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Oltre la crisi di civiltà. Cultura, politica e religioni per costruire alternative nel Mediterraneo

di Michele Nardelli

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Il Mediterraneo

di Fernand Braudel (Bompiani, prima edizione 1949)

Lo spirito del Mediterraneo è giunto fino ai giorni nostri attraverso l'eredità classica che ha lasciato una profonda traccia nelle società che nel corso dei secoli si sono sviluppate nello spazio mediterraneo, anche solo marginalmente. Un insegnamento incentrato sulla straordinaria combinazione dei principi di misura, ordine ed armonia, ossia i fondamenti che la società contemporanea sta lentamente perdendo insieme al dialogo tra i popoli, che sin dall'antichità ha rappresentato lo speciale legame tra le opposte sponde del Mare Nostrum

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È Oriente

di Paolo Rumiz (Feltrinelli, 2005)

Pane nostro

di Predrag Matvejević (Garzanti, 2010)

Breviario mediterraneo

di Predrag Matvejevic (Garzanti, 2004)

Danubio

di Claudio Magris (Garzanti, 1990)

Alla cieca

di Claudio Magris (Garzanti, 2005)

Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II

di Fernand Braudel (Einaudi, 2002)

L' infelicità araba

di Kassir Samir (Einaudi, 2006)

Principi, poeti e visir

Un esempio di convivenza pacifica tra musulmani, ebrei e cristiani. Di Maria Rosa Menocal (Il Saggiatore, 2009)

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Cittadinanza euromediterranea

Elaborazione graficaUn progetto politico, l'Europa, che i padri fondatori immaginavano come insieme di minoranze, federativa, senza i propositi di egemonia che l'hanno portata alle guerre e ai campi di sterminio. Non uno spazio anestetico, che ci metta al riparo dalle contraddizioni, ma un luogo che sa ascoltare, che prova a scrutare l'orizzonte, che si mette in gioco predisponendosi al cambiamento.
autore Michele Nardelli - inserito mercoledì, 6 ottobre 2010

Non si può far finta che non ci sia, esorcizzandolo. Il fango è parte del nostro presente. Difficile pensare di restarne fuori, gli schizzi arrivano dappertutto. Abitare i conflitti, vado dicendo da tempo, sporcarsi le mani, compromettersi. Ma...

Quel metro quadrato di prato fiorito è l'aria, lo spazio del vivere, la ricerca della pace. Non la pace dell'ingenuità, dell'amore che trascende l'intelligenza, ma quella che ci viene dal concepire la vita come una tragedia.  

Vorrei proprio partire da qui, dall'ultimo commento di Ugo Morelli, «da quella bellezza di cui siamo qui ed ora capaci » per interrogarci sulle paure del nostro tempo e per cercare qualche risposta nei dettagli della storia, nei suoi rivolgimenti, imparando dai conflitti provando finalmente ad elaborarli piuttosto che mettersi dalla parte del rancore, cercando quel che siamo non in sottrazione ma negli intrecci che ci hanno portati fin qui.

Quel prato è un po' come questo blog, uno spazio in libertà, civile, che non rincorre gli avvenimenti, che prova a ridare un'agenda alla politica. E' un po' come lo spazio di racconto che il Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani ha proposto nei giorni scorsi.

Perché questo vuole essere "Cittadinanza Euromediterranea": un percorso fatto di storie non raccontate, di saperi venuti dal mare, di pensieri privi di cittadinanza e di geografie da scoprire. Quattro itinerari che cercano di andare alle radici di quel che siamo, per comprendere che ogni identità è in divenire o muore per mancanza di nutrimento.

Eppure per salvaguardarla pensiamo si debbano costruire mura di separazione, ci chiudiamo a riccio in difesa di quel che crediamo di essere e di ciò che abbiamo, guardiamo all'incertezza del futuro con apprensione e paura. E' già accaduto in passato, accade in ogni passaggio cruciale. Richiede capacità di indagine sulla storia e sguardi aperti al cambiamento.

