Chicago Blog
La Voce
L'Italia in gabbia. Il volto politico della crisi economica
di Guido Tabellini (EGEA Università Bocconi Editore, Milano 2008)
Il gioco delle pensioni: rien ne va plus?
di Giuliano Amato e Mauro Marè (Bologna, Il Mulino, 2007)
Un altro mondo è possibile? Parole per capire e per cambiare
di Giuliano Amato (Mondadori, 2006)
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Rien ne va plus?
Il futuro del nostro Paese, e quindi dei suoi
giovani, può garantirsi con una profonda opera di riduzione del debito
e della spesa pubblica, delle tasse, e con una liberalizzazione - tra l'altro - del mercato del lavoro. Tutte operazioni che
richiederebbero di mettere da parte pragmatismo e conservatorismo; ma la
politica italiana, ad oggi, non sembra davvero volerlo fare: rien ne va plus?
Per un giovane che guarda al proprio futuro, le fonti di preoccupazione
sono molteplici. Questa sede non mi permette di metterle tutte sul tavolo;
sicché mi accontenterò di focalizzare l'attenzione sui concetti di pragmatismo
e di conservatorismo, peraltro interrelati.
Anzitutto il pragmatismo. Ralf Dahrendorf afferma che «il pragmatismo è
conservatorismo sotto la veste dell'azione. Esso conserva l'esistente, nel
mentre che dà l'impressione di movimento. Il massimo di cambiamento prodotto
dai pragmatici consiste nello scavare una buca per riempirne un'altra».
Insomma, la prospettiva che il pragmatismo offre si svolge nell'ambito del qui
ed ora (hic et nunc): non vi è l'accortezza di declinare al futuro le
scelte attuali; quello che conta è il risultato immediato, che quasi sempre si
traduce nello spostamento, spaziale o temporale, delle situazioni di criticità
- ciò che, guardando al futuro, non può che allarmare. Non è questo, in teoria,
il compito della politica, intesa nel suo senso più nobile. Eppure, è il modus
operandi largamente invalso nella pratica politica italiana.
In secondo luogo, il conservatorismo, che impedisce di liberare le energie del Paese. La
sensazione è che l'Italia abbia bisogno di essere in qualche modo sbloccata.
Nel nostro Paese, a una spesa pubblica relativamente ingente (52,5% del Pil
nel 2009) non corrispondono, ad esempio, un aiuto funzionale alle famiglie a
rischio di povertà, né politiche efficaci per l'occupazione femminile. Quanto
alle prime, nel 2007 la Gran Bretagna, utilizzando 4 punti percentuali di Pil
in meno rispetto all'Italia, riusciva ad allontanare dalla povertà 8 delle 26
famiglie a rischio su 100, mentre il Belpaese riusciva ad aiutarne solamente 3
delle 22 su 100. Per quanto concerne, invece, l'occupazione femminile, va
notato come in Italia siano occupate meno di 6 donne su 10, con un reddito
inferiore del 10-30% rispetto a quello dei lavoratori, e come tra i dirigenti
d'impresa le donne non raggiungano il 5%. Questo accade perché la gran parte di
quella spesa pubblica viene utilizzata per gli stipendi dei dipendenti pubblici
e per le pensioni, che insieme assorbono circa il 25% del Pil. È una situazione
che molti ritengono insostenibile e potenzialmente esplosiva per il futuro. Giuliano
Amato e Mauro Marè, ad esempio, pongono un quesito inquietante su quello che
definiscono gioco delle pensioni: rien ne va plus? Eppure, il
conservatorismo italiano, tendenzialmente trasversale, rifiuta in generale
l'idea di un abbassamento della spesa pubblica operato agendo su dipendenti
pubblici e pensioni. Il debito pubblico, raggiunti ormai mentre scrivo i 1.858
miliardi di euro (il 115,8% del Pil nel 2009), aumenta al ritmo di circa 2.300
euro al secondo, più di 200 milioni di euro al giorno: quando si tenta di
diminuirlo, però, piuttosto che agire nelle direzioni di cui abbiamo detto, si
ricorre a tagli lineari alla spesa o all'aumento delle tasse, ossia a metodi
tendenzialmente iniqui o, alla lunga, insostenibili.
Sempre in tema di conservatorismo, non si può non dedicare attenzione anche a
un altro ambito di particolare interesse per un giovane: il mercato del lavoro.
Di fronte a un aumento della disoccupazione, a partire dalla metà degli anni
Settanta gli Stati europei hanno seguito alternativamente due vie. Alcuni, come
l'Italia, hanno scelto di introdurre contratti atipici, creando una dicotomia
con quelli tipici e vedendo calare la disoccupazione nell'immediato: ma al
prezzo di ingenerare quel fenomeno, odioso, del «precariato». Questo tipo di
soluzione è stata incoraggiata da un'idea risalente e tutt'ora ben radicata (e
qui sta il conservatorismo) a sinistra, come nella destra sociale e nel
sindacato: non si può "facilitare" il licenziamento, anche se questo significa
incoraggiare le assunzioni e aumentare in generale l'occupazione. L'esempio, e
veniamo alla seconda via seguita dai Paesi europei, è la Danimarca. In breve,
la Danimarca prevede che il licenziamento possa essere effettuato senza troppi
oneri da parte delle imprese, dando un preavviso di quattro mesi e permettendo
il ricorso al giudice solo in casi estremi (ad esempio, le cause futili o la
discriminazione sindacale); il lavoratore, invece, riceve immediatamente un
consistente sussidio di disoccupazione della durata massima di tre anni e che
viene sospeso appena ottenuta una nuova occupazione (o quando il disoccupato
rifiuta un lavoro adeguato). In ogni caso, i sussidi non pesano più di tanto
sul contribuente, perché i periodi di disoccupazione durano mediamente molto
poco, considerato soprattutto che grazie al regime testé descritto le imprese
non sono disincentivate ad assumere: tanto che il tasso di disoccupazione
danese si attesta al 3,5%. In tal modo, si è facilitato anche l'ingresso dei
giovani nel mondo del lavoro, e si tratta di un ingresso che, diversamente da
quelle che sono le attuali prospettive nel nostro Paese, è coperto da tutele
serie. Non sarebbe dunque bene abbandonare il vecchio «mito (anche) italiano» e
importare un «modello danese» adeguatamente adattato al nostro Paese?
