Pisapia contro Moratti è anche Internet contro tv
Il candidato del centrosinistra ha 53 mila fan su Facebook e così ha
riempito le piazze. Il sindaco uscente e Berlusconi si affidano agli old
media, alla tv che il Cavaliere capì prima di tutti. Ma i tempi sono
cambiati e anche la comunicazione. 17 minuti a reti unificate forse non
bastano più. Leggi tutto (Linkiesta)
Elezioni americane: social media, politici e lobby
Le elezioni presidenziali americane sono sempre più una questione di presidio dei social media. Obama ha insegnato a tutti nel 2008 l’efficacia di comunicazione e di reclutamento fondi che si può ottenere con l’uso accorto di Twitter e di Facebook. Vai al sito LINKIESTA.
La lunga coda dei social media
A proposito di mass media, ecco una chiacchierata in chat con un esperto di social network. Dino Amenduni analizza la relazione tra rete e fenomeni politici e ragiona sugli effetti del web 2.0 sull'opinione pubblica.
Vai al sito Carta.org
Il trionfo dell’esibizionismo nell’era dei social network
di Zygmunt Bauman, 9 aprile 2011
Vai al sito Arianna Editrice
La rivoluzione dei gelsomini sull’italian facebook
di Fabio Pipinato
Vai al sito Unimondo
Bobbio, l'uguaglianza è la stella polare
- • Social network per cosa
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Social network per cosa
Cosa dire. A cosa dare
precedenza. Nell'agorà il cosa è importante. Come in parlamento, anche
nell'agorà le priorità in agenda sono fondamentali. Fare politica è
anche discernere le questioni che "dovrebbero interessare" i più da quelle che
dovrebbero interessare un'esigua minoranza se non, addirittura, un singolo. Ma
anche il come e l'attraverso cosa è altrettanto importante. Se i
temi, affrontati anche da questo sito, non vengono tradotti e comunicati ai più
a che servono? Non si verrebbe, forse, ad aumentare il divario su chi ragiona
attorno alla cosa pubblica e chi viene lasciato ai margini?
Norberto Bobbio, tra i diversi binomi arrugginiti che
animarono la differenza tra destra e sinistra nel secolo scorso
(struttura/persona, fare/pensare, guerra/pace, divario/redistribuzione,
privato/pubblico) coniò, con la capacità di sintesi che gli era propria,
disuguaglianza/uguaglianza. Ebbene il filosofare in ristretti cerchi culturali, come
rischia d'essere il nostro esperimento, marca la disuguaglianza tra noi e chi
non v'ha accesso (mediatico, culturale, temporale).
Coloro che sino a pochi anni fa sognavano l'uguaglianza (di
opportunità, per dirla con Sen) son rimasti, semplicemente, senza parole. Per
due motivi. Perché sono state usate (od abusate) per favorire il contrario, la
diseguaglianza o, meglio, divario e perché s'è creato un mondo, con l'avvento
della Tv commerciale, che ci rende estranei al mondo reale. Ed è forse anche
per questo che bisogniamo di uno spazio virtuale.
Mi spiego. Recentemente stavo seduto in treno sulla tratta
Verona Milano e sfogliavo un quotidiano generalista a distribuzione gratuita
che distribuiscono nelle stazioni ferroviarie. Nella presentazione v'era
scritto: "un giornale che parla a tutti, senza alcun intellettualismo". La
signora che mi stava di fronte, da lì a cinque minuti, voleva conversare e mi
chiese dell'ultima puntata della De Filippi. Non sapevo come interloquire.
Chi lavora per l'uguaglianza oggi? Il circo mediatico per il
matrimonio di William e Kate e la beatificazione del Papa o il world social
forum? Tutti i nostri www o il giornale generalista che ha raggiunto un milione
di copie di diffusione in tutta Italia senza un solo approfondimento?
Come riprendere contatto con i
più? Forse scendendo dai piedistalli dei docenti; forse con un linguaggio più
semplice, con discorsi più brevi, capaci di premessa e di sintesi. Gesù di Nazareth, per collegarmi alla tesi precedente, non parlava alle folle con
delle novelle? Passando irriverentemente dal sacro al profano pensiamo che le
barzellette del premier siano impreviste?
Insomma, siamo in grado, a partire dal discorrere quotidiano
di trovare vie e modalità che non rimarchino sempre la disuguaglianza tra pochi
ed i più? Il governo nazionale sorto anche con l'apporto della Tv commerciale
sa bene come interloquire ma chi sta all'opposizione, come il
sottoscritto, perché fatica a riconosce la sua incapacità, i suoi limiti a
riguardo? La tesi rimane aperta.
Sull'attraverso cosa mi permetto di contraddire quanto
sopra e salire sul piedistallo spodestando addirittura Zygmunt Bauman che, a breve, tornerà al festival
dell'economia di Trento. Il suo ultimo
libro "Il trionfo dell'esibizionismo nell'era dei social network" nasce antico
e non tiene affatto conto delle trasformazioni che il web ed i social network
hanno portato e permesso, compresa quella "rivoluzione mediterranea" che ha
mandato all'aria parecchie certezze.
