La nuova vita delle Alpi

Enrico Camanni (Bollati Boringhieri, 2002)

Alpi regione d'Europa. Da area geografica a sistema politico

Marcella Morandini, Sergio Reolon (2010, Marsilio)

Leggi (link esterno)

Le Alpi nella storia d'Europa

Ambienti, popoli, istituzioni e forme di civiltà del mondo «alpino» dal passato al futuro

di Luigi Zanzi (2004, CDA & VIVALDA)

Le Alpi. Una regione unica al centro dell'Europa

di Werner Bätzing, Bollati Boringhieri

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Montagne

Questa torrida estate ci invita a sognare lunghi soggiorni in montagna e stimola una domanda: le montagne sono un semplice corrugamento della crosta terrestre, una barriera all’orizzonte degli uomini, un mero dato geografico? No, per fortuna. L’universo delle montagne rappresenta un insieme di valori, un sistema di riferimenti che caratterizza la vita quotidiana di milioni di uomini e donne.
autore Roberto Bombarda - inserito domenica, 18 luglio 2010
Le montagne sono state e per molti sono ancora qualcosa di diverso, di utile, di attuale. Potremmo partire, di nuovo, proprio dalla geografia per ricordarci che le montagne sono lo scrigno delle acque e della biodiversità, patrimoni collettivi ed invendibili.
Le montagne, con il loro apparente “immobilismo”, con l’irridente grandezza di fronte alla dimensione minuscola della specie umana riportano gli uomini alla loro dimensione di finitezza temporale. Le montagne ripropongono dunque il principio del limite, la cui valenza è di estrema attualità. Stiamo esaurendo le risorse del Pianeta senza tenere in debito conto che tante e tante generazioni verranno dopo di noi. Dobbiamo sentire su di noi i loro occhi, le loro aspettative, le loro esigenze di poter contare su risorse disponibili e non compromesse. Questo sarà possibile solo se sapremo riappropriarci proprio del principio del limite e lo sapremo fare nostro, praticandolo nel quotidiano.
Ma le montagne educano anche alla solidarietà, poiché in ambienti difficili è l’unione delle forze la soluzione dei problemi. Le secolari carte di regola che hanno governato per un lungo periodo le comunità della montagna alpina sono una straordinaria testimonianza di come l’utilizzo dei beni ambientali, beni collettivi per antonomasia, dovesse essere regolato in maniera concertata.
Oggi possiamo distinguere nitidamente montagne da montagne, per livelli di ricchezza, per stili di vita, per conservazione della natura e della cultura. Ci sono, come scrive Mauro Corona, “montagne dove nevica firmato” ed altre dove regnano ancora la solitudine,  l’abbandono, il degrado fisico e sociale.
Ma le montagne possono dare nuovo valore al futuro, ai modelli di sviluppo. Ed in questo processo anche dalle “nostre” regioni di montagna, dalle Alpi nuovamente al centro di iniziative per una loro visione come “regione autonoma” nel cuore dell’Europa (si legga ad esempio l’ultimo contributo di Morandini e Reolon), possono iniziare discorsi concreti.
Io credo che prima o poi le Alpi diverranno “regione autonoma” d’Europa e, da Grenoble a Vienna, Patrimonio dell’Umanità. Circa 14 milioni di abitanti in poco meno di duecentomila chilometri quadrati, divisi da molti confini per fortuna sempre meno rigidi, ma uniti da una natura comune – l’area di biodiversità più grande d’Europa – da tradizioni e stili di vita incredibilmente vicini e da una civiltà che, come scriveva Paul Guichonnet nell’opera “Storia e civiltà delle Alpi”, “è fondata sulla libera determinazione delle collettività locali, autonome e responsabili”. Così l’arco alpino (le “Alpi-aperte”) – concludeva il grande studioso – “non sarà più uno spazio alienato, colonizzato, assistito, ne’ una merce: montagna, neve e parchi naturali, la cui promozione avviene sul mercato del consumismo turistico. Le Alpi, terra di grandezza e di fatica, riunendo fra loro tradizione e rinnovamento, saranno anche la terra di una libertà riconquistata, nella fiducia in un destino originale”. Un altro studioso delle Alpi, Werner Baetzing, scrive nel suo lavoro “Le Alpi: una regione unica al centro dell’Europa” che le nostre montagne possono diventare – con l’acqua e le biomasse, con la natura e la cultura – il “battistrada” per l’intero continente. “Perché in passato, proprio prendendo a modello le Alpi, l’Europa ha sviluppato la propria concezione della natura e dell’ambiente… sempre facendo riferimento alle Alpi si potrebbero discutere con particolare vigore anche le questioni di fondo dello sviluppo sostenibile, affinché una tematica così importante non venga codificata solo in base a considerazioni astratte, ma contenga in sé la chiarezza materiale e il fascino emozionale propri delle Alpi”.
