Giovani oggi: filmografia

Lotta di classe

Ascanio Celestini (Einaudi, 2009)

Sillabario dei tempi tristi

Ilvo Diamanti (Feltrinelli, 2009)

Ex Italia. Viaggio nel Paese che non sa più chi è

Giampaolo Visetti (Baldini e Castoldi, 2009)

La paga. Il destino del lavoro e altri destini

Furio Colombo (Il Saggiatore, 2009, pagg. 159)

Giovani e belli. Un anno fra i trentenni italiani all'epoca di Berlusconi

Concetto Vecchio (Dati, 2009)

L’economia della precarietà

Leon, P. e Realfonzo, R. (a cura di, manifestolibri, Roma, 2008)

Adulti con riserva. Com'era allegra l'Italia prima del '68

Edmondo Berselli (Mondadori, 2009)

I trentenni. La generazione del labirinto. Colloqui con Isabelle Vial

Françoise Sand (Feltrinelli, 2006)

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È possibile il ricambio generazionale?

escherChi naviga intorno ai trent'anni, sente il disagio di vivere da anni, da decenni, nella "categoria" giovanile. Una dimensione ormai "istituzionalizzata" dalla politica e dal mondo del lavoro. Più che la concretizzazione del mito faustiano «per sempre giovani», si tratta di una minaccia ai progetti di vita e la condanna a vivere in ruoli deresponsabilizzati. Come può avvenire in Italia il cambio generazionale? Come si può accreditare una nuova classe dirigente?
autore Alessandro Franceschini - inserito lunedì, 7 marzo 2011

Come è difficile parlare, in Italia, di necessità di una «classe dirigente» per il futuro. Il rischio di fare retorica è altissimo. La possibilità di scivolare in un «giovanilismo» sterile e sciocco è enorme. Impossibile, peraltro, far reggere l'equazione che «giovane» è uguale a «migliore». E poi: che farne dei «vecchi» e di tutte le loro enormi competenze acquisite in lunghi anni di esperienza? Mandarli al parco pubblico con il cane? Legarli stretti ad una sedia con in mano un uncinetto? «Il giovanilismo - ha scritto Giovanni Sartori - è un caso da manuale di miopia e di stupidità predittiva. Ho conosciuto moltissimi maestosi imbecilli di ogni età».
Partiamo da alcuni dati: l'età media nel nostro paese è di 43 anni, mentre nel mondo è di 28. Oggi in Italia solo una persona su sei ha meno di trent'anni. I dirigenti laureati sono solo il 20%. Gli under 35 "al potere"  lo 0,1%. In Cina sono quasi il 30%, in Germania il 14. Solo 18 italiani su 100, prima dei cinquant'anni, raggiungono posizioni di responsabilità. La maggior parte dei ventenni ha la percezione che il loro tenore di vita sarà inferiore rispetto a quello della famiglia di origine. Certo: non c'è politico che non riconosca l'urgenza di lavorare «per i giovani», per «costruire un futuro alle nuove generazioni». La sfida è, però, ancora aperta, perché  come ha detto Andrea Camilleri in una delle sue ineguagliabili battute, il problema dei giovani «non è tanto quello di diventare bamboccioni, quanto quello, letterale, di non finire come barboni».
Chi naviga intorno ai trent'anni, sente il disagio di vivere da anni, da decenni, nella "categoria" giovanile. Una dimensione ormai "istituzionalizzata" dalla politica e dal mondo del lavoro. Più che la concretizzazione del mito faustiano «per sempre giovani», si tratta di una minaccia ai progetti di vita e la condanna a vivere in ruoli deresponsabilizzati. In Italia c'è un esercito di trentenni che non sa bene che fare, non sa dove stare. Uno stipendio da fame consente loro solo una esistenza, appunto, da bamboccioni. Semplicemente perché non c'è posto. Sono, spesso, portatori di saperi specialistici e di competenze di alto livello che hanno appreso in università italiane e straniere. Sono pronti, formati, pieni di energia. Ma sono sostanzialmente «precari» e non possono fare altro che aspettare. Aspettare un lavoro decente. E quindi una casa, una famiglia. Il futuro. Ciò mi fa arrabbiare: vedere tante opportunità mortificate, tante energie represse, tanta speranza castrata.
L'Italia sconta un grande ritardo nel ricambio generazionale e un'ingessatura nella mobilità sociale ascendente. E questa lentezza, che rende in nostro paese lo stato gerontocratico per antonomasia, acquista maggiore drammaticità se guardiamo la società nel suo complesso. Perché vediamo due grandi gruppi antagonisti, composti da chi ha più o da chi ha meno di quarantacinque anni. Due gruppi che possiedono diverse condizioni contrattuali, previdenziali, di riconoscimento e di ruolo sociale. Un divario generazionale diffuso su tutto il paese e che viene esacerbato dalla diminuzione delle garanzie.
Quello che mi chiedo, e che domando ai lettori di Politica responsabile è: come può avvenire questo cambio generazionale? Come si può accreditare una nuova classe dirigente? A mio parere ci possono essere tre modalità che vorrei discutere brevemente.
La prima è quella del «parricidio», ovvero l'atto di uccidere il padre, dove per padre, s'intende, ovviamente, la generazione che sta al comando. Come, efficacemente, fecero quarant'anni fa i giovani durante il Sessantotto. Quando una generazione, forte anche dei numeri demografici che rappresentava, diede una spallata a tutto un mondo di «vecchi» componenti della classe dirigente, occupando tutti i posti possibili. E che di lì, però, non si è ancora schiodata.
La seconda modalità è quella della «cooptazione». E qui non s'intende quel reclutamento sano che mettevano in pratica i partiti storici della Prima Repubblica per garantire una rappresentanza a tutte le fasce, ma soprattutto la crescita di una nuova classe dirigente fatta di persone meritevoli. Ma piuttosto quella modalità di concedere posti di responsabilità grazie alla magnanimità del leader di turno. I classici "figli di...", incapaci e raccomandati.
La terza modalità è quella del «patto tra generazioni», la più interessante ma anche la più difficile da attuare. Il cambio generazionale può essere un grande strumento solo se viene filtrato dalla qualità: chi riveste un ruolo di responsabilità non lo fa perché è «più giovane», ma perché è «migliore». Per permettere questo il paese deve liberarsi da quella ingessatura di ruoli a vita, dentro l'amministrazione pubblica, dentro la politica, nelle università. E promuovere l'alternanza come il sale su cui fondare un sistema economico democratico e competitivo.
Credo sia necessario ricostruire un patto storico di fiducia e di collaborazione tra generazioni in grado di ritrovare solidarietà e riferimenti etici e civili. Le maglie della società devono aprirsi e mostrarsi permeabili al merito e alla creatività di chi chiede posti di responsabilità. L'alternativa è che il prossimo e imminente futuro riservi una caduta a picco di un sistema paese sempre più vecchio ed immobile o, in alternativa, dei conflitti sociali a cui sarà difficile porre rimedio.

inviato da Sergio il 02.05.2011 11:56
Dal Corriere della sera del 20/4 ho tratto la notizia che a Milano si è candidato sindaco il "grillino" Mattia Calise, 20 anni, tre esami alla laurea in Scienze politiche, 1838 fan su Facebook, al quale pare che i sondaggi attribuscano una percentuale vicina al 5% nonostante la somma modesta= 10.000 euro, investita per la campagna elettorale. Questo dato dimostra che, utilizzando i social network, si possono coagulare molti consensi intorno a giovani che intendano candidarsi in via autonoma. Si comincia con il creare un gruppo, si cerca poi di estendere la cerchia degli amici con l'aiuto dei quali raccogliere adesioni intorno ad una prospettiva di impegno politico e ad un programma. Una volta ottenuta la fiducia e raggiunta la convinzione che si può contare su un pacchetto di voti il più è fatto, in barba al conservatorismo delle oligarchie dei vari partiti. Non penso che sia una chimera, frutto della speranza di illuso come me che crede ancora nella possibilità di cambiare le cose.
inviato da SERGIO il 28.04.2011 12:53
Le considerazioni di Dario Maestranzi sono realistiche e in gran parte condivisibili. Oggi però i giovani dispongono di strumenti formidabili, che una volta non esistevano, per organizzarsi e scegliere i propri rappresentanti nei partiti e nelle associazioni. I soldi necessari si possono trovare magari rinunciando all'acquisto di qualche costoso oggetto di consumo. Bisogna avere la volontà di impegnarsi seriamente in politica, fantasia e spirito organizzativo, come hanno dimostrato, in condizioni ben più pericolose e difficili, i giovani tunisini, egiziani, ed ora stanno dimostrando i siriani. Nei primi anni 40 una generazione di studenti universitari e di intellettuali, moralmente molto motivati, riuscì ad organizzarsi e partecipare alla lotta di resistenza nelle formazioni di Giustizia e Libertà e nelle altre che combatterono contro la dittatura fascista. In alcune assemblee di partito per eleggere dei candidati, in cui si erano presentati anche dei giovani alle prime armi, il quadro dei partecipanti era desolante: pochi anziani e gente di mezza età, qualche iscritto già inserito nei ...meccanismi clientelari e correntizi, e due o tre ragazzi appartati ed intimiditi. Se al mio voto a favore di un giovane candidato universitario si fossero aggiunti quelli di altri intervenuti l'esito sarebbe stato diverso da quello, scontato, auspicato dal partito. Personalmente sono molto scettico sulla possibilità che l'attuale classe politica raggiunga un accordo sulla riforma del sistema elettorale, che, se non si verifica un profondo ed esteso cambiamento di mentalità, non costituirebbe comunque una panacea ai mali che affliggono il paese.
inviato da dario maestranzi il 24.04.2011 22:59
Ringrazio della segnalazione, intervengo volentieri. Vivo dall' "interno" la politica da circa 8-10 anni e un'idea ben precisa me la sono fatta.
Il ricambio generazionale, mi spiace deludere oppure sconfortare ancora più, difficilmente avverrà in Italia. Le ragioni sono due principalmente, secondo me:
1) per fare politica ci vuole tempo e denaro, il giovane solitamente non ha nè l'uno nè l'altro.Se poi il giovane è anche neo padre difficilmente riuscirà a conciliare le sue responsabilità politiche, lavorative e familiari;
2) i partiti sono il mezzo per fare politica in Italia e questi sono nelle mani di generazioni che noin hanno nessun interesse nel lasciare il potere.
Ma ammettiamo che un "giovane" riesca a fare politica e ad essere eletto, che potere e forza avrà solo (o quasi) in mezzo ad un gruppo di persone per lo più volte al loro interesse personale, che spesso contrasta con l'interesse pubblico?
Su questo punto sono più ottimista, nel senso che qualcosa (non molto sia chiaro) si riesce ad incidere avendo coraggio e buona volontà. Purtroppo devo rilevare che i pochi giovani che emergono poi si fanno fagocitare dal sistema e quindi alla fine contribuiscono inconsapevolmente anche loro alla situazione disastrosa in cui ci troviamo.

