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Una nuova Cooperazione
La Cooperazione riuscirà ad essere protagonista
anche in futuro? La risposta, fornita da molti economisti, è positiva: sì, la
cooperazione è ancora valida, principalmente per il suo radicamento nel
territorio.
Ora bisognerebbe davvero chiedersi: è sufficiente?
Cooperazione: una storia ultrasecolare. Numeri strabilianti in termini di fatturati, soci, dipendenti e settori di intervento ne fanno un ingranaggio insostituibile per il Trentino, sia sul piano economico (per la presenza significativa, a volte addirittura monopolistica, in molti settori, dall'agricolo al credito, dal consumo ai servizi alla persona), sia sul versante sociale (le Cooperative, presenti anche nella periferia più nascosta, sono custodi attenti della sopravvivenza del territorio).
Fin qua la fotografia, edificante, forse agiografica, di una storia al servizio della comunità trentina, peraltro ampiamente esaltata da una ricca e talvolta anch'essa agiografica bibliografia. Però, c'è un però. Una domanda corre sul filo dell'attualità: è ancora valida la risposta cooperativa nel mondo globalizzato?
La risposta, fornita da molti economisti, è positiva, direi lusinghiera: sì, la cooperazione è ancora valida, principalmente per il suo radicamento nel territorio. Ora mi chiedo: è sufficiente? Da quando qualche premio Nobel si è lasciato scappare questa affermazione molti dirigenti cooperativi la vanno ripetendo come un mantra, orgogliosi, se non proprio tronfi, di avere trovato una giustificazione autorevole alla propria mission. Ma, ripeto, è sufficiente?
La cooperazione negli ultimi mesi in Trentino si è guadagnata le prime pagine dei giornali per alcune crisi pesanti. Citare il Caseificio di Fiavé e la Cantina di Lavis è perfino imbarazzante. Altre sono in agguato, e a scavare con un briciolo di attenzione probabilmente non si salverebbe alcun settore. A questo punto sorge un'altra domanda: crisi strutturali o passeggere? In altre parole, al di là dei mantra da ripetere per darsi forza, cosa c'è che non va nel "sistema cooperazione"?
Etica, responsabilità, reciprocità, fiducia, partecipazione... In una parola, democrazia. Altri ritornelli ripetuti dai dirigenti per infiammare Assemblee spesso stanche, rese quasi oceaniche dai regalini di incoraggiamento. E pensare che all'inizio (fine Ottocento, primo Novecento) chi non partecipava all'Assemblea della propria Cooperativa pagava la multa...
Cosa si è rotto? Cosa rimane della millenaria cultura dell'autogoverno che alberga (o albergava?) nelle nostre comunità e che sta alla base della cooperazione? E' sufficiente citare i cambiamenti epocali degli ultimi trent'anni per giustificare l'assenza (dài, diciamo il calo) di partecipazione? Ultima ma non ultima, oggi la cooperazione trentina è un freno o il motore per uno sviluppo responsabile e solidale? Troppe domande, tuttavia sono proprio le domande ad aiutare la riflessione.
Provo a fornire qualche risposta: più che risposte, spunti molto personali. La crisi, anzi, le crisi (ché di crisi di singole aziende si tratta) sono la conseguenza di comportamenti poco avveduti, di passi più lunghi della gamba, di convinzioni mal riposte che qualcuno, tanto, interverrà a dare una mano. Sono convinzioni figlie di un passato nemmeno troppo lontano in cui la cooperazione era una delle cinghie di trasmissione fra il potere politico e la collettività.
C'è questo, ma c'è dell'altro. E' il sistema cooperativo nel suo complesso a dover essere riformato (preferirei dire rivoluzionato). Oggi lo affermano in tanti, ma quando sono in troppi ad osannare un concetto non accade nulla.
Qualche provocazione per concludere. Temo che centinaia di migliaia di soci non abbiano senso se non si incentiva la partecipazione: quella vera, interessata, attiva, critica. Temo che le migliaia di amministratori portati all'occhiello come fiori diano il senso dell'inadeguatezza del sistema se rimangono senza formazione in un mondo che richiede competenze sempre più raffinate. Credo che la Federazione debba incoraggiare (starei per dire costringere) alcune sue articolazioni a comportamenti coerenti con gli scopi per cui sono state fondate. Promocoop, per esemplificare, è società nata per la promozione e lo sviluppo della cooperazione, ma ha finanziato anche Cooperative extra regionali sull'altare della politica di espansione (ma interessa ai soci trentini?).