Concludendo, ritengo che il futuro del nostro Paese, e quindi dei suoi giovani,
possa garantirsi mediante una profonda opera di riduzione del debito pubblico,
della spesa pubblica, delle tasse, e con una convinta liberalizzazione - tra
l'altro - del mercato del lavoro. Tutte operazioni che richiederebbero di
mettere da parte pragmatismo e conservatorismo; ma la politica italiana, ad
oggi, non sembra davvero volerlo fare: rien ne va plus?
Certi dibattiti mi inducono a pensare che lo scollamento tra la percezione della realtà della classe dirigente del PD e la realtà si sia ulteriormente aggravato, rendendo ancora più improbabile il progetto della vocazione maggioritaria. Niente di male in questo, dato che il bipolarismo impoverisce il dibattito democratico (cf. USA, Giappone e UK rispetto a Francia, Germania, Olanda e Austria), che è tutto in una democrazia.
Invece di perdersi in elaborazioni cosmetiche e tatticismi più o meno credibili sarebbe opportuno pensare alla qualità del prodotto. Se un produttore crea un certo tipo di bene che non riesce a piazzare sul mercato perché la richiesta è scarsa sarebbe assurdo pensare che la colpa sia dei consumatori e non sua.
Invece pare che l'idea di fondo sia che l'essenza della proposta del PD per salvare il paese [perché qui si tratta di salvarlo - oltre il 13% della popolazione è povero, milioni di giovani e meno giovani sopravvivono solo grazie ai genitori ancora in vita, e poi? E POI???] sia buona ma è il messaggio che l'accompagna che non è convincente.
E' possibile che tutto questo avvenga in buona fede. Quelle che all'interno del partito sembrano differenze sostanziali di prospettiva, da una prospettiva esterna (quella di chi vota, tra parentesi) sono insignificanti. E' il classico difetto delle dinamiche delle organizzazioni. Quindi non voglio incolpare i politici.
Ma il PD deve una buona volta porre fine alla sua pretesa di aver già trovato la formula vincente e che sono gli altri (elettori inclusi) a non aver capito: "se solo fossimo al governo da soli...". Questa propensione autoritaria e tecnocratica è irritante ed inquietante, puzza di "Destino Manifesto", di "Esercito della Fede", di "magnifiche sorti e progressive". Ma la sinistra non era il luogo del pluralismo e la destra il luogo delle semplificazioni?
*****
Ma non è solo la mancanza di un'analisi approfondita della crisi attuale a preoccupare, assieme al prevalere di un paradigma dominante inscalfibile, dopo l'inevitabile e fausta disfatta del comunismo.
Quello che lascia sgomenti ed accalorati è la persuasione di essere gli unici realisti, di avere già in mano le carte vincenti.
Il grande merito di Mattia è stato quello di ammettere onestamente che, se il sistema attuale fallisse, non saprebbe con cosa sostituirlo. Dunque, poiché non sapremmo cosa fare, l'unica soluzione che il PD si concede è quella di puntellarlo e farlo funzionare ad ogni costo.
Anche se l'economia americana crollerebbe (e noi con loro) senza il budget militare che la costringe a continue guerre. Anche se miliardi di persone subiscono ogni giorno l'impatto dell'economia capitalista. Anche se l'esplosione della bolla speculativa cinese (inevitabile) ci manderà TUTTI a gambe all'aria.
Corollario di quest'erronea ed IMMORALE percezione del proprio ruolo nell'universo politico italiano ed internazionale è l'idea che:
* chi sta alla sinistra del PD sia uno sterile idealista (o una fastidiosa cassandra - BTW, Cassandra aveva poi ragione);
* se si fabbricassero dei miti vincenti si vincerebbe (scarsa stima dei propri elettori);
* se la sinistra vince è per merito suo e non per demerito della destra;
* che se uno vuole essere maggioranza del paese lo sarà anche se, nella realtà, è obiettivamente minoranza;
* infine, e infinitamente più grave, che l'astensionismo è in gran parte qualunquistico, ignorante, anti-democratico e quant'altro.
Su quest'ultimo punto, mi pare manchi la capacità/volontà/umiltà/disponibilità di capire che,in una DEMOCRAZIA, l'astensione è un voto che ha PARI DIGNITA' rispetto al voto espresso per questo o quel partito (come un fascista ha pari dignità rispetto a me).
Uno studio di audipolitica sull'astensionismo rileva che:
* "l’astensionismo volontario pesa per il 21,2%, teoricamente il terzo partito italiano";
* "Il 40,4 % degli astensionisti non si rifugia in un atteggiamento genericamente anti-politico, ma indica esattamente negli attuali partiti la ragione della loro mancata partecipazione elettorale".
* Solo il 25% tornerebbe a votare se cambiasse un leader (e Vendola stravince su tutti gli altri candidati di qualunque schieramento). Gli altri lo farebbero se vedessero: più moralità, programmi più vicini agli interessi della gente, nuove regole elettorali che restituiscano ai cittadini il potere di scelta, la prospettiva di poter essere ascoltati.
In conclusione, non si vince scimmiottando la destra o spostandosi nel paradisiaco centro ed accettando sostanzialmente quello status quo che sta devastando la vita di milioni di persone (tranne una fascia sempre più ristretta di privilegiati - che nostalgia della sinistra laica e cattolica che non regalava i poveri e i vulnerabili alla destra!).
Si vince proponendo un'alternativa credibile allo status quo che riguadagni il voto di milioni di elettori che si sono rassegnati al nonvoto e che non sono dei beceri ignoranti ma gente che vive nella società reale ed affronta problemi reali e non si accontenta più di slogan, belle parolee vuote narrazioni, della sinistra come della destra o del centro.
La gente vuole fatti, valori e soprattutto rispetto! Il PD perde perché è carente in tutti e tre i settori (e la scelta di Calearo è INDIFENDIBILE!).
Infine: grazie Mattia per il grande e apprezzatissimo impegno che hai profuso in questa tua direzione!