Una strada ci porta al rancore e alla solitudine. L'altra ci interroga sul pane che - come ha scritto Enzo Bianchi nella prefazione dell'ultimo libro di Predrag Matvejević - per essere "nostro" dev'essere condiviso. Altrimenti cessa di essere pane, assume le sembianze dello scontro di civiltà in nome del quale l'acqua, le sementi, il petrolio... diventano beni privati anziché comuni.

Ci siamo proposti la strada del pane. Proveremo ad indagare la storia e le sue fratture, a cominciare da quando Europa spostò il proprio sguardo altrove, dimenticandosi delle sue stesse origini fenicie. Quel passaggio cruciale di cui ci ha parlato Fernand Braudel, non solo per descrivere quel che avvenne nel XV secolo ma per avvertirci che avremmo dovuto ricominciare da lì, per provare finalmente a ricomporla quella frattura fra oriente e occidente.

Racconteremo dettagli clamorosi che non si trovano nei libri di storia, chiusi come siamo nella narrazione dei vincitori. O di vite perdute fra grandi speranze e profondi abissi. Scopriremo assonanze di suoni e di sapori, per mettere alla prova le appartenenze più tenaci. Cercheremo di interrogarci sui "pensieri altri", uccisi dalle vulgate che ancora incombono. Andremo a vedere come i luoghi comuni deformino le geografie.

Sì, decostruire l'immaginario per cercare di rimettere in moto l'Europa. Un progetto politico, l'Europa, che i padri fondatori immaginavano come insieme di minoranze, federativa, senza i propositi di egemonia che l'hanno portata alle guerre e ai campi di sterminio. L'Europa come proposta di dialogo fra culture, che riprende il cammino con il suo mare. Una proposta di pace. Non la pace che rimuove i conflitti, bensì quella malgrado i conflitti. Non uno spazio anestetico, che ci metta al riparo dalle contraddizioni, ma un luogo che sa ascoltare, che prova a scrutare l'orizzonte, che si mette in gioco predisponendosi al cambiamento.