“La lezione più alta che viene dai popoli montanari – ha scritto infine lo storico Luigi Zanzi nell’opera “Le Alpi nella storia d’Europa” – è quella di una cultura in cui le priorità della “qualità della vita” coincidano con scelte di un’etica consapevole della propria radice ambientale e della propria storia”. La civiltà delle Alpi è cresciuta sul valore dell’intesa e della pace con la natura. Le popolazioni delle Alpi sono oggi la vera “minoranza d’Europa”; una minoranza non etnica, storica o nazionale, ma una minoranza ambientale, multiculturale e multi linguistica. Un tesoro di diversità che può diventare il riferimento per le politiche del futuro e fare delle Alpi, come proposto dalla Cipra, la prima regione con uno sviluppo rispettoso del futuro e del clima. Oggi ci sono gli strumenti, anche politici: la Convenzione delle Alpi, tristemente inattuata in Italia con i suoi protocolli e le dichiarazioni ci indica la strada. Porta la data del 14 ottobre 1999 la legge di recepimento della Convenzione, accordo firmato addirittura nel 1991. Poco, troppo poco è stato fatto finora per dare seguito a quegli impegni. Non solo da Roma, ma anche da Trento, Bolzano ed Innsbruck. Questa sì che sarebbe una politica a favore delle Alpi. E delle montagne del Pianeta. “Il futuro appartiene a chi vuole partecipare attivamente alla sua costruzione”, ha scritto il presidente della Cipra, Dominik Siegrist nell’introduzione del terzo, interessantissimo, Rapporto sullo stato delle Alpi. Un invito per tutti i montanari di nascita o di adozione a farsi portatori, ogni giorno, di un modo di vedere e di “gestire” il mondo più responsabile, più rispettoso dell’ambiente e delle persone che vivono qui ed ora, ma anche nei millenni a venire! Questo insegnano le montagne, a tutte le latitudini e con tutti i climi possibili.
inviato da Alex Marini il 20.08.2010 06:27
Le riflessioni espresse in seguito al contributo iniziale di Bombarda contengono spunti di notevole spessore per ampliare il dibattito su un tema cosí delicato. Tuttavia, mi intimoriscono per l’astrazione concettuale che esprimono poiché rischiano di limitare la discussione ad una nicchia esclusiva di soggetti.
Il limite della montagna impone sacrifici e rinunce per ovvie ragioni naturali. Tale limite ha rallentato l’espansione antropica e la natura ha potuto preservare se stessa. Per secoli le azioni dell’uomo – nel lavoro prodotto di stagione in stagione e nel rigoroso rispetto dei cicli naturali – si sono adattate ai limiti imposti dalla montagna. La cultura alpina é la sintesi di tale attivitá esercitata per secoli.
Il paesaggio montano ed in senso piú esteso lo stile di vita montano – per una logica di causa-effetto – erano inestricabilmente una necessitá ed una conseguenza diretta del lavoro prodotto per soddisfare bisogni primari. Prima della grande rivoluzione industriale, le genti che abitavano il mondo alpino vivevano in condizioni di delicatissimo equilibrio (per non dire precario) mantenendo sostenibile il rapporto tra boschi, pascoli, campi e villaggi ma anche le relazioni sociali (queste piú stabili che sostenibili). L’estetica del paesaggio e la sostenibilitá erano una scelta obbligata poiché non vi erano alternative che potevano garantire la soddisfazione dei bisogni primari in modo duraturo.
