Rapporto Sbilanciamoci! 2010
Uscire dalla crisi con un nuovo modello di sviluppo
Inventare il mondo. Una geografia della mondializzazione
di Jacques Lévy (Bruno Mondadori, 2010)
Mente e Bellezza. Arte, creatività e innovazione
di Ugo Morelli (Umberto Allemandi & C., Torino 2010)
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Il nuovo orizzonte del benessere
Anche il Trentino deve ricercare la sua
"terza via" superando, da un lato, la dittatura del PIL e, dall'altro, la
rassegnata accettazione di una mera decrescita. La prima strada, si è
dimostrato, non è comunque sufficiente a garantire stabilità, sostenibilità ed
equità, mentre la seconda trascinerebbe inevitabilmente con sé la coesione
sociale.
Anche per il Trentino, la cifra del tempo presente è l'incertezza. La "crisi" - termine entrato ormai come un mantra nel nostro lessico quotidiano - non era e non è di breve momento né di superficie.
Un ciclo si è chiuso: la crescita non potrà più essere fondata su un esasperato debito pubblico, sui consumi sfrenati, sul valore abnorme di attività finanziarie sempre più ardite e sull'immobiliare.
Nel frattempo, nuovi attori, sempre più aggressivi e potenti, si affacciano sulla scena globale, determinando progressivamente uno spostamento della leadership mondiale.
Secondo il compianto Edmondo Berselli, nel suo saggio "l'Economia giusta" (Einaudi editore) gli europei devono ormai accettare il fatto che saranno "più poveri".
Si tratta di una delle tante provocazioni, che ci richiamano a riflessioni profonde e riguardano, naturalmente, anche il nostro territorio.
Nessuna comunità può però accettare la prospettiva di un semplice peggioramento delle proprie condizioni di vita. Deve piuttosto far crescere l'idea di un nuovo orizzonte del "benessere".
Anche noi, dunque, dobbiamo ricercare la nostra "terza via" superando, da un lato, la dittatura del PIL e, dall'altro, la rassegnata accettazione di una mera decrescita (la prima strada, si è dimostrato, non è comunque sufficiente a garantire stabilità, sostenibilità ed equità, mentre la seconda trascinerebbe inevitabilmente con sé la coesione sociale).
"Meglio con meno", dunque. Ho ripreso questa espressione, rubata al collega Michele Nardelli, nell'ambito della relazione con la quale ho presentato al Consiglio Provinciale il bilancio 2011-2013. La scommessa riguarda un Trentino capace di valorizzare da un lato la sua Speciale Autonomia e dall'altro la sua "costituzione materiale" per costruire la sua "terza via". Quella di uno sviluppo fondato sui talenti materiali ed immateriali che il Trentino deve tirar fuori e mettere in gioco.
Abbiamo fatto e faremo investimenti enormi sul capitale umano, sociale, territoriale: è venuto ora il tempo, per tutti i soggetti pubblici e privati, di dedicarsi di più a tutto ciò che può trasformare questo capitale in vero e proprio "progresso", misurabile con tutti i nuovi indicatori economici e non. Indicatori che, oltretutto, ci siamo impegnati a studiare, anche a livello scientifico, in collaborazione con l'ISTAT e l'OCSE.
Naturalmente, questa prospettiva non può essere da nessuno interpretata come comodo alibi per difendere interessi parziali, privilegi, pigrizie. Il sistema, nelle sue parti pubbliche e in quelle private, deve accrescere la propria "produttività", anche mettendo in discussione equilibri e consolidate abitudini. Questo, nel nuovo scenario, ha la sua valenza anche etica: le pigrizie di oggi, infatti, le pagheranno, in termini di insicurezza e di precarietà, le nuove generazioni.
Sono molte le sfide che ci troviamo di fronte su questa strada. Tutte impegnative e, per molti aspetti, un po' nuove rispetto al percorso culturale che ha caratterizzato l'Autonomia trentina dal secondo Statuto in poi.
Le principali sono, però, due. E sono "trasversali".
La prima riguarda la "filiera della conoscenza". Abbiamo una buona scuola, una buona formazione, una buona università, una buona ricerca: dobbiamo costruire un "sistema" di formazione-ricerca-innovazione capace di essere tra i migliori in Europa.
La seconda riguarda la "filiera delle responsabilità". La partita richiede di superare corporativismi e attitudine alla delega, alla protesta fine a sé stessa, al terrore di qualsiasi cambiamento possa mettere in discussione lo status-quo. Risolta con le riforme degli anni scorsi la questione della "governance istituzionale", si pone oggi quella della "governance informale" del Trentino, che non richiede leggi o delibere ma il rafforzamento della "costituzione materiale".
