Dopo Berlusconi

Chagall - VolareIn presenza di una manifesta crisi del governo Berlusconi non si riesce a presentare al Paese un'alternativa efficace e convincente. Sembra quasi che ciò che si sta avviando al tramonto non sia solo il "berlusconismo" ma la seconda Repubblica in quanto tale.
autore Mario Raffaelli - inserito mercoledì, 22 dicembre 2010

La proposta di un governo sul modello Ciampi in grado di prendere il posto di quello guidato da Berlusconi, al di là della sua effettiva praticabilità, credo abbia rappresentato una dichiarazione di fallimento della politica e di una intera classe dirigente, coinvolgendo leader di destra, di centro e di sinistra che, in questi ultimi 16 anni, si sono alternati al governo del paese.

Fra le cause che sono all'origine della situazione odierna vi sono infatti, anche le circostanze che portarono alla costituzione del governo Ciampi nel 1993. Originariamente, infatti, quel governo doveva nascere senza una scadenza prefissata, per portare la legislatura almeno fino al '95. In quel periodo di tempo, governo e Parlamento avrebbero dovuto dedicarsi non solo all'emergenza economica ma anche all'approvazione delle proposte della Bicamerale De Mita-Iotti (che contenevano gran parte delle riforme istituzionali ancora oggi invocate) e di una legge elettorale coerente al nuovo disegno istituzionale. L'obiettivo era dare al sistema politico la possibilità di rigenerarsi gradualmente, processo, questo, che non poteva certo essere più ostacolato dal cosiddetto CAF, visto che i suoi protagonisti (Craxi, Andreotti, Forlani) erano ormai anche formalmente fuori gioco.

Le cose andarono diversamente. A causa di un incidente di percorso (le votazioni sulle autorizzazioni a procedere per Craxi), si scatenò la spinta per lo scioglimento delle Camere. PDS e Verdi, ritirando i Ministri che avevano già prestato giuramento (Barbera, Visco, Berlinguer e Rutelli) segnarono la fine della legislatura. Si corse così alle elezioni anticipate, nell'illusione che una semplice legge elettorale (fatta per di più in fretta e male) avrebbe trasformato come d'incanto la politica e i suoi protagonisti. Era, in sostanza, la teoria della "spallata" in luogo della "transizione", sostenuta da quanti  non erano stati parte della prima Repubblica (Lega ed MSI) ma abbracciata, alla fine, anche dal PDS che, unico patito tradizionale rimasto parzialmente in piedi, pensò di poter facilmente vincere da solo la partita.

È sempre antipatico citare se stessi ma, a dimostrazione che queste non sono osservazioni ex post, riporto alcuni brani di un mio intervento svolto alla Camera dei Deputati in quel periodo. "Voglio, concludendo, porre una particolare sottolineatura ai compagni del PDS, esprimendo francamente il timore che possa riproporsi al loro interno la tentazione di sottrarsi a una completa assunzione di responsabilità, nella convinzione che questo atteggiamento possa tenerli al riparo dallo sfascio che cresce intorno a noi. Sarebbe non solo un calcolo egoistico ma anche un calcolo miope. La scelta che nel prossimo futuro si porrà a tutti noi sarà quella fra una brusca e incontrollata accelerazione della crisi, con gli effetti che tutti possiamo immaginare o, al contrario, la costruzione di un percorso che consenta una transizione democratica, graduale e garantita dal vecchio sistema al nuovo. Per questa seconda ipotesi occorre contrastare dentro noi stessi, per poter contrastare fuori, la convinzione, che sembra diventata dominio comune, secondo la quale la storia di questa Repubblica sarebbe solo una storia di mafia, ruberie, degenerazioni e non, come invece è, la storia tormentata e complessa di una democrazia anomala, una storia nella quale accanto alle degenerazioni finali vi sono anche grandi conquiste sociali, culturali, di libertà... Se la sinistra presente in quest'aula avrà il coraggio e la capacità di assumere assieme un'iniziativa di questo tipo, con ciò stesso ridarà una grande motivazione alla sua presenza, renderà un grande servizio al paese oggi, si legittimerà come componente essenziale di un'alternativa domani".