In seguito la grande trasformazione prodotta dalla rivoluzione industriale non ha risparmiato la montagna: le genti sono emigrate in massa evadendo la durezza ed i sacrifici quotidiani e seguendo strade percepite come piú facili; le cime alpine con il contorno del paesaggio frutto del lavoro secolare sono diventate luoghi per soddisfare bisogni umani secondari (non piú solo quelli primari) attraendo vacanzieri, turisti ed escursionisti; le metastasi dell’industrializzazione sono penetrate nelle valli in varie forme (TV, asfalto, gallerie, automobili, mode, etc.) togliendo sostanza agli usi ed ai costumi locali ed omogeneizzando il contesto sociale; le comunitá locali si sono poco a poco disgregate confluendo (nella stessa direzione dell’acqua che scende a valle) nel grande calderone moderno.
La cura ed il rispetto dell’ambiente hanno seguito inesorabilmente queste dinamiche e tutto quello che é sostenibile é venuto meno perché “sostenibile” significa lavoro, sacrificio ed equilibrio, l’esatto contrario del vivere moderno.
A questo punto, dove la societá del consumo ci ha viziati ed anestetizzati senza via di ritorno, esiste davvero una soluzione che ci faccia lavorare per decontaminare l’ambiente e ci faccia accontentare di poco limitandoci nei consumi? Come redistribuire i piaceri ed i beni offerti dalla montagna? Come ripagare gli sforzi ed i sacrifici di coloro che la montagna la vivono e la plasmano nel rispetto degli equilibri naturali? Come conciliare queste due forme di vivere la montagna? Come decidere chi lavora, chi gode e chi ozia?
Forse la ragione per cui la Convenzione delle Alpi é rimasta inattuata in Italia ed altrove é proprio perché non si vuole dare (e non si é in grado) nessuna risposta a questi ed a molti altri interrogativi che giornalmente ci vengono posti.
Alex Marini
inviato da Marcella Morandini il 04.08.2010 16:43
Grazie a Roberto Bombarda per il suo articolato intervento, che pone molti stimoli alla riflessione sulla questione della montagna alpina.
Aggiungerei tuttavia che, più ancora delle buone pratiche - di cui pur c’è grande bisogno - la grande sfida a cui siamo posti di fronte ora è fare in modo che le Alpi riescano finalmente a superare la frammentazione e porsi come sistema unitario. Solo così sarà possibile fare massa critica e recuperare in chiave moderna quella civiltà alpina tanto ben descritta da Guichonnet “fondata sulla libera determinazione delle collettività locali, autonome e responsabili”.
Se è vero che le Alpi sono un’unica regione geografica, lo stesso non vale sul piano politico-amministrativo. La montagna non è tutta uguale, nè tantomeno lo sono le Alpi. I 14 milioni di abitanti che vivono all’interno dell’area delimitata dalla Convenzione delle Alpi condividono culture e modi di vita nati dal vivere in un territorio che pone - da Grenoble a Maribor - sfide, problemi e opportunità analoghi. Eppure, guardando più da vicino i territori alpini, si scoprono differenze macroscopiche tutt’altro che trascurabili. Differenze che corrono spesso non solo sui confini di cresta, ma che esistono anche all’interno di questi stessi Stati nazionali la cui formazione tanto ha inciso sulla marginalizzazione, prima fisica poi socio-economica e infine politica e culturale, dei territori alpini. In Italia, escluse le Province Autonome di Trento e Bolzano e la Regione Autonoma della Valle d’Aosta, la montagna è governata dalla pianura. E questo accade anche in Friuli Venezia Giulia, che pure è regione autonoma.
Come ricordato, esiste già uno strumento che riconosce le Alpi come territorio unitario anche dal punto di vista giuridico: la Convenzione delle Alpi. Costruita sulla diversità, la Convenzione delle Alpi è innanzitutto una “cassetta degli attrezzi” per un utilizzo oculato e lungimirante del territorio alpino, per uno sviluppo in grado di valorizzare le sue peculiarità, e riportare le Alpi da luogo del margine a centro dei processi economici.
