Senza vergogna

di Marco Belpoliti (Guanda, 2010)

Mente e Bellezza. Arte, creatività e innovazione

di Ugo Morelli (Umberto Allemandi & C., Torino 2010)

Memetica. Il codice genetico della cultura

di Jouxtel Pascal (Bollati-Boringhieri, 245 pagine, 2010)

Pensiero politico e scienza della mente

di George Lakoff (2008, trad. it. di G. Barile, Bruno Mondadori, Milano, 2009)

Imparare democrazia

di Gustavo Zagrebelsky (Einaudi, Torino, 2007)

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Fango

Elaborazione da un disegno di Paolo TaitIl fango e il suo uso assumono oggi significati nuovi. È un fango immateriale quello che circola, ma molto consistente, un fango che mostra di avere due bersagli preferiti: l'altro e le istituzioni. Evoca l'aggressione contro l'altro e la sua integrità, la sua autostima e ricorre all'abiezione e alla turpitudine come criteri relazionali. È un fango che tracima e travolge il valore della vergogna sfondando ogni soglia etica.
autore Ugo Morelli - inserito mercoledì, 15 settembre 2010

Parola ambigua, fango. Ripercorrendo molti miti, quello giudaico e cristiano incluso, è la sostanza di cui saremmo fatti. Risalendo a quel che sappiamo delle nostre origini, la vita dei vertebrati sulla terra deve essere emersa dal fango, provenendo noi dalle acque del mare. Sollevarci ha richiesto milioni di anni. Autoelevarci semanticamente poi, da centocinquantamila a quarantamila anni fa, circa, con un'esplosione improvvisa, pervasiva e tuttora in corso; probabilmente un'exaptation, come la chiamerebbe Stephen Jay Gould. Un momento fa, se si usa come parametro l'intera durata dell'evoluzione della nostra specie che ammonta a circa sette milioni di anni. È forse per questo che, un po' come i bambini, gli infanti appunto, del fango tendiamo a fare un uso regressivo, perverso, che rischia di riportarci a quando eravamo immersi nelle pratiche immediate della sopravvivenza.

Il fatto è che simbolici lo siamo e nella semiosi attuale siamo immersi. In quella semiosi circola di tutto e in alcune provincie del pianeta oggi piove fango, un fango che si immette e pervade la circolazione dei significati. Così il fango e il suo uso assumono oggi significati nuovi. È un fango immateriale quello che circola, ma molto consistente. Si tratta di un fango che mostra di avere due bersagli preferiti: l'altro e le istituzioni. Evoca l'aggressione contro l'altro e la sua integrità, la sua autostima e ricorre all'abiezione e alla turpitudine come criteri relazionali. È un fango che tracima e travolge il valore della vergogna sfondando ogni soglia etica. Sul piano del mondo interno è una regressione allo stato anale. Tende a corrodere il senso e il significato delle istituzioni fondative del nostro legame sociale, infangando le stesse regole che sono usate per affermarsi e prendere il potere. Il concetto di "costituzione materiale" contrapposto a quello di "costituzione formale", ad esempio, è fango contro gli elementari fondamenti della convivenza civile, contro quel "tra" che è il luogo dove si fondano e si evolvono "io" e "altro". Sostenere che "il governo è del popolo" è fango se non si completa la frase aggiungendo: nei limiti stabiliti dalla costituzione. Insidiare e distruggere la scuola e le istituzioni culturali alla base è l'equivalente che scaricare fanghi industriali inquinati nelle terre coltive, come fa la camorra, precludendo ogni futuro di civiltà e ogni pensiero critico.

Noi però dobbiamo essere consapevoli del fatto che le stesse vie mentali, affettive e cognitive, che veicolano i valori etici, sono quelle che fanno circolare e affermare i significati che possono essere distruttivi; sono le stesse vie che diffondono il fango.

La via che veicola i principi etici della candidatura al governo della cosa pubblica è la stessa dalla quale tracima il fango della tesi che prostituirsi per essere candidate è cosa giusta. Il problema che dobbiamo affrontare e ciò che dobbiamo comprendere è perché il fango viene non solo accettato come se fosse sostanza profumata e gradevole ma diviene oggetto di emulazione, imitazione e attrazione da parte della maggioranza. Come accade? È necessario e urgente capirlo. 

Del fango è prima di tutto responsabile ognuno di noi. Quando replichiamo, anche senza riflettere e accorgercene, comportamenti e atteggiamenti che mostrano di ritenere l'altro solo un mezzo per la realizzazione dei nostri fini: una volta un consumatore; un'altra un elettore; un'altra ancora un cliente; e poi un malato o uno che ci può sostenere col suo consenso. Come in Truman Show, c'è un velo spesso da rompere per accorgerci che l'altro è la condizione di ogni mia possibilità, a partire dalla mia individuazione. Senza il legame empatico e conflittuale con la differenza che egli porta, che sia vicino o lontano, semplicemente non posso dire chi sono. 