Il Berlusconi politico vincente nasce da lì, da questa mancata transizione e dall'implosione incontrollata della prima Repubblica. Così come la mancata capacità di sciogliere i nodi che si sono aggrovigliati allora, è all'origine sia delle alterne e confuse vicende di questi anni che dell'attuale incapacità di elaborare un alternativa vincente al "berlusconismo". Con una subalternità che arriva al punto di identificare oggi in Fini l'alleato indispensabile per una nuova "resistenza" contro il "dittatore". Capire quella subalternità significa tornare a quel '93, all'illusione di poter evitare, grazie alla scomparsa dei competitori, i problemi lasciati irrisolti. Per questo, le iniziative politiche che si sono succedute dopo la caduta del Muro di Berlino, limitandosi a dire ciò che non si voleva più essere senza declinare mai compiutamente una nuova identità, hanno avuto più il sapore di operazioni nominalistiche, riguardanti prevalentemente gruppi dirigenti sempre più usurati. E, per questo, il tentativo di Veltroni con il PD, dopo aver sollevato così tante speranze, ha provocato inevitabilmente altrettante delusioni.

Non è difficile capire, a questo punto, come sia davvero reale il rischio che, per paradosso, dopo l'eventuale scomparsa di Berlusconi, potremmo assistere ad un'evoluzione inaspettata dell'attuale Polo della Libertà (basti pensare alla Lega e alle posizioni dei Tremonti, Sacconi, ecc) con un centro-sinistra invece dilaniato, privo di identità e pronto a rincorrere tutte le spinte più contraddittorie e demagogiche. Un centro-sinistra che non sa proporre una sua visione e un suo progetto coerente e convincente; che sa dire giustamente no alle leggi "ad personam" senza però elaborare una pur indispensabile riforma della giustizia, che si oppone alla riforma dell'Università limitandosi a difendere un sistema anchilosato, che affronta i problemi nuovi di un mercato delle merci e del lavoro ormai globalizzato senza aggiornare gli strumenti d'analisi e  d'intervento, che evita di affrontare il conflitto di interessi per evitare di affrontare anche il nodo della RAI, che dopo aver superato faticosamente vecchie concezioni istituzionali negli anni 80' e '90, torna precipitosamente indietro e, di fronte alle torsioni derivanti dal mancato adeguamento delle istituzioni al principio maggioritario introdotto con i referendum e le leggi elettorali, non sa che ripetere ossessivamente "abbiamo la Costituzione più bella del mondo".

Non credo proprio che l'inversione di questa deriva sconsolante possa nascere spontaneamente all'interno del sistema dei partiti nazionali. C'è bisogno di iniziative che rompano gli steccati, creando un circuito virtuoso fra i protagonisti politici aperti al cambiamento e quelle componenti della società civile capaci di esprimere meno furore e più rigore. E credo che ciò possa partire solo dal territorio, collocando i singoli problemi in una "narrazione" (come si usa dire oggi) che sappia immaginare e dare un nuovo senso alle relazioni necessarie tra Territorio, Stato, Europa e Mondo.

Il Trentino, per le sue molteplici originalità, potrebbe dare un contributo innovativo, come è già accaduto in altri momenti della sua storia. Purché chi può voglia e sappia raccogliere la sfida.

inviato da franco verdinelli il 02.02.2011 18:41
L'ennesimo recente dibattito pro o contro Berlusconi ripropone la domanda che molti si pongono da anni: come è possibile essere ancora pro Berlusconi?
La risposta a me sembra molto semplice e mi meraviglio di non sentire pareri simili al mio. Credo che la percezione comune che in Italia ci sia una maggioranza pro Berlusconi sia un GRANDE EQUIVOCO. Forse c'è ancora una maggioranza pro governo, ma pro governo e pro Berlusconi non sono la stessa cosa.