L'arco alpino oggi – a patto che ritrovi una sua unità nella diversità - può riscoprire una nuova centralità nel contesto europeo. Può metter in campo risorse strategiche come l'acqua, il legname, la produzione idroelettrica, il turismo eco-compatibile, i crediti sulle emissioni di anidride carbonica. Ma per valorizzare queste risorse e cogliere queste opportunità è necessario che recuperi le relazioni orizzontali tra territori omologhi e si riconosca, prima ancora di proporsi, come un unico territorio.
inviato da stefano fait il 29.07.2010 12:47
Al di là delle mie personali delusioni riguardo a "Trentini" e "Trentinità" non ho una visione pessimistica del futuro.
Semplificando per ragioni di chiarezza, non credo che la maggior parte degli esseri umani sia nociva in termini di etica, estetica ed ecologia. Credo invece che la maggior parte sia neutra e che poi vi siano due minoranze, una benevela (che pone attenzione a ciò che fa ed alle sue conseguenze, che cerca di agire altruisticamente) e una malevola (che pone il proprio tornaconto davanti a tutto, convinta di non dover mai render conto a nessuno).
L'agire della gran massa dei neutri avrebbe il potenziale per essere ecologicamente sostenibile, se al potere non ci andassero tendenzialmente i "nocivi".
Dunque, sempre a mio parere, le campagne di sensibilizzazione ambientalista lasciano il tempo che trovano. Sarebbe invece necessario e sufficiente frazionare il potere invece di centralizzarlo. In altri termini, il problema trentino non risiede nell'autonomia, ma nell'autonomismo, che ha consentito la creazione di un'ideologia ed una struttura di potere che normalmente caratterizzano gli stati nazionali molto accentrati. Con un assetto del genere la democrazia diretta sarebbe addirittura autolesionistica, perché manca completamente una società civile formata da cittadini che si avvertano come investiti del potere sovrano di gestire responsabilmente se stessi e l'ambiente.
Poiché non credo che la classe politica locale, nazionale o internazionale sia disposta a decentrare realmente il potere (basti vedere l'interpretazione leghista del federalismo, che è puramente predatoria), allora non c'è altro da fare che salvare il salvabile ed attendere che l'intero sistema crolli. Crollo che è inevitabile, in quanto una società governata da logiche di rapina è incompatibile con un sistema (il pianeta Terra) chiuso e a risorse finite che rende irrealistica la prospettiva della diffusione del benessere oltre una certa soglia (i poveri dei paesi ricchi sono diventati meno poveri a spese dei poveri del resto del mondo, non dei ricchi, che invece sono sempre più ricchi).
inviato da F. il 27.07.2010 20:45
Dalle Alpi alle Ande: genti di montagna in difesa dell'acqua. Ci sono stati incontri importanti, questa settimana, sulle nostre montagne. Qui un assaggio: www.yaku.eu
inviato da stefano fait il 26.07.2010 12:06
Michele Nardelli sa bene che non considero lui e quelli come lui in alcun modo rappresentativi della classe dirigente locale. E' poi questo il senso del nostro dramma, a livello glocale. Ma fa benissimo a citare ciò che di ottimo è stato fatto (hanno fatto!).
In verità, il punto che volevo sottolineare è che certe idee non dovrebbero nemmeno passare per la testa in Trentino, invece pare che gli stessi Trentini continuino ad eleggere numerosi rappresentanti/delegati che prediligono la visione di breve periodo a dispetto di quella di lungo periodo.
Sospetto che una società civile trentina attenta, sensibile, attiva e vivace non abbia mai preso forma, forza, impulso, continuità, perché schiacciata dal peso, dalla preponderanza, dall'onnipresenza e anche dall'arroganza e presunzione delle istituzioni provinciali.
Me la prendo con i politici solo per non confessare a me stesso che sono molti Trentini ad avermi deluso. Sono relativamente giovane e nato e cresciuto in un ambiente urbano e borghese, da genitori e nonni di origini urbane e piccolo borghesi. Eppure mi sono stati impartiti ben altri valori (autodeterminazione personale in una cornice cooperativa e rispettosa del creato) che credevo, ingenuamente, facessero parte del senso comune, almeno qui. Perciò, vittima di questo abbaglio, ho sempre pensato che se certe cose non procedevano in quella direzione, ciò era dovuto a un malinteso senso del progresso, a un accidente, ad una contingenza politica. Nulla di definitivo o continuativo.
