Il mondo arabo

Samir Amin - Ali El Kenz (Edizioni Punto Rosso, Milano, 2004)

La Questione della Democrazia nel Mondo Arabo

F. Bicchi, L. Guazzone, Daniela Pioppi (a cura di), Polimetrica, Milano, 2004

Gli arabi

Jacques Berque (Einaudi, 1978)

L'altro nella cultura araba

Al-Tahir Labib - Hilmi Sa‘rawi - Hasan Hanafi (Mesogea, 2006)

L'Europa e il mondo arabo. Le ragioni del dialogo

Bichara Khader (L'Harmattan Italia, 1996)

Il pensiero islamico contemporaneo

Massimo Campanini (Feltrinelli, 2009)

La Disfatta del Medio Oriente

Due secoli d'interventi occidentali nei paesi islamici

Jeremy Salt (Elliot, 2009)

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Sollevazioni Arabe

sollevazioni arabe - politica responsabile.itUna radicale rottura con decenni di stagnazione che rischiava di diventare un aspetto peculiare delle società arabe. Le proteste, l'insurrezione, la sollevazione e la rivoluzione che stanno attraversando l'intera area araba, dalla Mauritania fino allo Yemen, evidenziano il desidero di una primavera, di rinascimento, delle popolazioni e la volontà di riscatto. Quali saranno le conseguenze di queste sollevazioni?
autore Adel Jabbar - inserito lunedì, 21 febbraio 2011

14 gennaio 2011: È questa la data che segna la svolta tanto agognata dalle moltitudini dei paesi arabi in cui il despota (al-taghiya) Ben Ali è fuggito. Il tiranno  che ha tenuto in ostaggio la Tunisia per ben 23 anni non c'è più.

25 gennaio 2011: È stato il giorno in cui in Egitto la gioventù ha accolto l'invito del movimento giovanile 6 aprile a manifestare per porre fine al strapotere di un altro dittatore arabo che ha fatto delle leggi di emergenza una sistematica prassi di governo trasformando l'intero paese di ben ottanta milioni di cittadini in una tenuta di famiglia.

Queste due date indicano una radicale rottura con decenni di stagnazione che rischiava di diventare un aspetto peculiare delle società arabe. Le proteste (al-tadhahurat), l'insurrezione (al-wathba), la sollevazione (l'intifada) e la rivoluzione (al-thawra) che stanno attraversando l'intera area araba, dalla Mauritania fino allo Yemen, evidenziano il desidero di una primavera di rinascimento (nahdha), delle popolazioni e la volontà di riscatto oltre che  di rinnovamento (tajdid). Questi accadimenti avvengono dopo un lunghissimo periodo caratterizzato da infinite angherie, repressioni, persecuzioni, impoverimento generale dell'intera società ad eccezione di una ristretta cerchia di familiari e di cortigiani. Sono stati anni di arretramento politico e socioculturale, di pesanti sconfitte sul piano della politica estera e della perdita di sovranità. L'intero mondo arabo, in effetti, si è ritrovato, di nuovo, a subire dei condizionamenti che rimandano alla memoria l'epoca coloniale.

Grazie ai movimenti giovanili milioni di abitanti dell'area araba, cominciano in questi giorni a scorgere la fine del tunnel e a intravedere la luce di un nuovo e necessario risveglio (sahawa).

Gli avvenimenti che stanno scuotendo le società arabe e travolgendo i vari vassalli e satrapi dimostrano: 1) che le popolazioni hanno superato la paura che li ha paralizzati per decenni e, di fatto hanno trovato la forza di sconfiggere la cultura dell'intimidazione e del terrore che i tiranni hanno usato e usano come unico modo per governare; 2) che le élite, spesso secolari, non sono altro che combriccole familistiche di stampo mafioso; 3) che i poteri dell'occidente democratico hanno sostenuto regimi corrotti e violenti mettendo in primo piano i propri interessi materiali dimenticando del tutto la cultura dei diritti umani, della quale fanno uso, non di rado, in termini meramente strumentali; 4) una maturità e una consapevolezza politica delle fascie giovanili smarcata da riferimenti ideologici novecenteschi. 5) che ci sono larghi settori che assumono la nonviolenza e la disobbedienza civile come prassi per rivendicare i propri diritti e la propria dignità, quindi, smentendo e confutando il luogo comune che vuole che le società arabe siano imbevute di violenza e di fanatismo religioso, appiattendo insomma l'immagine degli arabi sulla figura di Bin Laden e di al-Qa‘aida; 6) l'assenza di retorica anti occidentale - non sono stati presi di mira nè interessi nè persone nè simboli occidentali - e il sapere parlare un linguaggio transculturale in grado di comunicare un mondo di differenze e di molteplicità (ad esempio le parole d'ordine sono dignità, libertà e giustizia).

In molti si chiedono quali saranno le conseguenze di queste sollevazioni. Tento sommariamente di indicare due plausibili cambiamenti, uno di natura interna e l'altro di natura esterna. Relativamente alla realtà interna, a mio parere, si avvierà un corso politico caratterizzato dal riconoscimento di soggetti politici diversi che tenderanno a posizionarsi in un primo momento nel nuovo scenario creatosi e in un secondo momento competeranno per l'acquisizione del consenso popolare tramite le urne. In questo panorama le varie e variegate visioni di stampo islamico giocheranno certamente un ruolo significativo, tuttavia a mio parere non si tratterà di un ruolo totalizzante ed egemonico, a differenza di quello che sostengono alcuni analisti. Anche se qualche formazione islamica occuperà una posizione determinante nei nuovi assetti sarà comunque molto vicina all'esperienza dell'attuale compagine turca democratico-islamica e quindi avrà delle similitudini con alcune delle esperienze democratiche cristiane in Europa. Riguardo al secondo aspetto, cioè quello esterno, i cambiamenti che avverranno saranno, a mio avviso, più lenti e si svilupperanno con una certa cautela. Uno dei cambiamenti prevedibili riguarderà un ripensamento delle relazioni interarabe in funzione di una maggiore collaborazione al fine di ripristinare un qualche ruolo sulla scena mondiale e acquisire un peso politico rispetto ad alcuni temi caldi e sensibili come, per esempio, la questione palestinese, la situazione della Somalia e i rapporti con l'Iran. Inoltre, si cercherà di smarcarsi da alcune scelte della politica statunitense e di trovare una voce autonoma, senza doversi appiattire su scelte già decise a Washington, com'è avvenuto negli ultimi decenni (per esempio la partecipazione alla guerra contro l'Iraq, l'appoggio alla guerra contro l'Afghanistan e l'adesione a un eventuale attacco contro l'Iran).