In definitiva, mi piacerebbe che la Federazione (organo di governo della cooperazione trentina) si assumesse la responsabilità di governare, salvaguardando sì l'autonomia delle singole Cooperative, ma imponendo comportamenti corretti in nome della salute di tutte.
Mamma mia quante domande! E quante ve ne sarebbero ancora. La cooperazione in Trentino è di gran lunga il settore economico attorno al quale si dibatte di più. Molto più dell'industria, per esempio. "Per forza", si dirà, "ha una storia ed un radicamento profondi, mentre l'industria ha un'esistenza molto più breve. La cooperazione non è solo sistema economico, ma sociale".
Vero. Ma c'è un rischio: che la cooperazione rimanga invischiata nella sua storia, nelle parole di una retorica vuota, nelle citazioni dei padri fondatori, tutte belle ed edificanti, come sono belli ed edificanti gli insegnamenti dei Maestri nobili. E la realtà?
Com'è normale che sia, è meno brillante: ha la pelle sporca delle scarpe che hanno camminato a lungo nella polvere di una strada difficile. E' un problema? No. Basta fermarsi e spazzolarla via. Fuor di metafora, è chiaro che la cooperazione risente del tempo che passa: non siamo più nell'Ottocento dell'agricoltura di sussistenza e dell'emigrazione. I soci delle Casse Rurali o delle Cooperative di consumo non sono più fedeli come allora, perché hanno mille occasioni di evasione: i centri più grossi della nostra provincia pullulano di banche e di negozi, e comunque basta prendere la macchina e spostarsi nei centri commerciali fuori provincia; per le offerte bancari, poi, si può provvedere online.
Va detto che la cooperazione non è una: ci sono tante cooperazioni. C'è quella sfavillante del credito e quella turbolenta (lo è stata negli ultimi tempi) del consumo; c'è quella monopolista (e talvolta con delirio di onnipotenza) dell'agricoltura e quella delle formichine ecumeniche del sociale. Ci sono tante cooperazioni, che spesso non si parlano, non collaborano, anzi, non si conoscono nemmeno, nonostante lassù, dove si vede e provvede, dove si propone e si impone, insomma, dove si comanda, tutti parlino di sistema, di intercooperazione.
Lassù si parla anche d'altro: di democrazia, di trasparenza, di centralità del socio, di sistema... Forse è qui il difetto fondamentale: si parla, ma poi, all'atto pratico, non pare ci sia molta voglia di agire. Pochi giorni fa il presidente Schelfi, in occasione dei 120 anni della prima Cooperativa (120 anni, un albero dalle radici lunghe!), ha invocato nuove regole per i movimento. E poi (scusate l'ironia), giusto per dimostrare l'attenzione verso i soci, il territorio, le radici (e attaccateci quel che volete), ha organizzato le celebrazioni a casa di quella Cooperativa, dimenticandosi di parlarne con il presidente della Cooperativa festeggiata. Mah!
E allora? Non rispondo ai partecipanti al dibattito, che ringrazio, come colgo l'occasione per ringraziare (non è piaggeria, sia chiaro ma mi piace dirlo) i promotori di "Politica responsabile" per l'idea di sollevare dibattito sui temi che angustiano la comunità. Non rispondo, perché in un dibattito ognuno ha diritto di parola. E poi, chi sono io per replicare? Non ho verità, come avrete capito. Chiedo solo (e non lo chiedo a chi si è sentito in dovere di scrivere al sito, ovviamente) che alle parole corrispondano i fatti. Non si deve parlare più di etica senza praticarla, di trasparenza ignorandola, di intercooperazione senza sapere come declinarla, di democrazia quando c'è chi comanda senza sentire i soci, di regole quando non si applicano.
Perché questo è il modo migliore per (scusate il termine, ma non ne trovo altri) sputtanare se stessi e la propria storia, che per bella che sia, rimane storia.
