Smart Cities
A Smart City is a city well performing in 6 characteristics, built on the ‘smart' combination of endowments and activities of self-decisive, independent and aware citizens.
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Società di design specializzata nel risolvere problemi di innovazione tecnologica.
L’assedio del presente: sulla rivoluzione culturale in corso
Claudio Giunta (Il Mulino, 2008)
Nello specchio del passato: le radici storiche dei moderni concetti di pace, economia, sviluppo, linguaggio, salute, educazione
Ivan Illich (Boroli Editore, 2005)
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Enzo Rullani (Carocci, 2004)
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Storia del futuro
"Propongo di mettere a tema una
suggestione e di promuovere un dibattito che, politicamente, vuol essere
"inattuale". Il tema è questo: quale sarà il Trentino del 2040? Cioè il
Trentino che ci sarà, forse, auspicabilmente o purtroppo, fra trent'anni?"
Parlare di Storia del futuro sembra, semplicemente, un non-senso. Ma Storia è anche, alla lettera, racconto. Parlare di storia del futuro vuol dire ritrovare il valore, forse l'urgenza, del produrre narrazioni. Di raccontare a noi stessi chi siamo (esplorando quel concetto denso di equivoci e irriducibilmente plurale che è quello di identità), ma anche chi vogliamo diventare. Vuol dire rinunciare a formulare previsioni, ma analizzare tendenze e prefigurare scenari. Vuol dire preparare il nostro domani, esorcizzando paure e riappropriandoci del valore provocatorio e paradossale dell'utopia. Vuol dire assumere uno sguardo critico, o almeno consapevole, nei confronti della prevalente superficialità del mondo nel quale ci è dato vivere e in quella dittatura del presente nella quale "consumiamo" immagini, suoni, sensazioni, emozioni, informazioni. Viviamo in un divenire al quale dovremmo accostarci con un supplemento di pensiero e, forse, di anima. "Due to lack of interest - è stato scritto - tomorrow has been cancelled".
Dobbiamo evitare un pericolo e un malinteso: quello di arrivare al domani "per decorrenza dei termini"; per questo, è importante reinserire la riflessione sul futuro in una prospettiva storica, per quanto inedita e, per certi versi, paradossale. Non guardiamo al passato per celebrarlo o per nascondere un'incapacità di dare senso al presente, ma per cogliere le sue potenzialità ancora inespresse. Non rincorriamo le promesse vane del presente. Come dicevano Adorno e Horkheimer, non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze. Per questo stesso motivo, guardiamo al futuro con l'intenzione di rappresentarlo e, per quanto possibile, di farlo accadere.
E la politica, in questo contesto, che cosa fa? Sappiamo che cosa dovrebbe fare: dare risposte alle domande collettive e guidare la società verso il futuro. Forse, in parte, la politica di oggi è distratta da altre priorità e dalla ricerca di un'immediata redditività delle proprie azioni.
Propongo dunque di mettere a tema una suggestione e di promuovere su questo sito un dibattito che, politicamente, vuol essere "inattuale".Il tema è questo: quale sarà il Trentino del 2040? Cioè il Trentino che ci sarà, forse, auspicabilmente o purtroppo, fra trent'anni? Senza suggerire ulteriori specificazioni oltre a queste suggestioni e senza particolari vincoli.
Il racconto dovrebbe scaturire da una "commistione" di apporti parziali, frutto di opinioni, saperi e sensibilità plurali, e proverà a mettere a confronto (cercando di fare sintesi) le prefigurazioni dei partecipanti al dibattito, per vedere quali siano le distanze, ma anche le convergenze, attorno ad un nucleo di significato (il futuro) a oggi indeterminato. Come dice Joan Busquets, che si è occupato del futuro di Trento, se il passato ha una propria forma, peculiare e irripetibile, il futuro no: siamo noi a dovergliela dare.
L'angolo di metropoli in cui vivo, mi fa pensare a quanto questa città che ambisce a diventare una concessionaria di appartamenti sia, in fondo, il futuro dei tempi andati. Il mio racconto del futuro parte da una scomparsa e include un tentativo di riscatto.