Questo equivoco lo provoca la Lega, un partito compatto che sa bene ciò che vuole, che punta al federalismo ma con l'obiettivo dichiarato della "Padania Stato Sovrano". Per la Lega, paradossalmente, la strada più facile per raggiungere i propri obiettivi è restare alleata col fondatore di "Forza Italia". Quindi la Lega può fregarsene altamente se Berlusconi sia un corruttore o un galantuomo, un puttaniere o un benefattore, un antidemocratrico o un perseguitato. Anzi, più difetti mostra Berlusconi più vantaggi elettorali vanno alla Lega stessa. Si realizza così il paradosso che Berlusconi possa essere allo stesso tempo una calamità per l'Italia e una risorsa per la Lega.
inviato da Mattia Celva il 24.01.2011 17:00
Benché sia invalsa, da parte di molti, una certa tendenza a considerarmi una persona «di destra» (almeno non si è ancora arrivati a darmi del «berlusconiano» - e, magari, mi toccherà anche ringraziare per questo), rimango convinto che il Partito Democratico sia ancora la mia «casa politica»; e dunque, siccome vi sono affezionato, e mi auguro che prima o poi possa costruire qualcosa di interessante, spesso mi capita di essere anche molto critico nei suoi confronti. Questo, ça va sans dire, è uno di quei casi in cui lo sarò, perché ho tanto l'impressione che questo partito sia stato fin qui edificato sulla sabbia: il che, naturalmente, non va affatto bene per un soggetto politico che aspirerebbe ad essere promotore di un progetto di governo e alla base, in un certo senso, culturalmente «rivoluzionario». Perché dico che sia costruito sulla sabbia? Provo a spiegarmi.
Premettendo che non sono un politologo, ed accogliendo piuttosto un'idea – per così dire – giuridicamente orientata della natura e del ruolo dei partiti politici, mi sembra utile partire da un concetto. Al di là di tutte le belle (e meno belle) cose che si possono dire sulla democrazia, una mi preme mettere in luce: e cioè, che la democrazia costituisce un sistema che, mediante un approccio dialogico, pluralista, e tutto sommato facente riferimento in parte a verità relative, dovrebbe consentire di addivenire, nel modo più efficiente possibile, all'assunzione di decisioni di rilevanza collettiva. Ho voluto accennare al concetto di efficienza: questo perché sono influenzato – pur non potendo assurgere al ruolo di esperto – dalle idee della c.d. Public choice (solitamente indicata, in italiano, come Teoria della scelta pubblica), elaborata dal premio Nobel per l'economia James M. Buchanan e sviluppata da questi assieme a Gordon Tullock (Buchanan e Tullock, The Calculus of Consent: Logical Foundations of Constitutional Democracy, University of Michigan Press, 1962, prima edizione Ann Arbor Paperbacks, 1965). Banalizzando all'estremo, si potrebbe riassumere il punto di partenza di questa impostazione affermando che gli attori politici (elettori, politici e burocrati) vadano considerati non per come dovrebbero comportarsi o si vorrebbe che si comportassero, ma per come in realtà si comportano: cioè, fondamentalmente, come individui che, piuttosto che spinti dalla ricerca del bene comune, cercano di massimizzare l'utilità. Ecco allora che a questo punto assumono rilevanza determinante, a mio modo di vedere, alcuni elementi: tra gli altri, il voto, i partiti, il Parlamento. Seguendo una disamina estremamente sintetica, e pertanto tralasciando moltissimi aspetti anche di una certa importanza, parto da voto e Parlamento, per poi arrivare ai partiti, che qui maggiormente interessano. Come accennato, anche l'elettore cercherà di massimizzare la propria utilità, e naturalmente lo potrà fare attraverso il voto. Con il voto, vengono dunque eletti i rappresentanti in Parlamento: qui si attua un «mercato delle leggi». In che senso «mercato delle leggi»? Nel senso che i rappresentanti eletti contrattano sui disegni di legge cercando di massimizzare la propria utilità, cioè avendo come obiettivo quello di tutelare gli interessi del proprio elettorato di riferimento e perseguendo così, primariamente e naturalmente, l'obiettivo della rielezione. Su questo incide, ovviamente, il rapporto tra elettori ed eletti e, in particolare, l'assetto accolto dalla legge elettorale. Veniamo ai partiti, sottolineando che parlo di partiti per comodità (bisognerebbe in realtà fare riferimento alle liste elettorali, ai gruppi parlamentari, e via discorrendo). I partiti svolgono, secondo un mio punto di vista, diverse funzioni: da un lato, debbono essere in grado di avanzare agli elettori – che ricordo, votano secondo utilità – un'offerta appetibile (il che, attenzione, non significa affatto cadere nel populismo), dall'altro, possono contribuire pure loro alla composizione degli interessi tra i rappresentanti eletti e che a loro fanno riferimento, razionalizzandone così almeno parzialmente i diversi interessi e sgravando in tal modo il Parlamento di una parte di lavoro di contrattazione (e, magari, aiutando a diminuire i costi di transazione e, potenzialmente, il «costo» delle singole leggi).
