La diversità dei Sinti

SintiL'irriducibilità della cultura romanì è sempre stata quanto di più difficile e sfuggente da indagare. L'assenza è la cifra del loro vivere nel mondo dei Gage (il nostro). In questi ultimi anni assistiamo però a un fenomeno nuovo e insolito: i Sinti in Trentino hanno deciso di proporsi attivamente sul fronte delle politiche pubbliche che li riguardano. Partecipano ai tavoli, incontrano esponenti dell'amministrazione, avanzano soluzioni. Sarebbe da sconsiderati non cogliere l'opportunità che i Sinti trentini stanno offrendo a tutta la comunità.
autore Tommaso Iori e Mattia Pelli - inserito lunedì, 4 aprile 2011

"Noi siamo venuti qui tre-quattro-cinquecento anni fa. Non siamo concordi su questo punto, ma abbiamo sentito dire così. Alcuni dicono: vengono da un'altra località. La questione è che anche noi discendiamo da gente di questo mondo. Infatti anche noi mangiamo e beviamo e abbiamo un sedere e un paio di occhi, proprio come tutta l'altra gente. Noi non siamo strani animali, ecco. Ed abbiamo un cuore al posto giusto come tutti gli altri".

I Sinti sono trentini da molte generazioni. Quante non si sa con precisione, ma forse non ha nemmeno tanto senso indagarlo. Di certo questa comunità è il frutto di un rallentamento del movimento di transito di gruppi romanì a cavallo dell'arco alpino, in particolare tra mondo germanofono e il nord della penisola italiana. Non è una comunità monolitica e riconducibile ad unità: si può parlare in modo più corretto di una rete di famiglie, o meglio di clan familiari, accomunati dall'aver fatto del Trentino e del Sudtirolo terra di residenza abituale. L'ossessione di garantire un'origine precisa è figlia della nostra ansia tassonomica, non certo delle necessità identitarie dei Sinti. Chiederemmo al nostro vicino di casa cosa facessero e dove vivessero i suoi antenati qualche secolo fa, prima di far calare su di lui l'accetta della categorizzazione? No di certo. Ci basterebbe sapere dove è nato per riuscire a "nominarlo": terrone, crucco, straniero. Nominati e collocati: ad ognuno un posto nel mondo, nel nostro mondo dove c'è posto per tutti, terroni, crucchi e stranieri, opportunamente collocati.

I Sinti invece ci sfuggono. Chi sono e perché diavolo sono tanto diversi? Vivono nei campi, dormono in roulotte, sono nomadi. Difficile porre come argomento di discussione che solo un terzo di Sinti e Rom in Italia vive nei campi. Ancora più difficile spiegare che i campi non hanno niente a che vedere con la cultura romanì. I Gage (noi) non hanno mai interpretato davvero i Sinti: si sono limitati a costruirne un'immagine da applicare indiscriminatamente in ogni occasione. E non sono solo i razzisti ad utilizzare questa forma di categorizzazione: i germi dello stereotipo si trovano anche nel pensiero neoromantico che vuole lo zingaro "figlio del vento", mitico residuo di un'idealizzata, passata libertà. Un po' dei buoni selvaggi da guardare con un misto di ammirazione e invidia, ma dal morbido calore di un salotto. Ovviamente essere "zingari" non ha nulla a che vedere con tutto questo. L'irriducibilità della cultura romanì è quanto di più difficile e sfuggente da indagare. L'assenza è la cifra del loro vivere nel mondo dei Gage: assenza "dalle attività che propongono e vogliono imporre i Gage", assenza "dalle istanze pubbliche in cui si è invitati...": "...come se la più piccola falla, la più piccola presa offerta ai Gage potesse essere fatale". Assenza che non è impotenza, ma appropriazione, e su questo tema rimandiamo al bel libro di Patrick Williams.

