne deriva non solo un cospicuo trasferimento di competenze dalla Provincia (che mantiene comunque una regia di carattere generale) agli enti locali, in un contesto in cui l’aspirazione è che la maggior parte di queste competenze venga gestita dai Comuni stessi in forma associata, con la conseguente necessità di un’organizzazione diversa e più complessa, in grado di realizzare quella collaborazione fra Comuni che permetta al cittadino di ottenere l’erogazione di servizi di qualità. Così come è indubbio che l’istituto della Comunità di valle, prevedendo l’istituzione di ambiti sovra-comunali, nasca proprio per consentire ai Comuni l’esercizio in forma associata delle numerose funzioni trasferite dalla Provincia. Per cui, perlomeno agli esordi della riforma, le Comunità di valle venivano viste come l’effetto di una spinta proveniente “dal basso” ed in particolare della volontà dei Comuni di mettersi insieme nel nome di un progetto di sviluppo unitario.
Fin qui le luci. Vi sono però anche alcune (pesanti) ombre, o perlomeno delle questioni non risolte. Infatti è evidente che il destino della riforma, e soprattutto la sua coerenza rispetto alle aspettative iniziali, si gioca proprio intorno alle Comunità di valle ed a come esse concretamente si svilupperanno. Non a caso sin dall’inizio era forte e sentita l’esigenza di superare definitivamente qualsiasi ipotesi di “ente intermedio”, da molti visto come una riproposizione del Comprensorio, per attestarsi invece attorno a soli due livelli di governo, la Provincia e per l’appunto i Comuni. In tal senso molti dubbi restano, con riferimento a come le nuove competenze potranno essere gestite dalla Comunità di valle ed a come si strutturerà il trasferimento di personale dal centro alla periferia. Ma ulteriori dubbi sorgono se si presta attenzione a come talune Comunità sono organizzate: ad esempio quella della Val di Non si compone -al pari di quanto avveniva prima della riforma- di tutti i 38 Comuni territoriali, il che chiaramente non depone a favore della nascita di aggregazioni comunali minimamente omogenee. Ma anche le procedure di elezione degli organi della Comunità continuano a rivelarsi macchinose: restando alla Val di Non è prevista un‘Assemblea ancora pletorica, in parte eletta a suffragio universale diretto (unitamente al Presidente) ed in parte su designazione dei singoli Comuni. Mentre continua non esser chiaro il ruolo della Conferenza dei Sindaci.
In definitiva mi pare di poter dire che persiste una contraddizione fra i princìpi (quelli di cui si faceva interprete Bressanini) e la loro traduzione nella realtà. Non vorrei che ciò fosse dovuto al venir meno della spinta riformatrice iniziale.
Giudicarie: fra passato e futuro c’è la Comunità
di Elena Baiguera Beltrami (QT febbraio 2010)
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