Manifesto per la Comunità responsabile
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Manifesti
Con modalità e in contesti diversi (Veneto e Trentino), due manifesti regionali suggeriscono di cambiare schema di gioco, ripensare la politica a partire
dai territori e dalle loro straordinarie energie, guardando al federalismo in una prospettiva europea.
Esiste un'altra narrazione? Di questo paese, dei suoi territori, delle connessioni con i flussi della globalizzazione, delle paure che ne vengono? È a questa domanda che la politica che non si riconosce nel berlusconismo è chiamata a rispondere. Perché fino ad ora il centrosinistra questa altra narrazione non ha saputo proporla, quasi che la legalità fosse di per sé la risposta al degrado politico e istituzionale, incapaci - di fronte alle grandi trasformazioni del nostro tempo - di proporre un'altra storia.
Così di fronte all'evidente crisi del bipolarismo, accade qualcosa di inedito. Per la prima volta la caduta di consenso del principale partito di governo coincide nei sondaggi con il calo di preferenze riservate al principale partito d'opposizione. A tutto vantaggio della Lega, partito che governa questo paese fino ad esserne su alcuni nodi chiave soggetto egemone ma anche capace di intercettare ogni forma di malumore e paura. Capace di leggere la modernità dei processi e di fornire qualche risposta, illusoria ed eticamente riprovevole certo, ma efficace nel suo parlare al ventre di una comunità in preda allo spaesamento.
È della necessità di un'altra narrazione che ha parlato Massimo Cacciari a Mogliano Veneto il 23 luglio scorso in occasione della presentazione di «Verso nord. Un'Italia più vicina all'Europa», manifesto per costruire - come è stato detto dai promotori - una nuova offerta politica. Con lui Franco Miracco, lo storico portavoce di Giancarlo Galan, e poi Achille Variati (sindaco di Vicenza), Mario Bertolissi, costituzionalista, Maurizio Fistarol, Diego Bottacin e altri. Storie politiche diverse e trasversali all'attuale bipolarismo, che pongono la necessità di riavviare un processo costituente per un paese che ha smarrito il suo comune denominatore a partire da una vera riforma in senso federale dello stato e dell'Europa.
Questa iniziativa ha seguito di pochi giorni il "Manifesto per la Comunità Responsabile" presentata in Trentino da un gruppo eterogeneo di persone, espressione di mondi diversi di impegno civico, sociale e politico con l'intenzione dichiarata di stimolare la politica trentina affinché non si accontenti di quel che c'è e che di positivo è stato fatto in questi anni, rappresentando in Trentino -nell'immaginario di tante persone che non si sono rassegnate ad un nord leghista e chiuso nelle proprie paure - la testimonianza che un altro nord è possibile. Nella consapevolezza che l'autonomia, il tessuto partecipativo, la tradizione cooperativa e la capacità di sperimentazione politica originale che hanno segnato la nostra storia vanno coltivati e hanno bisogno di cura e stimoli sempre nuovi.
Pure in contesti e modalità diverse, i due manifesti ci riportano alla necessità di cambiare schema di gioco, di ripensare la politica a partire dai territori e dalle loro straordinarie energie, guardando al federalismo in quella prospettiva europea che i visionari di Ventotene ci proposero, rimanendo inascoltati.
Parliamone. "Politica è responsabilità" vuole rappresentare uno spazio anche a questo dedicato. In questa pagina, tra i Materiali, potete leggere i due manifesti.della Costituzione è un inferno" e "La Costituzione è di ispirazione sovietica".
E, non contenti, pugnalano Prodi, mentre il cosiddetto "centro" passa da una parte all'altra decidendo chi governerà?
*****
"Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due".
[George Orwell, "La fattoria degli animali"].
E, per restare con Orwell: “Ho visto un ragazzino, di circa dieci anni, che guidava un carro lungo un viottolo, frustando un enorme cavallo da tiro ogni volta che questi cercava di voltarsi. Ho pensato che se solo quegli animali fossero diventati consapevoli della loro forza non avremmo esercitato alcun potere su di loro e che gli uomini sfruttano gli animali allo stesso modo in cui i ricchi sfruttano il proletariato. Mi sono poi dedicato all’analisi della teoria di Marx dal punto di vista degli animali”.
[prefazione all’edizione ucraina del 1947 di "Fattoria degli Animali", in cui Orwell descrive l’evento che ha ispirato la sua narrazione].
Con tutti i suoi settarismi, fanatismi, pericolosi utopismi e mancanza di senso della misura, la "sinistra irrequieta" a cui accenna Michele Nardelli aveva almeno una coscienza (e non solo di classe) ed un'idea di umanità migliore di quella ora prevalente nel "maggior partito di opposizione", dominato dall'inerzia, dall'accettazione rassegnata o interessata dello status quo, dal cinismo.