In questi ultimi anni assistiamo però ad un fenomeno nuovo e insolito: i Sinti in Trentino hanno deciso di proporsi attivamente sul fronte delle politiche pubbliche che li riguardano. Partecipano ai tavoli, incontrano esponenti dell'amministrazione, avanzano soluzioni. Sarebbe da sconsiderati non cogliere rapidamente l'opportunità che i Sinti trentini stanno offrendo a tutta la comunità. Una falla, una piccola apertura che con insolita disponibilità accettano di operare sulla loro integrità: ci stanno dicendo "ecco, siamo disposti a svelarci pur di garantirci le condizioni per riprodurre la nostra identità". Si rendono conto che l'esperienza del campo non è più solo una schifezza dal punto di vista della qualità della vita, ma è uno scalpello con cui i Gage hanno progressivamente scalfito la cultura sinta e i meccanismi di riproduzione che la contraddistinguevano, permettendole di superare originalmente secoli di compresenza nel mondo dei Gage. Nei campi nomadi abbiamo confinato i nostri fantasmi, ciò che immaginiamo siano gli Zingari, le nostre categorie. Ma loro sono altra cosa e non vogliono diventare ciò che pensiamo che siano. Vogliono continuare ad essere Sinti, reinventando la loro presenza e rimodellando la loro civiltà come hanno sempre fatto, "in seno alle società occidentali come circostanziale e pura differenza". Uno dei famosi pilastri della nostra Autonomia è costruito sull'esigenza di garantire adeguate forme di tutela alle minoranze presenti sul territorio. Alla base di questo, una classificazione a prova di bomba, etnicamente e culturalmente, di quei "diversi" che vanno tutelati. In senso positivo ("vi tutelo perché diversi"), o negativo ("vi marginalizzo perché diversi"), la riconoscibilità della diversità è stabilita in senso autoritario: decide comunque la società maggioritaria se sei diverso, quanto lo sei e come devi esserlo. Oggi però la tutela sembra quasi un accanimento terapeutico su diversità tenute in vita con l'ossigeno forzato, e la marginalizzazione è senza alcun dubbio un'inaccettabile forma di discriminazione. Forse è arrivato il momento di rinunciare alla classificazione e di garantire a tutti la possibilità di definire la propria identità liberamente, evitando di cristallizzare unilateralmente le rigide categorie della diversità.

 

P.s. la frase iniziale è stata pronunciata da un abitante della Valle dei Mocheni nel convegno "La Valle del Fersina e le isole linguistiche di origine tedesca nel Trentino", nel 1978, quando per la prima volta i "diversi" decisero di parlare.
inviato da Andrea il 14.04.2011 12:21
Mi permetto di fare una precisazione: nel mio precedente commento l'argomentazione che portavo non era legata alla contrapposizione tra "rispetto delle regole" e "rispetto delle tradizioni". Piuttosto facevo riferimento alla necessità di tutelare con maggior rigore i diritti individuali rispetto ai diritti collettivi (concetto quantomeno ambiguo).

Provo a dirlo con uno slogan: la carta dei diritti dell'uomo (singolo!) non è negoziabile.

La necessità di far rispettare le regole è quindi, nel mio ragionamento, una conseguenza della necessità di garantire i diritti del singolo, non qualcosa da contrapporre alle tradizioni.

Quindi riassumendo: mi sembra perfetto rinunciare alle classificazioni (alla tassonomia), perchè dal mio punto di vista vuol dire emancipare i rom e portarli sul terreno dei diritti condivisi (istruzione, stessi diritti per uomo e donna, etc.). Se poi un padre non manderà i figli a scuola lo tratteremo come un cittadino comune che non adempie ai suoi doveri, non come un cittadino comune rom che non adempie ai suoi doveri.