Chi non ha il controllo scientifico e quasi totale sul
digitale terrestre deve cercare di abitare tutti gli altri canali di
comunicazione. Io mi trovo in palese difficoltà ad interloquire con la signora
del treno ma mi trovo molto a mio agio, a differenza del sociologo polacco, con
facebook. Trattasi di reti di fan molto vaste che, per chi ha saputo
abitarle sin dall'inizio, offrono numeri simili al giornalino generalista di
cui sopra. Saviano, Strada, Travaglio e Grillo sono certamente tra i più
ricercati e digitati tra gli extraparlamentari. Certo. Veicolano forse più
proteste che proposte ma i leader parlamentari dell'opposizione, stando ai numeri
ed ai raffronti, disertano letteralmente non solo le piazze reali ma anche
quelle virtuali. I segretari o i partiti d'opposizione dovrebbero avere uno e
più motivi per abitare queste reti perché sono frequentate da giovani, non
hanno nulla a che vedere con le ideologie del '900 e possono essere utili per
grandi manifestazioni come hanno saputo fare con l'appuntamento
del 13 febbraio "se
non ora quando?".
Come per il giornalino generalista, manca spesso l'
approfondimento che, peraltro, è una caratteristica del fan (on line ma anche
davanti al tribunale di Milano) ma la condanna dello strumento, francamente,
assomiglia molto ai preti che maledivano i binari o ai frati miniaturisti che
vietavano la diffusione delle bibbie di Gutenberg. Una cosa è certa: l'attuale
maggioranza bisogna meno di questi strumenti perché sa sin troppo bene cosa
dire (altro che società liquida) e sa soprattutto come ed attraverso
cosa comunicare.
come dice Ugo morelli la ricchezza di commenti di questo tuo post merita considerazione, come se ci fosse una grande bisogno di confrontarsi su questi temi di fronte ad un vuoto, una mancanza di proposte davvero coinvolgenti.
Sul tema dei social network mi trovo un po’ a disagio a parlarne, perchè non li uso molto (ho un profilo facebook, ma sono mesi che non entro) e il rischio è parlare usando concetti astratti di teoria della comunicazione.
Rimane comunque il tema che tu poni. Come riprendere contatto con i più? Come scendere dal piedistallo?
In questo caso mi pare che il come, cioè il mezzo con cui comunicare, sia solo una diretta conseguenza del cosa, cioè del contenuto, dell’idea. Gli esempi che tu fai, di persone che hanno un certo successo in rete come Saviano, Strada, Travaglio, Grillo o Vendola, sono persone che hanno un messaggio chiaro da comunicare, hanno un contenuto. Poi diventa anche più facile comunicare sulla rete.
Gesù di Nazareth che riusciva a coniugare profondità e semplicità di linguaggio, aveva un messaggio chiaro; un messaggio che era anche ricco, complesso, sfaccettato, insolito, ma comunque un messaggio coinvolgente e riconoscibile.
Quello che manca alla politica è questo, manca una idea di politica che faccia i conti con le sfide della contemporaneità. Manca un progetto, manca una visione. E questo si riflette anche inevitabilmente sull’incapacità di comunicare. Purtroppo spesso si dice che c’è un problema di comunicazione: in realtà il problema di comunicazione è solo il sintomo di qualcosa di più profondo. Non sono i mezzi comunicativi innovativi a scarseggiare, ma le idee, le proposte.
E i rischi? Se ne sono accorti i cinesi e gli iraniani di quali rischi ci siano nella libera rete. E sono ricorsi alla censura. Ma per esperti è certamente più facile sfuggire a queste barriere telematiche che alle percosse delle polizie. E se ne sono accorti pure gli analisti delle democrazie occidentali, tanto che Sarkozy convoca il prossimo G8 per parlare di regolamentazione della rete. Ma non è ovviamente tutto oro quello che luccica: i rischi sono quelli dell'eccesso di fonti (problema caro ai contemporaneisti) per quanto riguarda l'informazione e della loro non sempre chiara verificabilità, del controllo delle reti (fische) da parte di compagnie private e governi nazionali, della semplificazione politica (Grillo) e della demagogia internettiana, dell'alienazione della reale realtà (anche se mi si insegna che è comunque un costrutto).
Sintetizzando: web 2.0 come possibilità di ri-democratizzazione della sfera e dell'opinione pubblica per un maggiore coinvolgimento nella vita democratica dei cittadini.
aggiungendoci la sopravvenuta incapacità dei grandi soggetti organizzati
(partiti e sindacati in primis) di risintonizzarsi con la realtà usando gli
strumenti tradizionali, sentimenti e moti collettivi faticano ad emergere e a
consolidarsi. Però esistono, sotto traccia, e quando assumono una forma ormai
sembrano farlo solo attraverso Internet. Le grandi mobilitazioni sui social
network in relazione alle rivolte post elettorali in Iran o alla “rivoluzione
dei gelsomini” nei paesi arabi testimoniano, a mio modo di vedere, che l’ideale
democratico rimane un potente motore della storia e che i social network sono
in questo momento lo strumento più potente e interessante a disposizione della
politica per progettare il cambiamento.
A tal fine è bene mettere a fuoco uno dei più grossi limiti dei social network, e cioè la logica quantitativa che sottende spesso al loro utilizzo. La gratificazione un po’ narcisistica per il numero dei "mi piace", degli "amici", dei contatti, prevale troppo spesso sulla voglia di approfondire e può lasciar spazio, come altri hanno già scritto, alla demagogia e alla propaganda. Il ragionevole compromesso tra quantità e qualità, sui social network è ancora da trovare.