Quello che è certo, e lo dimostrano gli accadimenti in atto, è che le genti arabe hanno già conquistato un ruolo determinante nell'agenda politica sia nazionale che internazionale, avendo oggi una perfetta consapevolezza del proprio ruolo, dei propri diritti e della propria dignità.

inviato da stefano fait il 10.03.2011 09:35
Da: “Rischio Calcolato” mercoledì, 9 marzo 2011

La Vera Ragione della Rivolta dei Paesi della Lega Araba: La Fame e una Gioventù senza Futuro.
La soglia del 10% del tasso di disoccupazione.
è un fatto che tutti i paesi con una soglia al di sopra del 10% del tasso di disoccupazione hanno sperimentato forti tensioni sociali.

Dimenticate le ragioni che ogni paese propaganda per questi eventi di protesta:
Stati Uniti e Unione europea: “Questo è un movimento pro-democrazia!”
Iran: “Questa è una rivoluzione islamica!”
Cina: “Questi sono rivolte istigate da minoranze!”
Russia: “Questa è una protesta contro l’America!”
La vera ragione è: essere in grado di esistere.
Si tratta di disoccupazione, l’aumento dei prezzi e l’impossibilità di rendere la propria vita e quella dei famigliari migliore.
Chiamatela disuguaglianza sociale, bassi livelli di reddito personale, corruzione o qualsiasi altra cosa. Niente di tutto questo incita le masse fino a quando hanno fame, gente senza futuro per se e per la propria famiglia che non ha nulla da perdere.

La radice del problema arabo è la crescita relativamente modesta del PIL in relazione alla crescita della popolazione aggravata dai prezzi dal cibo:
nel corso di un periodo di 5 anni a partire dal gennaio 2006il prezzo del cibo è aumentato del 6,5% annuo in media nel Nord Africa e del Medio Oriente.
I livelli dei sussidi come illustrato di seguito è sbalorditivo, con l’Egitto che ha speso il 26,2% in sussidi alimentari nel solo 2010. Che cosa accade quando i governi non possono più tenere il passo con gli aumenti dei prezzi alimentari? La risposta è perfettamente prevedibile: massicci disordini sociali.
…Va notato che la disoccupazione giovanile è in crescita impetuosa dovunque, non solo nei Paesi arabi, come conseguenza della globalizzazione (delocalizzazioni) e della crisi finanziaria trasformatasi in depressione economica globale. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro valuta che la disoccupazione giovanile è salita dall’11,9 % del 2007 al 13% del 2009, e continuerà a crescere negli anni a venire. In Spagna (dove la disoccupazione fra i giovani supera il 40%), Gran Bretagna e Italia, si è creata una fascia giovanile che ha rinunciato a cercare il lavoro: la cosiddetta «generazione perduta», che non acquisterà mai più le competenze e le qualificazioni necessarie per trovare lavoro, e che solo nei posti di lavoro si acquistano (specie quando la scuola è come la nostra). Anche negli Stati Uniti la disoccupazione giovanile è enorme, specie fra i negri: 34,5% secondo le edulcorate statistiche del lavoro americane.
Nei Paesi musulmani, la questione del rincaro dei generi alimentari – conseguenza diretta della moltiplicazione dei dollari (quantitative easing) operata dalla Federal Reserve per salvare gli speculatori e le sue banche – ha assunto un ruolo cruciale nelle rivolte. Per noi, che dedichiamo al cibo il 21% del nostro reddito (e gli americani solo il 15%), è difficile capire cosa significhi il rincaro del pane per un egiziano, che spende per mangiare quasi il 50% del suo reddito, o per un marocchino che spende il 63%. E in Egitto, il cibo è rincarato del 17% solo nell’ultimo anno.
Ha scritto il giornale Gulf News del Dubai: « Il tunisino Mohammad Bouazizi non s’è dato fuoco perchè non poteva votare o dire la sua su un blog. La gente si dà fuoco quando vede la sua famiglia minacciata della fredda, nuda morte per fame». Si può aggiungere: algerini, tunisini, libici, egiziani non hanno affrontato le mitragliatrici dei loro dittatori per affermare l’integralismo islamico e creare emirati e califfati. E’ che, semplicemente, vogliono vivere: un bisogno elementare e giusto, che probabilmente nessun regime, democratico o no – potrà esaudire…
da EffediEffe: E se fosse una rivolta contro il capitalismo globale
…Il fatto che la protesta si rivolga contro i governi e i regimi, è la conseguienza del fatto che governi e regimi si sono messi in stato di virtuale bancarotta peraiutare le banche, invece che aiutare i cittadini colpiti dalla crisi provocata dai banchieri.
Il bello (o il brutto) è che tali rivolte erano state previste e paventate. Per esempio, dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, che nel dicembre 2008 metteva in guardia contro ulteriori salvataggi giganteschi delle banche, adducendo che tali salvataggi stavano trasferendo i rischi dalle ricche entità private alle nazioni, dunque trasformavano una crisi finanziaria in una crisi sociale e politica. Le Banche Centrali, accollandosi grandi porzioni dei rischi e dei fallimenti delle banche trafficanti in derivati tossici, e spendendo trilioni che non hanno, mettevano in pericolo i loro rispettivi Paesi. E governi.
I governi politici meritano le rivolte perchè hanno accettato, per corruzione, disonestà, ignoranza e servilismo verso i poteri forti, la cura dei banchieri centrali (parole sante!) : stampare moneta da regalare alle banche decotte, anzichè assumere le misure necessarie per stabilizzare l’economia (fra esse, la punizione e la spoliazione legale dei giocatori d’azzardo bancarii).
La stampa di dollari a rotta di collo da parte della Federal Reserve è la causa primaria dei rincari dei generi alimentari sul piano globale…..
inviato da Adel Jabbar il 06.03.2011 11:31
Vorrei rivolgere un vivo e sincero ringraziamento a tutte le persone che hanno seguito, letto e commentato il mio intervento aggiungendo informazioni importanti e contribuendo con letture e suggerimenti che indubbiamente hanno arricchito il dibattito. Spero di poter trovare altre occasioni per affrontare ancora i fatti della sponda sud del Mare Nostrum e approfondire le questioni che oggi più che mai necessitano l'individuazione di linguaggi approporiati e percorsi condivisi al fine di fare si che il mediterraneo ripredna la sua vera natura, quella di essere una pianura fluida, quindi, un sapzio comune di intrecci e di pratiche di connessione. Infine ringrazio e rivolgo un caro saluto alla redazione di politica responsabile per l'opportunita datami.
inviato da Andrea G. il 06.03.2011 09:53
Zapatero, in visita a Tunisi, propone di stanziare 300 milioni di aiuti. Il premier spagnolo è stato il primo leader europeo a mostrare un atteggiamento adeguato di fronte alle rivolte arabe. Il resto dell'Unione dovrebbe prendere esempio al più presto.
inviato da stefano fait il 04.03.2011 10:59
Vale la pena di inserire una notizia che non mi pare abbia suscitato alcun interesse in Italia.
Mentre i popoli arabi cercano di liberarsi dalle rispettive tirannie, sostenute e caldeggiate fino a poche settimane fa dai paesi occidentali, David Cameron, primo ministro britannico, nella sua prima visita ufficiale in Egitto dopo l'inizio della "transizione", ha pensato bene di farsi accompagnare da otto rappresentati delle industrie belliche del Regno Unito.
"Fra di essi - spiega Lettera43 - Ian King presidente di Bae Systems, una ditta specializzata in veicoli d'assalto e artiglieria di ultima generazione, Alastair Bisset, direttore internazionale di QinetiQ, azienda specializzata in testate missilistiche e Rob Watson, uno dei leader di Rolls-Royce, che affianca alla produzione di limousine quella dei motori utilizzati in caccia bombardieri ed elicotteri da combattimento".
Ecco l'Occidente esportatore di democrazia, quello che preme per un intervento armato "pacificatore" in Libia.
inviato da stefano fait il 28.02.2011 11:06
Riporto, a beneficio della discussione, le opinioni di una serie di esperti occidentali.