Tutto questo non è materia per "addetti ai lavori": deve essere oggetto di passione civile e, Dio lo voglia, di attenzione da parte della politica.Pur essendo d’accordo con R.M. in merito al carattere parassitario di una parte della Chiesa che, di fatto, ha capovolto il messaggio evangelico delle Beatitudini, ossia l’essenza stessa del cristianesimo, sono più restio a dare la colpa unicamente ai politici: continuando ad andare a votare gli elettori rinnovano il mandato alla tanto vituperata classe politica. In una democrazia il non-voto consapevole è un voto. L’emorragia di voti persi dal PD (e da Berlusconi) a favore dei partiti minori è stata l’espressione di una presa di coscienza. Si poteva fare di più e la colpa è soprattutto dell’elettorato: ci si attende forse che il politico rinunci spontaneamente ad una gratificante carriera ed alla gestione del potere finché ottiene un numero sufficiente di voti?
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Mattia CELVA ribadisce la sua simpatia per le soluzioni privatiste. Io invece ribadisco la mia simpatia per le soluzioni di federalismo/delega/decentramento vere, quelle cioè che non tolgono ai comuni le risorse per poi accentrarle a livello provinciale e regionale, come accade nella aree leghiste e non solo. Una società responsabile è una comunità di cittadini liberi che hanno a cuore le sorti della propria comunità (e per questo si attivano, non perché lo Stato lo pretende da loro) ed i mezzi per occuparsene. È quel che intende Fabio PIPINATO?
In ogni caso la logica stessa del capitalismo, lungi dall’assistere la crescita organica di una comunità, la avvia alla sua frammentazione. La prima cosa che fecero i conquistadores per rafforzare la loro autorità sui nativi fu quella di eliminare le case comuni introducendo le unità abitative unifamiliari. Ogni capofamiglia doveva trovarsi solo al cospetto del potere, senza alcun corpo intermedio a perorarne la causa.
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Enrico ROSSI mi pare inquadri il concetto di “filiera della conoscenza” nella sua giusta dimensione, quella del cambio di paradigma e non della semplice valorizzazione delle competenze e di una temporanea dieta dimagrante. DELLAI non lo fa e forse non lo può fare (cf. PINTER). Io, non avendo alcuna responsabilità istituzionale, ci tengo a rimarcare che:
1. Il dollaro è da tempo gravemente malato e anche l’euro è seriamente acciaccato, con i PIIGS sistematicamente sotto assedio da parte degli avvoltoi delle agenzie di rating;
2. L’inflazione è in crescita quasi ovunque, non solo in Europa, ed è all’origine delle insurrezioni nordafricane (non è la libertà che vogliono, ma il pane) e del malumore balcanico, avvisaglie, a mio modo di vedere, di sommovimenti che interesseranno molto presto anche l’Europa;
3. Diversi osservatori istituzionali prevedono una crisi alimentare globale dovuta ai recenti disastri naturali (specialmente le alluvioni colossali) ed alle altre conseguenze del cambiamento climatico (un graduale riscaldamento planetario che potrebbe anche convertirsi in un rapido raffreddamento in alcune regioni del globo, incluso il Nord Europa);
4. Ho enucleato ed elencato gli altri nodi della questione in “Manifesti” su “Politica è Responsabilità”. Non mi ripeterò.
5. Per tutte queste ragioni prevedo un futuro molto fosco;
Stando così le cose, è difficile credere che la decrescita possa nuocere alla coesione sociale. È più probabile che, al contrario, senza una decrescita la coesione sociale verrà a mancare. Il benefico decremento della fertilità che si manifesta in tantissime parti del mondo (tranne quelle meno “modernizzate” ossia inquinate da conservanti, addensanti, coloranti, ecc.) andrà sostenuto da un’altrettanto indispensabile contrazione dei desideri. Non possiamo continuare a pensare di essere i padroni del nostro settore dell’universo e che tutto ci è dovuto. Mi domando se la neotenia sia al tempo stesso la chiave del nostro successo evolutivo ma anche la nostra spada di Damocle: dobbiamo cercare di uscire dalla regressione infantile del Noi come somma di egoismi e particolarismi (somma di tanti Io che si sentono altruisti e nel giusto quando sono in combutta tra loro per fottere gli Altri).
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Ugo MORELLI scrive: “È tempo che ci rendiamo conto dell’importanza di rivedere l’idea che abbiamo di noi stessi. Ciò è necessario per comprendere meglio il mondo intorno a noi, per capire dove siamo e dove stiamo andando”.
Senofonte scrive di Socrate: “Non gli premeva di rendere i suoi amici abili a parlare, ad agire e fronteggiare una situazione: riteneva che, prima, dovessero avere un retto sentire. Infatti, quanti, privi del retto sentire, erano in grado di far tutto ciò, riteneva fossero più ingiusti e più abili a compiere il male”.