Arrivo, finalmente, al Partito Democratico. Se si accolgono le osservazioni fin qui svolte, credo che appaia manifesto, come del resto si dice anche nell'articolo su cui discutiamo, che i partiti dovrebbero preoccuparsi di offrire qualcosa per cercare di convincere la maggioranza degli elettori a dargli il voto. Sicché non basta, quando si è all'opposizione, dire semplicemente «no», lanciandosi in un conservatorismo francamente insostenibile anche nei fatti: bisognerebbe, piuttosto, proporre delle alternative (id est, differenziare l'offerta). Certo, per fare questo bisognerebbe anche che un partito avesse ben chiare le sue caratteristiche di fondo: mi sembra di evidenza palmare (ma forse, a questo punto, mi sbaglio) che, senza avere dei valori di riferimento, dei cardini certi sulla cui base costruire un proprio progetto e, quindi, le proposte mediante le quali cercare di realizzarlo, avanzare proposte alternative risulti pressoché impossibile. Il fatto è che il Partito Democratico, come si legge nel «Manifesto dei Valori del Partito Democratico» approvato il 16 febbraio 2008 (rinvenibile sul sito ufficiale del Partito), è stato giustificato e fondato sulla base del seguente assunto: raccogliere «le tradizioni culturali e politiche riformatrici del Paese». Obiettivo bellissimo. La domanda, però, rimasta del tutto inevasa, è: come? Ci sono alcune questioni che dovrebbero (avrebbero dovuto) essere risolte, prima di tante altre, e credo che si sostanzino, soprattutto, da una parte, in una scelta chiara, univoca e coerente tra progressismo e conservatorismo, garantismo e giustizialismo, federalismo e centralismo; da un'altra parte, si dovrebbe cercare di sostanziare un'idea, che diventi patrimonio dell'intero Partito Democratico e dei suoi aderenti, in tema di libertà individuale, di eguaglianza, di mercato. Senza questi punti fermi, come si può pretendere, mi domando, che il Partito Democratico possa mettere in campo una proposta attendibile? Infatti, ci si trova ogni giorno a fare i conti con posizioni discordanti, spesso – troppo spesso – contrapposti ed inconciliabili, degli esponenti del Pd medesimo. Del resto, è una pratica anche incoraggiata, a mio modesto avviso, dal sistema delle primarie, ma questo è un altro discorso. Richiedere, per contro, a chi continua ad esternare le proprie idee di tacere, semplicemente sulla base dell'assunto che «così si piccona la ditta», è troppo semplicistico. A monte, bisognerebbe capire cosa il Pd sia (o voglia essere) e cosa non sia (o non voglia essere): a quel punto, sarà chiaro a tutti se la propria permanenza nel Partito Democratico abbia o meno senso, e il Pd sarà in grado di fare proposte coerenti e convincenti. Si continuerebbe a discutere, nel partito, certo: ma sarebbe una discussione fatta finalmente sulla base di un terreno condiviso, e non nell'illusorio tentativo di tenere insieme tutto ed il contrario di tutto. Non solo: ma sarebbe anche più facile per il Pd fungere da luogo e strumento di compensazione degli interessi, come dicevo sopra. Personalmente, comunque, ritengo che a quel punto andrebbero accettate, da parte degli esponenti del partito, le decisioni prese del partito stesso: anche perché mi preme ricordare che i partiti (tutti, tanto che la Carta costituzionale non ne richiede la democraticità degli interna corporis) sono strumenti di democrazia anche molto efficaci (soprattutto, per quel che qui interessa, quelli in cui la democraticità interna è presente), sicché l'aver fatto valere le proprie ragioni nelle discussioni interne non significa averle fatte cadere nel vuoto – e, comunque, rimangono aperte molte altre strade per ribadirle.
inviato da Dr Claudio Varin il 13.01.2011 00:14
Il centro Jonas ha più volte fatto la sua pubblicità sul Giornale della famiglia di Berlusconi.