Trichet e Bernanke hanno appena prefigurato "possibili eventi inattesi" in relazione alla Depressione (altro che "double-dip recession"). Se sono così inattesi non si capisce come possano essere previsti. Ma magari ci stanno prendendo per i fondelli, come fa capire elegantemente Krugman sulla Repubblica.
Cosa ci dicono i leader del "maggior partito di opposizione", quello che dovrebbe incarnare gli ideali della sinistra? Qual è la loro interpretazione di ciò che sta accadendo? Come pensano di affrontare i "possibili eventi inattesi"? Come hanno intenzione di risolvere i problemi reali della gente (arrivare a fine mese, non avvertire la presenza del partito sul territorio!)?
Parto da un dato, che condivido: come dice il Manifesto “Verso Nord”, l’attuale bipolarismo “non è più un’utile rappresentazione della società italiana”. Dopo quindici anni di tormentata transizione, esso ha fatto il suo tempo, con gli annessi e connessi di leggi elettorali che costringono a coalizioni lunghe ed innaturali e si propongono surrettiziamente di condizionare la forma di governo con l’indicazione più o meno esplicita del candidato premier già all’atto del voto. Deriva anche da qui l’equivoco, usato strumentalmente da Berlusconi e dai suoi seguaci (ma avvalorato negli scorsi anni da alcuni intellettuali di centro-sinistra), di un’elezione diretta che non esiste né formalmente né sotto le vesti di una non meglio precisata “costituzione materiale”.
In effetti questo bipolarismo non è riscontrabile, nei termini invalsi in Italia, in nessun paese europeo, dove vi sono due elementi che difettano clamorosamente nella realtà italiana: infatti anche laddove la dinamica vede il confronto fra due poli, quei poli sono costituiti da partiti strutturati e responsabili, che -anche dopo una competizione elettorale aspra- non inquinano le istituzioni con una lotta senza quartiere a colpi di voti di fiducia, ma al contrario valorizzano il ruolo del Parlamento e delle sue commissioni, collaborando ove necessario e, pur nel rispetto dei ruoli di governo ed opposizione, condividendo comuni principi di democrazia e civiltà.
Quindi non si tratta di cancellare il bipolarismo, ma rimodularlo, ricollocarlo nell’alveo di partiti in grado di rapportarsi seriamente alle istituzioni, offrire risposte efficaci in termini di coesione sociale e rappresentare veramente le istanze che emergono dalla società (con un conseguente riequilibrio fra “rappresentanza” e “decisione”, a favore della prima).
Ma -ecco il punto, sollevato anche da alcuni interventi nel corso del forum- questi partiti e questo nuovo bipolarismo debbono configurarsi esclusivamente come “nazionali” (magari per godere di un punto di vista più omnicomprensivo) o debbono invece interagire con i livelli locali e periferici, attribuendo ai c.d. “partiti territoriali” una certa autonomia? E di “partiti territoriali” c’è effettivamente bisogno?
Anche qui la risposta viene dalla comparazione. I grandi partiti europei, pur fortemente strutturati e riconoscibili per la diffusione su tutto il territorio nazionale, sono anche molto attenti al livello locale: pensiamo ai partiti britannici, al ruolo ivi assolto dai collegi elettorali, ove il rappresentate eletto deve tornare per “render conto” (accountability) anche dopo la sua elezione. Ma si pensi alla stessa Germania, ove l’importanza dei Länder non va riferita solo alla presenza di una seconda Camera molto autorevole, ma anche a partiti di tipo territoriale che hanno voce in capitolo nella definizione delle liste, nella scelta delle candidature ed in altri momenti cruciali della vita politica. E così via.
Ma non solo: anche la vicenda italiana del secondo dopoguerra ha visto i due grandi partiti nazionali (Dc e Pci) reggersi su precise aree geografiche di consolidamento: sono le cosiddette subculture politiche territoriali “bianche” e “rosse”, molto attente -anche per ragioni storiche- alla loro autonomia, ma nel contempo capaci di interagire con il centro, e comunque elementi fondamentali del processo di democratizzazione tipico di quel periodo. Un ruolo peraltro ancora attuale, data l’esigenza di salvaguardare il patrimonio di capitale sociale e senso civico accumulato in quei territori (perlomeno alcuni), tenendo anche conto del fatto che -come dimostra nei suoi recenti studi Antonio Floridia- quelle subculture, pur profondamente modificatesi e rinnovate, sono nel bene (la Toscana e l’Italia di mezzo) e nel male (le aree di influenza leghista) ancora presenti.