Quel prato fiorito è, insomma, un progetto politico che richiede uno scarto di pensiero.
inviato da Benedetta il 01.03.2011 14:27
Dice Nardelli: "Europa... Non uno spazio anestetico, che ci metta al riparo dalle contraddizioni, ma un luogo che sa ascoltare, che prova a scrutare l'orizzonte, che si mette in gioco predisponendosi al cambiamento." Ecco, direi che quanto accade nel mediterraneo africano in questi giorni drammatici e di speranza sia un banco di prova senza eguali per la maturità europea. Speriamo di essere all'altezza.
inviato da Michele Nardelli il 18.10.2010 12:42
Una prima considerazione, a partire dalle tre immagini che ha proposto Mauro Cereghini. Che fa bene nel riportarci alla realtà, anche se era esattamente questa realtà da lui così crudamente descritta che avevo in mente quando ho proposto al Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani di ritagliarsi uno spazio di pensiero e di azione sul tema di una cittadinanza vissuta nel rancore verso qualcuno. Doveva ancora accadere quel che poi abbiamo visto allo stadio Marassi, altro spaccato – minoritario certo – ma da non sottovalutare di quel che si agita in un’Europa alla deriva.
La plastica del pane che invade i fiumi, fa il paio con un pane sempre più di plastica. Orgoglio di quel paese che un tempo era la Jugoslavia, il pane si sta omologando anche lì in un prodotto industriale delle cui origini si sta perdendo il sapere (oltre al sapore). Anche qui è lo stesso, il pane viene sempre più volgarizzato e molto spesso buttato con disprezzo. Ripartire dal pane. Che sia un messaggio politico?
La versione moderna di tutto ciò sono i panini confezionati di Bruxelles, o di qualsiasi altra capitale dove spopolano gli ipermercati e scompaiono i prodotti di qualità del territorio. Per questo dedico tempo e un po’ di pensiero alla terra, per questo ritengo “Terra Madre” – che prende il via in queste ore a Torino – una parte importante, decisiva, di quel progetto politico che chiamo Europa. Che ci riporti alla realtà, all’economia invece che alla finanza, alla politica invece che alla ricerca di consenso, all’informazione piuttosto che al sangue… alla bosanska kafa invece che all’espresso, che sottende un diverso sguardo sulle cose del mondo.
Anche la bosanska kafa (come il pane) si può chiamare in diverso modo e ti può capitare che ti guardino storto se ciò avviene nel posto sbagliato. Lì, nel cuore dell’Europa, da una lingua ne hanno inventate tre pur di giustificare appartenenze che si vorrebbero etniche (e non lo sono).
Ne viene una seconda considerazione. Che l’Europa non è nei cuori degli Europei. Non c’è un partito europeo, è assente una visione politica europea, si è smarrita persino la consapevolezza di chi fosse Europa. Al suo posto c’è invece lo “scontro di civiltà”. Il Mediterraneo è stato nella storia la madia della cultura, dove i saperi e i pensieri s’impastavano come il pane. Fino a quando non abbiamo inventato i pogrom.
L’amico Predrag Matvejevic in questi giorni ci ha ricordato che con ogni probabilità le prime spighe di frumento nacquero fra il Trigri e l’Eufrate, in una terra che si chiamava Mesopotamia e che – in nome dello scontro di civiltà – abbiamo ridotto ad un ammasso di macerie.
Ricostruire le tracce che si vorrebbe disperdere, mi sembra buon senso prima ancora che un programma politico. Senza prendersi troppo sul serio, per il piacere di farlo e per coltivare le buone relazioni.
inviato da stefano fait il 18.10.2010 12:05
C'è un libro non particolarmente brillante ma che contiene una grandissima intuizione. E' "The Comedy of Survival: Studies in Literary Ecology", di Joseph W. Meeker (New York: Scribner's, 1972).