Detto questo, arrivo subito al sodo. Procedendo secondo l'ordine dei Vostri interventi, mi soffermo innanzitutto sull'intervento di Andrea Vilardi. Condivido il richiamo di Andrea al fatto che le questioni di cui discutiamo possano essere valutate secondo diversi punti di vista: la direzione del sito mi ha chiesto di riferirmi s quello che assume a punto di riferimento i giovani, sicché il discorso si è sviluppato secondo questa direttrice. Indubbiamente, però, è giusto tenere presente che ciò di cui parliamo ha implicazioni e riflessi che tutto sono fuorché unidirezionali. Fa altresì bene Andrea ad esplicitare che il problema del lavoro e del welfare non può essere ridotto ad una dicotomia pubblico/privato che risulterebbe superficiale e, credo, fuorviante, quanto piuttosto la maggiore o minore esposizione di alcuni settori al mercato. Immagino si sia capito, da quanto ho scritto precedentemente, che la mia posizione a questo riguardo è che il mercato, inteso come «luogo» nel quale favorire virtuosi meccanismi competitivi, possa essere lo strumento più utile attraverso il quale costruire un sistema più sostenibile, più efficiente e, probabilmente, anche più giusto. Si è visto, del resto, come la soluzione opposta, quella che alcuni chiamano «assistenzialismo», abbia prodotto più sprechi, corporativismi, squilibri ed inefficienze che altro. Mi sembra che un certo ricorso alla concorrenza sia suggerito dallo stesso Andrea (che forse è sotto questo punto di vista più «moderato» del sottoscritto) quando propone l'esempio dei cambiamenti di carriera solo «verso l'alto». Confesso invece di invidiare molto la fiducia di Andrea nel futuro lavorativo, visti gli allarmanti dati che l'Ocse ci fornisce riguardo alla disoccupazione giovanile nel nostro Paese: tutto sommato pure la proposta danese, ormai a noi nota, propone una sorta di precariato, ma si tratta di un precariato per così dire «protetto» e sostenuto da un meccanismo che dovrebbe incentivare le assunzioni e, dunque, l'occupazione. Per questo l'ho portata ad esempio.
Per quanto riguarda gli interventi di Stefano Fait, le nostre posizioni sono ormai note: magari sarò io ad ascendere nell'Empireo dei Pirla, fra qualche mese...ma intanto abbiamo fatto una bella discussione, e va già bene così! Detto questo, invoco anch'io, nel caso, un po' di benevola clemenza!
Gianfranco pone, invece, una domanda da un milione di dollari: conservatorismo e pragmatismo, in Italia, sono più radicati nel centrosinistra o nel centrodestra? È una bella gara. A mio modesto avviso l'attore politico più pragmatico sulla scena italiana, in questo momento, è la Lega Nord. Diciamo che questo contribuisce, e non poco, a fare del centrodestra una coalizione in buona parte improntata al pragmatismo, con consistenti venature populiste e conservatrici. Non ne faccio però parte, e non mi va di entrare troppo approfonditamente nelle questioni della casa d'altri. Piuttosto, militando nel Partito democratico mi permetto qualche osservazione in più sul centrosinistra e su questo partito in particolare che, per come lo vedo io, è timidamente riformista sotto alcuni profili, ma certamente conservatore sotto alcuni importanti altri aspetti (ad esempio, lavoro, P.A., scuola, in parte Costituzione, …). Si pensi ad esempio, alla questione di Pomigliano: credo che in quel caso il Pd abbia buttato via una grande occasione per dimostrarsi capace di produrre un progetto che vada al di là dell'ordinaria amministrazione dell'oggi. Al di là della propaganda, che qui ci interessa in modo davvero molto marginale, era l'occasione per proporre nuovi modelli di relazioni industriali. Così non è stato, peccato.
Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma credo che sia qui sufficiente questo. Se devo concludere, invece, con una risposta esplicita direi che il Pd, di per sé, sia leggermente meno conservatore del centrodestra, anche se spesso qualche sue mossa mi preoccupa; ma che il centrosinistra nel suo complesso sia, o rischi di essere, conservatore e, forse, anche pragmatico, come la coalizione Pdl-Lega Nord.
In conclusione, la direzione del sito mi ha informato che la mia direzione sta giungendo al termine, lasciando presto il posto ad un nuovo direttore. Voglio pertanto ringraziarVi, tutte e tutti, compreso chi mi ha chiesto di dirigere momentaneamente questo sito, per la bella esperienza che mi avete concesso. I Vostri interventi, che sono stati tutti davvero molto stimolanti, mi hanno permesso di riflettere molto e di confrontare apertamente e senza pregiudizi le mie idee con punti di vista differenti. Io sono molto contento, ma spero soprattutto che questa discussione sia stata utile anche per Voi: sarebbe la soddisfazione più grande. Beninteso, essendo questo un forum, la discussione resterà sempre aperta per chi vorrà intervenire, e naturalmente, nei limiti del possibile, darò riscontro a chi ancora avesse interesse a proseguire questo bel dialogo! A presto, comunque, ed ancora grazie!
Risposta di Michele Serra:
"La sua formidabile sintesi è solo apparentemente paradossale. Le condizioni di rispettabilità sociale richieste da alcune amministrazioni padane agli stranieri, non sono alla portata di milioni di giovani italiani. Come è noto, l'odio per gli stranieri "invasori" fa presa soprattutto negli strati sociali più deboli. Ma verrà il giorno che gli italiani senza diritti e gli stranieri senza cittadinanza capiranno di essere sulla stessa barca e di vivere la stessa precarietà. Quel giorno saranno guai, seri, per qualunque governo sia in carica in quel momento".
(Da Repubblica, 2 dicembre 2010)
Perchè Strauss-Kahn si permette esternazioni così irresponsabili, che attireranno gli speculatori sulla preda ferita (euro ed economia europea)?
La risposta col nuovo anno ;op
Un lasso di tempo necessario a permettermi di pubblicare tre libri, ciascuno dei quali (con modalità diverse) dovrebbe servire a fornire assistenza e indicare la strada della risoluzione nonviolenta degli eventuali conflitti (etnici, sociali, religiosi, ecc.).
E la cosa deliziosa di tutto questo è che ormai mancano pochi mesi alla prova del nove: se ho ragione io molti dei ragionamenti fatti in "politica e responsabilità" diventeranno archeologia del pensiero con la stessa istantaneità con cui la moglie di Lot fu tramutata in una statua di sale. Se ho torto ascenderò nell'empireo dei Pirla con la p maiuscola.
Ma almeno avrà ravvivato il dibattito online e quello pubblico e quindi mi attendo comunque una certa benevola clemenza ;o)
La prima cosa che mi impressiona è il costante riferimento ai giovani come una categoria che va necessariamente inserita tutta compatta tra quelle da proteggere e di cui preoccuparsi. Non voglio dire che casomai dovrebbe essere il contrario, ossia che noi (ho 30 anni) ci dovremmo preoccupare di come mantenere le generazioni che ci hanno preceduto. Mi preme tuttavia sottolineare che sono ben contento del mio lavoro precario, e non perchè mi accontento di poco, ma perchè so bene che quello che faccio oggi (ben pagato) non potrei farlo per tutta la vita, ma solo per la durata del progetto. Finito il progetto per cui lavoro, finisce anche la mia esperienza lavorativa. Poco male, mi troverò qualcos’altro!