Infine... secondo me la mia è una "posizione di sinistra".
inviato da giorgio il 14.04.2011 10:25
Mi permetto di insistere: il rispetto delle regole non è una banalizzazione del problema. Per due motivi: il primo è che dalla violazione del principio di legalità nascono inevitabilmente comportamenti intolleranti; il secondo è che la sovranità delle regole è la sola cosa che ci consente di sapere che non c'è nessuno, almeno in teoria, "legibus solutus". Ricordo che nel nome di princìpi ritenuti validi al punto da essere sottratti alle regole sono state perpetrate le peggiori nefandezze contro l'umanità.
inviato da Tommaso e Mattia il 13.04.2011 13:49
Sulla questione del riconoscimento e della tutela delle minoranze, le nostre riflessioni sono state volutamente indecise. Abbiamo lanciato qualche spunto di riflessione, senza proporre la ricetta giusta: noi stessi non siamo certi del fatto che la strada dell’attribuzione dello status di minoranza possa essere quella giusta, e abbiamo cercato di condividere punti di forza e punti di debolezza di questo approccio. I pericoli che vediamo riguardano il presente (chi è dentro, chi è fuori? chi è il “vero sinto”? c’è bisogno di un censimento etnico? i tutelati sono i singoli o la comunità? e in questo caso, qual è la comunità?) e il futuro (non si rischia di far diventare sinti e rom dei fossili folkloristici, bloccando un’identità sempre mutevole e sfuggente alla legge nelle definizioni della legge stessa?). I benefici che intravediamo riguardano non solo le questioni materiali- che nelle riflessioni teoriche diventano orpelli ma che nella vita degli esseri umani non sono bazzecole- ma anche quelle politiche del riconoscimento pubblico di una storia, di tratti culturali e linguistici particolari. Riconoscimento che acquista un valore aggiunto trattandosi di una minoranza misconosciuta e oppressa. E’ un argomento impegnativo, che val la pena discutere in modo aperto e laico. Crediamo però che sia piuttosto limitante opporre rispetto delle regole e rispetto delle tradizioni. Nel caso dei sinti, attribuiamo a loro tradizioni che non sono altro che una risposta funzionale alle condizioni che abbiamo imposto loro: il campo è l’esempio che vale per tutti. Per una forma patologica di strabismo diamo per scontato che sia nel dna del sinto e del rom vivere nelle baraccopoli. Quando ci poniamo la domanda “Perché un abitante del campo fatica a mandare i figli a scuola?” dovremmo prima domandarci “Perché un cittadino vive in un campo?”. Altrimenti, se crediamo che bastino le regole, dovremmo rapidamente approvare una legge che imponga a sinti e rom di adeguarsi alla nostra aspettativa di vita, dal momento che nemmeno il 3% di loro supera i 60 anni, e non certo per tradizione.
inviato da Jacopo il 12.04.2011 10:26
Uscire dalle classificazioni tassonomiche figlie oramai di una visione datata della cultura che la reificano, a volte anche pericolosamente, è il primo passo per dare ai soggetti sinti rom o di qualsiasi altra etnia gli strumenti per mettere a valore il loro capitale sociale e culturale. Dalla tutela di un gruppo si deve passare alla valorizzazione della relazione col singolo soggetto, con i suoi talenti e il suo portato culturale.
Condivido totalmente l'impianto della vostra riflessione, adesso ci aspetta però il difficile compito di portare questi spunti dentro le pieghe sociali e culturali della nostra provincia, ma questo mi sembra già un buon punto di partenza.


Jacopo Zannini
inviato da Daniele Siviero il 10.04.2011 23:12
Primo commento sui sinti trentini: l'esperienza diretta come maestro elementare dei figli di alcune famiglie sinte mi ha fatto capire che, salvo rari casi, non danno importanza alla scuola e all'apprendimento di regole e competenze da spendere nella nostra società, perchè di fatto loro non condividono il patto sociale che prevede ad esempio l'istruzione dei figli minori. Il tasso di scolarizzazione dei sinti è fermo ai livelli di 20 anni fa!
Secondo commento: vivono in condizioni igieniche che definire precarie è un eufemismo. La richiesta delle microaree attezzate, che significa dei piccoli campi famigliari, dove minori sono i problemi di vicinato rispetto alla realtà del campo nomadi di Ravina, va accolta in breve tempo.
Ma quelle aree vanno attrezzate con il lavoro degli stessi sinti, che con le loro stesse mani possono realizzare, sotto la guida di artigiani, le loro piazzole, bagni, lavanderie, ecc, scoprendo l'orgoglio di fare una cosa ben fatta.
Terzo commento: le mie ex alunne a 16 anni sono quasi tutte diventate già madri. Una riflessione sulla condizione delle donne sinte è urgente, perchè se non si affronta è difficile parlare di riscatto per questo popolo.
inviato da fausto bonfanti il 07.04.2011 12:36
Vi segnalo una particolare iniziativa voluta, organizzata e gestita direttamente dalle associazioni Rom e Sinti esistenti in Trentino, la volontà di esserci attivamente come protagonisti del proprio futuro... vi aspettiamo in molti, Gage inclusi!