Allora rilanciamo: perché non coinvolgere la società trentina in un esperimento sociale vero e non di pura cosmesi o piccolo cabotaggio? La società civile trentina è inerte, parassitaria verso la dirigenza politica ed intellettuale sia nei contributi sia nelle idee? Neppure in grado di fornire input costruttivi a chi la governa e di offrire argomentazioni a difesa delle sue prerogative autonomistiche, così inconsapevole della sua condizione da non rendersene neppure conto? In questo caso non sarà certo il dibattito sull’identità trentina a salvare l’autonomia.
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Dice bene Giorgio ANTONIACOMI: “forse la necessità, più che la virtù, che ci costringe a cambiare”. Non sono invece d’accordo con l’equivalenza che stabilisce tra miseria e sobrietà. La sobrietà, per me, è il fondamento della giustizia, che non può esistere se prima non si riesce a controllare “l’avido desiderio di avere sempre di più” (pleonexia). Diversamente, il necessario conflitto diventa solo un gioco al massacro che avvantaggia i privilegiati. Dunque, tra le virtù contadine (trentine) da recuperare ci dovrebbe essere prima di tutto proprio la sobrietà. Se la produzione della ricchezza chiamata in causa da ANTONIACOMI è funzionale al soddisfacimento di bisogni sempre crescenti – ed è questa la logica del capitalismo – allora siamo come criceti nella ruota o, meglio ancora, come lemming in corsa verso il baratro (N.B. la cosa dei lemming suicidi è un mito inventato dalla Disney!).
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Federico ZAPPINI premette una bella citazione di Panikkar che, immagino, dovrebbe servire a qualificare il suo rifiuto del “pantano delle ideologie e delle opposte tifoserie, della certezza delle proprie idee che spesso sfocia nell’arroganza, dell’incomunicabilità tra diversi, dell’atomizzazione sociale e del prevalere dell’interesse personale rispetto a quello generale”. Io, però, non mi stancherò mai di ripetere che la pretesa neutralità del pragmatismo/realismo politico è un’ideologia, una forma di partigianeria autoritaria estremamente tossica per ogni democrazia. Il rifiuto del conflitto tra valori fondanti è l’architrave di ogni dispotismo. Rimando agli scritti di Ugo MORELLI.
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Armando STEFANI, Roberto PINTER e Luciano MARTINELLO colgono in pieno lo spirito della sperimentazione che sarebbe (sarà?) necessaria anche in Trentino. O così o pomì, per dirla prosaicamente. Aggiungerei anche l’esperienza degli “urban gardens” di Detroit. Nel settore creditizio mi piacerebbe che si riapplicassero i principi delle banche islamiche (declinati in senso etico laico) o comunque si recuperassero quelli delle casse rurali delle origini.
Per volare alto bisogna saper spiccare il volo e per spiccare il volo bisogna non inciampare. Sono convinto che il problema vero si chiama responsabilità ed è giusto che sia associato al tema della conoscenza. Ora, poiché conosciamo tanto, anche se non tutti e non nello stesso modo, dobbiamo chiederci perchè non siamo altrettanto responsabili.
La parola "decrescita" spaventa da sempre Dellai e devo dire che chi ne sostiene le ragioni non è molto convincente quando prova a declinarla nel concreto, eppure è giusto indicarla come orizzonte. In che altro modo si può ora affrontare il problema dell'energia? Se non riducendo i consumi, e si può farlo aumentando gli investimenti e i consumi (sostenibili!) con la rivoluzione della green economy. In che altro modo si può affrontare il problema della mobilità se non con la decrescita dell'automobile? E quello dei rifiuti se non riducendone la produzione. Sono decrescite che non compromettono il benessere e anzi ne garantiscono un possibile futuro, ma Dellai fa ancora fatica a crederci, non perchè sia un consumista ma perchè, come peraltro gran parte della sinistra ritiene che se si vuole mantenere consenso e coesione sociale la locomotiva dello sviluppo non si possa fermare ma tuttalpiù correggerne la direzione.
Ma la responsabilità ci dovrebbe portare a diversi comportamenti, faccio degli esempi:
tutti sapevano che nascondere i rifiuti sotto terra non era una bella cosa ma la gente si è mobilitata solo quando si è parlato di inceneritore;
tutti pensano che dovremo fare meno strade e muoverci diversamente ma la gente si è mobilitata solo quando si è parlato di una nuova ferrovia;
tutti sanno che bisognerebbe consumare meno energia ma si continua a non investire sul risparmio energetico;
tutti sanno che il territorio non si può più consumare eppure si continua a ridurre le altezze delle nuove costruzioni e a proporre le casette unifamiliari.