Non mi sento quindi una categoria da salvare ma piuttosto, almeno in parte, un lavoratore che produce ricchezza che poi è giusto venga redistribuita all’interno della società.
Tuttavia riconosco che per conseguire quella che una volta si sarebbe definita “alleanza tra meriti e bisogni” (Claudio Martelli, http://www.libertaeguale.com/files/martelli%20meriti%20e%20bisogni.pdf) ci sia forse bisogno di una chiave di lettura diversa da quella proposta dalle due posizione descritte all’inizio del mio intervento. Apprezzo molto quanto elaborato sia da Chiamparino nel suo libro “La sfida” sia da Luca Ricolfi in diversi suoi interventi, in merito alle due categorie di lavoratori in antitesi: chi sta sul mercato e chi no. Se si escude un 10% circa di bisognosi, quello che a mio parere non possiamo più permetterci in Italia è una separazione netta, e che va attualmente radicalizzandosi, tra chi agisce lavorativamente protetto dalle intemperie del mercato e chi invece naviga a vista. Tutto questo NON E’ la dicotomia pubblico/privato. I nostri contadini trentini, che sono in fondo dei piccoli imprenditori, vivono probabilmente molto protetti dal mercato agricolo internazionale (e questo è ovviamente motivo di orgoglio per me come trentino!).
Lancio ora il mio sassolino: dovremmo cominciare ad immaginare una sistema di regole del mercato del lavoro per cui sia possibile che i meritevoli (chi ha cultura e possibilità) si facciano carico dei bisogni della collettività (tra cui anche le pensioni e l’intero impianto dello stato sociale). Faccio un esempio: oggi spesso, a parte i licenziamenti, non ci sono cambiamenti di carriera possibili che verso l’alto. Io faccio il post doc in Università: se domani mi dicessero “questa cattedra è tua” (cosa che è successa intorno al 1980 per molti giovani nella mia condizione, ope legis) da dopodomani sarei probabilmente un mediocre professore. Da quel giorno in poi però nulla mi costringerebbe nè a migliorare, ne a tornare al gradino inferiore della scala avendo fatto una brutta figura. Il mio invito è: cominciamo e concepire i posti dirigenziali (tra cui quello di professore in Università) come qualcosa che scotta perchè ci si può bruciare (essere cacciati!) facilmente piuttosto che come il premio per aver fatto onestamente a lungo il proprio dovere. In questo modo forse solo i meritevoli , le risorse migliori della nostra società, si farebbero carico della direzione in un ottica, come accennavo in precedenza, di mercato. Tutto questo perchè sono convinto di una cosa: chi, se non chi ha maggiori possibilità, ha studiato di più e meglio, ha più esperienza del mondo, che ha avuto in se “ardore ... a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore”, può salvare la capra dello stato sociale ed i cavoli di un suo radicale rinnovamento?
Mi unisco a Stefano Fait nel ringraziare Michele Guarda per aver posto esplicitamente sul tavolo quella che in effetti pure io considero la radice di ogni problema interno alla «sinistra» italiana, ossia l'inconciliabilità di posizioni, convinzioni, spesso dogmi (ma non mi sembra quest'ultimo il caso di chi è intervenuto in questa nostra discussione). Viene a questo proposito in questione un altro aspetto del suo intervento, cioè che non si possa scaricare tutta la colpa delle mancate riforme sui politici; infatti, Guarda denuncia come il persistere di veti incrociati faccia sì che non si riesca a organizzare il consenso su interventi profondi, strutturali. Di massima condivido, appunto, questa analisi, ma vorrei proporre una riflessione proprio su quanto egli aggiunge: da un lato che «se non scontenti nessuno, alla fine di riforme non ne fai» (ne sono assolutamente convinto pure io, e capisco pertanto che gli siano poco graditi i miei «equilibrismi», volti più che altro a far proseguire al meglio la discussione), dall'altro che «è necessario far capire ai cittadini che la salvezza della nave è più importante del piccolo interesse di parte e su questo "programma" costruire un consenso che poco alla volta diventi maggioritario». Ora, non è mia intenzione addebitare ai politici l'intera responsabilità della situazione di cui parliamo – anzi, ormai fare il «tiro al bersaglio» verso il «politico» in quanto tale sembra essere diventato una sorta di sport nazionale che, personalmente, rifuggo –, ma quello che mi sento di contestare è che la politica dà l'impressione di aver abdicato al ruolo di «guida» che, penso, dovrebbe avere. Credo nella democrazia rappresentativa, e diffido di quella diretta, proprio perché penso che la politica (partiti, parlamentari, rappresentanti di interessi in genere) abbia tra l'altro il compito – come dire? – di «razionalizzare» gli umori in vista del perseguimento di obiettivi che permettano, appunto, di «salvare la nave». Il problema è che questo non si fa, e si preferisce piuttosto aggirare l'ostacolo, piuttosto che mettere sul tavolo tutte le carte e promuovere una discussione, magari anche dura, ma seria e finalmente risolutiva (sicché, concordo con Michele Guarda, ne segue l'ambiguità di azione che è massima nel centrosinistra italiano), ma è proprio questo che voglio contestare alla politica – e, naturalmente, lo faccio con intento propositivo soprattutto verso la «mia» parte, la quale per inciso ha secondo me buttato una buona opportunità per portare avanti una discussione di questo tipo in questi due anni e mezzo.