Ecco una sintesi: la tragedia è la lotta tra l’eroe e forze più vaste e potenti di lui (la natura, il fato, gli dèi, l’ingiustizia, ecc.). L’eroe alla fine muore, inevitabilmente, ma il suo sacrificio non è futile, perché si trasforma in un modello e spesso riceve una ricompensa celeste. Dunque l’autoimmolazione è utile, gode della massima considerazione lassù in alto e quaggiù, sulla Terra. Il senso tragico dell’esistenza premia un comportamento violento se questo è “giusto” ed “altruistico” e si sovrappone, annullandolo, all’istito di sopravvivenza. Per Meeker, invece, infinitamente più auspicabile è il senso comico della vita, che invita ad evitare i conflitti, a cercare il compromesso, ad impiegare una buona dose di autoironia (e perciò autocritica) a beneficio della sopravvivenza di tutti. Il senso tragico dell’esistenza spinge a sacrificare il prossimo per un presunto Bene Superiore. Al contrario, il senso comico della vita non prevede alcuna causa per cui sia giusto uccidere il prossimo o autoimmolarsi attivamente (cercare la “bella morte” come dicevano i fascisti). Purtroppo l’eroicismo domina ancora oggi la mentalità occidentale e ci induce a scegliere la strada della forza e della violenza a percepire noi stessi come un Davide (che in quanto piccolo e baldanzoso è nel giusto per definizione) e la realtà avversa come un Golia (che è troppo potente per non avere torto). Di qui la proliferazione di metafore militaristiche [o di film come 300 di Zack Snyder] e di propensioni ad assolutizzare il Nemico, ingigantendo la sua insidiosità e potenza a detrimento di ogni tentativo di dialogo, di superamento delle barriere, dei ruoli, della prospettiva egocentrica. Mentre la tragedia si conclude con la morte, la commedia si conclude con la vita, molto spesso con delle nozze e la nascita di eredi.
Nella tradizione euromediterranea tragedia e commedia convivono, come nella realtà presente (e non è scontato che i poveri siano tragici e i ricchi comici), ma penso sia opportuno dare più spazio alla commedia, in questa fase di grandi tensioni internazionali.
inviato da Stefano il 15.10.2010 11:34
Ciao, segnalo a tutti un bell'approfondimento di Caffè Europa sul tema dei Rom e dell'Europa: www.caffeeuropa.it
inviato da Fabio Pipinato il 14.10.2010 15:26
Eccoli qua. Puntualissimi come un orologio. E' bastato che un imbecille, suo malgrado, ultrà serbo abbiamo mostrato quanta violenza è capace che i maggiori quotidiani europei mettano in dubbio l'entrata in Europa della Serbia.
Anche questa volta l'onta dovrà esser pagata da 10 milioni di persone compresi chi ha sfilato al gay pride di domenica scorsa a Belgrado. Il tutto accade alla vigilia del 25 ottobre, giorno in cui verrà formalmente trasmessa la domanda di adesione all'UE.
C'è bisogno di cittadinanza euromediterranea nonostante il dicastero all'Economia affermi che di "cultura non si mangia". Si vede.
inviato da vera cantalupi il 11.10.2010 21:08
Il mio orticello di Lisbona si trova simultaneamente a Lisbona, in Portogallo e in Europa.
Fernando Pessoa, 1923
inviato da stefano fait il 10.10.2010 11:38
Per fortuna, già temevo di aver ucciso la discussione sul nascere!
@ugo morelli: molto interessante la distinzione tra universale e comune, che per me erano sinonimi. Pane per la mente. Dovrò riflettere.
@Mauro Cereghini: l'inquinamento/depauperamento
del luogo che ci ospita (un magnifico micropianetino) è il risultato del nostro egoismo e della nostra ignoranza. Ma né l'egoismo né l'ignoranza sono condizioni irreversibili (di qui il mio ottimismo), se ci convinciamo che dobbiamo cambiare modo di pensare e vivere. Purtroppo, però, finché prevarrà il criterio dell'utile, ciò avverrà solo se minacciati di estinzione.
Invece proprio oggi ho letto di questo sindaco leghista, Gianangelo Bof, di Tarzo in provincia di Treviso, che è già in sintonia con "l'educazione quotidiana alla nostra capacità di sentire per esserci assumendoci la responsabilità della nostra presenza". Ecco cosa dice (da La Stampa):
* "I bambini sono il nostro più grande patrimonio: su chi altro dovremmo investire, se non su di loro?".
* "Qualche cittadino mi ha fatto i complimenti, altri mi hanno criticato. Sono arrivati anche quelli del Pd a dirmi bravo, ma bravo di cosa? I bambini non hanno colore, basta guardarli quando sono tra di loro, non sanno cosa sia la differenza e allora vuol dire che la differenza non c'è".
* "L'unica differenza è tra chi vive nella legalità e chi delinque. Chiarito questo, siamo tutti cittadini della stessa città".
* "facciamo il possibile per aiutarli[gli immigrati]. Chi rispetta i doveri, deve vedere rispettati i diritti".
* "Al parco giochi ci sono mamme che mi dicono: “Sono pericolosi [i bambini extracomunitari], tutto il giorno fuori in strada” e io rispondo “Care signore, il problema non sono i bambini stranieri tutto il giorno fuori a giocare, il problema sono i nostri, tutto il giorno chiusi in casa con la playstation”".