Si annuncia basta nuove strade mentre si progetta la più costosa e inutile, che è il tunnel lungo per il BassoSarca e si progettano tutte le circonvallazioni possibili (talvolta anche necessarie sia chiaro);
si annuncia lo stop a nuovi impianti di risalita ma tanto tutti quelli che si volevano si stanno realizzando;
si era annunciato lo stop a nuove centrali ma intanto fioccano le richieste da parte degli enti locali.
E cambiando tema, nella responsabilità ci dovrebbe stare il fatto di essere sobri e di usare con prudenza le risorse pubbliche eppure la Patrimonio spa acquista a tutto spiano, cancellando ai privati ogni rischio di impresa, oppure ci dovrebbe stare una politica delle opere pubbliche più accorta ma si moltiplicano le infrastrutture più che utilizzarle meglio, es. centri congressi, teatri tenda, arredi urbani...
L'autonomia non può viaggiare oltre i propri mezzi e non lo dovrebbe fare nemmeno la cooperazione, ma lo ha fatto. Perchè la responsabilità latita, sia quella dei pubblici amministratori sia quella dei cittadini che fanno fatica ad immaginare di fare meglio con meno, perchè è fatica cambiare i propri consumi ed è fatica cambiare le politiche del consenso.
Allora caro presidente, so benissimo che il Trentino è fatto degli stessi cittadini che confermano ancora oggi il loro consenso a Berlusconi, e che dunque pensano al loro Pil, e so benissimo che il cambiamento va bene solo se non ci riguarda e che il corporativismo è duro da smantellare e che il merito immaginano sia il loro. Ma so anche che c'è tanta gente, spesso la più semplice, che fa la sua parte, che pensa al benessere reale, che mette a disposizione tempo e risorse per contribuire alla qualità sociale che con mille limiti ma ancora distingue questa terra. E ci sono giovani che potrebbero stupirci se osassimo avere più fiducia in loro magari riconoscendogli quella responsabilità che è l'unica ricetta per crescere.
La classe politica ha una grande responsabilità che non sempre pare disposta ad assumersela (vedo ad esempio la difficoltà con la quale anche i nostri legislatori attivano proposte di cambiamento), ma per vincere la sfida della nuova autonomia dobbiamo partire dalla coerenza dei comportamenti. Possiamo veramente fare meglio con meno,a patto che tutti possano essere protagonisti di questa sfida, ma allora non è che intanto si debba continuare a fare, rinviando scelte e cambiamento. Cominciamo con chiedere di più, a chi governa, agli amministratori locali, ai dipendenti pubblici, alle categorie economiche, ai cittadini e alle imprese, e in cambio diamo di più, responsabilità, partecipazione, riconoscimento dell'impegno civico e dei comportamenti virtuosi. Chiamiamo tutti a una generale riassunzione di responsabilità nei confronti di questa terra e della autonomia. Facciamo una politica responsabile.
Roberto Pinter
Occorre che i cittadini escano dal loro apparente torpore e disincanto nei confronti di ciò che sta accadendo, quasi vivessero dentro un videogame globale narcotizzante, quasi non ci sia più atto umano capace di produrre indignazione.
Occorre al contempo che il (reale) malessere venga incanalato dentro un progetto economico-politico; se ciò non avviene è facile immaginare che anche nella nostra civile Europa, come per le braci che non trovano sfogo, si produca l’effetto esplosione, che il disagio si trasformi in rivolta con danni irreparabili sul piano sociale e politico.
Spesso mi domando se davvero la politica non è in grado di capire che ci troviamo dentro un processo economico, di cui conosciamo solo l’inizio, che prevede inevitabilmente uno sconvolgimento dei rapporti di forza a livello mondiale.
Penso che la politica, almeno certa politica, sappia perfettamente cosa ci aspetta nei prossimi decenni ma che, non vedendo soluzioni presentabili al “popolo”, preferisca disconoscere la portata dei problemi ed operare nell’ottica di breve periodo, incapace di assumere decisioni impopolari di grande portata, per tentare di invertire la rotta.
La Politica è chiamata a prendere decisioni sagge e lungimiranti, tali da poter ancora sperare nel futuro, anche in quello dei nostri figli. Se il mondo in cui viviamo sta cambiando, deve cambiare anche lo sguardo con cui immaginare la possibilità della nostra convivenza. Occorre lavorare attorno ad una economia sociale che sappia coniugare efficienza e solidarietà, sviluppare collaborazione e partecipazione. Ciò richiede maggiore capacità di ascolto, maggiore efficienza e intelligenza sociale nel dare spazio all’immenso bisogno di fiducia delle persone che stanno attorno a noi e che ognuno di noi è chiamato ad espandere attraverso un comportamento socialmente coerente. In altri termini si tratta di organizzare l’altruismo, dentro una logica di economia civile, dove si possa fare leva sulla mobilitazione e sull’impegno delle capacità personali e sociali, dando vita ad un circuito virtuoso.