Stefano Fait pone all'attenzione due grandi temi, proseguendo da una parte il confronto sull'attuale fisionomia di «destra» e «sinistra», e denunciando, dall'altra, le inefficienze del capitalismo attuale. Per quanto riguarda la prima questione, mi verrebbe da osservare che riscontro una consistente coincidenza tra la lettura che fornisce Stefano e quello che penso; credo piuttosto che la differenza non stia tanto tra ciò che pensiamo siano «destra» e «sinistra», ma nel modo in cui riteniamo che la «sinistra», in particolare, possa raggiungere gli obiettivi ai quali strutturalmente tende. Su questo discorso si innesta il secondo, quello sul capitalismo. Anche in questo caso, non posso che concordare con Stefano quando sottolinea ed esemplifica efficacemente la fragilità e la contraddittorietà dell'attuale sistema economico-finanziario. Anzi, pensando specificamente al caso degli aiuti continuamente elargiti dall'Unione Europea per «salvare» Stati membri e banche dal collasso, devo confessare di provare un certo fastidio nel constatare come, ancora una volta, il diritto si sia dovuto sottomettere all'economia: non sarebbe giusto punire chi assume comportamenti irresponsabili verso la comunità economica di cui fa parte? Ad esempio, la Grecia – secondo quanto si legge su numerosi organi di informazione – avrebbe «imbrogliato» sui propri conti. Ebbene l'analisi economica del diritto, per quel poco che ne so, può essere utile sia da un punto di vista descrittivo, che da un punto di vista prescrittivo, e potrebbe insegnare che «salvare» un Paese responsabile di una situazione di questo tipo, potrebbe ipoteticamente significare incentivare futuri comportamenti simili da parte di altri attori (se non dello stesso). Se non ricordo male, la Germania, correttamente sotto questo punto di vista, si era almeno inizialmente opposta agli aiuti alla Grecia; ma poi prevalse la tesi degli aiuti in ragione della salvaguardia dell'Euro e dei mercati. Giusto, a questo punto: piuttosto che andare tutti a fondo... Ma è piuttosto avvilente che, di fronte ai mercati, la punizione di comportamenti tendenzialmente scorretti venga sacrificata. Certo, il «sistema» attuale non permette alternative, ma non posso esimermi dal pormi un dilemma morale.
Stefano, però, si chiede perché ci si prenda «la libertà di ignorare le critiche anche radicali al sistema». Parlo naturalmente per me dicendo che non le ignoro: tuttavia, per lo più non le condivido negli esiti che propongono, perché ritengo che il capitalismo non sia immutabile, e che magari possa essere migliorato rispetto al suo assetto attuale. Giorgio Ruffolo ha scritto un interessante libro, “Il capitalismo ha i secoli contati” (Einaudi, 2008), nel quale spiega come nel corso della storia il capitalismo medesimo abbia assunto varie forme, come si sia modificato nelle diverse epoche. Naturalmente, come suggerisce il titolo, Ruffolo sostiene pure che il capitalismo durerà ancora a lungo: ha «solo» ancora qualche secolo di vita. È pertanto questo il contesto col quale mi trovo a fare i conti: non ho la capacità intellettuale, né la preparazione, per proporre modelli economici alternativi. Quello che posso fare, nel mio piccolo, è cercare di proporre le cose che ritengo migliori nel quadro che mi è dato; d'altra parte, non mi sembra onestamente di vedere prospettive immediate di rivoluzione economica...
Spero che queste risposte valgano anche per dare riscontro alle considerazioni di Claudia, con la quale concordo sul fatto che, ad oggi, molti partiti di «sinistra» siano facilmente rappresentabili come «club di nostalgici».
A Sergio, che propone questioni davvero tutt'altro che semplici e lo fa in maniera per nulla semplicistica, tanto che dalle sue considerazioni potrebbero scaturire molte riflessioni, mi preme innanzitutto dire che, non occupandomi più di politica universitaria e non avendo avuto il tempo per documentarmi, non sono sufficientemente informato sulla riforma in discussione in Parlamento; pertanto, per quel che mi riguarda, non posso purtroppo esprimere una posizione netta sulle proteste degli studenti. Per quanto attiene, invece, al tema più generale della «rivoluzione non violenta di popolo», proposto anche da Stefano Fait, come dicevo molti sono gli interrogativi che sorgono, perché la questione non è semplice. Ne ha enucleati alcuni Bruno Corrao; era una prospettiva alla quale non avevo pensato, e i primi dubbi che mi sono venuti in mente sono proprio questi: sarebbe interessante discuterne!
Mauro Cereghini suggerisce di liberare il lavoro più che di liberalizzarlo. Voglio citare soprattutto un passaggio del suo intervento: «[m]i basterebbe aiutasse ad una maggiore apertura delle opportunità e delle progettualità per tutti, vecchi e giovani, oggi rinchiusi dentro una piramide verticale e verticista. Dove chi ha lavoro fisso o pensione difende diritti e futuro propri, e chi non li ha s'arrangia in un eterno presente». Queste righe esplicitano, tra gli altri, in particolare due temi che ritengo sia opportuno evidenziare: a) lo scardinamento del corrente sistema verticistico, che soffoca appunto opportunità e progettualità; b) la difesa dei propri diritti da parte di chi ha posto fisso e pensione. Per quanto concerne il primo, resto francamente convinto che una liberalizzazione sia il modo migliore per ottenere questo risultato: penso che liberalizzazioni ben fatte e calate opportunamente nel loro ambito di applicazione possano produrre davvero una sana concorrenza, e possano così mettere in crisi pressoché ogni tipo di «incrostazione» oligopolistica e/o corporativistica. Possibilmente, incoraggiando, con misure adeguate, le aspirazioni di ciascuno. Il secondo tema, invece, mi spinge a questa considerazione: mi sembra che oggi, chi questi diritti non li ha, spesso li reclami per sé, tali e quali. Quello che mi chiedo, ora come nell'articolo «principale» – non è una polemica con Cereghini, ma una domanda che mi pongo in generale – è: perché chi non ha quei diritti li vuole identici? Siamo sicuri che sia ancora possibile e funzionale? O sarebbe meglio un assetto che valorizzi comunque ogni persona in modo diverso dal posto fisso e dal sistema pensionistico attuale?
Ma per un altro verso siamo anche precari per scelta, perché quasi nessuno rimpiange il posto fisso (e immutabile) a vita, il cartellino da timbrare e il capoufficio di Fantozzi. "Liberare" il lavoro è anche garantirne la creatività, la mobilità, l'interscambiabilità di esperienze, tempi (full time, part-time, anni sabbatici...), ruoli. Certo sembra più facile pensarlo per le fasce di lavoro "alte", che hanno (forse) una forza contrattuale maggiore e possono rischiare qualche periodo di vuoto tra un lavoro e l'altro. Ma è un'esigenza che alla fine riguarda tutti i lavori, pensiamo alla flessibilità negli orari e nei periodi, che tanto servirebbe ai migranti (molti ancora relegati nei lavori meno qualificati) per organizzare rientri estivi ai loro paesi o la cura dei figli in assenza di parenti in Italia. Lavoro libero e flessibile, dunque, a vantaggio dei lavoratori prima ancora che delle aziende. Ma lavoro tutelato da regole certe e sostegni forti, quelli che oggi non ci sono.
Ecco, mi piacerebbe allora si parlasse di lavoro libero più che di liberalizzazione del lavoro. Perché liberalizzazione in genere fa rima con deregolazione. Non so se questa sia una proposta di destra o di sinistra. Non credo nemmeno porterà alla rivoluzione di popolo. Mi basterebbe aiutasse ad una maggiore apertura delle opportunità e delle progettualità per tutti, vecchi e giovani, oggi rinchiusi dentro una piramide verticale e verticista. Dove chi ha lavoro fisso o pensione difende diritti e futuro propri, e chi non li ha s'arrangia in un eterno presente.
