Mente e Bellezza. Arte, creatività e innovazione
di Ugo Morelli (Umberto Allemandi & C., Torino 2010)
Memetica. Il codice genetico della cultura
di Jouxtel Pascal (Bollati-Boringhieri, 245 pagine, 2010)
Pensiero politico e scienza della mente
di George Lakoff (2008, trad. it. di G. Barile, Bruno Mondadori, Milano, 2009)
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Fango
Il
fango e il suo uso assumono oggi significati nuovi. È un fango immateriale
quello che circola, ma molto consistente, un fango che mostra di
avere due bersagli preferiti: l'altro e le istituzioni. Evoca l'aggressione contro
l'altro e la sua integrità, la sua autostima e ricorre all'abiezione e alla
turpitudine come criteri relazionali. È un fango che tracima e travolge il
valore della vergogna sfondando ogni soglia etica.
Parola ambigua, fango. Ripercorrendo molti miti, quello giudaico e cristiano incluso, è la sostanza di cui saremmo fatti. Risalendo a quel che sappiamo delle nostre origini, la vita dei vertebrati sulla terra deve essere emersa dal fango, provenendo noi dalle acque del mare. Sollevarci ha richiesto milioni di anni. Autoelevarci semanticamente poi, da centocinquantamila a quarantamila anni fa, circa, con un'esplosione improvvisa, pervasiva e tuttora in corso; probabilmente un'exaptation, come la chiamerebbe Stephen Jay Gould. Un momento fa, se si usa come parametro l'intera durata dell'evoluzione della nostra specie che ammonta a circa sette milioni di anni. È forse per questo che, un po' come i bambini, gli infanti appunto, del fango tendiamo a fare un uso regressivo, perverso, che rischia di riportarci a quando eravamo immersi nelle pratiche immediate della sopravvivenza.
Il fatto è che simbolici lo siamo e nella semiosi attuale siamo immersi. In quella semiosi circola di tutto e in alcune provincie del pianeta oggi piove fango, un fango che si immette e pervade la circolazione dei significati. Così il fango e il suo uso assumono oggi significati nuovi. È un fango immateriale quello che circola, ma molto consistente. Si tratta di un fango che mostra di avere due bersagli preferiti: l'altro e le istituzioni. Evoca l'aggressione contro l'altro e la sua integrità, la sua autostima e ricorre all'abiezione e alla turpitudine come criteri relazionali. È un fango che tracima e travolge il valore della vergogna sfondando ogni soglia etica. Sul piano del mondo interno è una regressione allo stato anale. Tende a corrodere il senso e il significato delle istituzioni fondative del nostro legame sociale, infangando le stesse regole che sono usate per affermarsi e prendere il potere. Il concetto di "costituzione materiale" contrapposto a quello di "costituzione formale", ad esempio, è fango contro gli elementari fondamenti della convivenza civile, contro quel "tra" che è il luogo dove si fondano e si evolvono "io" e "altro". Sostenere che "il governo è del popolo" è fango se non si completa la frase aggiungendo: nei limiti stabiliti dalla costituzione. Insidiare e distruggere la scuola e le istituzioni culturali alla base è l'equivalente che scaricare fanghi industriali inquinati nelle terre coltive, come fa la camorra, precludendo ogni futuro di civiltà e ogni pensiero critico.
Noi però dobbiamo essere consapevoli del fatto che le stesse vie mentali, affettive e cognitive, che veicolano i valori etici, sono quelle che fanno circolare e affermare i significati che possono essere distruttivi; sono le stesse vie che diffondono il fango.
La via che veicola i principi etici della candidatura al governo della cosa pubblica è la stessa dalla quale tracima il fango della tesi che prostituirsi per essere candidate è cosa giusta. Il problema che dobbiamo affrontare e ciò che dobbiamo comprendere è perché il fango viene non solo accettato come se fosse sostanza profumata e gradevole ma diviene oggetto di emulazione, imitazione e attrazione da parte della maggioranza. Come accade? È necessario e urgente capirlo.
Del fango è prima di tutto responsabile ognuno di noi. Quando replichiamo, anche senza riflettere e accorgercene, comportamenti e atteggiamenti che mostrano di ritenere l'altro solo un mezzo per la realizzazione dei nostri fini: una volta un consumatore; un'altra un elettore; un'altra ancora un cliente; e poi un malato o uno che ci può sostenere col suo consenso. Come in Truman Show, c'è un velo spesso da rompere per accorgerci che l'altro è la condizione di ogni mia possibilità, a partire dalla mia individuazione. Senza il legame empatico e conflittuale con la differenza che egli porta, che sia vicino o lontano, semplicemente non posso dire chi sono.