Porto un esempio: in America, dove 40 milioni di americani vivono sotto la soglia della povertà, dove per via della più acuta crisi economica si licenziano insegnanti, si chiudono ospedali, si eliminano linee del metrò e servizi di autobus, dove è impossibile aumentare ancora il deficit pubblico perché ha raggiunto il 10% del Pil, si stanno sperimentando dei grandi laboratori sociali dove impostare nuove filosofie di politica pubblica. In particolare a Indianapolis, nella metropoli più popolosa d´America (8,3 milioni di abitanti) ci si è dati una sfida straordinaria: spendere meno e avere un ambiente più pulito, scuole migliori, trasporti che funzionano. Goldsmith, sindaco di Indianapolis, si è conquistato una fama nazionale realizzando un exploit. Ha ridotto le tasse locali per ben quattro volte ed è riuscito a investire 1,2 miliardi nel miglioramento delle infrastrutture, chiamando in causa proprio una nuova figura di imprenditore sociale: un essere che sfugge alle categorie tradizionali e che si colloca all´incrocio tra volontariato, spirito d´impresa, efficientismo manageriale, spesso in una zona mista tra pubblico e privato. A Indianapolis è iniziato l´esperimento delle “Communities in Schools”. E´ un programma simile a un dopo-scuola: affianca degli istruttori ai ragazzi che hanno ritardi di rendimento scolastico. Tra i giovani neri, per esempio, solo il 33% arriva al diploma di maturità. I maschi neri che lasciano la scuola senza finire la secondaria superiore hanno il 60% di probabilità di finire prima o poi in un carcere. Ora “Communities in Schools” mobilita 50.000 volontari in tutta l´America, che forniscono tre milioni di ore di ripetizioni gratuite. Per il 75% degli studenti si registra a breve scadenza un miglioramento dei voti e un aumento delle promozioni.
Il 9 di gennaio il direttore di “Repubblica” Eugenio Scalari dopo una spietata analisi contemporanea aggiungeva: “…. quando tutto questo avviene e si aggrava giorno dopo giorno senza che la classe dirigente se ne dia carico e vi ponga riparo, ebbene, occorre che l’allarme sia lanciato affinché gli uomini e le donne, i vecchi e i giovani di buona volontà si uniscano scrollando dalle loro spalle indifferenza e delusione e prendano in mano il proprio destino e quello della comunità, parlino tra loro e si ascoltino. Per risalire la china in cui siamo precipitati abbiamo bisogno gli uni degli altri se vogliamo che qualcosa vada a buon fine”.
- Raimon Panikkar -
Trovo molto interessanti gli spunti che il Presidente Dellai lancia nel suo articolo perché con la parola benessere – spesso erroneamente associata all’idea di un privilegio di pochi invece che ad una garanzia per tutti – viene a galla una serie di altri concetti che hanno grande centralità nel tentativo di superamento di una crisi che da subito si è distinta per essere crisi di sistema, una crisi che attacca l’economia reale e l’intera struttura sociale andando ad impattare frontalmente anche sulla tenuta delle nostre stesse comunità. Possiamo parlare a tutti gli effetti di una crisi di trasformazione che pone fine ad un’era. Sta noi adesso capire se possediamo il coraggio e la necessaria spinta innovativa per provare a dare forma ad un nuovo modello economico, politico, sociale e culturale. Partendo da alcuni concetti che possano diventare pilastri di una nuova narrazione collettiva che ci aiuti ad uscire dalle sabbie mobili di questo tempo.
Da tempo ormai si parla di una società che ha paura di affrontare il proprio futuro - perché incerto e tutt’altro che attraente - di giovani generazioni il cui futuro non è garantito (molto bello sull’argomento il libro “L’epoca delle passioni tristi”, edito Feltrinelli), di futuro messo in dubbio dall’accumulo degli errori degli ultimi decenni. Una comunità che non riesce ad immaginarsi tra dieci, trenta, cinquanta anni è destinata all’involuzione e ad una più o meno lenta morte. Una comunità che non sa affrontare le sfide del presente per porre le basi di un suo futuro “esistere bene” – da qui prende origine la parola benessere – non ha possibilità di invertire la rotta che abbiamo capito essere sbagliata.