Ce lo tiriamo addosso il fango quando sosteniamo o replichiamo l'ideologia che noi esseri umani saremmo egoisti per natura e saremmo fatti in modo da perseguire solo il nostro interesse. Da fonti sempre più verificate a livello di neuroscienze cognitive sappiamo oggi che siamo allo stesso tempo attenti ai nostri interessi e altruisti per natura, e le due cose non sono opposte, ma una la condizione dell'altra. Ci tiriamo fango quando con l'educazione dei figli, a scuola, o nello sport e nel lavoro spingiamo solo la leva dell'egoismo e dell'individualismo, o ripetiamo parole come aggressivo e vincente come se fossero i valori positivi ai quali tendere. Ci infanghiamo quando abusiamo pubblicamente, o accettiamo passivamente che altri lo facciano, delle emozioni come il pianto e il desiderio, il dolore e il piacere, scadendo nell'osceno e rompendo ogni argine di pudore, replicando nella realtà il fango dei "modelli" televisivi. O quando confondiamo l'esteriorità apparente con la bellezza.

Accanto al fango di cui siamo direttamente responsabili piove fango (e a volte rischia di sommergerci) che siamo responsabili di accettare passivamente, dicendo, magari: e cosa ci posso fare io? Quel fango proviene da un sistema organizzato di spalatori che comprende stuoli di avvocati e giornalisti, di intellettuali e manovali, di donne complici di uomini che le usano. Si tratta di produttori di fango su commessa che preparano dossier infanganti da veicolare con tutti i mezzi a disposizione e con tutti i servili professionisti della comunicazione a pagamento.

Siccome fango chiama fango, il fango rischia di divenire tacita consuetudine se non si investe in eccedenza e non si tira su la testa dalla sua viscida sostanza. Riconoscendo che il fango bisogna attraversarlo e non ci sono scorciatoie.

Esiste la possibilità di pronunciare con un altro tono la frase di cui sopra. Si può cioè dirsi e dire con intenti propositivi e progettuali: "cosa posso fare io"!, per cambiare le cose, qui ed ora; per piantare, ad esempio, fiori nel fango. Non è forse questo il primo elementare senso della politica?

Un senso che coinvolge il mondo interno di ognuno e si connette immediatamente ad un progetto di cambiamento con l'altro. Sta tra "io" e "altro", è un atto collocato "infra". Come la politica per Hannah Arendt. L'ha ricordato recentemente Gustavo Zagrebelsky. Secondo la grande filosofa ebrea-tedesca la peculiarità della politica è l'essere collocata infra, in mezzo, tra le persone. La virtù politica è propria di coloro che amano stare "con" le altre persone, non "sopra", nemmeno "accanto" o peggio "altrove"; (Was ist Politik?, trad. it.: Che cosa è la politica?, Edizioni di Comunità, Torino 2001; pp. 5 e segg.).

 

 

(L'immagine è un'elaborazione da un disegno di Paolo Tait)

 