Dovremmo impegnarci tutti a contribuire affinché anche la reazione a queste legittime proteste rimanga sul piano della nonviolenza.
Riporto alcune citazioni a sostegno di quella che mi pare una constatazione di semplice buon senso:
“Nascere creditore significa ritenere che tutto il buono che ci capita nella vita ci sia dovuto; se ci viene negato o impedito subiamo un torto per il quale la sorte e i nostri simili ci dovranno risarcire. Non è chiaro quale sia il motivo del nostro essere in credito, spesso ce lo inventiamo senza esser consapevoli dell'inesistenza di questo credito immaginario, ma non importa: siamo arciconvinti d'essere in credito verso la vita e quindi verso tutte le persone con le quali entriamo in contatto e tanto basta. Chi nasce debitore è l'esatto contrario del suo opposto: è animato da un complesso di colpa esistenziale che sviluppa dentro di lui la convinzione d'avere un debito da pagare, un debito verso la vita e quindi verso tutti. Perciò è oblativo e dare è il suo piacere. In tutte le manifestazioni del suo vissuto, perfino in quelle amorose, il debitore trae piacere dal piacere che dispensa al suo partner e al suo prossimo” (Eugenio Scalfari).
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“Provo a dire che in realtà sono due modalità differenti di approccio e conoscenza della realtà: i debitori, come sembra descriverli lei, sono più portati a coltivare il dubbio, ad interrogarsi su se stessi, ad affrontare la complessità dei fatti cercando di osservarli da differenti "punti di sguardo", a pensare di poter aver commesso errori. Questo può essere un segno di onestà interiore e di corrispondenza piena a se stessi….I creditori viceversa sarebbero, forse per attitudine, più propensi ad una sintesi finalizzata ad un risultato più immediato, coloro che vedono il mondo come un infinita successione di vittorie o sconfitte per cui vincere è l'obiettivo principale. Credo che forse ciascuno di noi è un po' l'uno un po' l'altro e che la casualità della vita contribuisce ad accentuare ciascuno dei due aspetti secondo circostanze e momenti” (Commento di un lettore di Scalfari).
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“L’immagine di società che le destre promuovono politicamente non trova il suo centro in un progetto razionale di emancipazione ma proprio negli interessi e nelle pulsioni che la dividono e la gerarchizzano; è al livello simbolico che vengono offerte forme di unificazione identitaria (la nazione, la religione, la comunità locale) con evidente valore risarcitorio, mentre la tenuta del sistema sta nella fiducia verso il leader carismatico, del quale è quindi decisiva la capacità comunicativa”
(Carlo Galli, Tutti i volti di una tradizione, La Repubblica, martedì 13 maggio 2008).
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Per Bobbio l’elemento distintivo della diade riguarda l’atteggiamento nei confronti dell’idea di uguaglianza, una forma di orientamento morale: la sinistra s’indigna per le disuguaglianze perché queste impediscono a ciascuno di contare come persona di pari dignità rispetto agli altri, la destra si stupisce che qualcuno si permetta di contestare la realtà delle cose, che sono regolate dal principio della forza, non da quello della dignità intrinseca.
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Arriviamo ad una sintesi. La destra apprezza il mondo com’è perché lo percepisce in termini di rapporti di potere che reputa naturali e giusti, frutto di conflitti che stabiliscono la gerarchizzazione dell’essere. La sinistra considera la realtà dei rapporti umani come inaccettabile in quanto iniqua e, in virtù del suo senso di indebitamento, si fa carico della responsabilità di mitigare o eliminare le disparità e sperequazioni.
Non mi disturba l’idea di chiamare in causa yin e yang, femminino e mascolino. Entrambi si compenetrano e contengono in sé un parte dell’altro e la vita non può fare a meno di questo contrasto/conflitto virtuoso, se vuole sfuggire all’entropia. Usando delle immagini geometriche, alla sinistra compete la sfera (uguaglianza delle diversità), alla destra la piramide (gerarchia delle diversità).
Ma se questo quadro è verosimile, allora è sbagliato accusare la sinistra di difendere solo dei diritti-privilegi. I miei diritti sono anche i diritti degli altri e implicano quindi il mio dovere di rispettarli. Non esiste un diritto a cui non corrisponda un dovere che impongo a me stesso. Al massimo dei diritti corrisponde perciò un massimo dei doveri. Ergo: non viviamo in un’epoca di cultismo dei diritti, ma in un’epoca di diritti e doveri che, anzi, vanno estesi.
In una visione di destra “pura” chi sta sulla cuspide della piramide sociale ha l’unico dovere di devolvere una quantità di remunerazioni verso il basso tale da preservare lo status quo. Nulla di più di questo. Più una persona sta in basso, più grande sarà il fardello di doveri verso chi sta sopra (dovere di far affluire verso la sommità gran parte della ricchezza prodotta, che sarà solo in minima parte redistribuita – questo è il capitalismo).
Il principio di libertà sarà di conseguenza interpretato in maniera molto diversa da destra e sinistra. Per la destra la libertà è la possibilità di imporre il proprio volere e discrezione, assimilando dagli altri ciò di cui si ha bisogno per vivere, mentre per la sinistra l’uguaglianza delle libertà comporta irrinunciabilmente (per sua stessa natura) obblighi morali e responsabilità del singolo verso il gruppo e vice versa.
Dunque la cultura di “sinistra” è completa, bilanciata, mentre quella di destra, nei suoi sviluppi estremi, sarebbe paragonabile ad un buco nero che continua ad assorbire creatività ed energia da tutto ciò che lo circonda, senza peraltro riempirsi (avidità ed egocentrismo al massimo grado). Tuttavia, se non ci fosse la cultura di destra, non ci sarebbe cambiamento, non ci sarebbero quegli ostacoli e sfide che ci spingono a migliorarci, sopraggiungerebbe una stasi utopica scarsamente stimolante, fatta di pacifismo, nonviolenza, non-prevaricazione ed armonia assoluti. Pur essendo un fautore della pace e della nonviolenza, penso che la vita e la creatività necessitino di contrasti e conflitti gestiti "morellianamente" (se mi si passa il neologismo-omaggio).
In ultima analisi, solo la coesistenza di entrambi gli orientamenti morali conchiude il cerchio della vita e della politica.