E allora la parola futuro deve ovviamente accompagnarsi con la discussione che il Presidente Dellai apre rispetto alla formazione e non può fare a meno di affrontare grandi temi che rappresentano l’ architrave della nostra società: il lavoro (sapendo interpretare lo sguardo sia del lavoratore che dell’imprenditore) e il walfere (il reddito, il sistema previdenziale e la garanzia del “benessere sociale”), un’attenzione ambientale che sappia coniugare necessità produttive e tutela del territorio, l’immigrazione e la riscoperta del concetto di comunità anche nei confronti dei nuovi cittadini, la messa a verifica della capacità dell’Autonomia trentina di essere laboratorio di sperimentazione politica e sociale con uno sguardo al mondo e non un fortino che alza sui propri confini barriere di difesa, in un clima di separatezza nei confronti dell’Italia, dell’Europa e del Mediterraneo.
Fa bene il Presidente Dellai a fare chiaro riferimento alla responsabilità di tutti e nell’impossibilità che questa nuova fase costituente sia argomento per “addetti ai lavori”. C’è bisogno di un protagonismo sociale di ogni singolo cittadino che sappia coniugarsi con un ruolo importante della Provincia Autonoma di Trento e degli altri attori della vita della comunità (dalle nuove Comunità di Valle alle parrocchie presenti sul territorio, dal sindacato e alle associazioni di categoria, e tanti altri ancora). Tutti dovrebbero possedere l’umiltà di confessare qualche errore passato e avere ben chiaro che stanno scegliendo la strada più tortuosa ma di sicuro anche quella più affascinante: quella del cambiamento. Una strada piena di insidie, costellata di contrasti e di difficoltà nel tentativo di inserire in un nuovo patto costituente una serie di valori comuni che siano fondamenta di quella che il Presidente Dellai definisce la “terza via”.
Per fare questo non c’è altra scelta se non quella di trovare forme di condivisione e cooperazione nuove da sperimentare, e che coinvolgano il maggior numero di persone e attori sociali possibili. Non è infatti possibile pensare che un nuovo modello di società venga scritto – come successo in passato – da pochi e senza fare della partecipazione orizzontale alle decisioni il nodo centrale e non evadibile. Sarebbe un tragico e fatale errore.
E’ ovvio che in tutto questo va rimesso profondamente in discussione il ruolo della politica, mai come in questo momento incapace di rendere partecipi i cittadini alle scelte e distante dalla possibilità di essere animatrice delle trasformazioni della realtà. E allo stesso tempo va riempito di nuovi significati il termine “partecipazione”, troppe volte utilizzato a sproposito e di fatto mai trasformato in un reale modo di prendere decisioni o condividere progetti che riguardano la collettività.
Mi chiedo – e lo chiedo al Presidente Dellai, che parla “di superare corporativismi e attitudine alla delega, alla protesta fine a sé stessa, al terrore di qualsiasi cambiamento possa mettere in discussione lo status-quo” - quali possono essere gli ingredienti della ricetta che faccia uscire la nostra società (quella trentina così come quella di ogni altro territorio del globo) dal pantano delle ideologie e delle opposte tifoserie, della certezza delle proprie idee che spesso sfocia nell’arroganza, dell’incomunicabilità tra diversi, dell’atomizzazione sociale e del prevalere dell’interesse personale rispetto a quello generale? E ancora come ridare alla politica – intesa come l’insieme delle persone e delle iniziative che tentano di immaginare il futuro di una comunità - la credibilità necessaria per essere produttrice di sintesi e mediazioni nell’ottica di un bene comune collettivo da realizzare? Domande che a mio modo di vedere necessitano di riflessione attenta e non di risposte lineari e semplificate.
La mia riflessione non entra nello specifico di quelle che sono le caratteristiche di una via alternativa “da un lato alla dittatura del PIL e, dall'altro, alla rassegnata accettazione di una mera decrescita”, ma prova a suggerire gli strumenti indispensabili per pensarla. Non ho le competenze tecniche per dire con certezza che strada imboccare, ma sono assolutamente convinto che se davvero si vuole “far crescere l'idea di un nuovo orizzonte del "benessere"” si debba guardare con interesse ma non nostalgia al passato; osservare, studiare e vivere il presente senza filtri ideologici e costruire con fatica e curiosità il futuro.
Le due sfide delle quali parla il presidente Dellai - conoscenza e responsabilità - appartengono a piani diversi: la prima al piano delle politiche, la seconda a quello delle convinzioni profonde. E’ vero: non hanno alternative. Investire in formazione significa fare l’unica “assicurazione sulla vita” che può darci qualche chance in un momento nel quale, da qualche parte, si vorrebbero ripristinare i tradizionali strumenti di tutela e di protezione. E solo un atteggiamento responsabile ci può mettere in connessione con un presente interpretato in maniera non predatoria e con un futuro che non arrivi per decorrenza dei termini. “Causa mancanza di interesse, è stato scritto, il domani è stato cancellato…”.