inviato da Fabio Pipinato il 11.11.2010 15:43
Segnalo un mio articolo apparso su micromega.
V'è fango e fango. La cosa interessante è che un tipo alimenta l'altro.
http://temi.repubblica.it/micromega-online/italia-piu-carriole-e-meno-pistole
inviato da roberto scarpa il 02.11.2010 19:49
Il bell'intervento di Ugo Morelli e il dibattito che ne è scaturito mi hanno fatto venire voglia di celebrare la figura del "cercatore d'oro". Cercare fango - anche se sarebbe più corretto chiamare le cose col loro nome, in questo caso direi perciò "sterco" -, il cercatore di sterco ha un lavoro facile facile. Esce di casa e lo trova bello pronto. Il cercatore d'oro deve allontanarsi dai luoghi frequentati, munirsi di pazienza e di un setaccio finissimo. E spesso, al tramonto, non ha trovato niente o al massimo una pagliuzza che dovrà poi fondere per separare ciò che è prezioso da ciò che non lo è.
Il maestro dei cercatori d'oro è e sarà sempre Robert Louis Stevenson che inventò Jim Hawkins, il fanciullo che parte alla ricerca di un tesoro, in compagnia con una ciurma di pirati, avendo solo una mezza mappa scolorita e poco comprensibile.
W Jim Hawkins e i cercatori d'oro. Il mondo ne ha ancora tanti.
inviato da stefano fait il 08.10.2010 09:42
Altro ottimo e pertinentissimo contributo di Michele Serra (Amaca, 8 ottobre 2010, La Repubblica), questa volta sul dossieraggio: "[...] C'è chi in mezzo a questa fetida opacità si sente come a casa sua. Sa come difendersi e sa come attaccare. Ma per molti italiani, fortunatamente, le varie macchine e macchinette del fango sono ordigni sconosciuti e da considerare con un certo ribrezzo, come le mine antiuomo. Si intuisce, solamente, che la loro straordinaria diffusione ha un fine ultimo: diffondere l'idea che tutto è sporco e tutti sono sporchi. Il padre di tutti gli alibi. L'irresistibile progressione della diceria maligna trova terreno fertile in un paese dove chi ha qualcosa da nascondere si sente tanto più protetto quanto più si allarga il numero dei sospettabili. In termini tecnici, è un depistaggio di massa. In termini etici, è la perfetta mimesi dei disonesti".
inviato da Donatella il 06.10.2010 17:32
Bellissimo, lo condivido.
inviato da ugo morelli il 03.10.2010 13:55
Scrive da par suo Emily Dickinson:
"La bellezza non ha causa: esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e appare.
Sai afferrare le crespe del prato
quando il vento vi avvolge il dito?
Iddio provvederà perchè non ti riesca".
E' tempo di volgere lo sguardo altrove, rispetto al fango che sta infangando gli infangatori e dare voce alla parte di noi che è in grado di generare e creare, elaborando a nostra volta il nostro fango interno.
Abbiamo impiegato, sbagliando, energie e tempo a inseguire fango e infangatori, e forse non si poteva fare altrimenti.
Alleviamo ora la nostra "capacità negativa" che, secondo il grande poeta John Keats, è la capacità di sostare nella ricerca senza consegnarsi a facili scorciatoie o a mimetismi perniciosi.
Gli infangatori sono esasperati dal loro stesso fango e non è il caso di amplificarne oltre la greve voce.
Se esiste, nonostante tutto, un metro quadrato di prato fiorito in mezzo al fango, muoviamo da quella bellezza di cui siamo qui ed ora capaci e alimentiamo un linguaggio nostro fino a farlo diventare un canto di liberazione.
inviato da stefano fait il 01.10.2010 13:35
“C’è un professore di musica milanese, leghista (Joanne Maria Pini), che su Facebook inneggia alla Rupe Tarpea e alla “selezione naturale” dei disabili. [...]Il punto è che, negli anni, sono saltati come vecchi tappi tutti o quasi gli argini che impedivano o sconsigliavano di scavalcare alcuni – almeno alcuni – argini. Convenzioni rispettate, forse ipocrite, forse solo ragionevoli, suggerivano di non varcare certe soglie verbali, di non evocare certi spettri ideologici. Ha poi prevalso, lentamente ma inesorabilmente, l’idea che niente possa o debba essere rimosso e occultato. Schiodati dalle loro prigioni di profondità, sono emersi uno a uno gli istinti più asociali e aggressivi e “scorretti”, e oggi li vediamo galleggiare in superficie, in lungo filare. Perché la moda culturale egemone è, largamente, lo spregio del “buonismo” inteso come categoria castrante ed insincera. Come conseguenza, ogni fanatico ma anche ogni debole, e ogni rancoroso, si sente in diritto di esternare il suo male. Il “cattivismo” fa molte più vittime del “buonismo”: lascia gli intemperanti in balia di se stessi e di molte miserie umane fa altrettante bandiere” (L'Amaca di Michele Serra, La Repubblica venerdì 1 ottobre 2010).
inviato da vincenzo de paoli il 29.09.2010 12:00


La verità rovesciata
Afferma Sandro Bondi, coordinatore nazionale del PdL:
"La mia impressione è che da parte di alcuni grandi quotidiani si persegua da tempo una sorta di ’strategia della tensione mediatica’ attraverso la quale l’intera vita civile nazionale viene progressivamente ’bombardata’ di rivelazioni, retroscena, scampoli di inchieste giudiziarie, monchi verbali di intercettazioni telefoniche, con la conseguenza, che lo si voglia o meno, di minare e di corrodere alle fondamenta la fiducia dei cittadini nella politica e soprattutto nelle istituzioni.

Un nuovo capitolo di questa strategia riguarda ad esempio lo IOR, sfruttato come un altro modo per gettare fango e discredito, sulla base di elementi risibili che finiranno inevitabilmente nel nulla come tante altre vicende, su una istituzione e una comunita’ religiosa e morale come la Chiesa cattolica. La vera ’campagna di fango’ è, inoltre, quella che è entrata in azione, ininterrottamente e selvaggiamente, nei confronti del Presidente del Consiglio, riguardante oltretutto non problemi di carattere politico, bensì aspetti della propria vita personale e privata. Oggi, in ossequio alla regola aurea dei due pesi e delle due misure invalsa nella politica e nell’informazione, legittime domande della libera stampa rivolte ad esponenti politici per vicende che hanno indubitabilmente un importante rilievo pubblico, dopo essere state per lungo tempo ignorate vengono addirittura denunciate come prodotti della ’macchina del fango’".