François Burgat (politologo al CNRS), la tentazione autoritaria appartiene al passato! Le Monde, 2 febbraio 2011
“I Fratelli Musulmani sono da lungo tempo il bersaglio privilegiato di un regime che li ha costantemente stigmatizzati secondo la falsa alternativa: “il mio autoritarismo o quello, molto peggiore, degli islamisti”. […]. Sono le forze dell’ordine del regime che torturano ed assassino impunemente da trent’anni, non i Fratelli Musulmani. […]. Penso, in definitiva, che si sia voltata la pagina delle tentazioni autoritarie e che sia percorribile la strada di un’alleanza tra islamici e laici, come succede in diversi paesi, tra i quali lo Yemen e il Libano…ma le modalità della transizione saranno almeno in parte condizionate dall’atteggiamento della comunità internazionale, a seconda che essa si comporti come ha fatto dal 2006 nei confronti di Hamas (che ha cercato di far cadere in ogni modo) o, al contrario, che accetti di rispettare il verdetto delle urne”.
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Laura Guazzone, Un'opportunità storica a rischio di cambi solo cosmetici, Il Manifesto, 11 febbraio 2011
“Questi stati non sono semplici prosecuzioni dei precedenti regimi post-coloniali, bensì dirette emanazioni della globalizzazione neo-liberista che ha fatto nascere qui, come in altre parti del mondo, un nuovo tipo di sistema politico: lo stato neo-autoritario globalizzato. […] In campo politico il passaggio al neo-autoritarismo nel mondo arabo è stato caratterizzato dall'introduzione (in alcuni casi il ripristino) delle istituzioni liberal-democratiche - multipartitismo, costituzioni, corti costituzionali, leggi di garanzia sulla stampa e l'associazionismo - non per consentire una partecipazione politica democratica, bensì per creare canali di mobilitazione e cooptazione finalizzati al sostegno e alla permanenza al potere del regime, il cui strumento più evidente è la manipolazione dei processi elettorali. […]. Se proviamo ad applicare questa descrizione generale ai casi concreti ritroviamo, con poche varianti locali, il succo delle politiche portate avanti da Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania e persino dall'Arabia saudita dagli anni Novanta ad oggi. Il risultato di queste politiche è sotto gli occhi di tutti ed è la causa delle rivolte arabe in corso: le politiche neo-liberiste hanno arricchito le elite di regime e privato i cittadini normali delle garanzie in materia di sanità, istruzione, salari minimi che, seppur in modo corrotto ed insufficiente, i precedenti stati sociali riuscivano ad offrire. La crescita economica dei primi anni 2000 non è stata reinvestita nella creazione di posti di lavoro, bensì in attività economiche speculative a vantaggio delle elite, e la disoccupazione, specie giovanile, è esplosa, mentre alle classi medie, sempre più deboli, e alle classi povere, sempre più povere, non venivano ridistribuite che briciole, ad esempio attraverso i sussidi al prezzo di qualche prodotto essenziale. Con la crisi economica mondiale del 2008 non sono rimaste neanche le risorse necessarie per queste minime politiche redistributive e la crisi socio-economica dei paesi arabi è scoppiata in tutta la sua ampiezza. Dunque il neo-autoritarismo frutto della globalizzazione è la causa delle rivolte arabe di oggi e solo il cambiamento, in tutti i settori, delle strutture di potere che sostengono questo tipo di sistema in ciascun paese può permettere la costituzione di sistemi davvero nuovi, capaci di esprimere e rappresentare gli interessi di tutte le componenti sociali”.
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John L. Esposito, Huffington Post, 14 febbraio 2011
“La fine del regime di Mubarak dimostra la falsità dei pregiudizi diffusi: gli Arabi rifiutano la democrazia, l’Islam è incompatibile con la sovranità popolare, l’autorità degli autocrati è salda. I manifestanti in favore della democrazia erano spinti da una serie di rivendicazioni politiche ed economiche di lunga data: mancanza di democrazia, crescente divario tra una minoranza di ricchi e la classe media e i poveri, corruzione endemica, crescita dei prezzi degli alimenti, alti livelli di disoccupazione, mancanza di opportunità e prospettive per i giovani. Gli egiziani hanno voluto riprendersi la dignità e il controllo sulle loro vite, porre fine alla corruzione, pretendere trasparenza e assunzione di responsabilità, lo stato di diritto, diritti umani e in particolar modo il diritto di decidere chi debba governare l’Egitto ed il suo futuro. Le insurrezioni in Tunisia ed in Egitto hanno rivelato un movimento democratico molto ampio che non è guidato da una singola ideologia o da estremisti religiosi. […] E’ tempo di guardare ai fatti. A partire dalla fine del secolo scorso, lungi dal promuovere l’integralismo religioso, i Fratelli Musulmani, come altri candidati e partiti politici ispirati dall’Islam in Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Libano, Turchia, Giordania, Kuwait, Bahrain, Pakistan, Malesia e Indonesia, hanno scelto la via del voto, non del botto (“ballots, not bullets”). Tra i nemici e critici più vigorosi dei Fratelli ci sono stati i militanti egizi, compreso l’al-Qaedista Ayman al-Zawahiry. Per decine di anni, i Fratelli Musulmani, sebbene ufficialmente illegali, hanno dimostrato di rappresentare la più vasta ed efficace opposizione nonviolenta nella società egizia…Al contrario, il governo Mubarak, per decenni, ha usato mezzi repressivi, brogli elettorali e la violenza dei suoi gorilla per intimidire e vessare le opposizioni laiche e religiose. […]
Ad ogni modo i Fratelli Musulmani non hanno dato l’avvio alle proteste e molti esperti ritengono che possano contare su uno zoccolo duro di elettori che non supera il 25%....In definitiva, come tutti gli altri Egiziani, hanno il diritto di partecipare alle elezioni e di essere rappresentati al governo”.
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Renzo Guolo “Ma il fantasma di Al Qaeda non si aggira nel deserto” La Repubblica 25 febbraio 2011
Per gli islamisti radicali queste rivolte sono, invece, una cocente sconfitta. Il "leninismo religioso" jihadista ha sempre perseguito una logica azione-repressione-insurrezione destinata, nelle intenzioni, a sfociare nell'instaurazione dello Stato islamico. Un progetto fallito: le masse degli "autentici credenti" non hanno seguito le avanguardie. […]. Una duplice sconfitta, quella degli islamisti radicali, perché essi soccombono anche agli odiati rivali neotradizionalisti, come i gruppi di filiera Fratelli Musulmani, che nei nuovi regimi potranno perseguire la via dell'islamizzazione "dal basso" proponendosi come alternativa politica e contraendo ulteriormente lo spazio delle schegge impazzite che ciclicamente rimpinguano il radicalismo jihadista. A evocare il fantasma qaedista sono anche i neocon elettivi di ogni latitudine, privati di un formidabile argomento mobilitante. Accade anche in Italia: non a caso Berlusconi ha messo più l'enfasi sul pericolo del fondamentalismo islamico che sul massacro in corso.
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"La primavera araba non si fermerà il popolo pretende la democrazia", intervista a Olivier Roy la Repubblica Lunedì 28 Febbraio 2011
“L´Occidente cosa deve fare? «Togliersi i paraocchi con cui da 30 anni guarda al mondo arabo: quella paura del nemico Islam, quel modo di vedere ogni movimento in quella zona di mondo come frutto dell´estremismo. È uno schema vecchio, legato alla rivoluzione islamica in Iran: ma attraverso questo schema abbiamo giudicato ogni fenomeno legato a questa zona del mondo, dall´immigrazione alla politica. Oggi è tutto diverso: l´Occidente deve smettere di non credere nei giovani arabi. E deve smettere di tifare per una transizione tranquilla a scapito della democrazia, solo perché, come in Egitto, la transizione è guidata da un esercito pagato dagli Usa. Non ci sarà stabilità solo con la transizione, la stabilità arriverà con la democrazia: la gente vuole democrazia, occorre lavorare per mettere fine alla corruzione e promuovere lo sviluppo economico. Puntare a vere elezioni da cui escano parlamenti rappresentativi, che possano scrivere costituzioni vere”.