Mi sbagliavo. Oggi sono incline a pensare che ci siamo prostituiti a Mammona anche noi Trentini (alcuni di noi; troppi, tra noi) e che non sia stata l'autonomia ad averci protetti da noi stessi e dalle nostre manchevolezze (o almeno da una parte di noi, una parte forse minoritaria ma potente e determinata). Ciò che ha limitato i danni è stata l'asprezza dell'orografia, di un ambiente che abbiamo comunque ferito forse irreparabilmente, alla caccia di un benessere malconcepito e superficiale.
Forse non abbiamo alcun merito particolare rispetto ai Veneti. La "cultura tradizionale" rurale padana non è stata poi così diversa dalla nostra, nei suoi pregi e difetti: siamo solo 10 volte meno numerosi di loro e sprovvisti di pianure. Punto.

inviato da Michele Nardelli il 25.07.2010 11:23
Vorrei dire la mia sulla qualità dell’ambiente in Trentino, sollecitato dalle parole sferzanti di Stefano Fait. E vorrei essere un po’ provocatorio.
Su questo come su ogni altra questione, invito i lettori a non ragionare in astratto, quasi vivessimo su un altro pianeta. So bene che la qualità dell’ambiente non si misura semplicemente nel confronto con altri contesti, ma uno sguardo capace di visione d’insieme è d’obbligo. O forse ci siamo dimenticati che viviamo in mondo in cui l’assenza della cultura del limite e il dogma delle “magnifiche sorti e progressive dello sviluppo” hanno portato questa nostra Terra sull’orlo del baratro?
Provate un po’ a mettere il naso fuori di qui, in Italia come in altri paesi, e vedrete che la prospettiva cambia decisamente. Scopriremmo che i rifiuti nel mondo vengono smaltiti bruciandoli a cielo aperto, che i mari sono violentati dalle compagnie petrolifere o diventati pattumiere di scorie e veleni di ogni tipo, che interi ecosistemi sono stati compromessi dagli esperimenti nucleari, che il Mare d’Aral – lo troviamo ancora sulle carte geografiche – non esiste più, che l’industria pesante ha reso invivibili intere aree di straordinario pregio naturalistico anche nel nostro bel paese… e potrei continuare all’infinito.
Voglio dire che l’umanità non è ancora uscita dal suo delirio e nemmeno sembra aver alcuna intenzione di farlo. Ogni tanto qualcuno butta lì qualche interrogativo, una volta erano i poeti a farlo. Giacomo Leopardi, Arthur Rimbaud… passarono per matti e il Novecento diventò “il secolo degli assassini”. Ci provarono persino gli operai inglesi (che prima di altri si resero conto di come il lavoro li rendesse liberi), li bollarono come luddisti ed antistorici. Nella seconda metà del secolo scorso qualcuno cominciò a manifestare qualche preoccupazione. Il Club di Roma con il suo manifesto sui limiti dello sviluppo, si gridò al catastrofismo. Prima ancora (a metà degli anni ’50) Nicholas Georgescu-Roegen aveva posto il tema della decrescita, non ebbe alcun ascolto.
Scrivo queste cose solo per dire che, se non cambia l’approccio di fondo, l’arancia blu è destinata a diventare inospitale. Nessun catastrofismo. Negli ecosistemi gli equilibri cambiano in continuazione e si adattano a situazioni nuove, anche le peggiori.
Queste considerazioni valgono anche per il nostro bel Trentino. Dove però, grazie alla forza della sua natura e alla storia di autogoverno, siamo tutto sommato ancora in una condizione invidiabile. Questo non significa essere indulgenti sugli errori compiuti. Abbiamo ricordato in questi giorni i venticinque anni dalla tragedia che cancellò Stava e si portò via 268 vite. Quella tragedia rappresentò uno spartiacque nel rapporto con il territorio, cambiarono le leggi, il PUP, le norme di sicurezza. Ma, come in ogni altro ambito, in assenza di una svolta culturale, finita l’emergenza tutto tende a rientrare nel solco precedente. Tanto che il moto inerziale in nome degli interessi privati e del profitto ha ripreso il suo corso, portando a scelte sbagliate. Che, se posso dire, hanno riguardato più i fondo valle che non le montagne.