Si riporta che la risposta degli economisti è positiva. Ebbene la risposta che con lo sguardo dell'aspirante giurista mi sento di dare è la medesima. Credo che ci sia, tra le altre, una norma costituzionale da tenere in grande considerazione: l'articolo 118, comma 4. Questo descrive il principio che viene detto di sussidiarietà orizzontale: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà». La scelta, operata dal Legislatore costituzionale, di inserire questo principio, va evidentemente nella direzione dell'incoraggiamento dell'attività privata, dove anzi al cittadino viene riconosciuto un ruolo centrale, di propulsione delle iniziative pubbliche, nell'ottica complessiva di un miglioramento del governo locale e dei servizi che in determinate aree territoriali vengono forniti. Sicché, risulta piuttosto evidente come anche la cooperazione si possa inserire agevolmente in un simile quadro. L'inserimento della sussidiarietà c.d. orizzontale a livello costituzionale è un fatto relativamente recente (l. cost. 3/2001) e non ha già perso la propria rilevanza: anzi, se volessimo innestare una parentesi anche politica, mi riesce personalmente naturale pensare ad un futuro in cui una rete cooperativa sia chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nella correzione dei difetti che il mercato ed il capitalismo evidenziano ed evidenzieranno a livello sociale.
I problemi, che invece vorrei sottolineare, sono due. In primo luogo, vi è il tema del rapporto di natura economica tra cooperative ed Ente pubblico. C'è da domandarsi se sia giusto operare pensando che, come si sintetizza efficacemente, «qualcuno, tanto, interverrà a dare una mano». Personalmente considero condivisibile l'opinione di chi ritiene che questo sia un approccio sbagliato che, in moltissimi ambiti, ha già prodotto risultati poco esaltanti, per usare un esagerato eufemismo: prendere, sotto questo punto di vista, gli spunti positivi che il mercato offre, potrebbe essere una valida soluzione. Con ciò non intendo dire che il pubblico si debba disinteressare delle sorti del privato, ma che i rapporti tra i due debbano essere ripensati in modo tale da salvaguardare quei meccanismi virtuosi che l'analisi economica del diritto sintetizza nell'eliminazione, o quantomeno diminuzione, delle esternalità. In secondo luogo, e spostando l'attenzione da un ambito prettamente economico, la sussidiarietà c.d. orizzontale può soffrire una contraddizione: se incoraggia l'attività privata, se valorizza il ruolo del cittadino, impone però un controllo pubblico sul cittadino e sul privato stessi. Credo si tratti di un nodo non facile da sciogliere, ma cruciale per poter sfruttare al meglio, e correttamente, le grandi potenzialità dell'art. 118, co. 4°, Cost. e per approntare un modello di cooperazione che sappia svolgere, e sia messa nella condizione di ricoprire, sulla base di un rapporto chiaro e «sano» con l'Ente pubblico, un ruolo virtuoso per tutta la società.
Detto questo bisogna trarre insegnamenti da quanto avvenuto e denunciare la filosofia del voler crescere “a tutti i costi", del voler inseguire modelli che non ci appartengono, del cercare profitti al di fuori del proprio territorio, del voler puntare sulla quantità e non sulla qualità, del farsi la concorrenza tra cooperative pur di far “bella figura” coi soci. La chiave di tutto è il legame col territorio, un principio che Raiffeisen aveva messo a fondamento della cooperazione non perché avesse una visione limitata, ma perché solo col controllo dal basso le cooperative possono funzionare.
Per questo però ci vogliono anche soci consapevoli e responsabili che possono essere chiamati anche a firmare in proprio per certi investimenti e a rischiare senza delegare, evitando che a “comandare” siano i direttori o i consulenti di turno. Quando poi le cose non vanno bene non si può abbandonare la cooperativa quasi fosse un autobus da cambiare.
La Federazione poi ha un grande compito nel tutelare la strategia e non solo nel verificare i conti. Deve avere più potere e più coraggio nel dire no a certe fusioni quando superano i limiti del proprio territorio, nello sconsigliare pubblicamente certi investimenti o l’importazione di prodotti da fuori provincia per far fronte a scelte non sempre oculate. La strategia delle continue fusioni è perdente e fa mancare il controllo dei soci. Certe Casse Rurali che scavalcano monti e valli non rispettano più la territorialità. Certe cooperative agricole che si rubano i soci a vicenda o indeboliscono il consorzio di secondo grado mettono in crisi il sistema a rete ideato dai fondatori. Si dice che la Federazione non ha poteri se non quelli della convinzione, ma va ricordato che Don Guetti non escludeva, in casi estremi, di estromettere la cooperativa dal “consesso federale” se certe regole non vengono rispettate.
Infine la formazione, non solo tecnica ma anche cooperativa, degli amministratori o degli aspirati tali deve essere un obbligo magari coll’istituzione dei “crediti formativi”.