Alcuni punti della sua replica mi trovano d'accordo ma Michele ha comunque ragione.
Al giorno d'oggi un Krugman e uno Stiglitz sono considerati dei radicali (!!!) e l'analisi marxista delle contraddizioni del capitalismo è giudicata obsoleta, come se centinaia di studiosi marxisti fosse stati dei perfetti incompetenti, in quanto fanatici. Molti di loro effettivamente lo erano, ma bisognerebbe avere l'umiltà di immaginare che molti dei sostenitori dei tagli in corso crisi potrebbero sbagliarsi, abbagliati da un fanatismo inverso (non necessariamente nonviolento).
I governi europei non stanno facendo piccole correzioni, stanno potando crudelmente l'albero dello stato sociale, della cultura, del volontariato, della scuola, ecc.
In nome di cosa vi chiedo?
Della prospettiva di tirare avanti fino alla prossima crisi strutturale, fino al prossimo collasso finanziario o regime di austerità, fino al prossimo scontro di civiltà.
Allora, visto che qui faccio la parte dell'avvocato del diavolo, lasciatemi raccontare una storia sul sistema economico che stiamo cercando di salvaguardare:
“C’è un tizio fenomenale, chiamato Bongo, che sta per arrivare in città. E’ industriosissimo ed ha una produttiva enorme. Fa qualunque tipo di lavoretto. Mario, uno dei residenti, ha raccontato a tutti di questo Bongo sostenendo che questi gli deve 1000 ore di lavoro. Ha anche dichiarato che è disposto a scambiare alcune di quelle ore per del formaggio e dei vestiti. Mario stamperà dei Marenghi Bongo. Per ogni Marengo Bongo si ha diritto ad un’ora di lavoro di Bongo. La città viene invasa dai Marenghi Bongo, usati per commerciare e Mario li spende creando lavoro per tanta gente, che a sua volta li spende per merci e servizi. La città prospera e tutti sono contenti. Finché un giorno si scopre che questo Bongo non esiste, è un’invenzione e non arriverà mai. A quel punto i Marenghi Bongo non hanno più alcun valore, perché questo derivava da un immaginaria prestazione di lavoro che non avrà mai luogo. Ogni persona che ha dei Marenghi Bongo è più povera di quel che pensava di essere".
E’ quel che è successo in questi anni: prezzi delle case alle stelle, i credit derivatives (speculazioni sul prezzo futuro di un bene), la stampa e il prestito di denaro senza un corrispettivo aureo. Tutto si basa sulla assurda aspettativa che qualcuno si farà il sedere più di te per pagare una cifra maggiore di quella che hai pagato tu.
E poi ci si stupisce che un tempo ormai lontano uno stipendio bastava e si poteva comprar casa ed auto a trent'anni ed il precariato era un termine sconosciuto.
Voi state difendendo un sistema irrazionale e perverso, basato sulla creazione di surplus di capitale e forza lavoro e sulla "guerra tra poveri" (operai indigeni contro operai immigrati, famiglie indigene contro famiglie immigrate, cattolici contro musulmani, altoatesini contro sudtirolesi, ecc.).
Perché lo fate? Perché vi prendete la libertà di ignorare le critiche anche radicali al sistema? Se il sistema, come crediamo in molti, fosse intrinsecamente insostenibile e necessitasse di veri e propri disastri per perpetuarsi, allora essere dei critici radicali sarebbe l'unica posizione moralmente sostenibile.
Io qui sto e intendo rimanerci, se non altro come testimonianza del fatto che esiste un'alternativa ai dogmi prevalenti.
Complimenti quindi a Mattia Celva, che anzi semmai è stato sin troppo cauto nel tentativo di non urtare la sensibilità di nessuno.
Proprio questo, però, è l'aspetto che meno condivido del suo intervento, perché se non scontenti nessuno, alla fine di riforme non ne fai.
Troppo facile prendersela coi politici: in realtà all'interno di questo forum abbiamo avuto una piccola dimostrazione del motivo per il quale sia così difficile in Italia fare riforme e del motivo per il quale si sia costretti ad agire a suon di piccoli provvedimenti tampone. Ed il motivo è appunto che non si riesce ad organizzare il consenso e si è ostaggio di veti incrociati.
Come uscirne?
E' necessario far capire ai cittadini che la salvezza della nave è più importante del piccolo interesse di parte e su questo "programma" costruire un consenso che poco alla volta diventi maggioritario. Ma affinché ciò avvenga bisogna parlare in maniera netta e avere il coraggio di subire delle divisioni interne.
Le cose non stanno certo andando così, purtroppo.
Riguardo all'osservazione di Terzo Molari, e dando in qualche modo riscontro anche al commento di Gianfranco, devo dire che si è centrata, in modo davvero puntuale, la principale critica che viene mossa a chi propone il modello danese come base per una riforma italiana del mercato del lavoro: ossia, per banalizzare, se in Danimarca vi è un alto tasso di onestà civica, in Italia vi sarebbe, probabilmente, un alto tasso di...abusi. In effetti, l'esperienza danese non è, sotto questo punto di vista, facilmente replicabile. Tuttavia, ciò non significa che non possa offrire qualche buono spunto per riformare un mercato del lavoro, come quello italiano, che certamente non brilla per funzionalità ed efficienza. Ho riportato quell'esperienza, riferendomi alle alternative seguite dall'Europa quando si presentò il problema della disoccupazione, ossia in modo descrittivo: non intendevo proporla come panacea, ma forse, ripeto, potrebbe fornire qualche utile indicazione, tenendo presenti le esigenze proprie del nostro Paese.
Sergio, invece, solleva il problema del coinvolgimento, dell'attivismo politico dei giovani. È una questione alla quale, se devo essere onesto, non sono mai riuscito a dare (meglio, darmi) una risposta plausibile: forse, perché non sono uno scienziato sociale e qualcosa, magari anche di grosso, mi sfugge. Sulla base della mia seppur insignificante esperienza a livello di rappresentanza studentesca universitaria, ho comunque provato a farmi un'idea, e ritengo che vi siano diverse spiegazioni, tra le quali le principali siano: a) lo stato di democrazia attuale è dato per acquisito, sicché viene meno il pungolo ad impegnarsi (e il messaggio della conservazione o del miglioramento non sono sufficientemente forti); b) la politica viene spesso vista come inefficiente, priva di risposte, corrotta (nel senso ampio del termine), e al tempo vi è rassegnazione nel senso che l'idea di riuscire a cambiare le cose è considerata come una sorta di utopia. Di certo so, concordando con Sergio, che è un problema notevole.