Ce lo tiriamo addosso il fango quando sosteniamo o replichiamo l'ideologia che noi esseri umani saremmo egoisti per natura e saremmo fatti in modo da perseguire solo il nostro interesse. Da fonti sempre più verificate a livello di neuroscienze cognitive sappiamo oggi che siamo allo stesso tempo attenti ai nostri interessi e altruisti per natura, e le due cose non sono opposte, ma una la condizione dell'altra. Ci tiriamo fango quando con l'educazione dei figli, a scuola, o nello sport e nel lavoro spingiamo solo la leva dell'egoismo e dell'individualismo, o ripetiamo parole come aggressivo e vincente come se fossero i valori positivi ai quali tendere. Ci infanghiamo quando abusiamo pubblicamente, o accettiamo passivamente che altri lo facciano, delle emozioni come il pianto e il desiderio, il dolore e il piacere, scadendo nell'osceno e rompendo ogni argine di pudore, replicando nella realtà il fango dei "modelli" televisivi. O quando confondiamo l'esteriorità apparente con la bellezza.
Accanto al fango di cui siamo direttamente responsabili piove fango (e a volte rischia di sommergerci) che siamo responsabili di accettare passivamente, dicendo, magari: e cosa ci posso fare io? Quel fango proviene da un sistema organizzato di spalatori che comprende stuoli di avvocati e giornalisti, di intellettuali e manovali, di donne complici di uomini che le usano. Si tratta di produttori di fango su commessa che preparano dossier infanganti da veicolare con tutti i mezzi a disposizione e con tutti i servili professionisti della comunicazione a pagamento.
Siccome fango chiama fango, il fango rischia di divenire tacita consuetudine se non si investe in eccedenza e non si tira su la testa dalla sua viscida sostanza. Riconoscendo che il fango bisogna attraversarlo e non ci sono scorciatoie.
Esiste la possibilità di pronunciare con un altro tono la frase di cui sopra. Si può cioè dirsi e dire con intenti propositivi e progettuali: "cosa posso fare io"!, per cambiare le cose, qui ed ora; per piantare, ad esempio, fiori nel fango. Non è forse questo il primo elementare senso della politica?
Un senso che coinvolge il mondo interno di ognuno e si connette immediatamente ad un progetto di cambiamento con l'altro. Sta tra "io" e "altro", è un atto collocato "infra". Come la politica per Hannah Arendt. L'ha ricordato recentemente Gustavo Zagrebelsky. Secondo la grande filosofa ebrea-tedesca la peculiarità della politica è l'essere collocata infra, in mezzo, tra le persone. La virtù politica è propria di coloro che amano stare "con" le altre persone, non "sopra", nemmeno "accanto" o peggio "altrove"; (Was ist Politik?, trad. it.: Che cosa è la politica?, Edizioni di Comunità, Torino 2001; pp. 5 e segg.).
(L'immagine è un'elaborazione da un disegno di Paolo Tait)
V'è fango e fango. La cosa interessante è che un tipo alimenta l'altro.
http://temi.repubblica.it/micromega-online/italia-piu-carriole-e-meno-pistole
Il maestro dei cercatori d'oro è e sarà sempre Robert Louis Stevenson che inventò Jim Hawkins, il fanciullo che parte alla ricerca di un tesoro, in compagnia con una ciurma di pirati, avendo solo una mezza mappa scolorita e poco comprensibile.
W Jim Hawkins e i cercatori d'oro. Il mondo ne ha ancora tanti.
"La bellezza non ha causa: esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e appare.
Sai afferrare le crespe del prato
quando il vento vi avvolge il dito?
Iddio provvederà perchè non ti riesca".
E' tempo di volgere lo sguardo altrove, rispetto al fango che sta infangando gli infangatori e dare voce alla parte di noi che è in grado di generare e creare, elaborando a nostra volta il nostro fango interno.
Abbiamo impiegato, sbagliando, energie e tempo a inseguire fango e infangatori, e forse non si poteva fare altrimenti.
Alleviamo ora la nostra "capacità negativa" che, secondo il grande poeta John Keats, è la capacità di sostare nella ricerca senza consegnarsi a facili scorciatoie o a mimetismi perniciosi.
Gli infangatori sono esasperati dal loro stesso fango e non è il caso di amplificarne oltre la greve voce.