Nella scorsa legislatura la Val Jumela è diventata il simbolo dell’insostenibilità. Scelta sbagliata, sia chiaro, ma nulla di irreversibile. Questa legislatura si era inaugurata con una scelta ancora peggiore, quella del collegamento Passo Rolle - San Martino attraverso il Colbricon. Ne fa cenno Stefano in uno dei suoi interventi. Perché non dire che grazie all’impegno di tante persone e associazioni sul piano sociale, mio e di Roberto Bombarda, e successivamente del vicepresidente Pacher in sede politica, siamo riusciti a bloccarla? La stessa cosa per quanto riguarda lo scempio che qualcuno voleva compiere fra il Monte Baldo e il Garda…
Con questo voglio solo dire che i pericoli che incombono sono molti, che le culture con le quali abbiamo a che fare vanno spesso nella direzione opposta a quella che sarebbe auspicabile, che la politica fatica a rinnovare il proprio pensiero (quando c’è), ma che pure dobbiamo essere orgogliosi di quel che la gente ha saputo conservare tagliando i prati e vivendo del proprio lavoro, in montagna forse più che altrove, dove il limite è più famigliare. E del fatto che le domande che qui noi ci poniamo qualcuno se le è già poste cercando risposte che pure hanno fatto la storia, che le sensibilità possono non essere estranee alla politica. E infine che il mondo non è in bianco e nero e che se vogliamo cambiare è sulle sfumature del grigio che val la pena lavorare.
Grazie comunque dei pensieri, delle parole e della ricerca di coerenza nelle azioni.
inviato da Roberto Bombarda il 23.07.2010 15:16
Ringrazio i primi commentatori, ciascuno dei quali ha saputo toccare aspetti peculiari del mio modesto contributo. Infatti, lungi dal voler pubblicare un manifesto della superiorità della "razza alpina" (mi sia consentita questa espressione con un pizzico di ironia) ciò che ho voluto, in prima battuta, ricordare riguarda le opportunità che, partendo dalla storia e dalle esperienze migliori offerte dalle Alpi e dalle regioni di montagna, le odierne comunità possono mettere in campo per superare quello che che Stefano definisce (con la mia condivisione) uno "status quo insostenibile".
Le possibilità, dunque, a nostra disposizione, guardano però anche oltre, alle esperienze di altri territori, come il Nord Europa sottolineato da William. Ma abbiamo bisogno oltremodo dell'informazione, corretta, puntuale e precisa, ci ricorda Enrico. Questo vale per la Convenzione delle Alpi, giustamente, ma amplierei il discorso più in generale. Tirando per la giacca, come si suol dire, Gian Antonio Stella. Il quale, dalle pagine del Corriere ha scritto ieri nel pezzo dal titolo "La montagna celebrata e dimenticata da tutti": "...Vogliamo dirlo? La verità è che la montagna e i montanari, le loro asprezze, i loro silenzi, i loro boschi, i loro valori, sono fuori moda. Sempre più estranei a una società caciarona, edonista, teledipendente, discotecare, grandefratellasca. Dove tutto deve essere "facile". Tutto apparenza. Tutto consumato in fretta. Tutto messo a nudo sulle spiagge. Sulle barche. Sulle copertine dei giornali popolari. Alcide De Gasperi, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Karol Wojtyla andavano in vacanza in montagna. Tra le vette. L'avete mai vista, una foto di Silvio Berlusconi in montagna? E di Gianfranco Fini? E di tutti gli altri, salvo eccezioni? Oddio, il maglione di lana!!!"
Bene, i commenti inviateli pure a Gian Antonio...
Mi preme invece ripensare - anche qui forse con eccessiva nostalgia - ad una sorta di funzione "pedagogica" della montagna, vorrei dire della Natura in genere, la Natura "maestra di vita". Più impariamo ad osservarla, più ci sentiamo ridicoli, più la rispettiamo con i ritmi e i limiti che essa ci impone.