Soluzioni: una legge elettorale diversa, basata sull'uninominale (chi prende più voti vince). Che sfasci la partitocrazia e le baronie che la muovono. In questa maniera sono i cittadini a decidere chi si può candidare (tramite una raccolta firme non più per una lista ma per un candidato) e chi naturalmente viene eletto. Ora sono i capipartito che decidono tutto e certamente non scelgono persone che una volta elette vorranno cambiare il sistema.
inviato da Sergio il 22.04.2011 17:34
Il miglior commento che un anziano pensionato come me ritiene di fare è nel seguente scritto, tratto quasi integralmente da un capitolo del libro "Il ritorno del Dinosauro" di Piero Dorfles (ed. Garzanti 2010), che rispecchia integralmente il mio punto di vista e che penso meriti di essere letto, nononostante la lunghezza, e meditato.

LA CLASSE DIGE..RENTE

In una delle sue graffianti vignette, Altan ha disegnato la tipica donna opulenta, dall'aria distaccata e un po' cinica che è uno dei suoi segni preferiti, con la didascalia che le faceva dire:”il paese ha bisogno di riforme. Ma anche le riforme avrebbero bisogno di un paese”. Con una sintesi efficace ha colto il problema che si possono anche fare buone leggi, ottime riforme, ma se non c'è un paese che le applica, se non ci sono cittadini consapevoli che hanno interiorizzato la civiltà del diritto, servono a poco.
Ma può esistere un paese consapevole senza una classe dirigente di qualità? La risposta è negativa perché una classe dirigente inefficiente e senza sensibilità etica produce, a catena, cittadini poco efficienti e a loro volta rassegnati ed indifferenti alla corruzione.
….“È tutto un magna magna.” “La classe politica non rappresenta più i cittadini.” Non è un caso che, alle disfunzioni delle istituzioni, gli italiani reagiscano spesso con lamentazioni qualunquistiche di questo tipo. “È uno schifo, non se ne può più, lo stato è in mano a gente che è solo attaccata al potere, e io non ci vado più a votare.” “In questo paese non si può più vivere, io emigro.” Quante volte si sente ripetere questa litania, frutto di una comprensibile ma sterile reazione emotiva. Se c'è qualcosa che non va, la cosa più semplice e gratificante è prendersela con il potere: poteri forti o deboli, economici, politici e sindacali, caste e corporazioni, la COLPA DI TUTTO CE L'HA CHI HA IL POTERE. Facile ed auto-assolutorio esercizio quello di accollare tutte le ro responsabilità a qualcun altro, dimenticandoci che la democrazia prevede che responsabili si sia, in un modo o nell'altro, tutti noi cittadini.
Come tutte le voci popolari, però, anche queste lamentele non sono sprovviste di un fondo di verità, e sottintendono un bisogno di cambiamento. Con altre parole e con una fosca previsione si possono anche declinare così:”Se non avviene un mutamento profondo l'Italia ridiventa un paese povero”. Sono parole di Tommaso Padoa-Schioppa, che si è interrogato su quanto un paese caratterizzato da un'ambizione timida, come dice riferendosi alla nostra, sia in grado di darsi una classe dirigente in grado di invertire una tendenza negativa. Il suo allarme è legato alla qualità della nostra classe dirigente perché, dice, si tratta di persone le cui azioni “oltrepassano il confine del particolare, hanno un effetto generale e costituiscono un modello per i più”, ed è perché chi ne fa parte “rende conto soprattutto alla propria coscienza” e non ad una vigile, informata e severa opinione pubblica.
Si rifletta come, in tutti i settori, prevalentemente in quello pubblico ma anche in quello privato, venga selezionata in Italia la classe dirigente, con criteri che sono tutto fuorché meritocratici: cooptazione, fedeltà, clientelismo familiare o amicale, raccomandazione, scambio di favori, corruzione etc. Ne discendono inevitabilmente le seguenti conseguenze: l'occupazione della maggior parte dei posti di potere da parte di gente in genere mediocre, poco preparata, eticamente inaffidabile e disposta ad ogni compromesso pur di mantenere ed accrescere le posizioni raggiunte non grazie alle proprie qualità ma agli appoggi di cui ha potuto avvantaggiarsi; e, corrispondentemente, l'emarginazione o l'allontanamento dal Paese delle risorse umane intellettualmente e moralmente migliori ma prive di raccomandazioni.
È quindi necessario un mutamento, che deve essere soprattutto culturale, di costume perché il nostro è un Paese che non esporta materie prime, ha una struttura industriale fragile e, negli ultimi anni, ha visto ridursi progressivamente la presenza tanto dell'industria pesante quanto di quella ad alta tecnologia. Che la chimica e gli acciai li compriamo all'estero lo sappiamo da tempo ed è sufficiente dare un'occhiata agli aggeggi elettronici che usiamo ogni giorno – tv, telefonino, computer - per vedere che non ce n'è uno che abbia un marchio italiano. Recentemente stiamo perdendo posizioni anche nei settori agro-alimentari e della moda, che erano i nostri punti forti.
Né si può immaginare che, poiché abbiamo un immenso patrimonio naturalistico e la metà dei beni culturali del globo, basti il turismo a sostenere la nostra economia. Perché siamo male attrezzati, non abbiamo una vera tradizione di ospitalità e non ci facciamo buona pubblicità, per non parlare di come abbiamo ridotto buona parte delle nostre coste, che avrebbero potuto essere una fonte di ricchezza di ben altra portata. Per equilibrare l'importazione di materie prime, di semilavorati e di prodotti ad alta tecnologia, dunque, dovremmo esportare idee, know how, brevetti, disegno industriale. Ma per fare questo ci vogliono cultura e ricerca.
Se il futuro e la competitività del paese dipendono dalla iniziativa, dalla progettualità, dall'immaginazione, dalla cultura, appunto, della classe dirigente, è lì che dobbiamo concentrare l'attenzione. Perché la sensazione diffusa è che la nostra classe dirigente, più che dirigere il paese, se lo sia spartito, se ne sia divisa le risorse e le abbia utilizzate ai fini privati invece che per il bene pubblico. Che se lo sia mangiato, un po' per volta, e se lo sia tranquillamente digerito.
È vero che ci sono tanti imprenditori seri e di successo, ma le nostre imprese, che pure chiedono provvidenze, flessibilità e facilitazioni, investono pochissimo nella innovazione e nella ricerca. Vero anche che perfino tra i politici ed i pubblici amministratori ci sono persone con qualità morali e capacità professionale. Ma se un intero parlamento applaude chi, anche senza commettere alcun reato, rivendica il diritto alla gestione clientelare della cosa pubblica, come è accaduto non tanto tempo fa, viene spontaneo ripetere la battuta (il primo a coniarla pare sia stato Leonardo Sciascia) che la nostra, più che una classe dirigente, è una classe digerente.
E sia ben chiaro, dare tutte le colpe alla voracità della “classe digerente” è una semplificazione da respingere. Se politici, pubblici amministratori, professionisti ed imprenditori hanno accettato nel tempo un sistema di favori e di prebende, se abbiamo subito senza ribellarci la lottizzazione estesa dai dirigenti del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) fino all'ultimo portaborse, la nomina politica persino dei chirurghi che devono salvarci la pelle, la colpa è i tutti noi, che abbiamo tollerato passivamente.
Classe dirigente per definizione dovrebbe essere quella dei docenti universitari, la parte più colta e preparata del paese. Ma non c'è occasione in cui non si recrimini su un modello di cooptazione scandaloso, che promuove parenti e clienti e tiene alla larga dalle cattedre chi, pur essendo più preparato, non è interno al sistema di potere. È un terribile circolo vizioso che tolleriamo senza renderci conto che minaccia il futuro di tutti. Perché, senza principi meritocratici, si selezionano docenti che non sono in grado di formare studenti, di trasmettere conoscenza ed entusiasmo, e quindi di formare i docenti di domani, che a loro volta non saranno in grado di formare docenti e studenti. Un avvitamento verso il basso, intensificatosi dalla fine degli anni 60, che, se sarà ancora tollerato, peserà irrimediabilmente sul futuro dei nostri figli.
Senza un elevato e diffuso senso civico difficilmente un paese riesce a darsi buone classi dirigenti. Una buona classe dirigente non si costruisce a tavolino, con un decreto o con le buone intenzioni. È il risultato di un processo che rimanda al funzionamento di un intero sistema.
In passato la classe dirigente era costituita dall'alta e media borghesia, che aveva voglia di lavorare e non di vivere di rendita sfruttando le posizioni, sociali, economiche e politiche, acquisite nel tempo dalla famiglia o dal clan parentale di appartenenza. Chi, per intelligenza, intraprendenza ed ambizione, riusciva ad uscire dalla mediocrità ed emergere, poteva essere cooptato dai ricchi ed entrare a far parte della élite; gli altri erano poveri e basta. In democrazia, non dovrebbe essere un'élite di privilegiati a scegliere chi deve farne parte. Dovrebbero esserci regole il più possibile oggettive per stabilire le competenze e qualità necessarie, scuole pubbliche destinate alla selezione dei più meritevoli e concorsi rigorosi per accedere alle cattedre tecniche. Ma tutto questo non sarebbe ancora sufficiente a correggere il sistema essendo sempre possibile, data la nota ….creatività degli italiani in materia, aggirare le norme ed imbrogliare le carte. Perché non accada è necessario anche un esteso controllo sociale; e questo lo deve esercitare la cittadinanza tutta.
Una democrazia funziona quando i cittadini sono informati sui problemi che riguardano la collettività, e quindi hanno la possibilità e la capacità di decidere in base alle loro convinzioni, quando ci sono regole certe, ma soprattutto quando c'è un esteso controllo sociale. Senza controllo sociale la democrazia diventa un guscio vuoto, un fatto formale e non sostanziale. Diventa un simulacro, un'oligarchia travestita da parlamentarismo, una democrazia autoritaria, per usare un ossimoro escogitato dal politologo americano Fareed Zakaria.
Si va a a votare, ogni tanto, e poi tra un'elezione e l'altra si delega tutto ai rappresentanti eletti. Ma così si incentiva la costituzione, per l'appunto, di una casta. Le caste non obbediscono a criteri di democraticità, di competenza, di responsabilità e di trasparenza. Le caste si riproducono per cooptazione e la loro unica finalità è l'autoconservazione. Non si coopta il più bravo, che potrebbe divenire un concorrente temibile, né il più responsabile e tanto meno il più onesto, che potrebbero incrinare la solidarietà del sistema. Si coopta chi è più pronto ad obbedire, a chiudere gli occhi davanti ai privilegi o, peggio, alla corruzione ed agli illeciti. “Il boccaporto che conduce alla stanza dei bottoni è troppo spesso chiuso al merito e aperto a “yesmen” interessati, astuti, fedeli” (Carlo Carboni, “Élite e classi dirigenti in Italia” - Laterza 2007 p. XVIII).
Momento fondante della costituzione di una classe digerente, allora, diventa non il controllo della capacità, ma la verifica del conformismo dei candidati. Prima vediamo se siete disposti a dimenticare ogni slancio di autonomia ed oggettività di giudizio, e poi vi promuoviamo. Prima controlliamo che siate ben disposti ad obbedire, senza aprire contenziosi, a decisioni informate all'interesse privato e alle logiche spartitorie, e poi vi facciamo accedere alla stanza dei bottoni. Prima verifichiamo che siate pronti a piegarvi ai favori, alle “marchette” più umilianti; poi, quando per il fatto stesso di esservi piegati a operazioni poco pulite sarete ricattabili, si potrà darvi un posto nella nomenclatura senza rischiare che tradiate i principi omertosi che la sorreggono. E se questo alimenta l'accesso a posizioni dirigenziali di persone di modeste capacità, andrà anche peggio al momento della cooptazione successiva. Chi sa di valere poco, difficilmente sceglie collaboratori di qualità. Innanzitutto perché, insicuro, ha paura di mostrare la sua inadeguatezza, di essere colto impreparato e di fare brutte figure che metterebbero in discussione la sua autorevolezza. E in secondo luogo perché un collaboratore bravo toglie visibilità, fa ombra al capo e, se cooptato nei ranghi superiori, può fare le scarpe al suo dirigente con più facilità.