Nessuna delle due sfide fa parte ancora pienamente del nostro repertorio. E’ vero che c’è una grande tradizione solidaristica, ma come ogni tradizione va rinnovata e attualizzata. Eppoi dobbiamo pur dirci, una buona volta, che essere responsabili significa anche accettare che una corretta ed equa redistribuzione della ricchezza ha come presupposto la produzione stessa della ricchezza. E’ vero che si è investito molto sulla filiera della formazione, ma forse con un disegno “dall’alto”, che ha guardato più alle riforme “fredde” (della scuola, dell’università), all’adeguamento degli ordinamenti, che non al tentativo di sperimentare, dal basso, modi diversi di apprendere e di insegnare. Di valorizzare il merito. Non credo cambierà molto nel settore della formazione finché non si sostituirà alla centralità dell’offerta (della quale la Scuola non ha nemmeno più il monopolio) la centralità della domanda. Altrimenti - e anche questo dobbiamo dircelo - la riforma “per davvero” se la faranno da sole le famiglie e, a questo punto, si riprodurranno dislivelli semplicemente inaccettabili nell’accesso alle opportunità e la Scuola finirà di essere un fattore di mobilità sociale ascendente.
Alle suggestioni del presidente Dellai aggiungerei una terza sfida: la sfida del rischio. Il rischio, nella nostra cultura, viene socializzato. Non per caso nasce qui la straordinaria vicenda della cooperazione. Ma credo che un’assunzione di responsabilità debba prendere in considerazione la possibilità di rinunciare a qualche garanzia e di mettersi in discussione. Accettando che, come in ogni gioco, si possa vincere o perdere.
La prima riguarda le priorità: la conoscenza, il paesaggio e la tecnologia sembrano,ad ogni analisi, le componenti di una priorità per un modello di sviluppo appropriato. La prima affronta la questione dell’emancipazione necessaria, la seconda pone al centro la risorsa principale del Trentino se intesa come spazio di vivibilità evoluta per i residenti e gli ospiti, la terza può consentire leggerezza a un nuovo modello di sviluppo e ad un nuovo “orizzonte del benessere”.
La seconda condizione riguarda la rilevanza di una svolta: declinare l’intervento pubblico dell’autonomia verso un “welfare delle opportunità” che superi effettivamente l’assistenzialismo distributivo. Si tratta in ogni campo di porre al centro responsabilmente il rapporto capacità – opportunità e fare in modo che in ogni campo, dall’economia, alla formazione, alla ricerca, alla cultura, i meriti siano al centro delle scelte e delle priorità nell’uso delle risorse, al fine di favorire l’impegno responsabile a metterci del proprio, la crescita delle competenze e la giustizia sociale. Allenarsi ad una nuova cultura della responsabilità vuol dire connettere meriti e giustizia sociale. Don Milani diceva che non c’è niente di più ingiusto che trattare come uguali i diversi.
ugo morelli
E allora ben vengano le aperture del Trentino al suo esterno. I Festival dell'Economia, il rinnovo delle direttrici di comunicazione, gli arredi urbani, i grandi musei e via discorrendo, non sono solo immagine. Possono essere e - se sapremo cogliere meglio queste occasioni - saranno, apportatori di linfa e idee nuove da innestare in una tradizione solida ma bisognosa di profondo rinnovamento. C'è della lungimiranza nella proposta di un nuovo orizzonte del benessere, che viene proprio da chi ha contribuito a consolidare quello più tradizionale, di benessere. Così come appare lungimirante la scelta di puntare sulla cultura - la "filiera della conoscenza" - che può dare prospettiva, orizzonte appunto, il desiderio di un domani. È la cultura che ha sempre sempre affiancato, accompagnato e attraversato tutti i progressi dell'umanità. E a mio modo di vedere, è solo attraverso di essa che sarà possibile un nuovo coinvolgimento sulle scelte che riguardano i nostri possibili modi di vivere un domani. Sono mutamenti culturali, questi di cui stiamo ragionando.
Sapremo noi cittadini comprendere l'importanza reale della posta in gioco? Riuscirà la politica a trovare le ragioni fondanti per tutto questo e a farsi capire?
Mi auguro di sbagliarmi, se fosse vero sarei il primo a ricredermi ed a essere contento di essermi sbagliato
D'altra parte, non si tratta altro che della presa di coscienza di un processo in atto da tempo e che i ritmi della globalizzazione hanno favorito. Il mondo fa i conti con una sempre maggiore complessità, ed è una complessità che fonda le proprie radici proprio nei rapporti interprivati: si registra un progressivo (e già enorme) sviluppo dei rapporti commerciali, delle fonti di informazione, dell'evoluzione tecnologica a disposizione delle imprese, sempre più importanti per ruolo e dimensioni. Per questo, mantenendo il discorso nel binomio «pubblico»/«privato», molti giuristi mettono in guardia circa un'inevitabile compressione della sfera del diritto pubblico in favore del diritto civile.