Coerenza...
inviato da Michele Odorizzi il 12.01.2011 20:55
"PACS/Dico, suicidio assistito, finanziamenti alle scuole cattoliche (riduzione di quelli alle scuole pubbliche), esenzioni fiscali per la Chiesa, laicità dello Stato, insabbiamenti delle indagini interne sulle pedofilia, meccanismo dell'otto per mille, Ru486..." mi chiedo se questi temi possano essere affrontati da un punto di vista politico, in maniera assolutamente laica. Mi chiedo se sono un "dannato" dal momento che sono a favore della pillola abortiva piuttosto che della legalizzazione dell'eutanasia. Io sono convinto che queste decisioni debbano essere affrontate da ogni singolo cittadino, seguendo la propria etica, in piena libertà di scelta. Non può la politica impormi un'etica. Per questo credo che, sulla base della condivisione di questo semplice pensiero (che giunge da un cristiano convinto e di sinistra), si possa dialogare e fare politica. Per quanto riguarda il discorso finanziamenti pubblici il problema si fa più complesso: "essere di sinistra" significa già per definizione credere in alcuni valori comuni, altrimenti cadiamo nel pensiero comune che lo stesso principe Uzeda dei Vicerè condivideva: essere di destra, di sinistra... cosa cambia? Cambia molto.
inviato da rino il 12.01.2011 20:44
Io non mi lagno dello scarso radicalismo del PD. Non credo affatto che sia questo il problema. Così come non dovrebbe esserlo la convivenza di idee e pensieri diversi al suo interno. Il problema è la confusione culturale e l'indecisione programmatica. Un grande partito deve saper far sintesi e comunicare alcune buone idee al Paese.
inviato da stefano fait il 12.01.2011 11:27
"Essere cristiani, essere ebrei, laici … è davvero un impedimento al fare politica insieme?", si chiede Michele Odorizzi.
PACS/Dico, suicidio assistito, finanziamenti alle scuole cattoliche (riduzione di quelli alle scuole pubbliche), esenzioni fiscali per la Chiesa, laicità dello Stato, insabbiamenti delle indagini interne sulle pedofilia, meccanismo dell'otto per mille, Ru486...
Devo continuare?
"Si è perso il bandolo della matassa?" si chiede invece Rino.
Craxi ha fatto deragliare il socialismo in Italia, Mitterrand ("le pétainiste") in Francia e Blair (Mr. "sì, sapevamo delle torture") nel Regno Unito. Gerhard Schröder, dopo aver reso la SPD indistinguibile dalla CDU, si è subito guadagnato un generosissimo contratto con la Gazprom, che aveva favorito quand'era cancelliere.
Intanto il "nostro" D'Alema, da presidente dei DS, ha salutato la canonizzazione di Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore di Opus Dei (!!!), come "un evento grandissimo". Sua moglie, l'archivista Linda Giuva, ha provveduto a sistemare l'archivio di Licio Gelli, omaggiandolo in occasione della sua inaugurazione.
Sì, Rino, penso si possa dire che la "sinistra" ha perso il bandolo della matassa. Anzi, ti dirò, ha venduto l'anima al miglior offerente.
Ci dicono: destra e sinistra sono "vecchi schemi", quindi tanto vale accettare il sistema attuale e farne il miglior uso. A riprova del fatto che l'utilitarismo corrompe le coscienze.
Negli Stati Uniti non serviva alcun dirottamento/deragliamento: con in media una guerra ogni 4 anni, dal 1946 in poi, la sinistra non ha mai avuto alcuna chance.
Guantanamo è ancora lì, il Patriot Act è ancora in vigore e gli USA stanno importando munizioni da Israele perché la produzione interna non è sufficiente, a dispetto del ritiro dall'Iraq.
Ma a noi ci viene chiesto di turarci il naso e chi non lo fa è considerato antiquato o fanatico.