Il problema che segue è quello della propensione all'illegalità. Dice sempre Carboni: “nei casi in cui non esistano istituzioni in grado di (individuare e) punire le responsabilità di élite autoreferenziali e truffaldine, anche la società si adatterà con comportamenti semi-illegali” (Ivi, pag. XVI).
Ancora un' annotazione. Una classe dirigente mediocre, che non ha cultura, difficilmente può affermarsi se non utilizza sotterfugi furbeschi o pratiche illegali. Nel mercato assistito un imprenditore poteva trovare il modo di farsi sostenere dall'intervento statale, e magari guadagnare vendendo alle aziende pubbliche un'impresa decotta. Oggi l'ingresso in Europa e la liquidazione dell'IRI rendono più difficili queste manovre. Ed ecco che, non avendo né idee né cultura, alle volte si sopperisce con pratiche illegali. Perché, altrimenti, la più importante azienda telefonica (oberata di debiti) avrebbe dovuto organizzare una rete di intercettazioni che rischiava di trasformarsi in un esteso strumento di ricatto nei confronti di tutta la classe dirigente del paese?
Del resto, come si può produrre profitto se non si fa ricerca e non si è capaci di innovazione?
Ci si arricchisce destinando gli investimenti ad attività finanziarie speculative oppure dribblando leggi e regole. E questo riguarda politici come imprenditori, professionisti come funzionari pubblici. Ma quando le pratiche disinvolte si diffondono e l'illegalità è tollerata a livello di massa, non ci si può più lamentare se i politici si comportano come satrapi, la camorra può impedire la raccolta differenziata dell'immondizia e per costruire un'autostrada, una ferrovia, una metropolitana ci vogliono decenni con uno spreco di risorse indecente.
I politici ed i commessi dello stato vivono di clientelismo, rubacchiano, usano gli apparati dello stato per fare affari, per viaggi personali, per farsi portare pesce fresco in montagna, per spiare gli avversari politici? Tanto fanno tutti così. Se ci rassegniamo e non ci ribelliamo vuol dire che ci sta bene come vanno le cose. In tal modo evitiamo anche il rischio che non ci facciano più condoni e si scopra che siamo evasori anche noi e che abbiamo costruito una villetta sulla battigia o ampliato abusivamente una abitazione. In sintesi, siamo tutti quantomeno complici. Per uscirne bisogna che finisca la connivenza omertosa che ci lega e che è stata storicamente la tara di questo paese, dove i più furbi e i più spregiudicati riescono quasi sempre ad avvantaggiarsi sugli onesti, destando invidia e sotteso desiderio di emulazione invece di disapprovazione sociale.
Carlo Carboni calcola che la nostra classe dirigente sia formata da circa 17.000 persone. Ma annota anche che” la nostra élite appare una classe dirigente mediocre, inadeguata a gestire le sfide del mercato globale e della democrazia”, “carente nella guida del paese, maschile (….), con vistosi problemi di ricambio, poco meritevole, forte in consenso e debole in competenza”, e ricorda come molti opinionisti abbiano sottolineato la mancanza di senso di responsabilità delle nostre classi dirigenti verso la società nel suo complesso” (Carboni, Ivi 2007, pag. XII)
Ma siamo tutti noi ad avere accettato volentieri il pessimo esempio estendendo il criterio della raccomandazione ad ogni livello. Potendo, ci facciamo raccomandare per un ricovero, per essere operati dal medico giusto, persino per avere in tempi civili un'analisi clinica o un certificato. Accettiamo a priori il fatto che, nonostante i medici abbiano la stessa responsabilità morale sia che curino un mutuato o un cliente pagante, se ci curano privatamente saranno più solerti ed attenti.
E il pessimo esempio non riguarda soltanto la sfera pubblica: basta andare in una banca, agli sportelli di un gestore telefonico o in un grande magazzino per constatare che chi è conosciuto viene trattato con cortesia, mentre l'utente occasionale viene lasciato a se stesso, in lunghe attese, senza informazioni e trattato in modo scostante.
Le conseguenze di questo malcostume nazionale sono: la scarsa mobilità sociale, il lento ricambio della classe dirigente, la fuga dei cervelli, il prevalere delle conventicole e dei clan famigliari, la perdita di valori quali il merito, la competenza, la responsabilità. Il risultato è che “una società in cui pochi hanno la speranza di veder migliorare il proprio livello di vita è una società immobile (…). Una comunità che si abitua, per fatalismo o opportunismo, alle ingiustizie ed ai privilegi è una comunità povera, non solo spiritualmente, ma anche economicamente” (Giovanni Floris, “Mal di merito” Rizzoli, Milano 2007, pag. 41).
Anche una comunità che spreca, ottunde le menti migliori. Perché, oltre a chi emigra, c'è chi semplicemente perde slancio, non si confronta con le sfide che vede già perse in partenza. E allora si adagia sulle professioni ereditarie, ricorre ad ogni trucchetto, legale o illegale, per trovare una nicchia protetta in cui vegetare, “tirare a campà”. Accetta lavori poco gratificanti per evitare la mortificazione di doversi piegare a servilismi o marchette, di dover chiudere gli occhi davanti alla piccola o alla grande corruzione. E magari si adatta a rimanere il più a lungo possibile nel seno caldo della famiglia, senza rivendicazioni di autonomia e di libertà personale, a svolgere il ruolo del “bamboccione”.
Riecco dunque la necessità del profondo mutamento di cui parlava Padoa-Schioppa: non si tratta soltanto di recuperare i princìpi della legalità e del merito. Cose importantissime ma non sufficienti. Quello che ci manca è la consapevolezza del fatto che, se non ci impegniamo per lo sviluppo e la ricerca, in breve tempo questo ci renderà tutti e in particolare i giovani e le future generazioni più poveri. Per agire in questa direzione bisogna che venga selezionata una classe dirigente che sia animata da una sorta di religione civile, dalla convinzione che il bene collettivo sia più importante dell'interesse privato, che abbia uno spirito etico e faccia un uso critico dell'intelligenza. Se guarda solo all'utile immediato, all'interesse personale, di casta o di corporazione, prevale la furbizia non l'intelligenza. E se i dirigenti non guardano lontano la loro miopia finirà per chiudere la speranza di un futuro migliore per i loro stessi figli.
Ancora una volta il problema principale è la crescita della cultura complessiva del paese. In tutti i sensi, come tutti noi dinosauri andiamo pensando da tempo. Siamo convinti che difendere una scuola che promuove senza merito, un sistema di cooptazione della classe dirigente che non si basa sulle competenze, lasciare che il sistema di potere gestisca gli interessi collettivi senza controlli vuol dire preparare per sé e per i propri figli un futuro senza prospettive. Un paese in cui avremo meno posti di lavoro e poco qualificati, meno strumenti di crescita personale, meno autorevolezza internazionale, meno capacità di comprendere cosa succede intorno a noi, meno divertimenti e conoscenze. E, inesorabilmente, avremo anche meno soldi .
Per evitare questo declino, inevitabile per l'entrata in scena, sullo scacchiere mondiale, di nuove realtà nazionali emergenti, sia sul piano economico che culturale, e di popolazioni mosse da una irrefrenabile, perché vitale, spinta allo sviluppo, la qual cosa determinerà una corrispondente diminuzione delle risorse naturali, alimentari ed energetiche, finora a disposizione delle nazioni più progredite, bisogna che la generazione dei venticinquenni-trentenni (e quelle successive) si scuota dal torpore e dall'apatia in cui sembra precipitata per l'ottundimento provocato dal benessere, di cui finora ha goduto grazie alla ricchezza prodotta dai loro nonni ed in parte dai loro padri, ed assuma la responsabilità, morale e politica, di agire per cambiare la società. Le condizioni: sviluppo tumultuoso dei consumi, stabilità dell'occupazione, conquiste sindacali (Welfare), progresso economico ed aumento del PIL, che hanno favorito, a partire dagli anni 60, l'accumulo di risparmi ed hanno consentito, anche negli anni di crisi, di mantenere un tenore di vita e uno o standard di benessere soddisfacenti, molto probabilmente non torneranno più.
Una riscossa dei giovani è urgente e necessaria perché hanno perso peso e oggi contano meno di ieri. Questo spaventa il dinosauro: che soprattutto i giovani, anche se occasionalmente sembrano ribellarsi a qualche improvvido taglio di spesa per la scuola e l'università, si adattino al mondo così com'è e non riescano ad immaginarlo diverso. Che si accontentino e non abbiano il gusto della sfida, non sentano il minimo desiderio di cambiare né le cose né se stessi. Che si occupino di politica solo perché pensano che sia uno strumento per ottenere lavoro, promozioni, prebende. Che guardino solo al presente e non abbiano progetti per un futuro sia pur vicino. Questo sì che significa essere vecchi, in questo modo sì che si è condannati all'estinzione. Perché chi accetta le peggiori derive del presente non soltanto non fa niente perché il futuro sia migliore, ma sta operando attivamente perché sia pessimo, con la scusa di considerarlo immodificabile e immanente.
Se si riflette sui recenti imprevedibili accadimenti nel mondo arabo e sull'impatto politico e sociale che ha avuto l'attività dei giovani internauti attraverso l'utilizzo diffuso dei nuovi strumenti informatici, usati non soltanto come mezzi di comunicazione e di informazione, ma anche come mezzi di trasformazione (video, girati col cellulare, del giovane tunisino immolatosi gridando davanti alla casa del governatore, sms e musica rapper di Hamed Ben Amor) che, riecheggiando nelle coscienze, hanno contribuito a creare una coscienza collettiva della necessità di una ribellione, appare evidente come, se c'è una forte volontà di cambiamento, supportata da spirito di iniziativa e da capacità organizzative, sia molto più agevole e veloce ai nostri giorni di quanto non lo fosse in passato aggregare un numero cospicuo di persone ed unificare le loro energie indirizzandole al raggiungimento di un obiettivo comune.
Quello che è avvenuto è stato un cambiamento generazionale ed epocale in quanto si è trattato di eventi rivoluzionari senza un vero e proprio sfondo ideologico. Inoltre, a quanto sembra, la contestazione politica si è sviluppata al di fuori della stessa politica e senza essere diretta da partiti, ma attraverso il mondo associativo e dei social-network, quello che viene chiamato “terzo settore” o settore informale, a dimostrazione che i tradizionali veicoli delle idee stanno forse scomparendo: l'intellettuale organico ed impegnato ed i partiti, in calo vertiginoso di credibilità, in questa fase pare non possano più avere alcun impatto. Il mondo globale è anche questo: mescola le carte e fa pensare che la storia fissi ormai le sue scadenze dove meno le si aspetta. Perché no in Italia e, anche qui, per opera dei giovani? A sessanta o a settant'anni è difficile fare una rivoluzione anche se solo culturale..