inviato da caterina il 29.09.2010 09:38
Dunque siamo nella palta, tanto per usare un eufemismo!
inviato da Fabio Pipinato il 27.09.2010 22:03
Carissimi,
su repubblica.it oggi Saviano condanna il fango. Oserei dire che Ugo Morelli ha anticipato i tempi con la sua riflessione su Politica Responsabile.
Caldoro in Campania, il caso Boffo, e ora l'attacco a Fini. Ecco, la macchina del fango è in piena attività. Roberto Saviano riflette a Repubblica Tv sugli avvenimenti di questi giorni.
E il caso Fini viene usato dallo scrittore come un paradigma del meccanismo di minaccia e ricatto che rischia di paralizzare la società italiana. La macchina del fango va avanti a meraviglia. Roberto Saviano unisce tutti gli elementi e traccia la linea dello stesso Paese che racconta, ogni giorno, appena possibile. "La macchina del fango è un sistema di estorsione e costituisce ormai una minaccia per la democrazia perché ormai tutti hanno paura. Anch'io, che sento di vivere in un clima di grande ostilità. E' una macchina mortale".
inviato da stefano fait il 26.09.2010 11:49
«Quarant’anni fa a Woodstock sotto la pioggia si rotolavano nel fango. Qui, ma speriamo che non piova, vedete di portarne via un po’: questo è il fango più pulito che c’è in Italia» (Beppe Grillo, 25 settembre 2010).
Forse non di fango si dovrebbe parlare, ma di vera e propria coprofilia.
inviato da ugo morelli il 25.09.2010 23:38
La diffamazione progettata sotto forma di fango si impone ora dopo ora in Italia mentre svolgiamo il nostro piccolo impegno dialogico su questo blog. Si tratta di una violenza, più violenta della forza fisica, che attacca e infanga soprattutto le istituzioni. Oltre al fango esplicito vi è il fango accompagnatorio dell'informazione: mai abbiamo ricevuto in Italia tanto fango sotto forma di informazione distorta, come in questi giorni, in particolare dalla televisione pubblica e dal TG1. Come ricorda Luca Mori la diffamazione è divenuta sistema di lotta politica; ma più che lotta politica pare trattarsi lotta per interessi personali. Questa violentissima situazione non collasserà spontaneamente e richiede ad ognuno di noi di agire nel "qui" ed "ora" e nel "piccolo" delle nostre situazioni concrete, per aumentare il numero delle possibilità, nonostante!
inviato da stefano fait il 24.09.2010 16:43
Per come la vedo io, la civiltà umana, per come si è andata evolvendo nelle sue tendenze dominanti è intrinsecamente fango-dipendente. In una società altamente competitiva è nel mio interesse gettare fango sui rivali. E’ sorprendente che, di norma, ci si limiti al fango (il che mi sta anche bene, visto che sono per la nonviolenza).
Riesaminiamo un dato, quello della proprietà privata. A livello planetario, PRIMA della crisi, l'1% della popolazione adulta controllava tra il 40 ed il 50% della ricchezza globale. Nel 2000, PRIMA della guerra al terrore e della crisi, il 10% della popolazione adulta controllava l'esorbitante quota dell'85% della ricchezza mondiale. In quello stesso periodo, negli Stati Uniti, il 40% della popolazione possedeva meno dell'1% della ricchezza nazionale. Ora questi valori si sono impennati ulteriormente.
La terra, l'acqua, il DNA (la vita), il denaro, le risorse energetiche, l'informazione, ecc., tutto quel che ha valore e serve a dominare il prossimo è stato monopolizzato da una minoranza di
predatori travestiti da esseri umani. Ciò nonostante, la stragran parte dell'umanità ha accettato tutto questo. Peggio ancora, troppe persone si sono lasciate abbindolare al punto da credere che:
1. si può essere proprietari di un corpo celeste e delle sue risorse;
2. chi vive sulla sommità della piramide si merita il posto che occupa, con tutti i benefici, privilegi ed immunità che ne conseguono;
3. pensare prima a se stessi è naturale e giusto (darwinismo sociale come chiave di lettura della natura umana);
4. questo è il migliore dei mondi possibili;
Ora, con tutto il rispetto per il potere persuasivo di una minoranza di persone avvedute, non vedo come le cose possano cambiare finché questa Matrix non collasserà spontaneamente sotto il peso della sua iniquità e contraddizioni.
Solo dopo che si sarà verificato un massiccio mutamento di paradigma – da io-io-io a noi-noi-noi (ma NON il “noi” orwelliano) – sarà possibile cominciare a pensare a delle comunità/cooperative autoorganizzate ed autonome che non siano dominate dall’imperativo del profitto, dello sfruttamento, della rapacità e dell’aggressività.
Sempre per come la vedo io, solo allora ci potremo finalmente ripulire dal fango. Per adesso il nostro fato è quello di provare a scartare gli schizzi ed evitare, per quanto è possibile, di produrne.