inviato da Adel Jabbar il 28.02.2011 00:44
Per una maggiore comprensione dei recenti fatti credo sia necessario ricordare alcuni passaggi storici che hanno condizionato l’evoluzione politica e di conseguenza anche l’immaginario nel mondo arabo. Un passaggio fondamentale è quello della sconfitta del ‘67 nella guerra dei sei giorni contro Israele. Tale sconfitta di fatto ha reso evidente la debolezza e la marginalità del mondo arabo nei nuovi assetti mondiali, una debolezza percepita dalla gente in termini molto concreti, si pensi alle condizioni economiche, alla vita politica, alla crescita culturale e allo sviluppo tecnologico in questi paesi. In questo quadro le élite dominanti hanno giocato un ruolo particolarmente repressivo nell’intento di gestire un diffuso malcontento e un forte sentimento di frustrazione. Dopo tanti anni passati sotto il giogo dei potentati interni che hanno goduto del sostegno o del silenzio delle varie potenze straniere, la gente non ha riscontrato la realizzazione delle promesse dei propri governanti sintetizzate in tre parole: stabilità, sicurezza e sviluppo. La stabilità infatti è divenuta stagnazione, la sicurezza si è trasformata in sopruso e lo sviluppo in sfruttamento. Questa trasformazione delle promesse diventa una pratica di governo soprattutto durante la presidenza di Sadat in Egitto nella seconda metà degli anni settanta denominata in arabo anche “la politica dei gatti grassi” che in pratica consiste in una radicale privatizzazione e liberalizzazione dei beni dello stato a favore di pochi uomini d’affari molto vicini alla “corte”. Questo per quanto riguarda il piano economico, mentre sul piano della politica estera si registra l’appiattimento e la subalternità pressoché totale al volere degli Stati Uniti.
Sul piano della politica interna invece viene messa a tacere qualsiasi forma di opposizione. Tutto ciò è sicuramente avvenuto in modo più eclatante in Egitto, il quale avendo un ruolo di leadership nel mondo arabo, ha inevitabilmente influenzato e condizionato le realtà degli altri paesi.
Dagli anni novanta fino ad oggi i governi arabi hanno potuto contare su alcuni elementi per il consolidamento del loro potere: 1) l’alleanza con l’unica superpotenza, gli USA 2) l’apertura dei mercati interni alle multinazionali e le compagnie straniere 3) il sistema di sicurezza interno attraverso un apparato gigantesco e estremamente repressivo.
Il dato trascurato tuttavia e in fine risultato letale per il perpetuarsi di questi regimi è l’elemento demografico oltre a quello culturale. Circa il 60% della popolazione in molti di questi paesi ha meno di 30 anni ma con significativi livelli di istruzione e alte aspettative culturali.
Per la gestione del consenso in una società, credo che siano necessari oltre agli indicatori economici altri elementi materialmente non quantificabili quali la memoria della propria storia, i sentimenti e l’immaginario, elementi che hanno giocato un ruolo fondamentale nelle recenti manifestazioni.
Di certo le società arabe si stanno avviando verso una fase di radicale rinnovamento in cui ci saranno nuovi interpreti nella vita pubblica e che saranno, si spera, degli interlocutori interessanti con cui i protagonisti della scena mondiale potranno confrontarsi su temi trasversali al fine di individuare un linguaggio condiviso per gestire i comuni interessi.
inviato da monica il 26.02.2011 09:15
Andrea Vilardi ci invita a guardare al PIL dell'Egitto - come anche di Tunisia e Libia - come elemento positivo di quel paese vista la crescita progressiva negli anni, e ci invita a riflettere sul futuro e su come le ricette economiche andranno confermate anche dopo Mubarak. Non voglio passare per un'inguaribile romantica, ma non è davvero possibile misurare tutto in PIL. Del PIL ciò che m'interessa, oltre la sua consistenza generale, è la distribuzione sociale del reddito, è la diffusione delle possibilità che m'interessa. La ricetta economica che ha governato fin qui, quella del mercato - del capitalismo e consumismo sfrenato -, aveva come principio che dal superbenessere di uno deriva il benessere di molti - le briciole che cadono dal tavolo nutrono. Abbiamo visto che questa ricetta economica ha messo in ginocchio il mondo, a partire dal paese promotore: USA. Allora forse non è romantico, ma scientificamente concreto considerare che il paradigma del mercato e della finanza, del PIL, non può essere l'unico parametro per misurare il benessere di un paese.
PIL grande ma concentrato in poche mani, corruzione diffusa, censura, blocco della democrazia e della mobilità sociale non producono sviluppo di un paese, anzi.
PARI OPPORTUNITA', diritti e giustizia sociale, questa è la richiesta che viene dai ragazzi, consapevoli che la CORRUZIONE e il CONFLITTO D'INTERESSI operato dai potenti pesa sulle loro vite.
ecco perchè nella misura del benessere di un paese guardare al PIL è molto limitativo. Certo che il PIL è importante, ma quello pro-capite, e poi è necessario guardare come è distribuita la ricchezza nel paese, al funzionamento del sistema scolastico e sanitario, alla trasparenza della pubblica amministrazione, alla mobilità sociale.....
basta, non possiamo dire tutto di un popolo con un numero, quello del PIL... tra l'altro l'acronimo è proprio brutto.
Un paese che si concentra sulle pari opportunità, su sistemi trasparenti e aperti, su l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, sulla difesa dei diritti fondamentali, migliora le condizioni di vita della popolazione e non porta i ragazzi a ribellarsi.