Se esiste, nonostante tutto, un metro quadrato di prato fiorito in mezzo al fango, muoviamo da quella bellezza di cui siamo qui ed ora capaci e alimentiamo un linguaggio nostro fino a farlo diventare un canto di liberazione.
La verità rovesciata
Afferma Sandro Bondi, coordinatore nazionale del PdL:
"La mia impressione è che da parte di alcuni grandi quotidiani si persegua da tempo una sorta di ’strategia della tensione mediatica’ attraverso la quale l’intera vita civile nazionale viene progressivamente ’bombardata’ di rivelazioni, retroscena, scampoli di inchieste giudiziarie, monchi verbali di intercettazioni telefoniche, con la conseguenza, che lo si voglia o meno, di minare e di corrodere alle fondamenta la fiducia dei cittadini nella politica e soprattutto nelle istituzioni.
Un nuovo capitolo di questa strategia riguarda ad esempio lo IOR, sfruttato come un altro modo per gettare fango e discredito, sulla base di elementi risibili che finiranno inevitabilmente nel nulla come tante altre vicende, su una istituzione e una comunita’ religiosa e morale come la Chiesa cattolica. La vera ’campagna di fango’ è, inoltre, quella che è entrata in azione, ininterrottamente e selvaggiamente, nei confronti del Presidente del Consiglio, riguardante oltretutto non problemi di carattere politico, bensì aspetti della propria vita personale e privata. Oggi, in ossequio alla regola aurea dei due pesi e delle due misure invalsa nella politica e nell’informazione, legittime domande della libera stampa rivolte ad esponenti politici per vicende che hanno indubitabilmente un importante rilievo pubblico, dopo essere state per lungo tempo ignorate vengono addirittura denunciate come prodotti della ’macchina del fango’".
su repubblica.it oggi Saviano condanna il fango. Oserei dire che Ugo Morelli ha anticipato i tempi con la sua riflessione su Politica Responsabile.
Caldoro in Campania, il caso Boffo, e ora l'attacco a Fini. Ecco, la macchina del fango è in piena attività. Roberto Saviano riflette a Repubblica Tv sugli avvenimenti di questi giorni.
E il caso Fini viene usato dallo scrittore come un paradigma del meccanismo di minaccia e ricatto che rischia di paralizzare la società italiana. La macchina del fango va avanti a meraviglia. Roberto Saviano unisce tutti gli elementi e traccia la linea dello stesso Paese che racconta, ogni giorno, appena possibile. "La macchina del fango è un sistema di estorsione e costituisce ormai una minaccia per la democrazia perché ormai tutti hanno paura. Anch'io, che sento di vivere in un clima di grande ostilità. E' una macchina mortale".
Forse non di fango si dovrebbe parlare, ma di vera e propria coprofilia.
Riesaminiamo un dato, quello della proprietà privata. A livello planetario, PRIMA della crisi, l'1% della popolazione adulta controllava tra il 40 ed il 50% della ricchezza globale. Nel 2000, PRIMA della guerra al terrore e della crisi, il 10% della popolazione adulta controllava l'esorbitante quota dell'85% della ricchezza mondiale. In quello stesso periodo, negli Stati Uniti, il 40% della popolazione possedeva meno dell'1% della ricchezza nazionale. Ora questi valori si sono impennati ulteriormente.
La terra, l'acqua, il DNA (la vita), il denaro, le risorse energetiche, l'informazione, ecc., tutto quel che ha valore e serve a dominare il prossimo è stato monopolizzato da una minoranza di
predatori travestiti da esseri umani. Ciò nonostante, la stragran parte dell'umanità ha accettato tutto questo. Peggio ancora, troppe persone si sono lasciate abbindolare al punto da credere che:
1. si può essere proprietari di un corpo celeste e delle sue risorse;
2. chi vive sulla sommità della piramide si merita il posto che occupa, con tutti i benefici, privilegi ed immunità che ne conseguono;
3. pensare prima a se stessi è naturale e giusto (darwinismo sociale come chiave di lettura della natura umana);
4. questo è il migliore dei mondi possibili;
Ora, con tutto il rispetto per il potere persuasivo di una minoranza di persone avvedute, non vedo come le cose possano cambiare finché questa Matrix non collasserà spontaneamente sotto il peso della sua iniquità e contraddizioni.
Solo dopo che si sarà verificato un massiccio mutamento di paradigma – da io-io-io a noi-noi-noi (ma NON il “noi” orwelliano) – sarà possibile cominciare a pensare a delle comunità/cooperative autoorganizzate ed autonome che non siano dominate dall’imperativo del profitto, dello sfruttamento, della rapacità e dell’aggressività.