inviato da gian enrico di blasi il 20.09.2010 12:13
Anche Ranieri si è sfogato con i giornalisti: "Fango sulla Roma!". Scusate la digressione calcistica, ma serviva per dire che in realtà, oltre alle lucide argomentazioni qui svolte, dovremmo porci anche il problema dei media, e del loro modo ormai consolidato di raccogliere ed enfatizzare ogni sospiro critico circoli nel mondo, trasformandolo in fango. Feltri docet, ma non è stato il primo e non è certo l'unico.
inviato da Luca Mori il 19.09.2010 21:27
L’espressione inglese "mud slinging" (“gettare fango”) è ormai tra i termini tecnici del marketing politico, utilizzato regolarmente nell’analisi delle campagne elettorali. È singolare che il marketing politico (di cui si inizia a parlare dagli anni Ottanta) sia stato elaborato sulla terminologia tecnica del marketing commerciale, riprendendone nozioni e strumenti, ma che l’espressione "mud slinging" si trovi solo – appunto – negli studi sul marketing politico. Ciò segnala che in ambito commerciale la pubblicità comparativa direttamente negativa, allusiva e pubblicamente diffamatoria nei confronti dei “concorrenti” non è prevista (né permessa) tra le tecniche utilizzabili (e sarebbe sanzionata), mentre in ambito politico è un uso comune e ci sono studi che dimostrano il peso crescente dei messaggi negativi sull’avversario (delegittimanti) non solo durante le campagne elettorali, ma anche nei periodi di governo.
La circostanza segnala anche il collegamento tra l’uso del “fango” nella comunicazione politica, la violenza e la guerra. Per vederlo si possono riprendere gli studi sulla propaganda degli anni Venti del Novecento, successivi alla prima guerra mondiale: ad esempio, La tecnica di propaganda nella guerra mondiale (1927) di Lasswell e Diffondere i germi dell’odio (Spreading Germs of Hate) di G. S. Viereck (1930). Nella premessa al saggio di Viereck, che raccontava diversi casi di “spargimenti di fango”, il colonnello House (consulente del presidente Wilson) diceva che il libro “ci ricorda quanto possiamo essere insensati (foolish) e di parte durante periodi di alta tensione emotiva…”. Purtroppo, si può essere di parte fino alla stolidità anche durante periodi che appaiono “normali”.
L’articolo di Ugo Morelli segnala un’altra caratteristica specifica della nostra democrazia: il fango gettato sulle istituzioni. È un livello opportunamente distinto da quello del fango gettato sull’altro (partito o politico visto come avversario da aggredire) e non è contemplato neppure nei manuali di marketing politico. Uno dei paradossi della democrazia contemporanea è che questa consuetudine col fango sia diventata elemento così influente nei processi attraverso i quali il potere cerca consenso e legittimazione.
inviato da ugo morelli il 19.09.2010 15:58
Con la passione richiesta e necessaria e, per fortuna disponibile, voglio portare avanti il dialogo con Stefano Fait, auspicando che altri vogliano intervenire, al fine di non confermare anche noi, qui, la passività che andiamo denunciando. Una delle forme sotto cui il fango si presenta e diffonde è il silenzio e l'indifferenza.
L'ultimo contributo di Stefano Fait contiene molti elementi dell'ideologia del cambiamento in cui siamo per così dire "infangati". Si tratta di elementi che (lo dico a scanso di equivoci) sento anche dentro di me e emergono mediante certe formule linguistiche. Con quegli elemento dobbiamo fare i conti con una critica radicale, dal mio punto di vista.
In primo luogo la consegna al moto retrogrado del vero: siccome va così non può che andare così. Siccome un Gandhi ebreo non sarebbe durato, non può esservi una voce che si levi con risultati di cambiamento oggi. Non esiste nella realtà sociale il moto retrogrado del vero e l'innovazione, per quanto imprevedibile, indeterminabile e indecidibile, continua ad emergere. Semmai vale, per saperla creare e cogliere, proprio uno dei moniti di Gandhi: "Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere".
Siccome, a seguire, il linguaggio è un indicatore delle nostre posizioni e del nostro modo di porci di fronte al mondo, ritengo che attendere o cercare "la miccia", "l'innesco" o "l'evento traumatico", come possibili start-up del cambiamento sia un modo per candidarsi a subire l'esistente in modo passivo.
Sostenere che Obama in "altre circostanze" non avrebbe avuto chance, vuol dire non vedere che è proprio la contingenza l'utero della possibile evoluzione.
La contingenza è qui e ora e la realtà sta già cambiando mentre scriviamo. le opportunità dentro i vincoli ci sono già ora. Mentre c'è fango ci sono molteplici possibilità di stare nella situazione, in questa situazione, in modo creativo, generativo e innovativo. A partire dal posto in cui si è e parlando dal posto dal quale si parla, scrivendo, insegnando, amministrando, lavorando ognuno lavora e vivendo dove ognuno vive.
inviato da stefano fait il 18.09.2010 19:26