Solo il tempo dirà chi aveva ragione e chi avrà la coscienza a posto....
inviato da rino il 10.01.2011 09:41
È
la semplicità, che è difficile a farsi.” (Bertolt Brecht), ovvero, la trasformazione da Pci a Pd è dovuta passare da un'interminabile concatenazione di sigle e alleanze, ora tattiche e ora strategiche. Si è perso il bandolo della matassa?
inviato da Michele Odorizzi il 31.12.2010 15:57
Perché il PD non riesce a prendere il volo? Conosciamo tutti come nel partito democratico ci siano opinioni diverse quasi su ogni tema che quotidianamente viene affrontato; sembra un “tira e molla” tra i vari esponenti i quali, con prudenza, spesso pronunciano frasi di attacco nei confronti di qualche loro compagno. Dobbiamo metterci in testa che le elezioni si vincono con una squadra unità, dove c’è condivisione di idee, ma soprattutto di progetti. Il PDL presenta, o perlomeno sembrava aver presentato, persone che con un po’ di malizia possiamo definire “addestrate” al volere di Berlusconi. Certo, questo è l’esempio più sbagliato per il centro-sinistra italiano, ma rende evidente quale sia lo scoglio che il PD deve superare. Io sono dell’idea che innanzitutto il partito democratico debba essere un partito di centro-sinistra, perché nasce in questa collocazione politica; ma non tutti sono convinti di questo. Superato questo ostacolo se ne presenta uno molto corposo: il PD è un partito laico? Premesso che sono dell’idea che politica e religione siano cose distinte, sono convinto che un altro passo avanti sarebbe quello di rispondere ad una semplice domanda: essere cristiani, essere ebrei, laici … è davvero un impedimento al fare politica insieme? Ormai i miti dei comunisti atei e anticlericali e dei “destristi”(e “centristi”) cristiani è cosa vecchia. La mia fede religiosa non può impedirmi di dialogare con qualcuno che professa un’altra dottrina; finché questo non viene appreso dal PD possiamo solo addentrarci in utopici partiti. Ma mettiamo che tutto ciò sia superato, ecco che un altro grande problema è dietro l’angolo, pronto per recare altre divisioni: siamo o no un grande partito? Come può esserci un’unica idea che prevalga in ogni persona che lo compone? Il PD deve valorizzare di più le molteplicità di opinioni da cui prende forma; sono queste le vere risorse di un partito, le idee, così come lo sono i progetti per l’oggi e per il domani. Certamente però, presentarsi alle elezioni con le idee generali smarrite è un motivo enorme di svantaggio: è necessario che il DIALOGO diventi il protagonista indiscusso. Solo attraverso la messa in discussione delle varie idee è possibile individuare opinioni comuni. Solo a questo punto il progetto politico del PD può decollare, con progetti comuni e condivisi, che sono il risultato di discussioni anche accese, e la voglia di vederli realizzati. Questo si può fare perché tutti partiamo da una grande passione, la politica (che -permettetemi- il “ricco” Scillipoti può solo invidiarci), e accettiamo le regole che essa ci impone, fra tutte il rispetto reciproco.
inviato da Giulio MANCABELLI il 27.12.2010 01:46
È
sempre meno attuale parlare di conservatori, liberali o progressisti quando la struttura elettoral–istituzionale rimane invariata e obsoleta, funzionale al mero scopo del perpetuare lo “status quo”. Tra l'altro, senza renderci conto che con il federalismo l’aria cambierà!
Pertanto, il problema è sempre più intricato a livello nazionale se non si provvederà a introdurre alcuni necessari cambiamenti per mettere a sistema il Paese e lo stesso sarà a livello provinciale, visto come si è voluto aggrovigliare strutturalmente la composizione delle comunità di valle eleggendole in parte direttamente e in parte per confluenza dai Comuni, aspetti che rafforzeranno la casta in un’ulteriore massimizzazione d’autoreferenzialità.
inviato da stefano fait il 26.12.2010 15:16
Ho abbandonato il PD (mi ero persino candidato) l'istante in cui Franceschini, al ristorante Forst, uno o due giorni prima del voto locale, ha affermato (mentendo spudoratamente o forse in buona fede, chi lo sa?) che la laicità dello stato era uno dei temi portanti dei suoi interventi.
Ma anche se fosse vero, i fatti, poi...
*****
In Italia ci sono ancora cittadini di sinistra che credono che la sinistra dovrebbe essere laica, che non dovrebbe lamentarsi del fatto che il Vaticano non prenda posizione contro Berlusconi, che non dovrebbe neppure immaginare di poter usare l'espressione "papa straniero".