Grazie a Fabio che ha notato un legame tra il mio contributo e la tesi precedente, gli scritti di Alex, un esempio sempre presente quanto indimenticabile. La loro condivisione ci fa sentire meno soli e ci dà un po' di forza e fiducia. Come quella che serve prima di ogni nuova "scalata"...
inviato da william il 22.07.2010 13:19
Vero, Fait, il Trentino non eccelle in cultura e buone pratiche ambientaliste. Giusto rimarcarlo. Anche se non scorderei qualche esempio interessante e innovativo, come il progetto "oil free zone" di Primiero o lo sviluppo dello standard LEED in edilizia (al momento solo teorico). Ma le Alpi, se di queste stiamo parlando, sono un territorio molto più complesso e variegato della nostra provincia autonoma. Una nuova cultura protezionista e innovativa sul versante delle tecnologie e dei trasporti è plausibile che si sviluppi nei territori alpini. E in qualche modo anche il Trentino sta cominciando a fare la sua parte.
inviato da stefano fait il 22.07.2010 11:56
Val Giumela, Paganella, impianti del Brenta, San Martino-passo Rolle, acciaieria di Borgo, discariche, ecc.
Non ci siamo fatti mancare nulla per testimoniare la completa indifferenza della nostra classe dirigente alla "cultura ambientalista transfrontaliera".
inviato da william il 20.07.2010 23:31
A me pare che Bombarda, più che a voler fare un ritratto idilliaco delle culture alpine, sia interessato a tratteggiare un dover essere, una possibilità che dalle Alpi possa svilupparsi una cultura ambientalista transfrontaliera che funga da modello per l'Europa. Le premesse ci sarebbero, ma attenzione a non dimenticare che altri territori -e popolazioni- del nord Europa non hanno nulla da invidiarci in termini di cultura civica e ambientale.
inviato da Enrico Rossi il 20.07.2010 10:47
Mi pare difficile legare lati positivi piuttosto che negativi, a collocazioni geografico-antropiche diverse. Certo, i popoli di montagna sono diversi da quelli di pianura, che sono diversi da quelli di mare, pure il pedemontano ha le sue peculiarità, ecc. ecc. Ma di qui a legarvi caratteristiche maggiormente positive o negative in assoluto, ne corre. Come filosofie e religioni di varia natura insegnano da millenni, ogni cosa ha lati positivi e negativi insieme.

In Trentino stiamo tra le montagne, e a partire da quelle ci tocca ragionare. Dalle montagne e dalle Alpi, che da un punto di vista geografico manifestano un’unitarietà difficilmente riscontrabile altrove: geofisica, climatica, economica, di colonizzazione antropica. Tutto ‘colorato’ da un’infinita ‘microdiversità’ che ne fa contemporaneamente una zona con un altissimo tasso (oltre che di bio-) anche di antropo-diversità. Forse sarà questo l’impegno maggiore, far percepire ai cittadini queste unitarietà reali che, se vissute e gestite assieme, possono aiutare concretamente a mantenere le proprie diversità, le proprie peculiari identità. Da questo punto di vista la “Convenzione delle Alpi” è stata lungimirante, ponendo al centro di tutto la gestione comune di problemi comuni: energia, rifiuti, traffico, turismo sostenibile, ecc. ecc. Ma uno dei motivi per cui è rimasta quasi lettera morta è dovuto al fatto che la maggioranza dei cittadini non ne ha mai saputo nulla, al di là di una breve notizia dai mezzi di informazione. Ancora una volta il problema sembra culturale (in senso molto ma molto lato), di consapevolezza, il “conoscere per deliberare” di Luigi Einaudi, in sostanza. Una volta consapevoli, la maggioranza dei cittadini sicuramente si farebbero “portatori, ogni giorno, di un modo di vedere e di ‘gestire’ il mondo più responsabile”, come ben rileva Bombarda nella chiusa del suo intervento.

Chiusa che per inciso m'ha ricordato quell'amico che ogni volta che andava in montagna, s'arrabbiava e s'indignava sempre moltissimo per via di tutte le cartacce e i rifiuti che trovava sulla strada. Finché un giorno non s'è accorto che anziché rodersi per quei rifiuti, poteva raccoglierli lui stesso; e da allora torna sempre a casa con lo zaino mezzo pieno di schifezze. Fare è più serio che borbottare risentiti, costruire è più produttivo che demolire. E anche più difficile.
inviato da stefano fait il 19.07.2010 12:53
Mi pare che Roberto Bombarda abbia scritto cose ragionevoli e condivisibili, ma credo sia opportuno riferire anche dell’altra faccia della medaglia, la metà oscura della “minoranza d’Europa” e della “gestione concertata dei beni collettivi”.