Sono, di norma, antropologicamente ottimista e quindi concordo sul fatto che una minoranza può cambiare le cose. Lo insegnano la sociologia dei gruppi (Moscovici, se ricordo bene) e la storia. Però la storia insegna anche che un Gandhi ebreo sarebbe scomparso dopo qualche ora e che Jan Hus non divenne il Martin Lutero del suo tempo. Insomma, il riformismo (spirituale, morale, politico, ecc.) ha poche chance quando la vita procede in maniera sostanzialmente passabile. Gli esseri umani - tutti noi - tendono ad essere pigri, ad agire e pensare per automatismi. Finché non c'è un motivo per farlo, neanche i più ispirati appelli per il cambiamento saranno efficaci. Anzi, se espressi al momento sbagliato, potrebbero essere interpretati come una minaccia sovversiva. Anche se magari, quelle stesse parole, 10-20 anni dopo, ecciterebbero le folle. Dunque io credo che quel che stiamo facendo qui, su PèR, sia utile in preparazione di un qualche evento collettivo che, fungendo da innesco, possa scuotere gli animi dal loro quotidiano, routinario torpore ed accendere la miccia che stiamo approntando [ed è tragico che mi stia chiedendo se questa metafora possa essere malinterpretata da qualche "sorvegliante"]. In ogni caso, senza un evento anche traumatico che metta in crisi le nostre numerose, radicate identificazioni (ciò che si dà per scontato, che è anche ciò che ci induce alla "compiacenza" ed alla "tacita sottomissione" di cui sopra), non vedo come una minoranza possa ottenere risultati significativi. Ad esempio, quante chance avrebbe avuto Obama, in altre circostanze? Poiché non credo che la Crisi sia alle nostre spalle, anzi, ritengo che il tempo giochi a nostro favore e che si tratti solo di pazientare ancora un po'. Vedremo se la storia mi darà ragione o torto.
inviato da ugo morelli il 17.09.2010 18:57
Ogni processo di cambiamento, a ben vedere, passa proprio attraverso il ruolo di "minoranze attive", secondo una consolidata verifica degli studi di psicologia sociale. Quelle minoranze però devono cercare le vie per una progettualità specifica e non dovrebbero esaurirsi nella sola contestazione e opposizione di principio all'esistente.Si tratta di non passare il tempo a parlare del fango che gli altri ci tirano addosso, amplificandone la pervasività, ma di pensare a un linguaggio e a una prassi nel segno positivo e propositivo e quanto più possibile originale (chi a sinistra non ha fatto l'occhiolino al liberismo imperante in questi anni scagli la prima pietra!). Le minoranze attive, dialogando con Stefano Fait, sono un agente di trasformazione decisivo e come diceva Carlyle ogni maggioranza comincia con la minoranza di uno. Ritengo condivisibile la posizione di Oreste Negri, in quanto le possibilità si generano almeno in parte nei vincoli del presente, a saperle vedere e a saperci lavorare. L'intervento di Fabio Pipinato mi turba, anche affettivamente. Siamo ridotti davvero male se ci ritroviamo a scegliere tra fango e sangue. Può essere possibile e francamente necessario concepire una terza possibilità. Non trovo in alcun modo condivisibile un tasso di preferibilità della servitù: la servitù non è mai preferibile perchè minorizza e toglie la parola, perchè implica un gioco da servo-padrone, perchè invita alla compiacenza e alla tacita sottomissione, perchè si sviluppa tra adesione ed esclusione e permette solo di assentire o uscire dal gioco. L'aspetto più importante sul quale mi sento di confliggere con Fabio Pipinato riguarda, da ultimo l'identificazione della violenza con il sangue. Come se il fango non fosse violento, non soffocasse chi lo subisce, non neutralizzasse lo spazio della libertà e, quindi, non fosse a sua volta profondamente corrosivo e violento. Dai tempi degli studi sul conflitto mi sono sempre opposto a identificare la violenza con la violenza fisica, che è certamente da ostacolare, ma la violenza linguistica e psichica può essere ancora più distruttiva di quella fisica.
inviato da Fabio Pipinato il 17.09.2010 17:58
Preferisco comunque il fango al sangue. Se confrontiamo a specchio le due repubbliche, prima e seconda, vedremo che oltre ai molti meriti della prima è stato versato, nel contempo, molto sangue.
Dovendo scegliere, preferisco chi denigra da chi deraglia (siano essi treni o servizi segreti).
Insomma, la servitù agli spalatori di oggi è comunque preferibile alla servitù degli sprangatori di ieri.
Per liberarsi dallo stesso giogo che abbiamo preteso di portare servono tempi biblici.
La democrazia è un'incompiuta e la nonviolenza pure.
inviato da Oreste Negri il 17.09.2010 16:50
Curioso come la parola "fango" al plurale diventa "fanghi", cioè una terapia contro alcune patologie oppure un trattamento estetico.
"Una completa maturazione conferisce al fango le proprietà curative e specifiche che lo rendono idoneo per l'utilizzo terapeutico."
inviato da stefano fait il 17.09.2010 13:58
E' vero che il fango c'è in tutti e che ciascuno è complice, nei piccoli atti quotidiani, ma c'è anche chi se n'è reso conto e si sforza attivamente di limitare il proprio contributo e magari prova persino a rimuovere il surplus di melma o a far notare alla gente che quel che pensa sia oro è in realtà letame.
Ma tutto questo sarà inutile finché non ci sarà un no corale di una massa critica di indignati. Il no di pochi, per quanto visibile (come quello di Mancuso sulla vicenda Mondadori), serve a poco.