Ci sono ancora cittadini di sinistra che credono, con Flavio Pajer ("La laicità post-secolare, un luogo teologico, 61-75. In: Franco Cambi (a cura di), Laicità, religioni e formazione: una sfida epocale, Roma: Carocci, 2007, p. 63), che aprezzano quanto segue:
"L’Ebreo Gesù non appartiene alla casta sacerdotale. Non esercita funzioni sacrali, né lui né i suoi discepoli. Il laico Gesù annuncia alla donna samaritana l’approssimarsi del tempo in cui Dio sarà adorato in spirito e verità, e non più negli spazi sacri di questa o quella religione. Si sente libero persino di fronte alla intangibilità della legge mosaico, scardinando la tradizionale sudditanza leguleia alle tradizioni etiche e rituali: “Non l’uomo è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo”. Non si allea al potere religioso né a quello politico, ma lascerà come unica direttiva quell’inaudito comando: “date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Inaudito perché ponendo la distinzione fra Stato e religione, Gesù pone fine, in un colpo solo, sia alle teocrazie (il sacro come strumento del potere), sia alle idolatrie politiche (il potere assolutizzato come sacro). Gesù libera l’uomo dalla soggezione allo Stato e costringe nel contempo lo Stato a sfatare la sua pretesa assolutezza. Gesù scuote alla radice il sistema politico-religioso, libera le coscienze da una concezione etico-religiosa erronea e alienante, stabilisce la priorità di alcuni valori che oggi diremmo specificamente laico, quali il rispetto per la libertà di coscienza individuale, l’eguaglianza dei diritti fra tutti gli uomini, compresi gli emarginati e gli stranieri, la eliminazione di ogni menomazione umana".
Ci ancora in giro elettori del genere, sono numerosi e non voteranno mai per chi vuole governare assieme a Casini, Rutelli e Calearo.
Vi dovrete rassegnare: quegli "steccati" rimarranno, le "derive sconsolanti" continueranno e certe "narrazioni" non faranno alcuna presa.
Fate benissimo a tentare, perché chi non ci prova poi può solo rammaricarsi di non averlo fatto ma, secondo me, alcuni di voi torneranno indietro con le ossa rotte e Dellai sacrificherà un patrimonio di consensi. Non succederà subito, ma succederà.

"Hals und Beinbruch!"
;o)

P.S. a proposito, ho appena scoperto che quell'augurio è di origine yiddish ["hazlacha" = "Erfolg" + "beracha" = "Segen"].



inviato da PASQUALE il 24.12.2010 09:53
In pratica, secondo l'autore, siamo in difficoltà per colpa dei Ds, che hanno sempre preferito le scorciatoie alla via in salita della responsabilità e della costruzione del consenso attraverso le proposte. E il centrosinistra, oggi, eredita questo atteggiamento. In parte, aggiungo io, perchè sa che l'italiano è fondamentalmente un fesso che si accontenta di chi gli massaggia la pancia e gli dice quel che vuol sentirsi dire. In parte perchè il centrosinistra ha una visione ideologica della realtà e per questo è impossibilitato a sperimentare alternative alle solite e tradizionali ricette politiche.
inviato da Stefano Fait il 23.12.2010 15:16
"partito della nazione trentina" - "unico portavoce verso la cittadinanza, operosità in campo legislativo, freno alla visibilità personale, stop ai carrierismi di qualsiasi tipo".
Rimane dello spazio per il dissenso in questo esperimento, o le "derive minoritarie" sono screditate a prescindere?
L'esperimento dellaiano funzionerà finché ci saranno i soldi, poi la Lega mieterà successi anche qui, per due ragioni.
La Nuova DC che si va formando non ha alcuna chance di ripetere i fasti di un tempo. Sa di vecchio, di già sentito, di quella "cultura dominante" che ci ha portati alla crisi attuale. Si esporrà a massicci voti di protesta (e magari fossero solo quelli degli idealisti!), quando non sarà più in grado di garantire quanto promesso. E succederà...
Mi auguro che dai vari laboratori dell'autonomia esca qualcosa di meno stantio, altrimenti l'emorragia di voti del PD (e alleati) sarà inarrestabile, anche qui. La vecchia DC sapeva essere pragmatica, la nuova rischia di essere solamente cinica.
Lo sa Dellai, lo sa la dirigenza del PD, lo sanno molti elettori.