inviato da ilenia il 10.04.2011 17:43
"Eppure io credo che tra la rassegnazione e la fuga ci sia ancora lo spazio per fare qualcosa", scrive l'autore di questo post a commento del dibattito suscitato.

Me lo auguro anch'io, ma per questo servono, come già accennato da qualcuno che mi ha preceduta, sia fiducia nei giovani carichi di entusiasmo e creatività, e quindi nella loro capacità di rinnovamento, sia la voglia dei neotrentenni di oggi di rimboccarsi le maniche e procedere con umiltà, lasciandosi, a volte, guidare da chi ha più esperienza. Vedo parecchi giovani con creatività ed entusiasmo capaci di accattivarsi le simpatie dei "non più giovanissimi" grazie all'impegno nel dimostrare quanto valgono.

Ho molti amici che hanno scelto di lasciare l'Italia. Non credo sia una "fuga" il trasferirsi all'estero, ma piuttosto una scelta ragionata di cogliere l'occasione per crescere, maturare professionalmente e guadagnare soldi per poter "metter su casa e famiglia". Di certo una scelta non semplice, a volte sofferta, ma altrettanto condivisibile, non accessibile a tutti possibile però.
Il loro ritorno, in cui confido, credo potrebbe però essere una risorsa in più per questa terra, la loro partenza (in vista del loro ritorno) una sorta di investimento sul futuro.