Caro Fabio, fai bene a porre questi interrogativi rispetto ad un tema, quello dei social network, che spesso divide le persone rispetto al loro utilizzo. Il mio caro amico Silvano Agosti, uno dei più importanti autori cinematografici del panorama nazionale, nel suo "Discorso tipico dello schiavo",ricorda come "lo schiavo oggi non è più quello che ha le catene ai piedi, ma piuttosto quello che non sa più immaginare la libertà". Un'immagine forte, mi rendo conto, che svilisce un'umanità oggi inscatolata in una prigione le cui sbarre sembrano essere invisibili.
Inscatolata nella televisione, che in questi anni ha lavorato sulle coscienze, con l'obiettivo di confondere realtà ed irrealtà, giocando a nascondino a turno nell'una o nell'altra dimensione.
L'unica possibilità di riscatto, io credo, è quella di riprenderci la consapevolezza, per tornare veramente a sognare l'uguaglianza, come accadeva a Norberto Bobbio ed a tutti quelli che si dedicavano concretamente a questo sogno.
Ecco il mio COSA. Rispetto al COME ed ATTRAVERSO COSA voglio fidarmi ma non affidarmi ai social network, perchè è giusto ed importante oggi usare il linguaggio più utilizzato dai giovani, e per favorire quel ricambio generazionale che un Paese come l'Italia pare invece ostacolare in ogni modo.
E' bello poi sperare che questo strumento abbia avuto un ruolo veramente fondamentale nel risveglio delle coscienze mediterranee.
Non posso però togliermi dalla testa la frase di una ragazza letta poco tempo fa su facebook: "Ho 20.000 amici eppure mi sento la persona più sola al mondo".Questo per ricordare anche quella solitudine che spesso dimora dietro allo screen del nostro computer, senza che noi possiamo minimamente accorgercene.
Aprire il cerchio, come dici tu, per arrivare a più persone possibili e condividere, forse un giorno, la dimensione politica è un obiettivo da raggiungere ad ogni costo, partendo dall'apertura del cerchio più importante: quello del proprio EGO. Per questo mi sono permesso di scomodare Ghandi nell'incipit, ringraziandolo per il suo invito a volgere lo sguardo prima di tutto al nostro interno.
http://issuu.com/infodocs/docs/facebookinfografica/1?mode=a_p
Il centro sinistra pare generalmente un po' più attivo del centro destra, tranne a livello di sindaci, ma la differenza non è così significativa. Sulla colonna sinistra si vedono i politici con più FB fan. E' indicativa, ma non esaustiva anche perché sono dati vecchi di un paio di mesi ed in questa realtà molto dinamica e volatile i dati cambiano in fretta. In poco tempo Vendola è passato da 386.000 a 442.000, Berlusconi tiene il passo con i suoi 300.000, mentre Bersani è molto lontano con 50.000 fan. In alto Di Pietro e De Magistris.
Servirebbe un lavoro di analisi su questi ed altri dati per ragionare bene su questo tema. Sarebbe importante capire il profilo dei fan (età; provenienza geografica; appartenenza politica etc). Ad esempio si potrebbe ipotizzare che ad usare il mezzo FB siano coloro che hanno più difficoltà ad avere accesso ai canali tradizionali più usati: ad esempio il caso della Serracchiani che ha più fan di Bersani. In ogni caso, va tenuto conto che siamo un paese anziano, non solo ma anche nella sua classe politica, e dove se non sbaglio c'è minor uso del web rispetto ad altri paesi ricchi. Ma ripeto bisognerebbe saperne di più.
In generale invece ricorderei che negli USA ed in particolare per la vittoria di Obama FB era stato centrale per la vittoria elettorale e questo penso sia un esempio importante da studiare, più affine e quindi più utile rispetto alle rivoluzioni democratiche dei mesi scorsi.
Nel caso del mondo arabo, infatti, c'è una condizione fondamentale che da noi manca: la necessità di superare la paura della repressione dei regimi. Mi pare riduttivo dire che nel nord Africa si sia trattato solo di un uso logistico di FB vista la violenza a cui si andava in contro.
Mi permetto di segnalare questo articolo pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso per allargare gli orizzonti anche oltre il mondo arabo nella discussione sulla nuova ondata di rivoluzioni democratiche nel mondo: http://www.balcanicaucaso.org/Regions-and-countries/Azerbaijan/From-Facebook-to-the-streets-of-Baku-93251
Mi pare evidente in ogni caso che siamo in presenza di uno strumento importante se i regimi autoritari di tutto il mondo si sono mostrati sensibili alle novità oscurando le reti telefoniche ed i canali web quando serve.
Da noi il problema della violenza non c'è ma forse c'è la pigrizia, l'apatia, la rassegnazione, l'insicurezza e chi sa che altro. La sinistra italiana, pur essendo di natura una galassia di realtà diverse, fatica a costruire reti e funzionare orizzontalmente per via dei personalismi, dei conflitti, della presunzione di essere i migliori etc. A Genova si era iniziato un percorso di riconoscimento delle diverse anime ma questa volta sì la violenza ha messo tutto a tacere.
La battaglia referendaria delle prossime settimane vedremo se riuscirà a fare breccia anche grazie a FB o no.