Che ruolo rimarrebbe, dunque, alla parte pubblica? Le scuole si dividono, allorché si chieda di definire nella sostanza il significato da dare al «governo» di questa complessità. Da un lato, si sostiene che questo «governo» dovrebbe «normare» il più possibile il quadro in cui i soggetti privati si inseriscono ed agiscono; dall'altro, si sostiene che lo Stato (operatore «pubblico» per eccellenza), nelle sue varie articolazioni, dovrebbe astenersi dal tentare di regolamentare l'attività privata più di quanto strettamente necessario. La prima impostazione è tipica nella storia del nostro Paese, e discende forse dalla tradizione centralista che ne innerva l'assetto politico-istituzionale; e costituisce anche il problema cui ho accennato sopra parlando della sussidiarietà orizzontale. La seconda impostazione è quella che, personalmente, guardo con maggiore favore: questo perché penso sia l'approccio più efficace. Di fronte al nostro abnorme debito pubblico (mentre scrivo, secondo i dati elaborati dall'Istituto Bruno Leoni, ammonta a circa 1.876.849.202.260 euro), ormai insostenibile, ed alle incrostazioni corporative («interessi parziali, privilegi, pigrizie») che bloccano lo sviluppo italiano – entrambi giustamente denunciati dall'Autore dell'articolo – credo, per mia impostazione, che la cura migliore consista in un incremento di competitività, la quale può conseguirsi solo con maggiore concorrenza, che a sua volta deve essere sì regolamentata (non sono un sostenitore della preminenza del mercato sopra ogni altra istituzione, pur riconoscendogli un ruolo determinante), ma non soffocata da una «normazione» troppo stringente. Naturalmente, nel discorso sulla competitività si inserisce a pieno titolo la sfida, ben delineata, della «filiera della conoscenza», che deve puntare a competere, appunto, a livello europeo.
L'altra sfida, quella indicata come «filiera delle responsabilità», è nondimeno importantissima. D'altronde, richiamandomi almeno in parte all'analisi economica del diritto (se non più banalmente al buon senso), non posso che partire dal presupposto che il rapporto tra elettori ed eletti, tra cittadini ed istituzioni e tra cittadini stessi, debba essere incardinato proprio sul concetto, bidirezionale, di responsabilità. Responsabilità degli eletti nei confronti dei propri elettori e della collettività, responsabilità dei cittadini verso la collettività medesima. Si sente il bisogno, si dice, del rafforzamento della «costituzione materiale»: sono profondamente convinto che questo disegno, se non sia completamente ascrivibile alla politica, possa tuttavia essere incoraggiato dalla politica stessa, mediante i partiti politici. Per questo generalmente non vedo di buon occhio le iniziative di segno contrario messe in atto da alcuni partiti: credo che se questi, invece di delegare ad altri, all'elettorato (spesso, per di più, una minima parte di quello effettivo), scelte che non gli competono, cercassero piuttosto di recuperare l'autorevolezza che continuano a perdere, il circuito delle responsabilità ne potrebbe trarre solo giovamento. In entrambe le direzioni.
Se abbiamo da anni gli stessi individui a rappresentarci e governarci, anche con doti indubbie e capacità provata, non possiamo che vivere in stallo, sperando che territorialmente si galleggi allegramente anche con la crisi in atto e sopratutto, sperando che nessuno si avvicini con uno spillone a sgonfiare la nostra "felice leggerezza dell'essere".
Lo scollamento tra politica e cittadini è da addebitare unicamente alla classe politica popolata dalle stesse personalità con le secolari ingerenze vaticane che drenano ingenti risorse altrimenti meglio indirizzabili.
Quanto al contenuto dell'articolo, concordo su tutto. Aggiungo che a livello nazionale ed europeo un buon passo avanti sarebbe riarticolare il sistema di tassazione, che oggi incide eccessivamente sul lavoro (dipendente in primis). Visto che la finanza è anche alla radice dell'ultima devastante crisi, che ha colpito ora anche le economie pubbliche, una bella tassazione (anche lo 0,5% come si propone) delle transazioni finanziarie sarebbe l'ideale e eviterebbe molte sgradite finanziarie.
Intervento del presidente della Provincia Autonoma di Trento reso al Consiglio provinciale
in occasione dell'illustrazione della manovra finanziaria 2011-2013
di Lorenzo Dellai (Trento, 10 dicembre 2010)
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