inviato da Andrea Vilardi il 25.02.2011 14:39
Il commento di Stefano Fait mi obbliga a riformulare il mio pensiero: io non credo che il FMI abbia sempre ragione, basti vedere i giudizi positivi espressi sull’Argentina poco prima del suo tracollo di qualche anno fa.
Quello che mi preme è però provare a capire la situazione tenendo separati il tentativo di emancipazione verso la democrazia (importante, lodevole, degno di ammirazione e rispetto) dal miglioramento delle condizioni materiali di vita. Ho il dubbio che questo passaggio, dalla democrazia ad uno stato di maggiore ricchezza per tutti, non sia automatico. Probabilmente questi due elementi (la democrazia e la riduzione della sperequazione sociale) sono interconnessi, ma su dei tempi che rischiano di essere molto più diluiti di quanto la gente oggi non si aspetti.
Lasciatemi prospettare due scenari schematici, per ribadire le preoccupazioni che sto cercando di esprimere:
scenario 1. Tra pochi mesi si vota per il rinnovo del parlamento che, grazie ad una modifica della legge elettorale, comprende al proprio interno anche i movimenti più estremisti. Si compone un governo che mette in campo le riforme per la crescita del paese. Si riescono a governare gli estremismi anche grazie al fatto di aver dato loro una rappresentanza parlamentare. Crescita economica e redistribuzione della ricchezza viaggiano di pari passo. L’Egitto (ma vale anche per Libia e Tunisia) diventa un elemento di stabilità per tutta l’area.
Scenario 2. Si vota per il rinnovo del parlamento. Si forma il governo che mette in campo le riforme. Qualcosa va storto: ad esempio la crescita economica non è così rapida come ci si aspetterebbe, la disoccupazione non cala, la corruzione resta ancora diffusa sul territorio. Insomma, la democrazia delude. A questo punto noi che facciamo? Quali strumenti abbiamo a nostra disposizione per guidare il consolidamento della democrazia in paesi senza una grande tradizione in questo senso? Come selezioniamo i nostri interlocutori? Interveniamo militarmente per aggiustare il tiro qualora frange estremiste prendessero il sopravvento?
Ovviamente con questi dubbi di “Realpolitik” non voglio in alcun modo sminuire l’importanza ed in un certo senso la bellezza di quanto sta accadendo in Nord Africa. Si stanno aprendo nuove opportunità per popolazioni fino a ieri sottomesse: come si può non condividere le loro istanze? Io ho solo cercato di interpretare lo spirito del sito mettendo in luce alcune possibili problematicità, ovviamente tutte da verificare.
inviato da stefano fait il 24.02.2011 19:17
Già la fantastica crescita economica sotto Mubarak, così impetuosa che prima della sua caduta oltre un quinto della popolazione sopravviveva solo grazie ai sussidi alimentari ed un altro quinto non poteva permettersi molto più del cibo, ad un tasso di inflazione sugli alimenti tra il 20% ed il 25%. 55 milioni di egiziani (75% della popolazione) costretti a ricorrere al programma di tessere annonarie!
C’è proprio da sperare che le scelte in materia economica non si discostino molto da quelle di Mubarak! Così magari finalmente gli Egiziani si decideranno a spiegare agli avvoltoi del Fondo Monetario Internazionale dove possono infilarsi le loro raccomandazioni (sempre con rispetto parlando!)
inviato da Agostino il 24.02.2011 14:19
Oggi Il Giornale intervista Magdi Allam, che della politica del nostro Paese nei confronti della Libia dice: "Con Gheddafi abbiamo fallito. E adesso il primo passo da compiere è una severa autocritica per quello che abbiamo fatto. Perché sono stati i servizi segreti italiani a portarlo al potere nel 1969 su sollecitazione dei potentati petroliferi, compresa l'Eni, cui Gheddafi aveva promesso una serie di privilegi". Per me, lo confesso, è una novità. Ma sarà vero?
inviato da Enrico Rossi, cittadino europeo il 24.02.2011 12:01
Mi sembra che come europei abbiamo tanto da (ri)imparare dalle scarpe lasciate in piazza dai libici disarmati in segno di disapprovazione, dopo il discorso di Gheddafi. Dai giovani neri mercenari (altri estremi disgraziati della terra) tenuti prigionieri dai comitati dei saggi delle città libiche 'liberate' non tanto perché non scappino, ma per salvarli dal linciaggio.
I cittadini della Bengasi liberata non ce l'hanno con l'Occidente, non nominano neppure Israele. Semmai questi temi li sbraita ancora il dittatore - in quanto tale, agonizzante. I giovani libici non ce l'hanno più con i giornalisti stranieri, cercano addirittura il corrispondente occidentale (per esempio Luigi Cremonesi, del Corriere) che dia loro voce e la faccia sentire. E la loro voce grida, e grida vergogna! Vergogna per i governi europei e per quello italiano in particolare, che per decenni hanno riempito di soldi il dittatore libico e le sue 'famiglie' cosche e tribù, pur di perseguire e proseguire affari e interessi economici. Soldi e potere dati in mano a una dittatura spietata che non ha mai esitato a uccidere e incarcerare qualunque timido accenno di diversità. Gli ordini di strage di questi giorni sono nel solco della storia di quel regime. E vergogna anche per l'Unione europea!, gridano i giovani libici. Quell'Europa che non ha mosso un dito mentre il popolo libico veniva sterminato, che non ha nemmeno accennato a una qualche azione concreta in loro aiuto, chiusa nella miopia dei mille distinguo da operare nel biasimo appena accennato di queste azioni feroci e ingiustificabili.