* "Essere leghista non è andare in giro con il Sole delle Alpi tatuato in fronte, ma amministrare bene, con onestà e nel consenso. [...]Investire mille euro oggi su un bambino, per non avere tra dieci anni un ragazzo nel disagio che ci costerebbe molto di più, per me è amministrare bene".
Non è forse questo lo spirito della cittadinanza euromediterranea? Esiste anche tra certi amministratori locali leghisti!
inviato da Mauro Cereghini il 09.10.2010 22:49
Scusate se scendo di livello nella discussione, e mi butto sul terra terra. Ma le parole cittadinanza, Europa e pane mi evocano tre immagini recenti, meno poetiche e più problematiche di quelle bellissime regalate da Ugo Morelli. Penso infatti al filone di pane che mi vendono regolarmente a Peja/Pec (ma è così ovunque nei Balcani) in un sacchettino di plastica leggera leggera, dai colori pastello e dalla durata di poche ore, che ritrovi poi svolazzante a deturpare ovunque prati, fiumi e alberi. Il tripudio del consumismo senza qualità, che abbruttisce il paesaggio e il cuore. Oppure a quella mensa di Bruxelles, la capitale dell'Europa, dove i singoli panini sono serviti in bustine di plastica sotto vuoto. Simbolo di quell'impersonalità senz'anima che sono le nostre istituzioni europee. O penso infine alla Croazia, e alla differenza di trattamento che molte venditrici ti riservano in base a come chiami il pane: kruh - alla croata - o hleb - alla serba.
Ecco, senza voler essere troppo pessimisti, bisogna riconoscere credo che assumere un senso pieno di cittadinanza - con le persone, con l'ambiente - è una cosa difficile. Anche se condita col pane euromediterraneo.
inviato da ugo morelli il 09.10.2010 20:05
C'era sulla riva del Nilo nei pressi di Luxor, qualche anno fa, una donna che cuoceva il pane, tante pagnottine di pane arabo, in un piccolo forno,inginocchiata per terra. Quando le ho chiesto di averne due pezzi, caldi e profumati, me li ha dati con un gesto di dono dicendomi che il pane non si paga. C'è un fornaio a Favignana, in via Cristoforo Colombo, che arriva in bicicletta fischiando alle tre del mattino e inizia ad impastare. Alle cinque il profumo di pane e sesamo sale verso il cielo e non si può non scendere a fare il primo assaggio. Con mia madre ci raccontiamo quando, nella nostra casa di campagna in Irpinia, si alzava alle due per impastare nella "fazadora" il pane per la settimana e io pretendevo che mi chiamasse per la gioia di tuffarmi con le mani nella pasta morbida, aiutandola ad ammassare e poi ad accendere il forno. All'alba pane, pizza e biscotti attendevano tutti per la prima colazione e c'era il gesto del bisnonno che tagliava il primo pezzo dandone prima un boccone alle mucche e poi una fetta a noi. In Marocco, a er Gheby, pane e acqua hanno risolto la fatica di una lunga traversata del deserto. E poi Monreale, Altamura, e la baguette sotto l'ascella nuda del vecchio parigino un rue des Beaux Arts quando ero lì da studente. E ancora, il pane azzimo della sinagoga di Yuda Levi a Toledo.........Non finirei più. Non posso non ricordare, però, la curatrice dell'edizione de Il canto del pane, di Daniel Varujan, il poeta armeno sterminato nel 1915, che anche Predrag Matvejevic cita fra i suoi libri di riferimento nel suo Pane nostro, che andava in giro nei treni e nei tram e proponeva ai passeggeri l'acquisto del libro dicendo che quelle poesie sono più buone del pane vero. E' tempo di ricerca e non di facili soluzioni. Il cammino sarà lungo. Concentriamoci allora sui fattori accomunanti.
La cittadinanza euromediterranea mi porta questa prospettiva e mi ci ritrovo, mi entusiasma.
Trovo necessario che impariamo a distinguere tra l'"universale" e il "comune".
Un inedito ordine della civiltà, per quanto attiene alla dimensione affettiva ed emozionale delle relazioni tra differenze, non risponde, sotto ogni profilo, alla logica dell’universale, ma è proprio ed attiene alla logica del comune.