In ogni caso ricordiamoci che tutte le innovazioni tecnologiche sono state demonizzate da qualcuno e hanno creato sconcerto nei più ma si sono affermate nonostante tutto: dal treno alla TV. Certo considerandosi progressisti si dovrebbe avere una certa apertura al nuovo. Dopo tutto è davvero difficile difendere i media tradizionali, tutti non solo quelli di Berlusconi. Un uso sensato del web invece apre al mondo e cancella in fretta ogni eventuale strana nostalgia per un mondo di informazione e discussione malato da tempo.
Ricordo che in molte nazioni gli ``archivi`` di FB sono aperti alle forze di sicurezza-polizia, etc- ; e ricordo anche i venerdì di sangue della rivoluzione egiziana, evento organizzato in rete su FB: il governo ha lasciato ``fare``, raccolto tutte le informazioni necessarie, bloccato le comuniczioni al momento opportuno, oscurando i server (onde evitare ulteriori sviluppi difficili da monitorare mentre si seda una piazza rivoltosa) sedato nel sangue le rivolte, e arrestato persone che avevano via FB commentato sul regime a rivoluzione conclusa.Dovremmo fermarci a riflettere seriamente sulla natura di queste reti e su un loro eventuale uso consapevole.
commento alla tesi copiato da Informazione Libera
E’ una specie di gioco a nascondino. Io posso dire le mie opinioni o anche il contrario delle mie opinioni. Magari posso sostenere una tesi e poi cambiare nome, mail di riferimento, magari cambiare postazione da cui scrivo per evitare di far tracciare la mia posizione per poi intervenire di nuovo nel dibattito e sostenere l’esatto contrario di quello che sostenevo in un post precedente.
Magari sono Mark Zuckerberg e non mi scoprirete mai…
Questo fenomeno di decostruzione del ruolo dell’autore mi ha fatto pensare ai dadaisti. Schematicamente potremmo dire che i loro intenti fossero di ricordare alla gente che di un’opera d’arte non importa il nome scritto sul cartellino (l’autore), ma piuttosto l’opera in se. I loro nomi li nascondevano proprio!
Allo stesso modo, in cosa consiste la forza di convincimento delle nostre argomentazioni (che credo sia l’aspetto più politico dei social network)? Da quanto bene scriviamo. Da quanto abbiamo studiato e capito del mondo. O del tema in discussione. Non certo da chi le esprime!
Una sola domanda: siamo sicuri? Chi ricorda anche una sola opera dei dadaisti?
Centralizzare costituisce una forma di potere e tutto questo i Social Network lo hanno scardinato, o meglio, sono la possibilità più democratica ed accessibile per sfuggire a questa regola. Decentralizzare il potere, decentralizzare la parola, decentralizzare la visione sono tutte posizioni attive che vanno nella direzione opposta a quella decisa come ricorda Fabio, dalla Tv commerciale impostasi in Italia. Questi meravigliosi strumenti sono così – implicitamente o esplicitamente - una forma di resistenza al totalitarismo: sono luoghi, agorà appunto, dove è difficile distinguere la sorgente di una qualsiasi idea. Se scagliarsi contro il tiranno gridando a gran voce nella rete è un atto di giustizia e libertà (romantica) che infiamma le masse e abbatte gli oppressori come abbiamo recentemente visto accadere sulle sponde a sud del mediterraneo, dall'altra dobbiamo considerare anche i rischi. Uno conosciuto da tutti è l'infiltrazione da parte di gruppi di potere forti che con un uso malizioso e strumentale della rete possono spingere la massa degli utenti a idee manipolate. E questo è già un fatto ovvio per chi come noi lavora nel campo dei media e dell'informazione.
Oltre a questo, il gran pericolo, come suggerisce Fabio, rimane la diseguaglianza, non solo data per l'assenza di una visone critica di fronte all'elusivo mondo della rete, ma soprattutto per l'assenza stessa dell'accesso a questi strumenti, a questi beni culturali. Se pensiamo che nel pianeta c'è solo una ristretta minoranza ha accesso alla rete non possiamo che immaginare altra cosa che un mondo sempre più diseguale: più grande, più ricco, più democratico per alcuni e più ignoto e oscuro per molti.
Il che permette di visionare la mappatura della realtà altrui e rivedere la propria. L'incremento di conoscenza è esponenziale, essendoci un peer-reviewing immediato che mette alla prova le nostre ed altrui convinzioni.
A mio parere per un uso migliore di questo strumento occorre essere poliglotti, estremamente curiosi e pazienti ma anche assertivi (si rispettano le persone, non le loro ideee si pretende rispetto per se stessi, non per le proprie idee).
E' il miglior modo per sconfiggere il patetico e pernicioso processo di identificazione, che ci spinge ad incatenarci ad un'idea affondando con essa quando è superata e/o falsa.
La condivisione di musica e arte in genere, o anche di semplici indicazioni di ristoranti o luoghi ameni, è un costante arricchimento.
Il problema della privacy è meno importante di quello della propaganda: i social network sono già impiegati per seminare concetti virali da parte di aziende e lobby. Ma proprio l'essere in rete è una forma di difesa che chi guarda il televisore non ha.
Chi usa FB in modo dozzinale non mi infastidisce: a ciascuno il suo, gli amici FB uno se li sceglie, non li subisce.