Il tema della riforma complessiva del nostro «sistema» è richiamato espressamente da Giulio Mancabelli, evidenziando anche l'obsolescenza del nostro ordinamento istituzionale, in particolare parlamentare. Su questo si esprimono giudizi politici e dottrinali diversi: posso esporre brevemente il mio, nei suoi punti essenziali, dicendo che auspico il superamento del c.d. bicameralismo perfetto, la configurazione del Senato quale Camera delle Regioni (ma è molto complicato capire quale sia il modo migliore per farlo), una legge elettorale maggioritaria (rispetto alla quale, però, vi possono essere difficoltà di tipo «culturale»)...e tutto ciò che ne consegue. Sicuramente concordo sul fatto che l'Italia debba recuperare in competitività.
Decisamente complessi anche ai temi proposti da Stefano Fait, Claudia ed Ugo Morelli. Voglio innanzitutto sgomberare il campo da un equivoco, forse dovuto al fatto che non mi sono spiegato bene: non propongo uno smantellamento, un azzeramento del welfare. Anzi, tutt'altro. Quello che sostengo è, sì, che si debba ridurre la spesa pubblica, ma che lo si debba fare su alcune voci per perseguire due obiettivi: da un lato, la diminuzione del debito pubblico (la cui enormità è meglio intuibile scrivendo per esteso la cifra a cui ammonta: 1.858.332.000.000 di euro circa, e per difetto); dall'altro, una riallocazione più razionale, efficiente ed utile della spesa pubblica medesima (il che comporta che non venga azzerata, ma che in definitiva ad essere più razionale, efficiente ed utile sia proprio il welfare!). La mia critica non è diretta al welfare in sé, ma al welfare come è oggi in Italia (concordo in questo con Gianfranco). L'attuale allocazione delle risorse a nostra disposizione è infatti in gran parte impegnata per coprire: interessi sul debito, dipendenti pubblici, pensioni. Possiamo utilizzare, invece, più denaro per costruire un welfare più adeguato, che tenga in miglior conto, come ho detto nell'articolo per fare solo due esempi, la povertà delle famiglie e la scarsa occupazione femminile? Penso di sì, e penso che farlo sia di «sinistra». E qui ci addentriamo nell'argomento forse più complicato di tutti: «destra» e «sinistra». È francamente impossibile sviscerarlo qui: si potrebbero scrivere enciclopedie. Butto sul tavolo una sintesi della mia idea. Personalmente parto da due presupposti principali: in primo luogo, i vecchi concetti, le vecchie ideologie, per le quali peraltro nutro davvero un profondissimo rispetto, non sono aggiornati; in secondo luogo, assistiamo ad una progressiva avanzata del concetto di «individuo» ed a un corrispettivo ridimensionamento dell'idea e del ruolo dello «Stato». Detto questo, riducendo la questione non all'osso, ma molto di più (cosa per la quale mi perdonerete, ma capite bene che non si può fare qui un discorso completo), riassumerei le differenze attuali tra «destra» e «sinistra» nel modo seguente: se la prima si concentra solo sull'«individuo», la seconda riconosce che, accanto all'«individuo» vi è anche una «società». Libertà ed eguaglianza credo siano le parole su cui la «sinistra» oggi si deve fondare e sulle quali deve costruire quel tessuto che si chiama «società», appunto. La differenza più grossa, rispetto al passato, è che la realizzazione dell'eguaglianza non è più da pensare come prerogativa di uno «Stato» paternalista che la somministri coattivamente, imponendo anche i suoi modelli di libertà, ma come il portato di una valorizzazione della libertà di ogni «individuo» all'interno di una «società».
Per finire, questo accenno ai concetti di «individuo», di «società» e di welfare mi permette di richiamare la bella testimonianza/riflessione di Ugo Morelli sul precariato. Morelli – se ho travisato il suo pensiero mi richiami – denuncia uno stato di cose che induce i soggetti a percepirsi come precari, a non nutrire aspettative, ad essere costretti, se possibile, ad appoggiarsi alla famiglia, e che conduce, in definitiva al rischio di ridurre la società ad una scatola vuota di qualsiasi contenuto progettuale. È proprio contro questa situazione che si basa la mia idea, testé brevemente descritta: credo che se recuperassimo un'idea ben strutturata di società, sarebbe possibile dare una prospettiva a coloro che la compongono, valorizzandoli nelle proprie aspirazioni. Magari con il sostegno di un welfare che, diversamente da quello attuale e dalle sue inefficienze, non si debba limitare alla famiglia (quando questa vi sia).
Sono le loro argomentazioni a rendere implausibile la tesi di Mattia, non una posizione di arroccamento ideologico.
Ma, come detto, ci sarà modo di mettere alla prova le varie ricette.
'In the worst case scenario these cuts might actually increase the deficit' [http://www.guardian.co.uk]
Chi fatica a capirlo (forte accento coreano) può consultare il suo sito web www.hajoonchang.net
A quel punto potremo anche discutere di diadi e soprattutto di fatti.
Non è difficile notare come molti trovino difficile identificarsi con la sinistra.
Ed è altrettanto facile notare come molti, a "sinistra", siano pronti ad appoggiare tagli dolorosi per lavoratori, pensionati e quant'altro, mentre non pare che gli stati europei abbiano grossi problema a scucire somme ingentissime (infinitamente superiori all'ammontare dei tagli) per salvare delle banche gestite da irresponsabili (l'ultimo caso è quello irlandese).
Le diadi, che ci piaccia o no, esistono: c'è chi considera tutto questo indecente e chi chiude un occhio perché il fine giustifica i mezzi.
Il tempo dirà chi aveva occhi per vedere ed orecchi per intendere.
- la necessità di non illudersi che soluzioni possibili ed effettive siano immediate, ancorchè auspicabili;
- il consentito effettivo può derivare solo da una radicale decostruzione della storia recente che riguardi anche le collusioni che la cosiddetta sinistra ha operato con in neo-liberismo, soprattutto nel campo del valore e del senso del lavoro e nel campo della cultura e dell'educazione.
Segnalo a tale proposito un interessante articolo sul pensiero di Bobbio, in tema di destra e sinistra:
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=34551
Mi rendo conto che il martellante pensiero unico sia molto efficace nel pervertire la percezione della realtà di molti, ma spalancare gli occhi ogni tanto non guasterebbe.
Sì, sono d'accordo che la sinistra dovrebbe battere un colpo, ma quella vera, non questa brutta copia della destra.
Istituto Bruno Leoni
www.brunoleoni.it