Sempre per come la vedo io, solo allora ci potremo finalmente ripulire dal fango. Per adesso il nostro fato è quello di provare a scartare gli schizzi ed evitare, per quanto è possibile, di produrne.
La circostanza segnala anche il collegamento tra l’uso del “fango” nella comunicazione politica, la violenza e la guerra. Per vederlo si possono riprendere gli studi sulla propaganda degli anni Venti del Novecento, successivi alla prima guerra mondiale: ad esempio, La tecnica di propaganda nella guerra mondiale (1927) di Lasswell e Diffondere i germi dell’odio (Spreading Germs of Hate) di G. S. Viereck (1930). Nella premessa al saggio di Viereck, che raccontava diversi casi di “spargimenti di fango”, il colonnello House (consulente del presidente Wilson) diceva che il libro “ci ricorda quanto possiamo essere insensati (foolish) e di parte durante periodi di alta tensione emotiva…”. Purtroppo, si può essere di parte fino alla stolidità anche durante periodi che appaiono “normali”.
L’articolo di Ugo Morelli segnala un’altra caratteristica specifica della nostra democrazia: il fango gettato sulle istituzioni. È un livello opportunamente distinto da quello del fango gettato sull’altro (partito o politico visto come avversario da aggredire) e non è contemplato neppure nei manuali di marketing politico. Uno dei paradossi della democrazia contemporanea è che questa consuetudine col fango sia diventata elemento così influente nei processi attraverso i quali il potere cerca consenso e legittimazione.
L'ultimo contributo di Stefano Fait contiene molti elementi dell'ideologia del cambiamento in cui siamo per così dire "infangati". Si tratta di elementi che (lo dico a scanso di equivoci) sento anche dentro di me e emergono mediante certe formule linguistiche. Con quegli elemento dobbiamo fare i conti con una critica radicale, dal mio punto di vista.
In primo luogo la consegna al moto retrogrado del vero: siccome va così non può che andare così. Siccome un Gandhi ebreo non sarebbe durato, non può esservi una voce che si levi con risultati di cambiamento oggi. Non esiste nella realtà sociale il moto retrogrado del vero e l'innovazione, per quanto imprevedibile, indeterminabile e indecidibile, continua ad emergere. Semmai vale, per saperla creare e cogliere, proprio uno dei moniti di Gandhi: "Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere".
Siccome, a seguire, il linguaggio è un indicatore delle nostre posizioni e del nostro modo di porci di fronte al mondo, ritengo che attendere o cercare "la miccia", "l'innesco" o "l'evento traumatico", come possibili start-up del cambiamento sia un modo per candidarsi a subire l'esistente in modo passivo.
Sostenere che Obama in "altre circostanze" non avrebbe avuto chance, vuol dire non vedere che è proprio la contingenza l'utero della possibile evoluzione.
La contingenza è qui e ora e la realtà sta già cambiando mentre scriviamo. le opportunità dentro i vincoli ci sono già ora. Mentre c'è fango ci sono molteplici possibilità di stare nella situazione, in questa situazione, in modo creativo, generativo e innovativo. A partire dal posto in cui si è e parlando dal posto dal quale si parla, scrivendo, insegnando, amministrando, lavorando ognuno lavora e vivendo dove ognuno vive.
Dovendo scegliere, preferisco chi denigra da chi deraglia (siano essi treni o servizi segreti).
Insomma, la servitù agli spalatori di oggi è comunque preferibile alla servitù degli sprangatori di ieri.
Per liberarsi dallo stesso giogo che abbiamo preteso di portare servono tempi biblici.
La democrazia è un'incompiuta e la nonviolenza pure.
"Una completa maturazione conferisce al fango le proprietà curative e specifiche che lo rendono idoneo per l'utilizzo terapeutico."
Ma tutto questo sarà inutile finché non ci sarà un no corale di una massa critica di indignati. Il no di pochi, per quanto visibile (come quello di Mancuso sulla vicenda Mondadori), serve a poco.
Di buono c'è che i gestori del potere e spacciatori di fango si sono convinti di essere intoccabili e quindi non c'è limite alla loro impudenza. Una tracotanza che, di giorno in giorno, diventa sempre meno facile dissimulare o giustificare, specialmente se le prospettive per il futuro non si rasserenano.