Nutro una cordiale disaffezione per l’immagine di un Trentino sereno e florido, unito da solide relazioni economiche e politiche nel quadro dell’euroregione delle Alpi, centro di cooperazione internazionale e di incontro tra culture. Certamente, le aspirazioni del Trentino di oggi (quello che vuol essere centro di eccellenza nell’economia della conoscenza, nei servizi alla cittadinanza, nella qualità urbana) sembrano più che mai a portata di mano. Ma non sono perenni. Anzi, potrebbero non superare il volgere di un quinquennio. In primo luogo, le risorse su cui il Trentino fonda la propria fortuna sono per natura fragili. E le stiamo forzando oltre il limite. Ci si chiede, ad esempio: qual è il senso di vere e proprie "stagioni balneari" in alta montagna? Se le tradizioni consociative sono una risorsa del Trentino, possono sopravvivere senza una autentica volontà di rinnovamento? Il sogno si romperà bruscamente se la ricchezza del Trentino continuerà ad essere soprattutto ricchezza materiale e se verrà da fuori e non da dentro. Potranno verificarsi delle cadute. Questi gli scenari di una non impossibile apocalisse.
La prima caduta è quella indotta da quell’evento esterno e consiste nella dissoluzione delle tradizionali fonti di benessere come presupposto fondamentale del welfare pubblico.
Seconda caduta: la povertà crea confini e divisioni, anzi li rinsalda, perché i confini non sono stati abbattuti in questi cinquant'anni con la solidarietà e il dialogo interculturale, ma solamente col denaro. Il Trentino (più ancora il Sudtirolo) è attrezzato nell'accoglienza remunerativa (il turismo), ma molti, troppi, mal sopportano dover stare più stretti e più scomodi.
Terza caduta: un ritorno alla povertà, per certi versi “più povera” di quella del passato. Perché, oltre ai problemi strettamente legati al lavoro e al risparmio, ci si confronterà anche con un ambiente naturale compromesso e si avvertirà comunque il senso dell’incertezza e della perdita.
C'è, infine, una quarta caduta: la perdita della riflessività. Il terzo decennio rischia di consegnare all’età adulta un generazione educata alla distrazione, limitata nella sua capacità di esprimersi e di farsi domande.
Il Trentino del 2040 è un territorio che arranca a fatica dietro al sogno di recuperare un’epoca d’oro (la nostra, di oggi) dai tratti mitici ormai smarriti per sempre. Potrà cercare salvezza in una rifondazione etica di cittadini, di individui diversi per provenienza, appartenenza e affiliazione, che si riconoscono concretamente come comunità in uno spazio vissuto. Potrà cercare riscatto nella capacità di conservare le proprie risorse peculiari e non riproducibili e nel proiettarle verso una visione distante dalla nostalgia e dal rimpianto e, nello stesso tempo, dall’omologazione.
Tuttavia, quando il futuro è immaginato per un territorio o per una città le cose devono necessariamente farsi anche concrete. Perché l’arco trentennale è quello della pianificazione. In fondo il Trentino che stiamo vivendo ora è – nel bene e nel male – il Trentino immaginato dal politico democristiano Bruno Kessler e dall’architetto comunista Giuseppe Samonà con il Piano urbanistico provinciale del 1967. Certo alcune cose non erano immaginabili allora. Ma molto spesso basta intuire il senso di una direzione. Non serve prevedere i dettagli come in una sfera magica. Basta intercettare l’energia del tempo. Ed eccoci oggi in un Trentino che ha saputo emanciparsi da una condizione di povertà economica e di marginalità culturale che ne aveva sempre (o quasi) contraddistinto la Storia.
Il Trentino del 2041, allora, lo possiamo immaginare con alcune intuizioni di Samonà rilette con le informazioni di cui godiamo oggi. Il futuro sarà in periferia, nelle valli. Dove si tornerà a vivere per la qualità del paesaggio circostante e per i servizi offerti. Immagino delle connessioni veloci in grado di legare tra loro i diversi territori diversi in tempi brevi. Immagino delle attività lavorative sempre meno concentrate e sempre più prossime ai luoghi di residenza. Vedo una comunità trentina radicalmente cambiata ma in grado di fare una sintesi tra un passato a volte un po’ ingombrante e una modernità senza la quale non è possibile vivere la società globale. E che saprà valorizzare l’intorno naturale non solo come una risorsa economica da vendere, ma come un bene prezioso da preservare.
Non lo so se sarà anche una società più giusta. Me lo auguro. Ma vedo, con preoccupazione, che l’arrivo della “modernità” acuisce le distanze tra chi è in grado di reggere il passo e chi non ce la fa, o programmaticamente, vi rinunzia. Ecco allora quale può essere la sfida della «politica responsabile» in questo passaggio epocale: tendere la mano a chi ha il passo più lento. Aiutare chi non ha la possibilità di camminare alla giusta velocità. Piegare le pressioni del mercato alla maturità della società intesa nella sua totalità. Perché sarebbe triste arrivare nel futuro e scoprire che siamo in pochi e che il mondo è ancora da un’altra parte. Perché sono convinto che avremo vinto la sfida non solo se lasceremo ai nostri figli e nipoti una società e un territorio più efficienti, ecologici, globalizzati. Ma se riusciremo a rendere più giusto se non tutto il mondo, almeno questo fazzoletto di terra che è il Trentino.