Ecco, come cittadino europeo vorrei che anche su questi temi si riuscisse a costruire qualcosa di diverso, magari proprio a partire da qui, da noi. Qualcosa che si distacchi completamente dalle non-politiche di destra e di sinistra succedutesi negli anni nel nostro Paese. Anche i distinguo sul Trattato di amicizia tra Italia e Libia suonano ridicoli oggi, e terribilmente funesti. Perché sono il frutto delle stesse logiche, li sottendono un identico modo di fondo di non-vedere questi problemi. Il prevalere di modalità da Realpolitik, sul lungo periodo finisce per svuotare la Politica lasciando il campo agli eserciti quando va bene (ed è tutto dire), alle bande di mercenari assassini e stupratori quando si arriva agli abissi del nostro degrado di uomini.
O vogliamo continuare a dire sempre dopo, a babbo morto, che sì in effetti è vero, i Radicali lo dicevano da decenni? che sì in effetti, in fin dei conti avevano ragione anche quei poveri libici oppressi da un dittatore? che sì in effetti, forse abbiamo esagerato a chiudere gli occhi? Per poi magari tornare a compiere gli stessi errori.

E mi piacerebbe che uno dei modi diversi possibili e davvero responsabili di affrontare questi problemi partisse proprio da qui, dal Trentino. Per esempio allargando l'orizzonte di quello che da anni dice ma - soprattutto - fa Michele Nardelli in particolare per i Balcani. Anche il Mediterraneo è Europa, anche se - per fortuna - non solo.
inviato da stefano fait il 24.02.2011 09:32


«L’Italia non auspica la fine del Colonnello [Gheddafi], non abbiamo ragioni per volere la caduta di un leader che oggi intrattiene buoni rapporti con tutta la comunità internazionale».
Lamberto Dini, già presidente del Consiglio e ministro degli esteri, già membro del comitato fondatore del Partito Democratico, oggi senatore del Popolo delle Libertà e presidente della Commissione Esteri del Senato (la Repubblica, 24 febbraio 2011, p. 6).


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Già, la fantastica crescita economica sotto Mubarak. Così impetuosa che prima della sua caduta oltre un quinto della popolazione sopravviveva solo grazie ai sussidi alimentari e un altro quinto non poteva permettersi molto più del cibo, a un tasso di inflazione sugli alimenti tra il 20% e il 25%. 55 milioni di egiziani (75% della popolazione) costretti a ricorrere al programma di tessere annonarie!
C'è proprio da sperare che le scelte in materia economica non si discostino molto da quelle di Mubarak! Così magari finalmente gli Egiziani si decideranno a spiegare agli avvoltoi del Fondo Monetario Internazionale dove possono infilarsi le loro raccomandazioni (sempre con rispetto parlando!).
inviato da Andrea Vilardi il 23.02.2011 16:51
Vorrei provare a ricostruire alcuni elementi della situazione in Egitto per poi trarne delle conclusioni di carattere generale.

Così come nella protesta che l’ha preceduta in Tunisia, anche in Egitto nelle sollevazioni popolari mi è parso di intravedere la ferma volontà:
1. di combattere contro un regime tirannico e corrotto che da troppo tempo si era sedimentato al potere
2. di migliorare le proprie condizioni materiali di vita.

Ovviamente entrambe queste motivazioni meritano il nostro più profondo rispetto! Tuttavia credo che sia necessario fare alcune distinzioni. Per quanto riguarda la prima motivazione, “combattere il tiranno autocrate”, noi europei, o più in generale noi occidentali, abbiamo uno schema interpretativo forte: la nostra visione escatologica della democrazia ci consente di leggere i fatti del nord africa come qualcosa a noi famigliare. Se la storia dell’umanità è una lotta giorno dopo giorno verso il fine ultimo del compimento della democrazia, allora tunisini, egiziani, libici ecc. stanno compiendo un passo in avanti. Non voglio discutere in questa sede della bontà di questa interpretazione: questa “Weltanschauung” è qualcosa che ci caratterizza ad un livello molto profondo (mi è parso di leggerla in tutti gli interventi fatti fino ad ora) e non ritengo sia il caso di avvitarsi in una discussione se sia una prospettiva giusta o sbagliata in termini assoluti.