E i mobili svedesi dal design lineare e minimale credo possano essere visti come uno dei simboli di una generazione che cerca di fare ciò che può. Mio padre quando si sposò scelse mobili scuri, solidi, di legno massiccio, di quelli che durano tutta la vita. Li pagò in contanti, subito. Io immagino opterò, come molti miei amici, per comode rate mensili e design lineare.
inviato da giorgio antoniacomi il 16.03.2011 22:18
Mi riconosco molto nella nota di Claudia. Faccio il tifo per lei. Ma anch'io penso spesso, con amarezza (soprattutto confrontando il nostro Paese con l'ingenuità da adolescente della Spagna), che l'Italia è come un vecchio che sa di non avere una vita davanti e dunque cerca disperatamente di difendere quello che le resta da vivere a costo di qualche sotterfugio e di qualche meschinità. Non vedo davanti al nostro Paese un progetto condiviso né la capacità di credere che un progetto sia possibile. Mi rifiuto di arrendermi: le partite (l'Inter ce l'ha ricordato) si possono vincere o perdere, ma si giocano fino al 90°. Ma nonostante questo vedo in me una contraddizione: come funzionario pubblico cerco di restituire alla sera, alla fine del mio lavoro, una città almeno un poco migliore di quella che ho ricevuto al mattino arrivando in ufficio. Ma come padre di famiglia mi sono trovato troppe volte a sperare che le mie figlie vadano all'estero.
Ha bisogno di un augurio chi parte. E di un augurio altrettanto grande chi resta.
inviato da Andrea il 16.03.2011 15:31
Non credo che esista un’età giusta per diventare classe dirigente. Il problema dal mio punto di vista è semmai che le posizioni dirigenziali in Italia (Trentino compreso) sono veramente troppo comode.

I dirigenti, politici, consiglieri d’amministrazione, etc. assumendo l’incarico pur cui sono chiamati, si fanno carico anche delle responsabilità del loro ruolo. I dirigenti servono non solo per decidere, ma anche per avere qualcuno da incolpare (a torto o a ragione) se qualcosa va male. Sono, o meglio dovrebbero essere, le teste da far saltare nel momento del bisogno.

A mio parere, questo è l’elemento problematico: ho un vivido ricordo di Gad Lerner che, per aver fatto passare un servizio inopportuno nel telegiornale della sera quando ne era direttore, diede le dimissioni. Quanti episodi simili ricordiamo? Forse potrei contarli sulle dita di una mano. Se comportamenti simili al suo diventassero più frequenti, difficilmente ci troveremmo una classe dirigente ferma e ingessata da così tanti anni.

Ecco quindi il mio invito: cominciamo e concepire i posti dirigenziali come qualcosa per cui si corre quotidianamente il rischio concreto di essere cacciati. Questa prospettiva avrebbe due vantaggi:
1.gli stipendi della classe dirigente ricomincerebbero ad essere più giustificati, anche agli occhi della gente comune: “è vero, prendono tanto, ma rischiano grosso…” .
2.In 15 anni, e forse anche meno, capita sicuramente che qualcosa in un ordine professionale, un cda, un consiglio provinciale, alla camera vada storto. Se chi è dirigente se ne assumesse la responsabilità la vita media di una classe dirigente sarebbe di 15 anni (eccolo qui il rinnovo, per chi pensava fossi andato fuori tema…)

Concludo confessando che ho anche il vago sentore che, alla lunga, l’istituto delle dimissioni induca un profondo rispetto per chi lo utilizza. C’è qualcosa di potente nel meccanismo ancestrale del cap(r)o espiatorio. Nessuno ovviamente può credere che sia il caso di spedire nel deserto un direttore che sbaglia. Ma trovare dei responsabili quando le cose vanno male è un bisogno che continuiamo ad avere, anche oggi che non abbiamo più gli stregoni (ne siamo sicuri?) e scriviamo sui blog.

Un ultima cosa: in bocca al lupo Claudia! Ci hai regalato un commento molto bello, l’ho letto d’un fiato.
inviato da Alessandro Franceschini il 16.03.2011 00:04
Cercherò di essere breve perché, forse è vero, in questi post ci siamo allungati un po’ troppo. Forse non siamo ancora abituati alla “giusta lunghezza da web”. Però è bello anche leggere le argomentazioni di un’ipotesi o le storie di vita. Ho riletto i commenti (e ringrazio tuttti per il prezioso contributo al dibattito) e, devo ammetterlo, la tentazione allo scoramento e alla rassegnazione è alta. Alex se ne è andato, Claudia lo seguirà a breve. Come loro, tanti altri. I trenta/quarantenni hanno amici un po’ ovunque. Vivono in piccoli appartamenti spersi in mezzo mondo, arredati tutti con mobili uguali, comprati all’Ikea. Una diaspora, utile solo per fare delle vacanze a basso costo. A noi che rimaniamo, apparentemente, non rimane che fare qualche commento su un blog, magari scrivere un libro (bello e terribile quello di Irene Tinagli), e poco altro… Eppure io credo che tra la rassegnazione e la fuga ci sia ancora lo spazio per fare qualcosa. L’atteggiamento di Giorgio Antoniacomi («i ruoli vanni esercitati, non rivendicati») e il monito di Ugo Morelli («il conflitto come incontro tra differenze è la via») possono essere dei suggerimenti importanti per impostare quantomeno una condotta, un atteggiamento, per intraprendere un solco. Credo che la tenacia, l’onestà, la dedizione alla fine pagheranno. Non serve «uccidere il padre», ma fargli capire che deve cedere un po’ di spazio. Ognuno deve riprendere il suo ruolo: se avessi la bacchetta magica, ai “giovani” chiederei il coraggio dell’impegno; ai “vecchi” la seggezza del nonno di Morelli.
inviato da claudia il 15.03.2011 11:59
Scusate: entro in punta di piedi e commento anch´io.
Ho spesso letto di “ammazzare il padre”, di “fare la rivoluzione”, come nel ´68. Io ho poco piú di quarant´anni. I padri si ammazzano a vent´anni, non a quaranta. A quaranta si "è" padri. A quaranta si è madri. Si governa. Si decide. Non si fanno le rivoluzioni. É contro la natura delle cose. Un proverbio bulgaro dice: “A quarant´anni gli zingari muoiono”.
Io sono stufa di lottare, perché non è normale. Alla mia etá non si è “ragazzi”. Non si è “giovani”. Si è uomini e donne maturi e adulti. Si governa. Si decide. Non si lotta per il cambiamento. Quello, semmai, lo si fa a vent´anni, come nel Sessantotto, appunto.
Per questo tra poco piú di un mese io e mia figlia ce ne andremo, e raggiungeremo mio marito, che giá si è fatto coraggio e ha lasciato questa Europa vecchia e stanca. Emigreremo. Destinazione Sudafrica. Lui continuerá a fare il lavoro che ha sempre fatto, prima negli USA (Cornell e Washington) e poi in Germania (a proposito, carina, la barzelletta sul rientro dei cervelli...). Continuerá a fare il professore di fisica teorica all´Universitá e a sviluppare le sue ricerche. Ma, questa volta, come mi ha detto ieri mentre parlavamo di questo articolo, con una differenza: la dignitá recuperata. Molto piú potere decisionale (tutto) e molti piú soldi per viaggi, conferenze e ricerche. Finalmente un lavoro da quarantacinquenne, e non da eterno ragazzino.
Io non so cosa faró, se mai qualcuno avrá bisogno di me. E, comunque, posso sempre fare la madre, intanto, che in fondo è quello sono. Abbiamo deciso assieme che io mi sarei fermata in Italia, per qualche mese, per vedere se mai ci fosse ancora la voglia di nuove idee. Di buttarsi a capofitto nei sogni senza pensare troppo se ci siano o meno dieci pompieri col telone, a terra, in caso il paracadute non si aprisse. Lui non ha ancora 45 anni, ed io qualcuno in meno. Lavoro da piú di vent´anni, e credo di avere accumulato una discreta esperienza. Abbiamo una bambina che vogliamo crescere senza questo attaccamento alla sicurezza che pervade la nostra regione da sempre (d´altra parte, cresciuti sotto l´ala protettiva di Mamma-Provincia, come potremo staccarci da lei anche solo per camminare qualche metro da soli? Che paura... brrr). E l´Italia, e l´Europa. Lei è nata in Germania, dove abbiamo vissuto per anni, fino a qualche mese fa, quando è arrivata questa offerta di lavoro cosí allettante. Basata solo sul curriculum di Alex, senza amici di amici e di “ma tu conosci qualcuno, in commissione?”.
Certo, fare l´emigrante è faticoso. È difficile. Fa piangere di gioia e di dolore assieme. Mi mancava talmente, il mio paese, certe volte, che mi sono ritrovata ad ascoltare “L`italiano” di Toto Cutugno e ad emozionarmi. Il che, vi assicuro, per me è proprio il limite. Perché adoro l´Italia. Perché sono come Benigni, che penso sia il piú bel paese del mondo e dell´Universo. E lasciarla mi fa male al cuore. Ma qui non c´é posto per noi.
Qui si discute tanto. Io, sinceramente, mi sono stufata di rimanere qui a parlare e a discutere (virtualmente, eh, che diamine! Sia mai che ci si trovi e ci si guardi negli occhi, potrebbe succedere che magari poi si cambia qualcosa…;-)). Sono ancora giovane, ho tanto da dare e ho voglia di vivere, non di lasciar passare gli anni e piangermi addosso cercando di trovare il colpevole per le mie frustrazioni (da riversare su chi mi sta attorno, magari su mia figlia, o in facebook, alla ricerca di quella visibilitá che pare qui sia la parola d´ordine).
Viviamo in una societá strapiena di laureati. Dove è iniziato, tutto? Perché cani e porci possono frequentare licei e universitá senza nessuno sbarramento di merito? Perché i miei ex colleghi di Lettere, ora professori, vengono piú o meno obbligati a promuovere tutti “altrimenti poi non si iscrive piú nessuno e non riceviamo finanziamenti?”. Perché se un ragazzo prende un brutto voto la maggior parte dei genitori (anziché una bella lavata di capo, o quantomeno una discussione, come capitava a quelli della nostra generazione) va dal professore e non accetta il giudizio? Qualcuno di voi ha mai parlato male di un maestro o dei professori davanti ai propri figli? Mia madre e mio padre no, se c´ero io.
Quindi: di quanti laureati ha bisogno una societá per non affogare nel proprio surplus? Di quanti medici? Quanti dottorati di ricerca? Quanti avvocati? È normale, non c´è posto per tutti. Infatti noi emigriamo. Quello che un po´ brucia è vedere chi occupa gli altri posti, in Universitá, e che curriculum ha. Alex (mio marito) mi diceva che alla sua universitá arrivano ogni giorno centinaia di curricula da Europa e Stati Uniti. Gente brava, ma che non puó lavorare perché i posti che dovrebbero occupare sono giá stati dati ad altri (per merito o meno). É anche logico: se vent´anni fa si laureavano dieci fisici e oggi se ne laureano 1000, qualcuno dovrá pure cambiare lavoro o andarsene. Purtroppo la nostra esperienza é quella di capi, di professori universitari, di direttori, che non hanno nessuna voglia di far crescere giovani che possano pensare con le loro teste. Gente che si é laureata in anni in cui non era nemmeno necessario sostenere degli esami. Gente ignorante, che negli anni in cui io venivo al mondo stava lottando per i diritti delle generazioni future, certo, ma che - ohibó - faceva tesi di laurea collettive senza nemmeno saperne il contenuto. La maggior parte dei nostri colleghi, mi diceva Alex, quelli che ora sono i capi e che hanno il potere decisionale, sono spesso incompetenti. Ne sanno talmente poco, delle loro materie, che non vogliono correre il rischio di formare dei giovani autonomi e pensanti. Perché prenderebbero subito il loro posto. No, meglio un buon robottino che ti scrive gli articoli e ti fa le sue belle ricerche, che se ne sta lí buono buono, obbligato all´obbedienza da contratti in scadenza continua, fatti apposta per poterlo spremere meglio e per poterlo meglio tenere sotto controllo. E poi, dopo vent´anni o giú di lí, un bel concorsino per il tuo posto da professorino come premio. Ma la libertá no. Sempre bravo e guai a fiatare. Perché sei lí "per merito mio".
Quello che sta alla base della nostra etica lavorativa (e giá usare questo termine qui mi fa venir da ridere, ma molto amaramente) è insegnare ai giovani a pensare con la propria testa, e non a dire sempre sí al capo per paura di rimanere su una strada. A prendersi la responsabilitá della propria vita.
Questa societá é come un novantenne, vecchio e stanco. E credo che, se si deciderá a passare il testimone, non lo dará a noi quarantenni, ma alle generazioni piú giovani, come è giusto che sia. È come se sia saltata una generazione, ecco.
Spesso ho la sensazione di stare in un campo di nudisti e lottare affinché tutti si vestano. Non ho abbastanza forza per rimanere in una societá come questa, ormai all´ultimo stadio, e lottare per cambiarla. Ho quarant´anni, non venti. Le rivoluzioni le lascio a chi è giusto che le faccia.
E per questo ho deciso che seguiró Alex e me ne andró. Magari tra due mesi saró di nuovo qui, ma almeno avró visto una societá giovane, che ha voglia di crescere. E dove, per decidere, non hanno chiamato un “giovane”, ma un uomo, un adulto di quarant´anni.