I concetti-chiave suggeriti da Calì fanno parte del suo repertorio d.o.c., ma senza pagare pedaggio alla nostalgia: il futuro, sembra dirci Vincenzo, è custodito nella nostra tradizione migliore: parlare di euroregione alpina vuol dire parlare di un federalismo la cui matrice ottocentesca è attuale e inattuata; vuol dire ritrovarne i fondamenti laici e liberali, declinandoli in chiave ecologica; vuo dire non declinare l’autonomia in chiave difensiva e inerziale; vuol dire - afferma lo studioso militante - storicizzare il passato: perchè storicizzarlo non vuol dire affrontarlo in termini astratti, ma non farsene travolgere.
Stefano Fait mi ricorda certe parole profetiche di Fridl Volgger: dobbiamo ricordare che al di là delle nostre montagne, diceva una volta, c'è il resto del mondo. La crisi ecologica, economica, politica globale non è estranea ai nostri destini: perché, come vediamo, non é cosa diversa dalla crisi in atto nei nostri modelli di convivenza, segnati dal rancore, da tendenze alla separatezza, dalla crescente precarietà delle vicende individuali e collettive.
Renzo Fracalossi si esprime sulle corde che sente più profonde. Ci richiama all'imbarazzante constatazione della colonizzazione del presente, che deforma o rimuove il passato e abolisce il futuro. Convivono in questa faticosa contemporaneità tendenze dissonanti: quella del passato come nostalgia e folclore (che qualche volta viene confusa con quel concetto plurale e difficile che è quello di identità) e quella di un comportamento adattivo ed opportunista al presente. Ci ricorda Fukuyama, il quale aveva forse visto giusto quando parlava di fine della storia: non nel senso che intendeva lui (quello della realizzazione compiuta dell'idea liberale a scala planetaria), ma nel senso della perdita della prospettiva storica, che dobbiamo contrastare con uno sguardo lungo, dice Renzo, cioè con un’attitudine anticipatoria, ritrovando la capacità di produrre narrazioni in luogo di frammenti di senso.
Tony De Carli ci propone un’idea coraggiosa: un orientamento ambientale radicale, ma esente da dogmi e libero da tabu. Un format come Politica responsabile può permettersi di ospitare posizioni inconciliabili, può farle incontrare e dare loro cittadinanza. Contiene e coltiva il lievito della laicità, del pensiero critico e del rispetto per le differenze.
Tutti questi contributi suggeriscono una visione: non hanno parlato di urbanistica, di trasporti, di nuove tecnologie, ma di scenari attesi. Credo che anche questo sia un valore sostanziale: il tentativo, in un mondo malato di specialismi, sul quale si rovesciano quantità non metabolizzabili di dati e di informazioni, di ritrovare la capacità di riflettere su di sé e di cercare il senso delle cose; la capacità di farsi le domande. La scienza, diceva Einstein, ci darà tutte le risposte, ma non potrà mai farci le domande. Al centro di questa visione, se posso rilanciare qualche stimolo, vedrei alcune (poche) tracce o, se posso drammatizzare appena un poco, alcune emergenze: l’emergenza formativa; l’emergenza ambientale; l’emergenza sociale; l’emergenza etica.
Qualche idea?
Quest’idea di ragionare sul futuro è davvero bella e "Politica è responsabilità" è un ottimo veicolo di idee. Penso che sarebbe utile agganciarlo ad un progetto multimediale di più ampio respiro, che coinvolgesse le circoscrizioni e le vallate. Uno dei temi potrebbe proprio essere: che Trentino vogliamo lasciare ai nostri figli, nel 2040?
Mi preme molto la questione sul tavolo perché, per fare un esempio, nel corso dei miei studi sull'Alto Adige mi sono imbattuto nell'allarmante dato che, localmente, la disponibilità al ricorso alla violenza fisica e psicologica è in marcatissima (preoccupante) ascesa tra i più giovani e tra i meno giovani, negli ultimi anni (non solo tra i maschi). Contemporaneamente, è in netta decrescita la tolleranza nei confronti dei diversi (inclusi gli immigrati). Il che immagino possa in parte spiegare la recente litigiosità, la crescita elettorale delle destre etno-populiste e certe esternazioni filo-fasciste nella provincia limitrofa. Se amministrassi una provincia che registra quei valori non dormirei sonni tranquillissimi e soppeserei bene le parole che uso.