Mentre la logica dell’universale tende allo standard e dall’universale, appunto, cala verso l’uno, assumendo l’individuazione come un esito e una variabile secondaria, la logica del comune si origina nell’individuazione, ritenendola irriducibile (il puer: siamo tutti unici mentre siamo tutti figli) e procede verso il riconoscimento e la reciprocità possibili, ritenendoli sempre e comunque, conflittuali, provvisori e non esaustivi dell’individuazione e della singolarità. Se non è concepibile un “io” senza un “noi”, è l’individuazione dell’”io” nel “noi” che ci distingue come esseri umani.
In base alla logica del comune, l’ordine di una civiltà possibile, come risuona nelle parole di Michele Nardelli, esige che quello spazio che connette mondi interni e mondi esterni, se si vuole ricercarlo secondo criteri di libertà e di giustizia, necessiti di una particolare attenzione all’educazione sentimentale. Un'educazione quotidiana alla nostra capacità di sentire per esserci assumendoci la responsabilità della nostra presenza.
inviato da stefano fait il 07.10.2010 12:36
La morale è un costrutto umano? Il futuro di quel prato fiorito evocato da Michele Nardelli dipende dalla risposta che diamo e daremo a questa domanda.
Gli esseri umani sono gli unici animali che possono immaginare un mondo migliore, anche se possono essere soddisfatti della loro condizione. Lo possono immaginare per chi, a differenza loro, soffre. Questo è il risultato dell’empatia e della coscienza, intesa nell’accezione psico-intellettuale e morale (Gewissen + Bewusstsein, conscience + consciousness), come assunzione di una responsabilità consapevole nei confronti del prossimo, che è poi il fondamento delle norme fondamentali di condotta:
- non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te;
- non fare agli altri ciò che questi non desiderano sia fatto loro;
- fai agli altri quello che questi desiderano sia fatto loro;
Oggi, fortunatamente, la maggior parte di noi vive in un mondo senza dèi, ossia senza un pletora di Grandi Fratelli monoteistici e politeistici che stabiliscono cosa sia meglio per tutti, per bocca dei loro rispettivi portavoce. Con buona pace del papa, siamo sempre vissuti in un regime di relativismo morale, anche e soprattutto per colpa della Chiesa, sempre pronta a cambiare le carte in tavola.
Il prato fiorito diventa realtà se ci lasciamo alle spalle questo relativismo morale settario, tenendoci contemporaneamente alla larga dal soggettivismo morale (è giusto ciò che desidero sia giusto e che posso imporre agli altri – ossia la proliferazione del relativismo del dio potente, ma su scala individuale) e quindi dal nichilismo (che ne è la conseguenza logica).
Mi pare che gli sforzi di Michele Nardelli vadano in questa direzione, quella di una coscienza espansiva-inclusiva che dà luogo ad una morale espansiva-inclusiva che rispetta il libero arbitrio di ciascuno, nei limiti delle norme fondamentali di cui sopra. Mi auguro fortemente che questo forum serva a sostanziare il suo progetto ed è ciò che mi propongo di fare in questa sede (e nelle mie pubblicazioni attuali e future).
Il progetto di una cittadinanza euro-mediterranea può andare in porto solo se prevarrà una coscienza euro-mediterranea, cioè cosmopolita, e ciò dipenderà dalla nostra capacità di difendere una visione antropologica ottimistica. Se infatti le crisi socioeconomico-ambientali-militari faranno, com’è prevedibile, trionfare una concezione dell’uomo come essere vivente intrinsecamente ferino e predatorio, occultando le responsabilità del modello capitalista-consumista o imputandole proprio alla natura umana, allora il buon Nardelli potrà continuare a sognare. E noi con lui. Infatti una visione negativa dell’uomo è incompatibile con la democrazia, lo stato di diritto e la dottrina dei diritti umani. Di contro, non può esistere un totalitarismo fondato su una visione positiva dell’uomo. La parabola del pensiero di Rousseau e Robespierre è molto istruttiva in tal senso. La Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij è altrettanto significativa. La misantropologia (la macchina del fango), esige la logica paternalistica del bastone e della carota, che è quintessenzialmente immorale. Infatti non c’è un’autentica condotta morale senza libero arbitrio e consenso informato.