Quindi, se vogliamo rimodellare il sistema politico e renderlo -come vogliono Cacciari e gli altri firmatari- più europeo, consolidando il bipolarismo su basi più solide e certe, dobbiamo lavorare (anche dentro il Pd) per la costruzione di partiti più strutturati e più democratici, quindi maggiormente aperti a livelli reali di partecipazione, al di là delle tentazioni “leaderistiche” sempre latenti. Ma in tal senso la presenza dei partiti “territoriali” (e la declinazione di quelli “nazionali” in questa direzione) è non solo utile, ma coerente con tale obiettivo. Anche se quello a cui stiamo assistendo in Trentino in questo momento, con Pd, Upt e Patt che -pur mossi dall’esigenza di confermare e rafforzare la coalizione di governo- disegnano l’equilibrio delle candidature a livello provinciale, tenendo conto parzialmente dei, o addirittura confliggendo con i territori, non depone a favore dell’ottimismo.
Non a caso i due manifesti “nordisti” ospitati su Politica Responsabile, anche se in modo non esplicito, sembrano interrogare anzitutto il PD, e lo fanno non tanto e non solo per i contenuti, quanto per la ricerca di condivisioni trasversali. Un segnale, l’ennesimo, di quella che viene percepita come limitata capacità di attrattiva del PD, quasi una difficoltà strutturale a diventare punto di riferimento valido per l’alternativa elettorale e di governo (con motivazioni di partenza molto diverse, chiaramente, tra Veneto e Trentino; ma questo è un altro tema).
Mi chiedo, allora, se non sarebbe fruttuoso:
1) impegnarsi per trasformare dal basso il PD e farne un soggetto a impianto fortemente federalista (non del Nord, ma delle singole regioni che ne avvertano la necessità);
2) selezionare una classe dirigente meno litigiosa e in grado di produrre una reale comunanza di idee innovative, pratiche e valori (le primarie sono lo strumento più adatto?);
3) costruire un’organizzazione capillare e attenta ai bisogni politici del territorio, fino alla più piccola amministrazione comunale.
Non sarebbero passi importanti per affrontare culturalmente ed elettoralmente il centrodestra a golden share leghista?
Oggi sembra sia più facile visualizzare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Ma ipotizziamo che il famigerato 2012 sia l’anno in cui il capitalismo, non più sostenuto da alcuna guerra mondiale o corsa agli armamenti, crollerà sotto il peso delle sue contraddizioni - condanna ad una crescita insostenibile sotto ogni punto di vista: sociale, ecologico, morale, giuridica e strutturale + irriformabilità. Non è impossibile, ci vollero circa 4 anni prima che il crollo in borsa del 1929 causasse la Depressione, dalla quale gli Stati Uniti uscirono solo grazie all’imperialismo nazi-fascista e giapponese.
Questo è il quadro della situazione come la percepisco io:
- obiettivo minimo di crescita del 3% utopico per le economie “avanzate” (senza una manipolazione dei dati) – es. economia giapponese stagnante da ormai molti anni;
- economia cinese sotto la spada di Damocle della bolla immobiliare, analoga a quella che colpì il Giappone a fine anni Ottanta ed a quella più recente di Dubai;
- investitori in fuga da Wall Street;
- sistema bancario americano indisponibile a concedere prestiti (nonostante i bail-out). Nel 2009 un terzo della disponibilità di capitale negli USA è rimasta congelata mentre la disoccupazione aumentava rapidamente;
- governi di Nigeria, Messico, Colombia, Bolivia, Afghanistan, Myanmar, Guinea Bissau, Afghanistan e Kosovo (anche Italia?) incapaci di esercitare una reale sovranità su vaste aree dei rispettivi paesi trasformate in feudi del narcotraffico, o persino complici nel suo prosperare;
- “ripresina” che non crea impiego. Disoccupazione reale americana superiore al 15% (tanto che i call center indiani si stanno trasferendo negli USA perché lì la manodopera è più conveniente! «Viste le difficoltà economiche, bisogna aver compassione degli americani e dar loro una mano», ha detto l’imprenditore indiano Bhasin (La Stampa online, 23 agosto 2010).