Mi/vi chiedo: esistono dati affidabili in materia per il Trentino?
Se questa fosse una tendenza emergente anche qui dovremmo stabilire certe priorità, per i prossimi anni, se vogliamo realizzare i nostri sogni riguardo ad un certo Trentino del 2040 (che mi sembrano ampiamente condivisibili).
Più concretamente, sarebbe opportuno occuparsi di fare in modo che la società civile (ed in particolar modo i giovani) divenga più partecipe nelle decisioni collettive, in modo da dare sfogo a queste pulsioni.
Più in generale, è lecito attendersi che i percorsi di sviluppo di questa terra e di questa società siano concordati in misura più ampia, superando l'attuale, imbarazzante, passività della cittadinanza.
Per come lo vedo io, idealmente, il Trentino del 2040 dovrebbe essere un luogo in cui, tanto per cominciare, si realizzi quotidianamente l’aforisma del pedagogo brasiliano Paulo Freire (1921 – 1997): “Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini/donne si educano insieme, con la mediazione del mondo”. Penso che in questo modo gli inevitabili e speriamo sani conflitti che ci attendono sarebbero gestiti al meglio.
Credo che, visti i tempi, sia una necessità, se vogliamo salvaguardare per le future generazioni quel che di buono/grande è stato creato da chi è venuto prima di noi e che si sta facendo in questi anni.
Perché, allora, non usare “Politica e responsabilità” come piattaforma per un vasto programma di sensibilizzazione, ma anche e soprattutto di definizione delle risposte da dare alle inquietudini di tutti noi (risposte che vanno elaborate assieme, in mezzo alla società civile)?
Non sto parlando solo di realizzazioni urbanistiche-logistiche-artistiche-tecnologiche, ecc. Sto proprio parlando di sentire cosa hanno da dire le persone, come facciamo qui, ma su più ampia scala, trasversalmente (in questa sede mi pare che diversi segmenti della popolazione siano sottorappresentati o non rappresentati per nulla).
In modo da creare un senso di coinvolgimento in un’impresa comune. In modo, soprattutto, da dare speranza a chi l’ha persa. Ogni società ha bisogno di un capitale minimo di speranza, ha bisogno di credere che quella fatidica data del 2040 possa portare con sé qualcosa di meglio: “Meglio con meno”, si diceva. Quando in una società si scende sotto quella soglia, può succedere di tutto: è precisamente quel che sta succedendo in quei paesi che ho elencato precedentemente e che non vogliamo accada qui.
In questi mesi abbiamo visto quante competenze sono emerse, tanti punti di vista diversi che, assieme, aiutano a farci comprendere meglio la realtà. Non sarebbe uno sviluppo naturale quello di ufficializzare questo scambio di idee, estendendolo, in modo da gettare le basi per quel Trentino nel 2040 che Antoniacomi ci chiede di immaginare?
In questo processo scompare ogni narrazione possibile; viene cioè meno uno dei motori potenti delle società, per come le conosciamo, da Omero al "secolo breve". Senza racconto allora, anche il futuro diventa indefinito e ossessivo; quasi una palude senza confini che spaventa e non stimola, producendo di sè, anzichè speranze e spinte in avanti, dubbi, incertezze, rancori e paure. E questa fine delle grandi narrazioni, basate sulla colleganza fra le tre componenti del tempo, corrisponde alla perdita di illusioni coltivate, fin qui, attorno al progresso umano. Viene così a prendere corpo quella che Fukuyama chiama la "fine della storia", che non è il blocco dell'incedere degli eventi, quanto piuttosto l' esaurirsi del dibattito intellettuale e, di conseguenza, appunto della narrazione.
Anche un microcosmo come il nostro - a mio sommesso avviso - non è esente. Proiettato nell'immobile e gelosa conservazione del precostituito, sta infatti smarrendo rapidamente la capacità di avere sguardo lungo e quindi quell'indispensabile senso di responsabilità larga che dev'essere prevalente su tutto, quando ci si interroga sul tempo che verrà. Viviamo sospesi fra il vagheggiamento di un irreale e romanzato ieri, da un lato, e le urgenze tecnologiche dell'oggi, dall'altro. Non abbiamo più, così facendo, gli spazi per immaginare il domani, perchè siamo prigionieri dell' "ideologia del presente", come la definisce Marc Augè; un'ideologia cioè dove risulta obsoleta la lezione del passato e dove non c'è più ricerca delle parole con cui declinare il futuro che vorremmo.