Il problema dei nostri giorni, ciò che ostacola le legittime aspirazioni di Nardelli e dei simil-pensanti, è che bioetica e filosofia, assodata la superfluità degli dèi, tendono ad adottare una prospettiva consequenzialista-utilitaristica, spacciandola per il nuovo linguaggio universale di mediazione tra culture e società. Un esperanto morale che commisura validità e legittimità al successo nel conseguimento di ciò che ci si è prefissati (es. la tortura di un innocente è giusta se può prevenire un attentato terroristico, sebbene nessuno abbia la certezza che sia così).
Ogni decisione va articolata razionalmente, senza “contaminazioni affettive”, perché i termini di valore non possiedono correlativi obiettivi: la bellezza e la bontà sono nell’occhio di chi guarda.
Molte coscienze sono vulnerabili al fascino mortale di questa filosofia ipersemplificatrice, rafforzata dal paradigma materialista-edonista dominante. Nardelli potrà anche parlare di prati fioriti e di spazi non anestetici e Morelli potrà auspicare una società meno infangata, ma il consequenzialismo presuppone che se uno è obbligato a fare qualcosa in termini di efficacia, questo qualcosa non è male (per i consequenzialisti-utilitaristi i mali necessari ed i mali minoro non sono veramente mali).
[Che si tratti di una logica primitiva è testimoniata dal fatto che soggetti sperimentali (al MIT) sottoposti all’effetto di impulsi magnetici nella giunzione temporo-parietale che bloccano il normale funzionale delle cellule cerebrali sono in grado di ragionare moralmente SOLO in termini consequenziali (risultati) e mai deontologici (riferimento ai principi) e non sono in grado di comprendere le intenzioni altrui].
Rimane il fatto che l’opinione pubblica vuole vedere risultati, più o meno autentici, perché è perennemente insicura e confusa. E’ difficile convincere le persone che se qualcuno sta considerando un’opzione precedentemente ritenuta impensabile ed inaccettabile potrebbe non essere perché ha finalmente capito qualcosa d’importante, con il lume della ragione, ma perché la sua coscienza è stata corrotta, forse irrimediabilmente.
Cosa possiamo fare per proteggerci da questa perniciosissima tendenza, senza rinunciare alla nostra dignità, decenza ed integrità? Questa è la domanda cruciale del nostro tempo. La via indicata da Nardelli ci salverebbe, ma per imboccarla bisognerebbe già essere salvi (o secedere dalla civiltà umana contemporanea). Bisognerebbe cioè che una maggioranza di persone, almeno localmente, accettasse l’assunto indimostrabile che i nostri codici morali non sono soggettivi (non sono un mero costrutto) e che non esiste una natura umana bestiale.
E come si fa? O si ricorre ad un fondamento metafisico del nostro senso morale (del buon senso morale), col rischio di ricadere nel deismo, o si convincono le persone che gli esseri umani non hanno bisogno di razionalizzare la rettitudine (come non c’è bisogno di spiegare l’amicizia o la solidarietà) perché l’empatia è il loro giroscopio morale interiore. Ma a quel punto bisognerebbe fare in modo che milioni di esseri umani anempatici (psicopatici) o sub-empatici (narcisi) – quelli che spesso bramano il potere e lo conquistano con ogni mezzo, se non finiscono in galera – si tolgano di torno. Impossibile farlo democraticamente. Impossibile farlo in una cultura che decanta psicopatia, narcisismo ed egoismo (“Dexter”, “24”, “Sex and the City”, “Desperate Housewives”, “Eat, pray, love”, ma anche velinismo, vippismo, berlusconismo, leghismo, ecc.).
Per questo insisto nel dire che, almeno a partire dall’11 settembre, siamo entrati ufficialmente in guerra. Non una guerra al terrore, ma una guerra del terrore (destra) e del senso di colpa (sinistra) che mette in palio le nostre coscienze. Nardelli le vuole empacipare. Altri, anche inconsapevolmente (penso a certi assessori o certi docenti ossessionati dai valori tradizionali), no, perché sono misantropologicamente scettici ed autoritari e sono davvero convinti di operare nell’interesse di tutti (incluso quello mio e di Nardelli).
Una lotta impari, perché gli uni non credono davvero nel libero arbitrio e nel consenso informato, mentre gli altri devono trattenersi, controllarsi, ingoiare rospi su rospi, proprio per l’importanza che attribuiscono a quei due principi.

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