Dunque non basta che noi donne e uomini del mondo siamo legati fra noi, ma serve un COME essere in rete. Ecco io credo che il come sia l'attenzione all'altro nella verità e nella carità. All'altro chiunque sia, ovunque sia, comunque sia. Che il come sia la tensione al bene di tutti, al bene reciproco. E, dunque, che i social network e i social feed siano straordinari se e solo se ci mettono in una rete che ci trascina sù, che eleva la civiltà, che la conduce piano piano ad essere la civiltà dell'unità tra tutti i popoli.
Clay Shirky in Surplus cognitivo fa il bel esempio del gin a Londra necessario per un' ubriacatura generale che tenesse lontano durante la prima rivoluzione industriale gli spettri sociali che iniziavano a comparire.
Per la televisione vale lo stesso, il mezzo che contribuiva a far accettare alle persone il cambio storico. Sono gli anni in cui si passa dal tempo industriale degli Agnelli e dei De Benedetti a quello commerciale di Berlusconi e l'industria televisiva era perfetta per raccontare questa transizione.
Una narrazione di commercio, di consumo, la nuova economia reale, di e per tutti gli italiani.
Ora una parte della popolazione inizia a cercare e a elaborare una narrazione nuova. Cerca connessioni, riconoscimento personale, informazione, solidarietà, condivisione e ha trovato nel Web uno strumento funzionale. L'altra parte rimane, o perché ancora ammorbidita o per il digital divide, ancora distante.
Distante perché fa ancor parte di un contesto storico, quello di Dallas, che si occupa di tutto tranne che di sfera pubblica e di sociale mentre dall'altra parte i social media aiutano la ricostruzione di una socievolezza e di una sfera pubblica diversa.
I social media, quindi le conversazioni e la narrazione, che entrano con straordinaria importanza come luogo terzo. Sono la riproposizione in chiave moderna dei cafè ottomani di fine ottocento che Jedlowsky definisce la preistoria dei social network. Socievolezza e sfera pubblica intese a loro volta come tipi di conversazioni, dotati di regole, strutture e funzioni diverse. Diversi tipi di conversazioni quindi che si intrecciano tra di loro. Un passaggio che si evidenzia nelle pratiche che si dispiegano in quelli che Ray Oldenburg ha chiamato “luoghi terzi” quelli spazi cioè intermedi tra l’ambito professionale e quello familiare caratterizzati da una socialità informale, al cui interno le persone hanno modo di impegnarsi in conversazioni spontanee su argomenti vari.
I media sociali non sono e non credo lo saranno mai lo strumento finale ma sono e saranno sempre più abilitatori per i cittadini alla costruzione di quella democrazia a cui tutte le persone di buon senso pensano.
Ma sembra esservi una stretta relazione tra piazza reale e piazza virtuale. Facebook è un'evoluzione del volantinaggio (con che cosa). I volantini che venivano distribuiti alla manifestazione della CGIL di oggi che hanno più di 150- 200 parole non venivano letti (come) ma ripiegati ed infilati in borsa. Interessante no? Non solo nelle piazze virtuali ma anche in quelle reali siamo costretti a fare sintesi perché, sembra, non abbiamo più il tempo né per i fondi di Scalfari e né di Panebianco. Par condicio.
Ma se oggi non si può “insegnare a prescindere dalle nuove tecnologie” perché mai in nessuna sede di partito v'è una lavagna interattiva? Perché mai l'eletto all'assemblea del partito XY ai confini con la Lombardia deve lasciare gli affetti, scendere a Trento per rispondere all'appello del segretario dell'assemblea e presenziare sino a notte fonda ad un incontro nel tempo di Skype? Perché s'è sempre fatto così. No. Perché non sappiamo fare così.
V'è un divario tra la prima e le altre età. I giovani ci navigano. I non giovani faticano. Tant'è che si preferisce la TV allo schermo anche se, sempre più, sa scendere in profondità. L'ipotesi inquietante: forse la politica non interessa questi spazi perché non sono, al pari della TV, uni ma bidirezionali?
Ma per raggiungere i più FB non basta. Si auspica una nuova stagione culturale attraverso tutti i mezzi. Certo ma si fa avanti un'altra ipotesi inquietante: non è che, dopo un ventennio di subcultura, con l'ascesa di nuovi quadri ala regia di chi comanda i media la qualità non cambi?
Anche FB non è immune. Uno strumento che aggrega amici, fan, mi piace da un lato può contribuire a dividere il mondo in due parti. Di qua e di là. Indipendentemente dal mezzo sembra che la chiave della presenza in rete sia la relazione (densità, qualità e credibilità dei contenuti). Senza la costruzione di un vera terra di relazione, ben poco si comunica. Ecco. Non stupitevi se l'antitesi contraddice la tesi.
Vorrei però ricollegarmi ad un elemento presentato da Piergiorgio Cattani che credo riporti correttamente il discorso nei termini della sua ontologia: essere su Facebook è, per alcuni, equivalente a navigare in rete. Una volta ho letto in un libro che la più grande rivoluzione apportata dal telefonino sta nella domanda di inizio di tutte le conversazioni: non più "Ciao, che stai facendo?" ma "Ciao, dove sei?". Cambia l'ontologia dello strumento telefono.