Più problematica mi sembra la seconda questione: il miglioramento delle condizioni materiali di vita. Prendiamo ad esempio l’Egitto. Una misura quantitativa media del miglioramento del tenore di vita è la crescita del PIL (so che il PIL non è tutto, e non va più di moda parlarne, ma consentitemi questo riferimento). A partire dagli anni ’90 Hosni Mubarak ha portato avanti con successo un programma di stabilizzazione macroeconomica confluito poi in una vasta riforma strutturale del paese. Tutto questo lo sappiamo in quanto il Fondo Monetario Internazionale si è fatto a più riprese garante della bontà del piano economico di Mubarak. Dopo accordi del 1991, 1993 e 1996, nel 1998 non è stato più nemmeno necessario per L’Egitto fare degli accordi speciali con il FMI: si era incamminato sulla giusta strada! Si succedono anni di relativa solidità economica, grazie ai flussi di entrate provenienti in modo crescente dal turismo e dai paesi del Golfo. Nel 2004 si insedia un nuovo governo che, forte dei precedenti successi economici, si pone come obbiettivo quello di migliorare le finanze dello stato. Il piano quinquennale prevede una crescita del PIL di diversi punti percentuali. Addirittura l’obiettivo per fine 2012 era di una crescita superiore all’8%.

Tutto questo ovviamente non può cancellare i crimini e l’ingiustizia del regime. Ma noi che siamo in fondo degli osservatori esterni non possiamo dimenticarcene: non mi sembra azzardato dire che qualunque sia la composizione del nuovo parlamento, difficilmente le scelte in materia economica si potranno discostare di molto da quelle di Mubarak.

Vengo quindi alle mie conclusioni: la stabilità della nuova situazione in tutto il nord africa non potrà essere valutata compiutamente a settembre, o quando saranno indette le elezioni per i nuovi parlamenti. Dovremmo forse aspettare uno o due anni. Ad esempio, siamo sicuri che il nuovo parlamento egiziano saprà assicurare a fine 2012 una crescita economica molto maggiore dell’8% di Mubarak? Ovviamente spero per loro di sì, ma se così non fosse, quali prospettive si aprono?
inviato da monica ioris il 22.02.2011 16:56
La rivoluzione dei gelsomini promossa dai ragazzi maghrebini è una sorpresa che non ci aspettavamo. Avevamo assunto - come bene ci ricorda Adel Jabbar - che chiunque parlasse arabo e fosse di religione islamica fosse un tutt'uno con l'estremismo e la jiad, che i popoli arabi fossero un tutt'uno e distante dal "modello occidentale". avevamo rinunciato a guardare a quei popoli come insieme d'individui, persone capaci, desiderose di ambire a un futuro di dignità, libertà, giustizia e progresso sociale. Avevamo ridotto tutto ad elementi di sicurezza, di protezione della nostra opulenza. ma con ciò facendo abbiamo rinunciato a conoscere, capire, ricordare. Ricordare in particolare anche la nostra storia di mobilitazione, di ricerca di democrazia, di lotta, di desiderio di autodeterminazione, di riscatto collettivo. Certamente il movimento dei ragazzi maghrebini è post-ideologico, anzi la caratteristica fondamentale della rete sociale che si è creata è di nativi digitali. Nativi digitali che oppressi dalla censura nelle loro possibilità di avere informazioni dai media, sono andati a cercare le informazioni, hanno letto, studiato, hanno trovato la forza in loro stessi per dire basta. hanno costruito reti eteree, ma spinte dalla forza di grandi solidi ideali.
E noi che ci eravamo convinti che le idee e gli ideali erano demodè.
I ragazzi delle RIVOLUZIONI DEI GELSOMINI sono lì a ricordarci che la ricerca della dignità e della libertà sono elementi irrinunciabili dell'antropologia umana.
e noi ce ne eravamo dimenticati.
inviato da piergiorgio ceresa il 22.02.2011 15:03
La cultura e la storia araba, e al suo interno le varie correnti mussulmane, sono parte della storia del Mediterraneo, quanto lo sono le guerre e le lotte di dominio che si sono svolte in questo mare di collegamento tra due grandi continenti. Noi dobbiamo ascoltare e ringraziare quanti, come Adel Jabbar fa, ci portano dati e commenti freschi. Il futuro immediato della nostra storia, il presente, dipendono da come si svilupperà il rapporto tra questo occidente e il mondo arabo. Le èlites di entrambi questi mondi hanno finora contribuito ai disastri e ai rapporti coloniali, allo sviluppo della corruzione, allo sfruttamento.