*****
“Vorrei solo comprendere come è possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città e nazioni tollerino talvolta un solo tiranno, che non ha altro potere che quello che gli danno; che ha il potere di nuocere loro solo finché essi possono sopportarlo; che non potrebbe far loro alcun male, se non quando essi preferiscono sopportarlo piuttosto che contraddirlo. È davvero sorprendente, e tuttavia così comune che c’è più da dispiacersi che da stupirsi nel vedere milioni e milioni di uomini servire miserevolmente, col collo sotto il giogo, non costretti da una forza più grande, ma perché sembra siano ammaliati e affascinati dal nome solo di uno, di cui non dovrebbero temere la potenza, visto che è solo, né amare le qualità, visto che nei loro confronti è inumano e selvaggio [...]. Questo tiranno solo, non c’è bisogno di combatterlo, non occorre sconfiggerlo, è di per sé già sconfitto, basta che il paese non acconsenta alla propria schiavitù. Non bisogna togliergli niente, ma non concedergli nulla. Non occorre che il paese si preoccupi di fare niente per sé, a patto di non fare niente contro di sé. Sono dunque i popoli stessi che si lasciano o piuttosto si fanno tiranneggiare, poiché smettendo di servire ne sarebbero liberi. È il popolo che si assoggetta, che si taglia la gola e potendo scegliere fra l’essere servo e l’essere libero, lascia la libertà e prende il giogo; che acconsente al suo male, o piuttosto lo persegue".
(Étienne de La Boétie, Discorso sulla Servitù Volontaria, 1553)
"La spaventosa livellatrice dell'infimo, la vergogna, era passata su quelle fronti; giunti a quel grado d'abbassamento, tutti subivano le ultime trasformazioni nelle ultime profondità; e l'ignoranza, mutata in ebetismo, era identica all'intelligenza mutata in disperazione. Non v'era possibilità di scelta tra quegli uomini che apparivano allo sguardo come l'elite del fango."
Quello che voglio dire qui, ancora una volta, è il punto di vista del cittadino che pur semi soffocato dal fango, nonostante tutto, riesce ancora a trovare la motivazione e la forza per “vedere” un sentiero da percorrere in compagnia di altri sopravvissuti allo sterminio delle coscienze e delle menti. Il cittadino che, la bocca impastata di fango, articola stentatamente e sussurra: io posso fare qualcosa! Lo posso fare “con” e “fra” altre persone.
Ebbene, il muro che si pone a sbarrare ogni tentativo di rinnovamento e di pulizia è quello dato dalla tremenda forza conservatrice di coloro che, anche a livello locale, hanno completamente occupato ogni “spazio” all'interno dei partiti. Ogni sgabello, ogni seggiola, ogni poltrona, ogni divano. Una struttura piramidale e clientelare mantiene immutate le posizioni, lotta con ogni mezzo per mantenerle. Una concezione della politica come mezzo di conservazione del potere.
Fango.
Chi osa mettere in discussione i potentati locali viene attaccato,accusato di tradimento, schizzato di fango.
Sto parlando del nostro Trentino, dei nostri centri, grandi e piccoli.
Sto parlando del nuovo che tenta di emergere dal fango e del vecchio che resiste e lo ricaccia sotto.
Sto parlando della stanchezza di chi ancora una volta viene invitato a cercare il fango dentro di sé, mentre fuori gli uomini di fango se la ridono, sputandogli addosso altro fango.
Ci siamo impantanati perché abbiamo creduto che, dopo la melma di Auschwitz, non fosse possibile insozzarsi ancora di più.
Abbiamo creduto che ci si potesse inzaccherare - solo un po', non certo come ad Auschwitz! - in vista di un destino migliore. L'estremo di Auschwitz come alibi per i nostri "mali minori".
Ma stavolta la merda è arrivata fin qui ed è più difficile credere che la sfangheremo, anche perché molti manco si accorgono di essere putridi dentro, dietro la maschera di fango estetico, e ci trascinano a fondo, inconsapevolmente.
*****
Tempo di purificarsi/depurarsi:
“La libertà che davvero conta richiede attenzione e consapevolezza e disciplina e sforzo e la capacità di interessarsi davvero alle altre persone e di sacrificarsi per loro, continuamente, ogni giorno, in una moltitudine di modi piccoli e poco attraenti modi. Questa è la vera libertà. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la configurazione standard, la “corsa di topi” -la costante e divorante sensazione di aver posseduto e perduto qualcosa di infinito”.
[David Foster Wallace, “Questa è l’acqua”]
Senza vergogna
di Marco Belpoliti (Guanda, 2010)