PS: se vi avanzano due nanosecondi, fateci un “in bocca al lupo”, valá, che sia mai che ci arrivi un po´ di energia positiva ;-))
inviato da stefano fait il 12.03.2011 09:25
Poiché non mi piacciono i commenti "gratta e vinci", mi dilungherò. Trovo angosciante che la gente non sia più in grado di dedicare del tempo alla lettura di una riflessione. Quello che finora è stato il commento più lungo, quello di Morelli, era anche ricco di mille spunti. La situazione che ci troviamo ad affrontare è immensamente complessa e difficilmente la soluzione potrà essere una pillola da ingurgitare.

Vorrei proporvi la recensione di Tartarugosa di un romanzo, uno dei tanti grandi romanzi del mirabile Ray Bradbury (quello di Fahrenheit 451, per intendersi).
S'intitola "Addio all’estate" e si sviluppa intorno ad un violento scontro tra "i giovani" e "i vecchi".

"Quando Bradbury raccontava in Dandelion Wine (1957, ed. italiana: L’estate incantata, Mondadori, 1985) l’estate di un gruppo di ragazzi, già allora vi era la contrapposizione fra giovanissimi e vecchissimi. Bradbury, proiezione del protagonista Douglas, aveva a quell’epoca poco più di trent’anni anni e nelle avventure della lunga magica estate narrata traspariva la paura della morte, non disgiunta da quella del sesso.

Nel 2006 Bradbury ha 86 anni e presenta il nuovo romanzo come appendice del precedente, arricchito di nuove idee e metafore.
Il tema dominante permane: cristallizzare il tempo.

Nell’estate che sembra non terminare Douglas, il fratello Tom e gli amici rigettano l’idea della finitudine, dirigendone responsabilità e colpevolezza a quel mondo che più lo ricorda: quello dei vecchi.

Fra le lapidi di un cimitero, le considerazioni di Doug: “Scopriremo in che modo i grandi ci fanno crescere, in che modo ci insegnano a mentire, ingannare e rubare.
La guerra? Magnifico! L’omicidio? Grandioso! Mai più staremo bene come adesso … Dobbiamo rimanere come siamo. Crescere? Ah! Tutto quello che farete sarà sposare qualcuno che non smetterà di gridarvi dietro. …Ma gliela faremo vedere, ai vecchi padroni della città. … una volta erano tutti giovani ma da qualche parte .. hanno cominciato a masticare tabacco e smoccolarsi addosso, finchè il muco è diventato secco e appiccicoso, e poi hanno cominciato a sputacchiare ed eccoli diventare come li vedete adesso, farfalle trasformate in crisalidi, la dannata pelle coriacea, i giovani trasformati in vecchi, intrappolati nei gusci, perdinci. … i vecchi non sono altro che giovani intrappolati.

Pure “quei vecchi idioti che vivono sul ciglio del burrone” non sono meno generosi.
Così quando Quartermain, “rottame già da tempo”, che non parlava ma “concionava, decretava, apprezzava niente, assommava ingiurie, sparava a bruciapelo con la lingua” cerca un’alleanza fra i suoi pari per trovare il sistema di fare qualcosa contro la terribile minaccia di quei “batteri che meritavano la morte”, l’amico Bleak parla chiaro: “Svegliati, Cal: siamo una minoranza, come gli africani neri e gli scomparsi ittiti. Viviamo nel paese dei giovani. Tutto quello che possiamo fare è aspettare che alcuni di quei sadici compiano diciannove anni per poi spedirli in guerra. Il crimine che hanno commesso? Essere pieni di succo d’arancia e pioggia primaverile. Pazienza, un giorno ormai vicino li vedrai vagabondare con l’inverno nei capelli. Gustati la tua vendetta con calma”.

Ma quella guerra evocata da Bleak è già in atto. Una morte improvvisa viene considerata la prima mossa della battaglia ingaggiata, e sebbene dovuta a fattori assolutamente estranei all’azione dei ragazzi, la sfida dell’accusa viene da loro colta. In una sorta di rito iniziatico in cui lo stesso Doug vede vacillare il suo ruolo di leader per la competitiva intraprendenza del più giovane fratello Tom, si preparano i successivi attacchi, sempre scoperti e ammoniti da una figura di vecchio positivo, il Nonno.

Gli occhi dell’anziano Bradbury non possono né indugiare né indulgere su quell’antico e sempre più allarmante conflitto intergenerazionale che costituisce uno snodo esemplare nel percorso della vita.
Il simbolo scelto come risolutore delle ambivalenti convinzioni dei giovani ragazzi è rappresentato “dall’immane torre dell’orologio, il mostro che scandiva il tempo”.

“Il grande orologio … setacciava i grani del tempo … e li macinava, spargendo ai quattro venti il polline del Tempo. … Le spore inviate dall’orologio si attaccavano alla pelle per ricoprirla di rughe, alle ossa per farle crescere a dimensioni spaventose, ai piedi perché le dita sbucassero dalle scarpe come cime di rapa. … L’orologio! Ecco lo strumento che prosciugava la vita, che la rovinava. … Non Quartermain e la sua banda di vecchietti … era l’orologio il vero capo della città, che comandava come a una congregazione in chiesa”.