Di buono c'è che i gestori del potere e spacciatori di fango si sono convinti di essere intoccabili e quindi non c'è limite alla loro impudenza. Una tracotanza che, di giorno in giorno, diventa sempre meno facile dissimulare o giustificare, specialmente se le prospettive per il futuro non si rasserenano.
*****
“Vorrei solo comprendere come è possibile che tanti uomini, tanti paesi, tante città e nazioni tollerino talvolta un solo tiranno, che non ha altro potere che quello che gli danno; che ha il potere di nuocere loro solo finché essi possono sopportarlo; che non potrebbe far loro alcun male, se non quando essi preferiscono sopportarlo piuttosto che contraddirlo. È davvero sorprendente, e tuttavia così comune che c’è più da dispiacersi che da stupirsi nel vedere milioni e milioni di uomini servire miserevolmente, col collo sotto il giogo, non costretti da una forza più grande, ma perché sembra siano ammaliati e affascinati dal nome solo di uno, di cui non dovrebbero temere la potenza, visto che è solo, né amare le qualità, visto che nei loro confronti è inumano e selvaggio [...]. Questo tiranno solo, non c’è bisogno di combatterlo, non occorre sconfiggerlo, è di per sé già sconfitto, basta che il paese non acconsenta alla propria schiavitù. Non bisogna togliergli niente, ma non concedergli nulla. Non occorre che il paese si preoccupi di fare niente per sé, a patto di non fare niente contro di sé. Sono dunque i popoli stessi che si lasciano o piuttosto si fanno tiranneggiare, poiché smettendo di servire ne sarebbero liberi. È il popolo che si assoggetta, che si taglia la gola e potendo scegliere fra l’essere servo e l’essere libero, lascia la libertà e prende il giogo; che acconsente al suo male, o piuttosto lo persegue".
(Étienne de La Boétie, Discorso sulla Servitù Volontaria, 1553)
inviato da ugo morelli il 16.09.2010 21:14
Grazie per le prime riflessioni suscitate da un tentativo di usare una metafora per leggere aspetti del nostro presente che meritano analisi e approfondimenti anche dolorosi. Ad un esame di realtà appare vero quanto sia difficile riflettere sul fango dentro ognuno di noi, come scrive Lia Nesler, eppure lo ritengo necessario e indispensabile. Non possiamo, ritengo, continuare in una denuncia del presente e del fango che ci opprime, senza chiederci dov'è il fango dentro noi stessi. Se non altro per chiederci cosa avremmo potuto fare e non abbiamo fatto per confliggere con quanto stava accadendo mentre scivolavamo nel fango. Può darsi che ciò sia avvenuto in parte inconsapevolmente come dice Stefano Fait, ma è avvenuto e noi c'eravamo e ci siamo. La radice della responsabilità e di ogni possibilità di proposte davvero costruttive, come auspica Piergiorgio Bortolotti, può nascere solo da un'analisi che evidenzi le mancanze prima di tutto nostre. Ad esempio non si può parlare del fango che sommerge l'Università Italiana senza analizzare l'origine della riforma che ne ha avviato il declino, quando doveva innovarla: quella riforma ha in sè un'ideologia che è parte integrante della crisi. E ancora, non si può parlare della crisi delle istituzioni dell'arte e della cultura, senza considerare le fascinazioni americaniste e liberiste di chi ne ha avviato la mercatizzazione. Ciò non toglie che chi ha più potere ha più responsabilità, e oggi è necessario denunciare frontalmente chi mette il ventilatore nel letamaio e spande fango e altre sostanze. E' però altrettanto necessario analizzare le collusioni e i coinvolgimenti, i silenzi e le complicità che, a volte, sottilmente, magari solo a livello di mondo interno, ci hanno visto e vedono se non altro silenti di fronte alla barbarie.
inviato da Marcella Morandini il 16.09.2010 19:40
Mentre leggevo il post mi é immediatamente venuto in mente il fango della Parigi in cui si muovono i Miserabili. Hugo li fa cadere nel fango perché sa che in questo modo qualcuno avrà la possibilità di vedere davvero. Poche, preziose perle che non si sciolgono nel fango resisteranno alle prossime inondazioni, e cominceranno a costruire di nuovo.
"La spaventosa livellatrice dell'infimo, la vergogna, era passata su quelle fronti; giunti a quel grado d'abbassamento, tutti subivano le ultime trasformazioni nelle ultime profondità; e l'ignoranza, mutata in ebetismo, era identica all'intelligenza mutata in disperazione. Non v'era possibilità di scelta tra quegli uomini che apparivano allo sguardo come l'elite del fango."
inviato da Lia Nesler il 16.09.2010 18:09
E' difficile stabilire dove abbia avuto origine il primo gruppo di cellule impazzite che hanno prodotto un cancro tanto invasivo e pericoloso. Ma certamente possiamo dire che in notevole parte la massa velenosa è stata impastata nella fabbrica di quella che continuiamo a chiamare, impropriamente, politica. E di fronte alla diffusione capillare del male, il cittadino prova sentimenti di disorientamento, confusione e sconforto, sentimenti che fatalmente lo portano ad abbracciare una visione completamente negativa della politica e di chi la fa.