- economia del debito fuori controllo: debito pubblico e debito privato a livelli record dagli USA a Dubai, dal Regno Unito ai paesi baltici - da servi della gleba a servi del debito;
- regime di austerity che impedisce una qualunque solida ripresa: un aumento delle tasse danneggia la crescita, riduce le entrate, aumenta il deficit, debito ed interessi sul debito. Un taglio allo stato sociale causa gli stessi effetti;
- sostituzione della forza lavoro umana con sistemi automatici (es. casse elettroniche nei supermercati inglesi – creano file, sono disumane, ma si continua comunque con il rimpiazzo);
- deregulation della finanza e dell’attività imprenditoriale = meno tutela per cittadini, lavoratori, consumatori, investitori;
- competizione forsennata e margini di profitto ridottissimi (eccezion fatta per i grandi monopoli);
- alta finanza strutturata intorno ad uno schema Ponzi [chi comincia la catena e le sue ramificazioni ottiene grossi profitti, chi sta sotto sempre di meno] che è intrinsecamente criminale ed entropico/autodistruttivo in ogni sistema chiuso – bolle multiple in arrivo quando la finzione non reggerà più;
- precariato cronicizzato e standard di vita in costante contrazione: un minimo di due salari e un massimo di un figlio – fuga dalle città per comprare casa a prezzi meno esosi e pendolarismo, traffico congestionato, servizi pubblici inadeguati;
- deindustrializzazione nei paesi avanzati, riallocazione delle risorse laddove il costo del lavoro è inferiore e la tutela dei lavoratori è inferiore o virtualmente inesistente;
- degrado ecologico e sfruttamento indiscriminato solo in parte mitigato da leggi e sanzioni;
- costante crescita del divario tra i redditi della classe dirigente e quelli del popolino;
- controllo capillare dei media da parte dei potentati economici, disinformazione sempre più spudorata ed implausibile;
- irresistibile influenza di multinazionali e grandi imprese che finanziano le campagne elettorali di presidenti, parlamentari e politici locali – politica in mano alle lobbies;
- euro e dollaro difficili da difendere (moribondi?);
- Terzo e Quarto Mondo pressoché condannati a rimanere tali;
- violazione sistematica dei diritti umani in nome del profitto e del controllo delle risorse;
- varie ed eventuali che al momento non mi vengono in mente;
Non sono cose nuove. Si sanno da tempo, ma alla mia generazione è stato insegnato a rimuovere questa consapevolezza e sostituirla con la credenza nel mito della Crescita e del Progresso (il Destino Manifesto dell’Umanità). A questo punto l’unica opzione sensata ed etica dovrebbe essere quella di contestare il capitalismo e cercare delle alternative da sviluppare anche prima del suo crollo. Purtroppo, al momento, la mancanza di una visione concorrente al capitalismo impedisce l’emergere di un’opposizione popolare strutturata e permanente che a sua volta, con la sua assenza, rende meno probabile la formulazione di una visione alternativa.
Nel mio percorso politico credo di aver scritto molti manifesti analoghi, da quando mi convinsi che un nuovo pensiero (in fondo quello che Stefano Fait definisce “futuro post-capitalista che non sia di stampo fascista-etnocorporativo o neo-comunista-scientista”) non poteva nascere che dalla capacità di realizzare nuove sintesi culturali di sguardi e sensibilità trasversali alle appartenenze precedenti. Era questa, del resto, l’essenza delle esperienze politiche fino a quel punto percorse: l’incontro delle eresie della sinistra (dicevamo ai tempi di DP del Trentino), un nuovo paradigma capace di unire anticapitalismo e libertà (il manifesto di nascita di Solidarietà), ma in pochi se ne accorsero e ci trovammo nei fatti a coltivare il territorio della testimonianza.
Il primo che io ricordi s’intitolava “Benvenuto fratello”, correva l’anno 1990. Affrontava un tema di grande rilievo politico che avrebbe segnato gli anni a venire, un fenomeno migratorio verso il nostro paese che di migrazioni ne aveva conosciute molte. Venne firmato da cinquantanove esponenti politici, della cultura, del mondo religioso, del giornalismo, del sindacato. Seguirono quelli più politici in senso stretto di “Senza confini” (1992), l’“Appello alla ragione” (1994), “Alternativa Verdesolidale” (1995), “Liberare e federare” (1999), e poi ancora “Costruire Comunità”, “Liberare l’agire”, la “Sinistra conciliare” ed altri ancora, perduti nella mia stessa memoria. Di quella collettiva quasi certamente.
E, ciò nonostante, di una cosa sono fortemente convinto. Senza questa sinistra irrequieta, senza la sperimentazione che avviammo a partire proprio dal 1992, senza l’originalità di pensiero che ne veniva, oggi anche il Trentino sarebbe diverso. E lo stesso potremmo dire per quanto riguarda l’originalità del pensiero popolare ed autonomista in questa terra.