In quella svolta in cui la percezione dello scorrere delle ore cambia la velocità, il dirsi “vecchio” è già successo. Dopo l’assassinio dell’orologio, forse con una vena di nostalgia, Bradbury fa dire al più piccolo Tom: … “il Tempo si muove ancora. Non è cambiato nulla. … Ho aspettato che le luci si spegnessero o capitasse qualcos’altro per dimostrare che avevamo fatto centro veramente, ma la sensazione è che ci siamo fatti solo del male”.

Che risposta si può dare Quartermain, ora che “sulla bocca gli aleggiava una cosa strana, un sorriso” alla domanda “la guerra è quasi finita, ma come concluderla? E soprattutto, come posso vincerla io?”.

Cambia il registro del romanzo, con il riconoscibile stile delle immagini di mondo fantastico tipico della narrazione dell’autore. E’ tempo di dire addio all’estate, di entrare nella dimensione più matura della relazione con l’altro sesso, di accorgersi con naturalezza che esiste l’incoscienza dell’adolescenza e la sapienza dell’esperienza, di poter superare la distanza della contrapposizione dall’odiato vecchio perché “ebbene, l’ho sentito respirare”.

E c’è il tempo della riappacificazione tra ciò che si sta abbandonando e ciò che non potrà più tornare. “Chi ha vinto? Non fare lo scemo!- Douglas si chiuse nel silenzio e guardò il cielo, poi fissò gli altri due intensamente – Non lo so: loro, noi”.
Così l’amico Bleak a Quartermain: “Vedi, la vita ci dà tutto e poi se lo riprende: gioventù, amore, felicità, amici. Alla fine le tenebre inghiottono tutto. Noi non abbiamo avuto la saggezza di capire che l’esistenza si può volerla, e il metodo consiste nel darla ad altri. Il tuo aspetto, la giovinezza … passali a un’altra generazione. Regalali. A noi vengono prestati per un tempo limitato, bisogna farne buon uso e lasciarli andare senza lamentarsi.”

Mirabolante la descrizione della scoperta dell’unione di ciò che era considerato frattura. “Perché non ti avvicini? – chiese Quartermain. … Quando Douglas sedette, gli sembrò che le assi del portico si abbassassero di una frazione di centimetro sotto il suo peso. Contemporaneamente il Sig. Quartermain si sentì sollevare della corrispodente frazione di un centimetro. Poi quando l’anziano signore si sistemò sulla sedia, il portico si abbassò di nuovo, questa volta sotto di lui. In quel preciso momento la sedia sotto Douglas si innalzò. In questo modo, e quasi senza rendersene conto, ognuno ebbe la sensazione di occupare l’estremità di un’altalena che, mentre chiaccheravano, ora saliva, ora scendeva, portando in basso Douglas quando montava il vecchio e viceversa”.

La vita, che cos’è la vita. E’ una parte, un tutto? Occorre viverla la vita per poterne parlare, per poterne chiedere.
Un vecchio e un giovane si tendono la mano.
E l’allegoria dell’amore assume le sembianze di un risveglio in cui qualcosa di fisico accade: “il monticello che stava proprio sotto l’ombelico, in mezzo alle gambe … c’era.” Un sussulto di presenza arrivato per il congedo “Sono venuto a dirti addio … Letto, corpo e copriletto erano piatti come una tavola. … Addio, disse il Sig. Quartermain. Il grande orologio municipale suonò le tre.”
Mentre Quatermain si addormenta, nel cuore della notte Douglas si sveglia “l’orologio cittadino finì di battere le tre. Chi è là? .. In fondo al corpo, più giù del petto e dell’ombelico, in mezzo alle ossa del bacino: lì era, dove le gambe si univano”.
La vita vera inizia.
inviato da Guglielmo il 11.03.2011 17:22
La risposta alla domanda che pone Alessandro non può non partire dal dato di fatto incontrovertibile: siamo un paese gestito da anziani (e qui, nonostante l'invito di Francesco, non faccio differenze tra politica e società civile: comando e potere sono funzioni che intersecano sia l'una che l'altra). Ovvio che chi comanda non abbia nessun interesse o voglia a mollare lo scettro finchè la salute lo rende abile. Ma miliardi di pagine di ricerche, comparazioni, analisi, riflessioni hanno già detto chiaramente che una società che non utilizza le idee e le energie dei suoi giovani è una società destinata al declino. Alla lunga, questa tensione può generare in conflitto. E non è detto che conflitti di questo tipo abbiano sempre o solo esiti raccomandabili. Perciò serve quel patto tra generazioni che suggerisce Alessandro, e che anch'io scelgo come opzione. In quel patto dovremmo trovare il modo di allocare l'esperienza degli anziani nei posti dove necessita e lasciare ai giovani gli spazi dove la fame di innovazione e l'ambizione del futuro da costruire sono risorse indispensabili.
inviato da giuseppe il 11.03.2011 16:54
Tema: è possibile il ricambio generazionale?
svolgimento: NO, se continuate a scrivere così, analisi in lungo e in largo, citazioni a iosa... km di parole.
E non cambia molto se si partecipa alle iniziative e ai dibattiti.

Ma i giovani che vorreste coinvolgere li conoscete un po'?
Secondo voi, un diciottenne che nella migliore delle ipotesi avrà letto due-tre libri nell'ultimo anno, come può "osare" di partecipare alla vita politica, se rispetto ad un tema come questo, che, parlando di lui, della sua generazione, dovrebbe coinvolgerlo, si sente stordito da analisi di questo genere ...
La mia proposta (rivolta a chi ha le leve dell'organizzazione e della gestione della politica): fate silenzio, per un po', se vi riesce, e ascoltate... solo ascoltate.
Ascoltate e valorizzate. ascoltate senza giudicare. Date fiducia. E un po' alla volta, se ci riuscite, fatevi anche da parte.
inviato da Francesco il 09.03.2011 14:43
Permettetemi una critica. Siete troppo lunghi nei commenti. Il tema è interessante, ma generico. Io lo limiterei alla politica, perchè se un avvocato, un manager, un medico o un giornalista vogliono lavorare fino a 90 anni ne hanno tutto il diritto. Diverso è per chi si impegna nella vita pubblica. Non conta l'età, ma quello che hai fatto e per quanto tempo. Se uno a 60 anni decide di impegnarsi in politica è giusto che lo possa fare. Il problema è che ci sono parlamentari o consiglieri regionali e provinciali di destra e di sinistra che sono in Parlamento o in un'assemblea legislativa da 25 o 30 anni. Questo non è possibile. L'unico modo per evitare questo sono le regole. Tre mandati è poi uno va a fare altro, senza deroghe. Si può fare politica anche senza avere un incarico.
inviato da Giovanna il 08.03.2011 10:49
Mi permetto di suggerire anche la lettura di questo libro di una bravissima e giovane ricercatrice italiana, Irene Tinagli:
http://irenetinagli.ilcannocchiale.it/2010/05/06/talento_da_svendere.html
inviato da stefano fait il 07.03.2011 13:20
Una volta il ricambio generazionale era un automatismo: le idee "vecchie" morivano con le persone "vecchie". Non sempre le idee nuove erano migliori di quelle vecchie, non sempre le persone nuove erano migliori di quelle vecchie, ma c'era, in ogni caso, un ricambio.
Oggi viviamo più a lungo e siamo tanti su questo pianeta, tantissimi in Italia.
La Terra potrebbe ospitare altri miliardi di persone, se ci dotassimo di un modello socio-economico diverso, più umano e più sostenibile. Invece si è optato per il mors tua vita mea, ossia per la violenza (verbale, psicologica, fisica).
Per farsi strada bisogna far fuori il prossimo (per ora solo in senso figurato), inclusi i "vecchi".
C'erano alternative? E' questa la natura umana: egoismo, predazione e ricatto?
Purtroppo i dati della paleoantropologia indicano che è anche questa. Non solo questa, per fortuna, altrimenti nessun patto sarebbe possibile, nessun contratto sociale. Ma è anche questa: "dovrai passare sul mio corpo".
Più scarse sono le risorse disponibili, più forte è la spinta verso l'egocentrismo, più egemonico l'istinto di autoconservazione: perché devo condividere con altri quel che ho dopo che ho dovuto lottare per tutta la vita? Perché devo farmi da parte se sono ancora relativamente "giovane" e posso ancora constribuire al bene collettivo (e al mio)? Ma, soprattutto, in una società votata alla produzione ed all'efficienza, che ne sarà di me una volta che andrò in pensione ed uscirò dal giro: la TV e il cagnetto?
Viviamo in una società che assegna un valore strumentale a tutto e tutti e, di conseguenza, siamo diventati strumenti che considerano strumenti i nostri simili (non parliamo delle restanti forme di vita).
Penso che l'unico motivo per cui i giovani fanno ancora figli, condannando altre generazioni a questa gabbia di matti, sia l'accettazione più o meno rassegnata delle regole del gioco.
Ma arriva anche il momento in cui il gioco non vale più la candela e bisognerà pensare a come vedere in ogni futura crisi una sfida ed un'occasione di maturazione.