*****
Poi c'è il problema indicato da Carlo Andreotti in una sua lettera al Trentino di un paio di settimane fa (cf. archivio online):
"A prescindere dalla forte personalità di Dellai credo che le cause di questa sindrome vadano ricercate soprattutto nella legge elettorale del Trentino che attribuisce al Presidente eletto poteri che nessun altro capo di governo al mondo ha. Il Presidente della Provincia (non Dellai, ma chiunque esso sia) è il padrone assoluto del Trentino per cinque anni. Ha il potere di nomina e di revoca degli assessori. Se qualcuno osa contraddirlo può mandarlo a casa con un semplice tratto di penna e con lui mandare a casa anche chi ne ha preso il suo posto in Consiglio provinciale. Se viene sfiduciato il Presidente, è addirittura l'intero Consiglio provinciale ad andare automaticamente a casa. È il Presidente l'unico gestore delle ingenti risorse e degli enormi poteri che fanno capo al governo provinciale. In Giunta e in Consiglio (dato che l'opposizione non esiste) nessuno può contraddirlo, pena rimetterci la carriera politica.
In queste condizioni appare persino ovvia l'insorgenza di un certo servilismo politico da parte dei singoli e delle stesse forze politiche, non più attrezzate e strutturate come un tempo, ma a loro volta dipendenti dai singoli che si inchinano al Principe per lucrarne la grazia e le benemerenze pro futuro".
E' veramente nell'interesse di Dellai? E' veramente nell'interesse del Trentino? Il centro-sinistra trentino sarà sempre in grado di evitare che al potere vadano figure più "spregiudicate"?
Cito ancora Carlo Andreotti: "Con Dellai, tutto sommato, non ci è andata così male, ma se al prossimo turno dovesse venire eletto un Presidente con meno capacità politiche, più arrogante, meno equilibrato, meno "democristiano", o semplicemente non all'altezza? Con una legge elettorale come quella attuale, ci troveremo davvero nei guai. E guai grossi".
Che contributo innovativo volete dare alla storia d'Italia ed alla storia locale? Sulla base di quali premesse?
Mi piacerebbe che finalmente si entrasse nel merito.
P.S. La nostra Costituzione è realmente magnifica. Sicuramente una delle migliori e più equilibrate d'Europa e forse del mondo. Non mi sembra ci sia nulla di male nel ribadirlo.
inviato da Vincenzo Calì il 23.12.2010 15:07
Sul “Corriere” Ernesto Galli della Loggia scrive della crisi della sinistra e del suo tentativo fallimentare di uscirne seguendo la “narrazione” vendoliana. Pericolo, quello di sognare, che rischiamo di correre anche qui in Trentino, dove l’esperimento dellaiano, che avrebbe dovuto tenerci al riparo da derive minoritarie, non è stato ben compreso. Il partito democratico del Trentino è in affanno, urge un cambio deciso di rotta, pena la sua marginalizzazione. Di riforme abbiamo estremo bisogno e per cominciare ad impostarle ci vuole una costituente che si ponga come traguardo il superamento non in tempi biblici delle attuali anacronistiche compartimentazioni (partiti e partitini). Ci vuole concordia e condivisione di intenti: il nostro “partito della nazione trentina” deve veder convergere tutti nell’opera di salvaguardia delle forme di autogoverno fin qui conquistate e fare del Trentino un modello per altre realtà regionali più arretrate. Basta distinguo interni ai microgruppi del centrosinistra autonomista: unico portavoce verso la cittadinanza, operosità in campo legislativo, freno alla visibilità personale, stop ai carrierismi di qualsiasi tipo. Abbiamo un buon documento programmatico del Presidente della Giunta, concentriamoci sulla sua concretizzazione.
inviato da Piergiorgio Bortolotti il 22.12.2010 20:28
Da fuori e da lontano dalle dinamiche di palazzo, che conosco solo per sentito dire, mi pare che finché la preoccupazione principale dei partiti è quella di vincere quella che è considerata ormai da sempre la sfida contro gli avversari, difficilmente assisteremo a dei cambiamenti significativi nella politica italiana. Forse le forze progressiste, o di sinistra, come volete chiamarle, farebbero bene a preoccuparsi maggiormente di convincere, più che di vincere. Naturalmente questo presuppone avere delle idee in testa e degli obiettivi chiari da perseguire, che siano davvero alternativi a quanto offre l'attuale schieramento di forze al governo. Possibilmente anche un po' fuori dalle righe, rispetto alla cultura dominante.
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