- Le cacce alle streghe furono particolarmente intense proprio nella regione alpina;
- Gli Ebrei della miserabile vicenda del Simonino furono torturati ed uccisi in una città alpina, Trento, nonostante l’opposizione del Vaticano, da un governo locale aizzato da Bernardino da Feltre (altra città alpina);
- Andreas Hofer era il paladino di una cultura omofoba, misogina, intollerante verso le minoranze, autoritaria-patriarcale, collettivista, anti-democratica e clericalista;
- I Tirolesi furono, percentualmente rispetto alla popolazione totale, i più volonterosi nell’unirsi alle SS;
- Alcuni cantoni svizzeri alpini sono giunti buoni ultimi in Europa nel garantire il suffragio universale;
- C’è anche da augurarsi che chi ha avuto l’opportunità di leggere gli articoli delle riviste trentine “La Voce Cattolica” e “Fede e Lavoro”, all’inizio del ventesimo secolo, sia rimasto agghiacciato dalla barbarie delle insinuazione, delle allusioni, delle menzogne, degli incitamenti a manifestare gli aspetti peggiori della natura umana, ai danni delle minoranze religiose e parlamentari e della democrazia in genere.
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È altrettanto importante segnalare che la Biblioteca di Alessandria fu edificata in una città portuale, non alle sorgenti del Nilo, che la democrazia moderna nasce ad Atene, non a Sparta, che il diritto romano nasce a Roma, non sugli Appennini, che l’umanesimo nasce nelle città portuali del Mediterraneo e del Mare del Nord-Baltico non nella Foresta Nera e che, infine, la dottrina dei diritti umani e dei diritti civili nasce nell’allora capitale del cosmopolitismo mondiale, Parigi, a Londra (città portuale) e a Filadelfia (porto e seconda città dell’impero britannico dopo Londra), non sotto le querce o attorno a tavole di pietra.
Giusto per precisare che dalle pianure non arriva solo inquinamento e degrado morale e civile, ma anche il meglio della civiltà umana. Si pensi alle orazioni di Temistio (c. 317 – c. 388 d.C.) e Libanio (314 – 393c. d.C.) sulla necessità di proteggere le specie animali in via di estinzione e di rispettare i Goti in quanto esseri umani.
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Bombarda pone al centro della sua tesi, molto giustamente, il principio del limite. È assolutamente certo che se non lo recuperiamo finiremo molto ma molto male, ma non sarei così ottimista sul fatto che l’ambiente montano educhi necessariamente alla solidarietà ed alla misura. La magnadora del “catto-socialismo” consociativo-clientelare che domina da decenni il Trentino è un esempio eclatante di hybris e di applicazione di principi anti-meritocrati che scacciano dalla nostra terra gli intelletti più brillanti. Non credo che per “aurea mediocritas” Orazio intendesse la mediocrità riccamente sovvenzionata nella quale siamo sprofondati (e lo stesso vale per l’Alto Adige). Né, peraltro, mi pare che leghismo e trentinismo autonomistico, così trionfanti nelle valli, con il loro istinto a sciogliere la variabilità umana locale e globale in uno stampo omologante, siano modelli di rispetto virtuoso del limite. Mi pare anzi che rivelino una marcata superbia quando cercano di imporre a tutti la loro “salvifica” visione del mondo (per non parlare dei famigerati Freiheitlichen, che di libertario non hanno nulla).
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Temo che sottolineare esclusivamente la presunta virtuosità del modello alpino possa solo fare comodo a chi ha interesse a mantenere uno status quo che è economicamente, socialmente e moralmente insostenibile.
inviato da Fabio il 18.07.2010 23:36
Grazie a Roberto per il suo pezzo. La miglior continuazione alla tesi precedente lenta - profonda e soave.
Rende inoltre giustizia alla "dimenticanza" governativa negli ultimi spot.
Ma le montagne sono anche i luoghi della resistenza come dimostra la nostra Regione. La xenofobia nasce nella pedemontana come ci racconta Rumiz- Chissà sino a quando riusciremo a contenerla.
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