Allo stesso modo, cosa implica il fatto che le potenzialità della rete diventino prevalentemente un "libro di facce"? Ancora una volta, per rispondere a questa domanda ci viene in soccorso Marcel Proust che ci ricorda che un libro è sostanzialmente un cimitero (figuriamoci un libro di facce…). I social network sono destinati a cambiare il mondo? Allora i nostri profili facebook sono anche destinati a sopravvivere a noi stessi. Questa forse un po’ lugubre prospettiva mi spinge a fare una piccola riflessione. La rete, con il grande successo di facebook, ha probabilmente cambiato parte della sua natura (potremmo dire, della sua ontologia). Non è più solamente un luogo in cui ci si scambia informazioni, ma diventa un luogo di testimonianze: una sorta di diario scritto per venir letto oggi, dai nostri contatti più prossimi.
E veniamo quindi alla domanda di fondo dell’intervento di Fabio Pipinato che mi trovo a commentare: quanto di tutto quello che ho scritto fino a qui ha a che fare con la politica? Ci sono due elementi che vorrei portare alla vostra attenzione:
1. I giovani rivoltosi nei paesi nord africani hanno usato facebook in modo primitivo. Il grosso del beneficio che ne è stato tratto è stato relativo alla logisitica: “ci vediamo nella tal piazza alla tal ora per la manifestazione”. Non vorrei essere frainteso: è chiaro che è sicuramente stato uno strumento efficace. Ma facebook è più una collezione di testimonianze di stati d’animo, di “mi piace / non mi piace”, che non uno strumento d’azione (un evoluzione del volantinaggio), ed è probabilmente qui che sta la sua forza e la sua modernità.
2. Se il tema dei social network è il tema della testimonianza, facebook come diario, allora è giusto chiedersi se un diario può giocare un ruolo nello scenario politico. La mia risposta è sì, ma probabilmente solo a posteriori. Leggendo le memorie degli uomini e delle donne del passato si possono capire molte cose, anche riguardo alla politica di uno stato. Ma è uno schema interpretativo con cui ri-leggere avvenimenti noti, poco utile per prendere delle decisioni su priorità del presente.
Saluti.
Mi riservo di intervenire ancora.
Saluti a tutti
Primo, lo strumento. Si tratta di spazi che non sono in realtà un luogo di comunicazione per tutti e che non raggiungono tutti. Anche se può fare impressione il numero di persone che nel mondo affidano la comunicazione di pensieri e immagini a questi strumenti, in realtà essi appartengono in particolare ai giovani. La seconda e la terza età possono avvicinare questi strumenti, farne uso, tentare anche di sfruttarli al meglio, ma essi sono legati quasi strutturalmente al mondo giovanile, nel senso che sono i giovani che riescono da un lato a sfruttarne tutte le possibilità tecniche e dall'altro a metterli al servizio di ciò che ritengono essenziale. Dopo vent'anni nei quali si è sottolineata la sorprendente convergenza fra giovani e adulti su alcuni grandi temi politici (si pensi alla trasversalità intergenerazionale di molte manifestazioni, che vedono assieme giovani e adulti uniti dalla stessa "passione"), oggi abbiamo qui la prima vera frattura generazionale sul piano del linguaggio. La cosa è veramente fondamentale, perché marca una distanza incolmabile fra mondo giovanile e mondo adulto: non c'è rincorsa che tenga di fronte alla capacità dei giovani di utilizzare le nuove modalità di comunicazione in rete.
Secondo, la visione dell'uomo. Dietro a questa nuova modalità di comunicazione sta una nuova concezione delle relazioni umane. Molte volte tale concezione è stata in questi anni demonizzata dal mondo adulto, con l'accusa di essere superficiale, virtuale, vuota. Tali critiche mi sembrano legittime, ma rischiano di mettere in luce solo uno degli aspetti. Anzi, a volte mi chiedo se esse non derivino dalla diffidenza del mondo adulto che demonizza nei giovani tutto ciò che fatica a dominare. Ciò che invece mi sembra interessante è il fatto che l'uso strumentale della rete come "mezzo" è sempre più spesso una premessa per la costruzione di relazioni reali. Chi lavora con i giovani, a tutti i livelli, si rende conto di questa "strumentalità del mezzo" che sempre più spesso è messo al servizio dell'incontro reale con gli altri. Questo avviene nel piccolo delle relazioni interpersonali e di quelle di gruppo, e su scala più ampia per mobilitare persone attorno a manifestazioni o addirittura, come avvenuto nel Nordafrica, per mobilitare rivolte su scala nazionale o internazionale. L'antropologia che ne esce è quella di un uomo in grado di amplificare le relazioni reali, di comunicare a tutti le proprie idee e di creare aree di confronto virtuale accanto a momenti di mobilitazione reale. Certo, la manipolazione, l'uso distorto, l'amplificazione della stupidità sono sempre possibili. Ma mettere l'accento unicamente sugli aspetti problematici non ci aiuta a comprendere il cambiamento in atto: accanto all'uso sciocco e immaturo abbiamo di fronte un uso consapevole al servizio del cambiamento sociale che contrasta fortemente l'appiattimento e spesso la parzialità dei mezzi di comunicazione tradizionali.