Quindi più responsabilità e consapevolezza da parte dei soci, più preparazione dei consiglieri e più potere alla Federazione andando, quando occorre, controcorrente.
Una di loro dichiara lucidamente: "prima gli immigrati venivano con i barconi in Italia, presto saremo noi a fare il percorso inverso".
E' curioso che in Italia e all'estero questo argomento sia tabù. Anzi, i corifei del capitalismo sono arrivati a difendere la delocalizzazione come volano dell'economia e quindi del pieno impiego.
Prima indicavano il Giappone come modello virtuoso, finché la sua economia non si è inceppata e ora sopravvive solo grazie alla Cina. Poi è stato il turno degli USA, che però sono con le pezze al culo (tanto che persino i call centre delocalizzati in India tornano negli Stati Uniti perché ormai ci sono Americani disposti a farsi pagare come a Calcutta).
Faccio mio il commento di un lettore del Post ["Un paese discontinuo", 16 giugno 2010], che ci può far riflettere sull'indipensabilità di rivedere l'intero sistema in senso cooperativo come unica via di uscita:
"Io credo che ci sia un atteggiamento talmente astioso verso i lavoratori, talmente di odio patologico, ossessivo, che non può essere curaro da un giuslavorista, ma da un altro tipo di operatore qualificato, di quelli con il lettino. O pensiamo di tirare su un’economia mettendo pian piano le pezze al culo ai due terzi del Paese? Oramai è persino dichiarato: la storia di Pomigliano non è Pomigliano e il suo famoso assenteismo da meridionale disonesto e furbastro. E’ il piede di porco, e Sacconi lo dice gongolando, per scardinare le relazioni industriali. Oggi, a LA7, parlavano di questo: tutti addosso a Cremaschi. Un giornalista (non ricordo il nome, sembrava il fratello scemo di Messner) dice che se a certe condizioni lavorano i Polacchi perchè no gli Italiani? Io mi chiedo: se a certe condizioni cuciono palloni i bambini pakistani, perchè non tua figlia?"
il sistema cooperativo trentino in realtà è grande perche la nostra provincia ha una saccoccia grande... purtroppo c'è chi in questo pseudo mondo cooperativo ci ha vissuto e sguazzato e adesso da lezioni... va giusto bene, fino che si trova chi ci crede alle storielle va bene ..... ascoltiamole!! ma la realtà è sicuramente cosa diversa...
Grandissima intuizione, la cooperazione, per aver saputo aggregare le forze necessarie a contrastare le lobbies dei grandi mercanti e delle banche....e demolire le azioni perverse della rigida piramide sociale di quel tempo!
La sfida di oggi sta nel non farsi "tentare" dalla forza dei grandi numeri e delle massicce aggregazioni, che la cooperazione soprattutto negli ambiti economico/mercantili ha raggiunto: saper lavorare con "altri" è più faticoso e lento...ma senz'altro più fecondo e capace di valorizzare le differenze. Insomma, non tutto deve diventare cooperazione perchè un modello è... per l'appunto, uno e non l'unico!
Quanta strada ha percorso la Cooperazione in Trentino e i Trentini con lei, tanta quasi al punto di perdere di vista i principi basilari che hanno visto la nascita del rapporto cooperativistico. Cosa è diventata oggi la Cooperazione? in un periodo dove il Trentino si arricchiva e veniva meno il principio di sussidiarietà le imprese nate in cooperazione prendevano sempre piu'un aspetto imprenditoriale basato su principi di mercato.In alcuni casi si è fatto il passo piu' lungo della gamba gli esempi citati da Giuliano Beltrami sono sotto gli occhi di tutti.
Oggi ci troviamo a dover affrontare una situazione che stravolgerà il nostro modo di vivere in Trentino, meno risorse, meno investimenti, difficoltà di mercato per molte aziende oltre a una congiuntura economica internazionale poco rassicurante; ecco quindi ritornare attuali i principi che videro la nascita delle cooperative, il supporto alle famiglie al territorio e alla crescita. Le nuove sfide si apriranno su altri fronti, sulla ricerca, sulla tanto sbandierata green economy con nuove formule di impresa per creare un nuovo motore di sviluppo nella nostra provincia e quì, mi auguro, la cooperazione potrà svolgere un ruolo incisivo. Solo se lascierà da parte i protagonismi e saprà rinnovarsi con progettualità moderne senza perdere di vista le proprie origini.