Quello che voglio dire qui, ancora una volta, è il punto di vista del cittadino che pur semi soffocato dal fango, nonostante tutto, riesce ancora a trovare la motivazione e la forza per “vedere” un sentiero da percorrere in compagnia di altri sopravvissuti allo sterminio delle coscienze e delle menti. Il cittadino che, la bocca impastata di fango, articola stentatamente e sussurra: io posso fare qualcosa! Lo posso fare “con” e “fra” altre persone.

Ebbene, il muro che si pone a sbarrare ogni tentativo di rinnovamento e di pulizia è quello dato dalla tremenda forza conservatrice di coloro che, anche a livello locale, hanno completamente occupato ogni “spazio” all'interno dei partiti. Ogni sgabello, ogni seggiola, ogni poltrona, ogni divano. Una struttura piramidale e clientelare mantiene immutate le posizioni, lotta con ogni mezzo per mantenerle. Una concezione della politica come mezzo di conservazione del potere.
Fango.
Chi osa mettere in discussione i potentati locali viene attaccato,accusato di tradimento, schizzato di fango.

Sto parlando del nostro Trentino, dei nostri centri, grandi e piccoli.
Sto parlando del nuovo che tenta di emergere dal fango e del vecchio che resiste e lo ricaccia sotto.
Sto parlando della stanchezza di chi ancora una volta viene invitato a cercare il fango dentro di sé, mentre fuori gli uomini di fango se la ridono, sputandogli addosso altro fango.
inviato da Piergiorgio Bortolotti il 16.09.2010 17:53
La parola/tema, mi pare davvero appropriata, per descrivere la situazione attuale. Un motivo in più per formulare delle proposte costruttive di senso davvero contrario.
inviato da stefano fait il 16.09.2010 13:53
C'è chi se ne lava le mani, di quel fango.
Ci siamo impantanati perché abbiamo creduto che, dopo la melma di Auschwitz, non fosse possibile insozzarsi ancora di più.
Abbiamo creduto che ci si potesse inzaccherare - solo un po', non certo come ad Auschwitz! - in vista di un destino migliore. L'estremo di Auschwitz come alibi per i nostri "mali minori".
Ma stavolta la merda è arrivata fin qui ed è più difficile credere che la sfangheremo, anche perché molti manco si accorgono di essere putridi dentro, dietro la maschera di fango estetico, e ci trascinano a fondo, inconsapevolmente.
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Tempo di purificarsi/depurarsi:
“La libertà che davvero conta richiede attenzione e consapevolezza e disciplina e sforzo e la capacità di interessarsi davvero alle altre persone e di sacrificarsi per loro, continuamente, ogni giorno, in una moltitudine di modi piccoli e poco attraenti modi. Questa è la vera libertà. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la configurazione standard, la “corsa di topi” -la costante e divorante sensazione di aver posseduto e perduto qualcosa di infinito”.
[David Foster Wallace, “Questa è l’acqua”]
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