Terzo, i contenuti. Come accennato, è rischioso dire che i contenuti dei social network sono semplificati. Ancora una volta si vede un solo lato del problema. Ci sono, è vero, comunicazioni fatte di immagini e frasi singole, che esprimono emozioni molto superficiali. Tuttavia la rete rappresenta sempre maggiormente un luogo di comunicazione di contenuti più complessi, di scambio di informazioni e notizie altrimenti introvabili e ignorate, di pianificazione politica. E in questo per ora rimane fondamentale la "democrazia virtuale" dei social network, che non possono essere considerati semplicemente come lo sfogo delle pulsioni adolescenziali, ma come luoghi di elaborazione talvolta estremamente seri. Ancora una volta sono le nuove "rivoluzioni" che usano internet a metterci di fronte al problema: dalle vecchie mail usate dal subcomandante Marcos in Chiapas, all'opposizione cinese, alle recenti rivoluzioni nordafricane, tutti questi movimenti ci pongono di fronte al fatto che siamo passati a una seconda fase. Se la prima fase (ovviamente ancora presente) ha visto nei social network un luogo di racconto del sè e del proprio privato, oggi siamo in una situazione nella quale la dimensione dell'impegno politico del singolo è diventata centrale in questi strumenti.
Che cosa aspettarsi? Direi che questi strumenti hanno il potere di cambiare in profondità le regole della democrazia. Con due incognite. La prima sul "controllo" che su di essi verrà esercitato per limitarne il potenziale democratico (la Cina potrebbe far scuola). La seconda sulla "profondità" dei contenuti. Sebbene i contenuti siano, come accennato, molto più seri rispetto a quanto accadeva solo qualche anno fa, resta il problema di vedere se raggiungeranno quella profondità che è necessaria per costruire cambiamenti duraturi. Questa mi sembra sia la vera sfida, completamente aperta.
Essere all'opposizione ha indubbiamente un unico vantaggio: puoi mirare a chi sta al comando della nave, sottolineando cosa non funziona, e questo le odierne forze di opposizione italiane lo fanno fin troppo bene:
il ''masiamopazzismo'' quasi puritano di Bersani, il composto cattolicesimo ''radical-chic-bello da vedere'' di Casini, l'ormai ultraradicale ''giustizialismo offensivo'' di Antonio di Pietro; sorvoliamo sul ''maanchismo'' di Veltroni: non funzionava nel 2008 e tantomeno oggi ma lui è l'unico a non essersene accorto e continua a portarlo avanti protestando MA ANCHE aiutando in questo modo un governo di lega-destra in difficoltà, che tira a campare ma che si esalta potendo indicare quasi ridendo i democratici tafazziani che litigano tra loro.
Il problema, tornando al nocciolo del discorso, non è contro chi lanciare strali ma COSA proporre come alternativa ed in che modo, e questo il centro sinistra non lo sa fare.
La paura è che non vogliano farlo perchè non hanno una vera alternativa, perchè comunque le poltrone, anche se di opposizione, sono comode e confortevoli: se così fosse, saremmo al capolinea della nostra nazione; per fortuna la quotidiana azione di una miriade di associazioni e il vero volontariato politico e sociale sono a qui a dimostrarci che ancora è giusto credere in un cambiamento e lavorare sodo per realizzarlo.
E allora dobbiamo dire ai nostri politici all'opposizione e dobbiamo capire anche noi che bisogna essere in grado di comunicare, di imparare a farlo per trasmettere e rinnovare valori ed azioni concrete.
Non possiamo continuare a scimmiottare il centrodestra perchè siamo, dovremmo essere, diversi ma essere diversi non significa, dato che loro (anche grazie alla trentennale struttura originale di publitalia 80 che tanto giovò alla campagna elettorale di Forza Italia nel 1994 mentre I Progressisti - l'odierna opposizione- litigavano, esattamente come oggi) sanno comunicare e lo fanno bene, comunicare male per prendere da loro le distanze.
Forse dovremmo ammettere che le loro tecniche funzionano e dovremmo usarle anche noi DIFFERENZIANDOCI però nei contenuti: sostituire il BUNGA-BUNGA con il CONOSCI-CONOSCI e il pressapochismo spot con tre proposte chiare, rappresentate da alcune parole chiave, esempi?
NO AL PRECARIATO
NO AL NUCLEARE
NO AL RAZZISMO
SI AL FUTURO DEI NOSTRI GIOVANI
SI ALLA CONCERTAZIONE SINDACALE SERIA
SI AD UN' ITALIA PARTNER CREDIBILE DELL'EUROPA
Negli ultimi mesi non ho sentito nessuno all'opposizione parlare chiaro, non ho visto nessuno esporsi: non si staranno mica opponendo a comunicare con noi?
Di rimando ho visto i giovani d'Africa rovesciare governi con l'utilizzo del web e l'informazione su youtube e questi sono fatti concreti.
Non ci resta che mettere da parte la nostra PRESUNTA superiorità ed imparare a comunicare.
FB (molto più dei Blog, e in maniera credo più universale di Twitter) ci ha abituati alla sintesi, a volte alla battuta fulminante, all'uso dell'immagine, della foto che fa pensare o spiazza e anche alla citazione (tutti noi riprendiamo e rilanciamo cose altrui, siano esse spezzoni di video postati su youtube o articoli comparsi nelle edizioni on-line dei grandi quotidiani nazionali). Non credo che tutto qesto sia esibizionismo, nell'accezione deteriore del termine (quella, mi sembra di capire, di Baumann), posto che un po' di "vanità" è implicita in questi strumenti, e non è un dramma.