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Se il Trentino fosse isolato dai problemi del resto del pianeta, lo scenario descritto da Calì non sarebbe troppo irreale e lo guarderei con grande favore. Ma non è così.
Al momento attuale ci troviamo ad affrontare tre vaste crisi planetarie:
1. il progressivo cambiamento climatico, le cui cause non sono chiare ma le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti;
2. una crisi economico-finanziaria che, secondo lo stesso Tremonti (tra i tanti), è destinata ad aggravarsi molto seriamente – è bene ricordare che la precedente Depressione è stata curata UNICAMENTE dal riarmo in vista di quella che è poi diventata la Seconda Guerra Mondiale (cf. recessione statunitense del 1937 – e gli Stati Uniti contemporanei non possono permettersi ingenti spese pubbliche à la Roosevelt);
3. una crisi di legittimità delle classi dirigenti e del sistema nel suo complesso che, nel corso delle prime settimane del 2011, ha provocato ondate di proteste nei seguenti paesi (in ordine alfabetico): Albania, Algeria, Argentina, Australia, Bangladesh, Belgio, Canada, Cile, Cipro, Cuba, Egitto, Giordania, Grecia, Honduras, India, Irlanda, Israele (e Palestina), Italia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Tunisia, Turchia, Venezuela e Yemen.
Perciò è probabile che quella di Calì rimarrà una brillante utopia.
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A mio avviso, più “realisticamente”, la classe dirigente locale e la società trentina nel suo complesso dovrebbero impiegare le proprie risorse e prerogative per fare in modo che le conquiste democratiche e di “generale umanità” di questi anni non siano compromesse/sacrificate da queste crisi.
È un obiettivo già più che sufficiente: fare in modo che il Trentino del 2040 conservi (o riacquisti, se perduto) lo stesso grado di civiltà istituzionale e sociale di oggi. Tutto quel che verrà in più sarà benvenuto.
Siamo a Trento, il 10 giugno 2040. In occasione della ricorrenza dei cento anni dell'entrata in guerra dell'Italia fascista a fianco della Germania nazista, si tiene un convegno a cui vengono invitati storici dell'intero arco alpino. Il clima è dei più favorevoli per un bilancio critico scevro da pulsioni nazionalistiche; l'euroregione alpina, parte dell'Europa unita, estesa dalla Savoia alla Slovenia, ha finalmente fatto i conti con i massacri del novecento. A Trento e Bolzano in particolare, sono scomparse le vestigia dell'antico regime fascista: la "donna del flit", di pregevole fattura artistica ma simbolo del regime, insieme alla scritta ineggiante alle imprese fascistissime ha trovato collocazione nell'anti-krieg museo, sezione del MART, insieme alle altre vestigia littorie di cui il Regime aveva disseminato le valli trentine e altoatesine. Finalmente hanno trionfato, in tutta la confederazione alpina (che nel frattempo ha inglobato l'antica Svizzera) le idee federaliste di Cattaneo; a federalisti europei come Carlo Rosselli e Altiero Spinelli, ad esponenti dei quattro gruppi linguistici (romanci, italiani, francesi, tedeschi) che furono vittime delle dittature, sono intestate da tempo scuole, centri di cultura, università. Le relazioni degli storici, trasmesse in contemporanea nella Libera Università Alex Langer di Bolzano e nella Libera Università Mauro Rostagno di Trento, vengono da tutti apprezzate per il rigore con cui, richiamando i fatti storici, vengono condannate tutte le dittature del XX secolo e in particolare le catastrofiche conseguenze determinate in campo sociale e umano dalle dittature (opzioni, stragi di civili, rapina del territorio). All'apertura dei lavori il Presidente dell'euroregione (a turno per quattro anni uno per ogni gruppo linguistico) seguito dal Presidente della provincia retica, tessono gli elogi della pacifica convivenza e invitano a non dimenticare gli orrori di quella lontana guerra che, colpevole il Fascismo, aveva dal 10 giugno 1940 insanguinato le Alpi. Da Nord portano il saluto ai convegnisti esponenti della federazione franco-tedesca, da Est autorità della federazione balcanica, da Sud esponenti della Federazione mediterranea. A conclusione del Convegno tutti i partecipanti vengono ospitati per tre giorni nel parco naturale delle Alpi centrali, che si estende dallo Stelvio alle tre cime di Lavaredo ed è la cerniera fra il Nord e il Sud Europa.
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