Allora i manifesti che qui sono presentati, pur diversi negli intenti e nella loro espressione territoriale, potranno anche passare via “lasciando il tempo che trovano”, ma per favore non nascondiamoci di fronte alla necessità di rimettere mano al pensiero e alle forme dell’agire politico, anche perché, così come siamo (PD compreso), non faremo altro che consegnare questo paese (e questa Europa) alla paura e al rancore. Non per chiudersi in piccole chiese (ce ne sono già troppe, per carità) ma aperti, invece, nel pensiero come nell’agire.
Una ricerca mai doma. Come dovrebbero essere il pensiero e la politica.
In questo senso la domanda finale di Stefano Fait sembra centrare davvero l'essenza di tutto questo: "Esiste un futuro post-capitalista che non sia di stampo fascista-etnocorporativo o neo-comunista-scientista?" Ed è un nòcciolo della questione davvero sostanziale, 'esistenziale' in senso stretto, verrebbe da dire.
Il Nord non sembra né meglio né peggio di qualunque altro luogo, ma sicuramente ha delle peculiarità che altrove non si trovano (e viceversa, s'intende). Ma noi al Nord viviamo, o almeno in questo Nord, visto che ce ne sono anche altri. Saremo capaci di inventare a partire da qui, dalla nostra esperienza e vita quotidiana, un senso economico politico sociale e civile che possa andare d'accordo con le esigenze anche di altri Nord e di altri Sud (e Est e Ovest, ecc.)? che possa venire adattato e usato in parte anche altrove? Sapremo essere laboratorio di tutto questo usando le nostre per ora ancora grandi ricchezze e - soprattutto - superando le enormi storture e difetti che proprio queste ricchezze hanno finito per creare?
Saremo capaci di inventare e di dare corpo poco alla volta a un modo di vivere e di con-vivere che permetta a tutti condizioni dignitose, e non solo economiche? Che permetta a ciascuno di vivere la propria condizione di essere umano con tutti i suoi limiti certo, ma anche con tutta la ricchezza della sua complessità di animo e di pensiero?
Brutta gente ce n'è dappertutto, non solo nel nostro Bel Paese, ma a ben guardare non è poi così tanta. Messa davanti a una speranza, a un modo possibile e concreto, magari anche la maggioranza reale - quella attualmente silenziosa - direbbe volentieri la sua. E facilmente sarebbe un dire affatto diverso da quello oggi imperante.
L'altro doc tende a rilanciare ciò che di meglio c'è nel local localistico. Ma nulla più. Alcun orizzonte.
Insomma, se non si fosse ancor capito: evviva le correnti. Evviva i grandi partiti popolari, territoriali e plurali capaci di tenere assieme diverse anime. Evviva le coalizioni in grado di rappresentare più visioni. Evviva l'ambiguità/ambivalenza dei manifesti politici. Evviva le grandi organizzazioni strutturate e piramidali con le proprie scuole di politica ed abbasso tutto ciò che è ad personam. Vale per Berlusconi come per Cacciari....senza offesa, naturalmente.
Ho letto i due manifesti e li condivido ma non ho trovato nulla che non sia già stato detto ed approvato da milioni di persone.
Insisto nel dire che queste sono cure palliative. Morto il comunismo ci siamo illusi che la socialdemocrazia avrebbe trionfato. Poi abbiamo abbracciato fiduciosi la liberal-democrazia. A piccoli passi ci siamo convinti che il capitalismo è "the only game in town", che non ci sono alternative, che la diagnosi di Marx era in fondo sbagliata quanto la sua ricetta.
Ora ci ritroviamo in una società burotecnocratica e per di più all'insegna dello sfruttamento e della predazione.
Magnifico, siamo riusciti a creare una distopia che mescola il peggio di comunismo e capitalismo!
Così migliaia di disoccupati dell'Europa occidentale stanno emigrando verso l'Europa orientale e l'Africa (!!!) in cerca di lavoro (”La crisi inverte i flussi” – Presseurop, 12 agosto).
Ieri Rampini su Repubblica illustrava molto bene il problema (“La sindrome giapponese”).
Ora è venuto il tempo di chiedersi cosa verrà dopo la morte del capitalismo, perché se questa non è imminente poco ci manca (Obama non è un Messia e non può fare miracoli), a meno che non si individui una fonte di energia gratuita ed inesauribile.
Esiste un futuro post-capitalista che non sia di stampo fascista-etnocorporativo o neo-comunista-scientista?
P.S. Il Nord non è identificabile automaticamente con il Bene e il Meglio per l'umanità. Crederlo, anche inconsapevolmente, fa parte del Grande Abbaglio nel quale siamo caduti.
Verso Nord. Un'Italia più vicina all'Europa
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