E' impensabile che l'Islam sparisca dal mondo arabo come è impensabile che il cristianesimo sparisca dal mondo occidentale: quello che deve sparire invece è la politica di guerra, conquista, violazione e sfruttamento. La ribellione nei paesi arabi non è ancora finita, i vecchi poteri continuano a uccidere, l'Occidente continua a coprire le responsabilità, pronto a accordarsi col vincitore più malleabile. Preoccupato delle forniture di gas o altre materie prime o energia. Possiamo solo augurarci la determionazione dei ribelli a creare condizioni di vita nuove. Ma speriamo di esserci anche noi, tra quei ribelli!
inviato da stefano fait il 21.02.2011 19:28
Bene, benissimo, ampliamo la prospettiva oltre Borghetto ed oltre Roma.
Queste insubordinazioni di massa (non sono rivoluzioni) sono una ventata di aria fresca in un mondo che ci si stava chiudendo attorno, come una tagliola. Penso che ormai anche l'infame colonnello libico abbia i giorni contati. Forse è già scappato, vedremo. In šā Allāh.
Una vacanza in Marocco ci ha aperto gli occhi sulla realtà locale. Mi aspettavo un paese in rapido sviluppo, sensibilmente diverso da tante altre nazioni povere. Ho invece trovato quel che si vede in India e in mille altre parti del globo: una miseria rassegnata che si alterna a miseria aggressiva, entrambe disumane e disumanizzanti.
Potevo nascere al loro posto, invece sono nato qui. Non so perché, ma so che questa consapevolezza di un’innata pari dignità (dissimulata dagli accidenti del caso) si sta diffondendo sull’altra sponda del Mediterraneo e il "risorgimento arabo" è solo l'inizio.
Mentre Adel Jabbar preparava il suo pezzo, un egiziano ordinava online una pizza a Madison, nel Wisconsin, per le migliaia di manifestanti locali, testimoniando che questo risorgimento, questa rivendicazione di dignità, è un fenomeno globale. Dignità per le donne in Italia, dignità per i dipendenti del settore pubblico in Wisconsin, dignità per tutti (auguriamoci) nei paesi musulmani.
Allora tutto bene? Assolutamente no.
La sollevazione è stata spontanea ma sarebbe ingenuo credere che lo scacchiere mediterraneo e quello mediorientale siano lasciati alla mercè della società civile. Non è successo in Sudafrica, purtroppo, dove l’eredità di Mandela è già un ricordo e non succederà lì.
Troppi interessi forti stanno già muovendo le loro pedine per riprendere il controllo della situazione, delle risorse energetiche, di Suez, del Mediterraneo nel suo complesso. Chi è Omar Suleiman, figura che determinerà la politica egiziana dei prossimi anni, da dietro le quinte? Uomo dei servizi segreti, probabile torturatore, stretti rapporti con la CIA, amico di Israele. Temo che le cose non andranno diversamente altrove.
Certamente non posso prevedere cosa succederà, ma so che arriverà il momento in cui la gente si accorgerà che il “tajdid” è rimasto solo sulla carta e che al potere ci sono andati dei trasformisti camuffati da innovatori. Allora la reazione rischierà di essere quella della violenza cieca, che conduce alla rovina, perché è quello che vogliono i burattinai: una mandria imbestialita e spaventata, non esseri umani consapevoli, determinati e coraggiosi.
inviato da Michele Nardelli il 21.02.2011 15:53
Quel che si è messo in moto nei paesi arabi in queste settimane è di straordinario interesse e non solo per il destino di questa regione. E’ ancora presto per comprenderne l’esito e le notizie che arrivano dalla Libia in queste ore non possono che preoccuparci. Ma ciò nonostante siamo proprio in presenza di un grande e nuovo risorgimento regionale, laddove la formazione degli stati nazionali dopo la fine della seconda guerra mondiale era avvenuta sotto il rigido controllo delle grandi potenze coloniali, lasciando una lunga scia di regimi addomesticati, dispotici e corrotti.
Anche per questa ragione il movimento di rinascita che ha preso il via nella piccola Tunisia non conosce confini, tocca le corde di tutta la nazione araba piuttosto che di questo o di quell’altro paese nato attraverso quattro tratti di penna tirati dall’occidente secondo gli interessi di questi ultimi nell’area. Un contesto di dominio che ha reso tendenzialmente irrilevante il ruolo degli arabi nella modernità e che fa vivere ad ogni arabo la “Nakba” palestinese come la propria “catastrofe”. Samir Kassir, il protagonista della primavera di Beirut, nel suo straordinario testamento politico definì tutto questo come l’“infelicità araba”, foriera di rassegnazione e di rancore verso l’occidente, legittimando un islamismo radicale che a sua volta tende ad avvallare lo “scontro di civiltà” e la crociata che ne viene.
I volti sorridenti delle persone che in questi giorni riempiono le piazze della sponda meridionale del Mediterraneo ci raccontano che l’epoca dell’infelicità sta volgendo al termine. Ed è interessante che questo nuovo risorgimento non abbia simboli novecenteschi, sia consapevolmente nonviolento, abbia come protagonisti giovani donne e uomini riuniti dal tam tam di facebook e di twitter, una generazione di persone cresciute nelle università e nella comunicazione reale e virtuale con il mondo intero.
Come interessante è che la parola d’ordine di questa rivoluzione democratica sia la dignità. Non il pane, che pure nella crisi globale si fa bene prezioso, ma la richiesta di cittadinanza, stato di diritto, futuro. Mohammadi Albouzizi, il giovane tunisino che si è suicidato con il fuoco dando il via a questo grande movimento di popolo, ha scelto questo gesto estremo per rivendicare dignità, quella stessa che gli era stata negata dalla mafia famigliare di Ben Ali. L’orgoglio, il bisogno di riscatto e di libertà. Una richiesta politica, certo. E così, d’improvviso, la gente si è messa alle spalle il tratto precedente, la paura.
Il tutto avviene con una velocità straordinaria, confermando come la storia proceda per accelerazioni improvvise, molto spesso impreviste. Accadde così nei giorni della caduta del muro di Berlino, solo un mese prima inimmaginabile. Finì una storia e cominciò la guerra dei dieci anni. Si potrebbe dire, mi suggeriva un amico palestinese, che gli avvenimenti di queste ore rappresentano la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino, insieme. E, come allora, appare difficile prevederne gli esiti.
Come allora, stupisce il silenzio dell’Europa. Della strategia di Barcellona rivolta al Mediterraneo è ormai scomparsa ogni traccia. Le cancellerie nazionali hanno perseguito i loro affari scambiando i loro interessi nell’area con il sostegno fino all’ultimo a despoti corrotti senza nemmeno accorgersi del loro discredito e del loro crepuscolo. La stessa opinione pubblica europea appare silenziosa, lo sguardo distratto e opaco, incapace di cogliere la portata di quanto avviene di là del Mediterraneo per il proprio stesso destino.
Perché i tratti della rivoluzione democratica di piazza Tharir, la moderazione nella radicalità, il protagonismo senza bandiere, il richiamo morale della fede religiosa fortemente distinto dal carattere laico e plurale delle istanze politiche, le forme stesse della comunicazione, non sono dissimili da quelle delle donne e degli uomini italiani che sono ritornati in piazza proprio in nome della dignità.
Dovrebbero parlarsi, dialogare, comprendere che in un tempo caratterizzato da straordinarie interdipendenze quel che accade dall’altra parte del mare ci riguarda nella comunanza di destino. Ci emozioniamo di fronte all’esegesi di Roberto Benigni dell’Inno di Mameli, quasi ad aggrapparci nell’incertezza del futuro a quel che abbiamo e che pure, in assenza di elaborazione, usiamo come una clava nel dibattito politico interno. Forse sarebbe più utile proporci uno sguardo capace di andare oltre, rivolto al presente e capace di futuro. Così potremmo emozionarci anche per l’Inno alla Gioia e guardare con ben altra attenzione al nostro mare.
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