 


ROMANO' VORDON
Happening fra cultura, arte, musica, danza, testimonianze e immagini in occasione della “Giornata Mondiale del Popolo Rom”


8 APRILE 2011 - dalle ore 09.30 alle ore 21.30
Colle di Miravalle – ROVERETO (TN)
Sede Fondazione Opera Campana dei Caduti e della Pace
Romanò Vordon…

il Programma:
Mostra Fotografica “LACIO DROM” di Stefano Piva
ore 9.30: Saluto delle Autorità
“Cultura Arte e identità del Popolo Rom a confronto dei processi di integrazione in Italia e in Trentino” – Interverranno: Giuseppe Cancelli ed Elisa Bertazzo – A seguire dibattito e testimonianze - Moderatori: Gianluca Magagni e Sabahudin Berisa
Ore 12.30: Cerimonia dell’alza bandiera
Ore 14.30: Testimonianze, letture, contributi video e performance a cura di tutte le associazioni e le realtà partecipanti
Dalle ore 17.30 alle ore 21.30 nell’area eventi:
Da Romanò Vordon a “ROMANE’ ZWEDZE”
Musica, danze, canti e performance dal vivo con:
BUJANOVSKA ZVEZDA (Kosovo)
SURLAGI GRUPA’ LJATO (Serbia)
ALEKSEY ASENOV & ORIENT BALKAN (Bulgaria)
VAGANE SINTI (Italia)
SENAD & DANZE ROM (Italia/Kosovo)
Ore 21.30: chiudono la giornata i 100 rintocchi di Maria Dolens


INGRESSO GRATUITO
inviato da franco malvasini il 06.04.2011 18:56
@Giorgio: questo è già ciò che accade in questo paese. I cattolici organizzati, ad esempio, gestiscono scuole private finanziate a prescindere dal dettato costituzionale. Il rispetto delle regole dovrebbe valere anche per i ceti e i gruppi culturali privilegiati. Dopodichè, non so se ai Sinti si possa riconoscere uno status di minoranza o meno. A occhio sì, e a occhio, allora, anche i percorsi educativi dovrebbero tenerne conto. O no?
inviato da giorgio il 04.04.2011 21:21
Andrea coglie il cuore del problema: la centralità inderogabile delle regole. Altrimenti qualcuno troverà sempre una ragione per invocare una differenza culturale nel nome della quale fare quello che vuole.
inviato da Andrea il 04.04.2011 15:37
Cari Tommaso e Mattia,
permettetemi di citarvi: "Forse è arrivato il momento ...di garantire a tutti la possibilità di definire la propria identità liberamente". Condivido del tutto questa affermazione. E la condivido a tal punto che ritengo che debba essere valida indipendentamente da che la si applichi a Sinti o qualsiasi altro gruppo di persone.

Provo ad individuare quello che ritengo il punto critico del ragionamento: i diritti individuali spesso confliggono con alcune forme di tradizione e quando ci troviamo di fronte a questo tipo di conflitti personalmente ritengo che sia un nostro dovere schierarci dalla parte dei singoli individui.

Provo ad essere più esplicito: se un bimbo che vive in un campo nomadi non viene mandato a scuola, bisogna rompere le barriere dell'identità collettiva e far valere i suoi diritti individuali. E questo vale per i Sinti come per i Trentini.

In democrazia bisogna "garantire adeguate forme di tutela alle minoranze presenti sul territorio". La formulazione è assolutamente condivisibile, ma io la intendo nel suo significato di non perseguitare le minoranze per il solo fatto di essere tali. Non voglio credere che questa frase significhi che in alcune parti del territorio alcune minoranze possono non obbedire alla legge.

Lasciatemi concludere con una nota propositiva: anch'io credo che sia necessario assicurare la possibilità di "vivere in pace" a quante più persone possibile. Cerchiamo quindi di trovare un terreno comune d'intesa: secondo me questa base comune di convivenza è il rispetto della legge, non il rispetto delle tradizioni.

E comunque, anche se ho espresso le mie perplessità, vorrei ringraziarvi per il vostro contributo ricco ed interessante.
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