inviato da giorgio antoniacomi il 07.03.2011 12:59
Una volta - diceva Karl Valentin - il futuro era migliore. E Paul Valéry ribadiva che il futuro non è più quello di una volta. La condizione di chi oggi ha meno di quarant'anni, nel nostro Paese (perchè altrove le cose sono molto diverse), si dibatte fra politiche cosiddette giovanili (normalmente poco più che politiche di intrattenimento) e rassegnazione all'eterna precarietà dei destini di vita. Ora, il dato della precarietà, dell'incertezza, della provvisorietà è un dato ontologico della nostra società. Ma trovarsi la strada chiusa da chi ha avuto semplicemente la fortuna di nascere vent'anni prima non è un dato strutturale. Penso alla situazione della cultura nella nostra provincia: qual è - mi chiedo - lo spazio vero per i giovani, se le strade sono sbarrate da chi, da venticinque anni, continua a fare le stesse cose? Perchè non si può imporre a certi format culturali una data di scadenza? E invece la cultura diventa la metafora di un mondo immutabile, irremovibile, inamovibile. Fra le opzioni offerte da Alessandro Franceschini voto senz'altro per quella del parricidio (rituale, of course): credo che i ruoli non vadano rivendicati, ma semplicemente esercitati. Sempre che una generazione di figli unici, educata (si fa per dire) da genitori che, se il figlio è un asino, se la prendono con l'insegnante sia in grado di esercitare il diritto ad esistere. E sempre che quella parte, minoritaria, in possesso di competenze più evolute delle nostre pensi che il nostro Paese un futuro ce l'abbia davvero. Io credo purtroppo che faranno quello che già si vede in giro: metteranno in sicurezza se stessi. E non mi sento di dar loro torto. Comunque non fino in fondo.
inviato da ugo morelli il 07.03.2011 12:17
Marx (non Karl, Groucho), come è noto e come ricorda Serge Latouche nel suo ultimo libro: Come si esce dalla società dei consumi, appena pubblicato da Bollati Boringhieri, diceva: "Perchè dovrei preoccuparmi dei posteri? I posteri si sono mai preoccupati di me?" E' probabile che la generazione a cui appartengo, avendo io 59 anni, si sia insediata nelle posizioni chiave della nostra società e della nostra economia con un narcisismo e un egoismo che meritano di essere compresi, non solo da un punto di vista storico-sociale, ma anche psicologico. Su quest'ultimo punto vorrei dare un piccolo contributo alla bella introduzione di Alessandro Franceschini su www.politicaresponsabile.it. Le ragioni che a parer mio possono aiutarci a comprendere il blocco impressionante della nostra società e la pervasività della conservazione in atto possono essere almeno quattro.
1) La prima riguarda il sentimento da "fine del mondo" della nostra epoca, nella maggior parte dei casi strisciante, a volte palese. I limiti del nostro modello di sviluppo, negati o riconosciuti, sono sotto gli occhi di tutti. Tutti sappiamo dentro noi stessi che stiamo ballando sul ponte del Titanic. C'è chi prova a non ballare e ad additare gli iceberg: pochi e spesso irrisi; c'è chi balla con qualche preoccupazione e qualche palliativo; la maggior parte balla con furia mentre mangia e beve, afferrando finchè ce n'è tutto quello che può. Siccome la mente umana è incarnata, plastica e empatica, la mimesi, quel processo che porta noi a desiderare non le cose in sè ma ciò che desiderano gli altri e il desiderio degli altri, tende a creare una visione, una mentalità e una pratica del mondo angoscianti ma ossessivamente messe in atto. Ci vorrebbe una forte e radicale discontinuità ma non è facile prevederla e praticarla. Da questo stato di cose discendono un orientamento e una prassi del "chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori".
2) L'individualismo autointeressato che alimenta (e da esso si fa alimentare) il liberismo economico imperante, soprattutto in occidente ma sempre più nel mondo intero, ha preso piede negli anni '80 del secolo scorso e a noi oggi sembra che sia sempre stato così. Non è vero, come ricorda bene Tony Judt in un bel libro da leggere che è: Guasto è il mondo, appena pubblicato in Italia da Laterza. "Il materialismo e l'egoismo della vita contempranea non sono aspetti intrinseci della vita umana", scrive Judt. Ma oggi viviamo e pensiamo come se lo fossero. Combinato con l'utilitarismo predicato da ogni parte e praticato in maniera diffusa, l'individualismo è divenuto una religione selvaggia e l' "altro" e gli "altri" un mezzo per realizzarlo.
3) La condizione di funzionamento del capitalismo nella sua fase matura, nell'epoca della crisi delle sue componenti razionali, è la spinta esasperata al consumo di merci sempre più sovrabbondanti derivanti da una sovraproduzione ritenuta ineluttabile in nome dell'equazione sviluppo=crescita. In questa situazione, in termini psicologici individuali e collettivi, i comportamenti sono spinti verso il godimento ad ogni costo. Ne deriva la crisi del principio del piacere e la messa in discussione di ogni autorità in grado di contenere le spinte individuali. Il valore della interiorizzazione del legame sociale e delle istituzioni che ci fondano sta nel far uscire da noi il meglio e contenere il peggio. Ma può accadere anche il contrario e, in questo tempo, pare proprio che accada, con esiti narcisistici e deliri di eternità che sono sotto gli occhi di tutti. Basti osservare che non riusciamo più ad usare la parola "vecchio", nobile e bellissima, e la parola "morte", vera fonte di una cultura del limite per la ricerca di una vita sufficientemente buona.
4) Tutto questo è accaduto e accade mentre viviamo la crisi più grave del nostro tempo. e non mi riferisco alla crisi economica, bensì alla crisi dei sistemi educativi, familiari e pubblici, come analizza bene Martha C. Nussbaum nel suo libro Non per profitto, ora pubblicato in Italia da Il Mulino. Non possiamo pensare che i valori fondativi come la democrazia e l'altruismo, la cooperazione e l'etica della fiducia, vivano senza educare ad essi. G. Zagrebelsky ha chiarito questo punto a proposito dell'educazione alla democrazia. L'educazione al narcisismo nelle famiglie, laddove ogni bambino è un re, salvo divenire poi un mendicante con l'avvento della prima adolescenza, e la disattenzione, per essere leggeri, verso l'educazione alla riflessione, al pensiero, al ragionamento, all'etica, alle istituzioni, nelle scuole, non solo a parole ma con le prassi scientifiche e relazionali, hanno creato e creano un humus deresponsabilizzante e decapacitante, che risulta persino tiepido e conveniente, ma individualmente e socialmente distruttivo.
Che fare?
Alessandro Franceschini, nella sua lucida analisi, indica tre opzioni e la sua terza opzione è, ovviamente, quella preferibile. E' la più difficile e per questo anche la più importante. i segnali devono essere attendibili e per essere attendibili devono essere costosi. Si tratta di organizzare il disagio e confliggere. Il conflitto come incontro tra differenze è la via. Un esempio per preparare la capacità di confliggere bene è la formazione di alto profilo che rinforzi la capacità propositiva dei giovani. Dirigo Master post-laurea da circa un quarto di secolo e, se strutturati e gestiti come fucine delle competenze e dell'educazione alla progettualità, con attenzione all'educazione all'espressione di sè, sostenendo l'incontro e la negoziazione con le istituzioni e le imprese di inserimento, aumentano decisamente le possibilità di espressione, di entrata e di protagonismo per i partecipanti. Siccome si vuole disinvestire, anche qui, da questi programmi, anche perchè sono impegnativi e richiedono nuovi metodi e molta dedizione, allora questo è un terreno di azione e un esempio, magari piccolo, ma concreto, perchè gli sguardi delle giovani e dei giovani che si sentono considerati e che vedono aumentare la propria capacità in termini di conoscenza, metodi e possibilità di esprimersi ed essere se stessi, sono impagabili.
Come diceva Rainer Werner Fassbinder nella sua autobiografia: "sono i figli del falso amore i principali responsabili del male sulla terra".
Nella tradizione ebraica, a fronte di una lunga disputa su come avesse fatto Dio a creare il mondo, visto che Egli era già tutto, dopo anni di confronto un rabbino ritenne di risolvere la questione dicendo: "Per creare il mondo, Dio un po' si ritira".
Era Dio. A noi tocca di confliggere bene e in modo sano e appropriato e, per chi educa, di educare a confliggere preparando capacità, conoscenze e personalità in grado di farlo.
L'impegno dovrebbe essere in quella direzione.
Sentii, quando avevo cinque anni, il mio bisnonno Basilio che ne aveva novantuno, rispondere a un passante che gli chiedeva come mai a quell'età piantasse delle piante da frutto visto che non ne avrebbe mangiato i frutti, che io, il suo pronipote, nel mangiarli avrei pensato a lui e parlato di lui. E questo è successo e succede ancora.
[ugo morelli.eu]
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