Peraltro - ragionando un po' sul "come" - non so se questi linguaggi si avvicinino di per sé all'auspicata "semplificazione". In verità, sono piuttosto sofisticati; non è detto siano alla portata di chi chiede lumi sulla trasmissione della De Filippi, per venire al tuo esempio.. Sicuramente rispondono ad un'esigenza molto sentita da tutti, che è quella di risparmiare tempo, e forse anche di sviluppare una comunicazione un po' più "emozionale" (infatti, a questo punto, mi verrebbe spontaneo utilizzare un emoticon). Quindi, ben vengano. Provocatoriamente, però, dico anche che nei miei anni di formazione (posto che siano finiti!) gli interminabili fondi di Scalfari, che oggi non avrei il tempo di leggere, furono altrettanto importanti delle lezioni di Panebianco all'Università, anzi di più. Insomma,a volte il tempo è necessario, ed è necessario fare delle scelte. Leggere un post su Fb, per certi versi, può indurre ad un atteggiamento simile a quello che denunciava tempo fa Eco parlando dei bibliofili che credono di conoscere il contenuto di un libro solo per averlo tenuto in mano. Il rischio, cioè, è di pensare di conoscere un argomento solo perché ne si è leggiucchiato qualcosa in internet. Sempre ragionando sul come e in particolare sull'atteggiamenti elitario che si può nascondere dietro a certi circoli culturali: è una questione annosa e forse irrisolvibile. Un tempo ci si chiedeva come dev'essere l'arte per le masse, se le avanguardie fossero troppo cerebrali ecc. Certi paesi, come noto, tagliarono la testa al toro, con risultati piuttosto orridi (chi si ricorda oggi del realismo socialista?). Dunque, come riprendere il contatto con "i più"? Non lo so, ma butto lì una considerazione: a me pare che negli anni 70, quelli in cui sono cresciuto io, la tv di stato, tanto per dire (ed erano comunque anni di censura!) mandasse in onda cose che oggi ci sognamo. Cose che adesso verrebbero giudicate nella migliore delle ipotesi "difficili". Da "Mistero Buffo" a certo teatro, da Odeon al cinema americano d'avanguardia. Eppure piacevano, piacevano sulla tv generalista di Stato, in prima serata, non in qualche nicchia. Ed educavano. Sarò elitario, ma credo che il discorso sulla semplificazione nasconda a volte una sottovalutazione delle persone, delle loro capacità. Coltivo il sogno che si possa filosofeggiare, sul web o altrove, che si possa proporre "cultura", al cinema, nei teatri, in tv, sui giornali, sui blog senza alienarsi le simpatie dei cittadini.
Se c'è questo gli strumenti di comunicazione come i blog, i social network, lo spazio virtuale in generale non possono non essere visti come luoghi, spazi, modi potenzialmente interessanti.
Il passaggio dal potenzialmente al realmente sta nella nostra fantasia, pazienza, capacità di metterci in gioco. Sperimentando modalità nuove, che mettono anche in discussione i ruoli, gli stili, i tempi e le ritualità precedenti. E che permettono orizzontalità, scambi, condivisioni e partecipazioni impensate e meravigliose, oltre il tempo e lo spazio.
Il non passaggio dal potenzialmente al realmente sta nel desiderio di riproporre la comunicazione diretta e unidirezionale anche in questo ambito.
Ho l'impressione che la maggioranza non frequenta questi luoghi perchè non ha la giusta curiosità e interesse.
E che l'opposizione in parte non ha la curiositò, in parte ha la curiosità ma è generazionalmente distante.
sulla prima parte, nonostante le considerazioni che fai, siamo in un'epoca che sembra invece - sopratutto a sostegno di una politica con la "P" - tristemente povera di pensiero, un pensiero non ideologico (di quello ce n'è a bizzeffe) ma filosofico, che dia un'orizzonte di senso alle cose che si potrebbero e dovrebbero fare.
Per esempio, anche nella Chiesa (la mia Chiesa), negli ultimi anni sento che - a parte i convegnoni - sia stato dato rilievo pubblico sopratutto ai "pratici" o "praticoni": se non fai almeno una casa famiglia o non hai messo su un centro per la vita, non hai titolo di esprime un contributo di pensiero, teorico solo finché insieme non lo si rende pratica... non tutti abbiamo gli stessi carismi. Insieme la teoria diventa pratica.
Sulla comunicazione/divulgazione del pensiero e sul web.
Sono reduce dal Vatican meeting for blogger. Per la prima volta un'istituzione, e una così apparentemente paludata, la Santa Sede, tenta (bene o male) di convocare un mondo quello dei blogger, che in genere di autoconvoca e basta, perché... vuole conoscere ascoltare e dialogare...
La chiave della presenza in rete è la relazione.
Non tanto la densità, o la qualità o la credibilità dei contenuti.
Senza la costruzione di un vera terra di relazione, nulla si comunica.
A meno di scegliere il profilo identitario ("noi siamo i tifosi di..."), tipico peraltro di chi ha paura.
Una volta esaurito il mercato di quei certi tifosi, non hai più nessuno a cui parlare. Semmai solo "nemici" con cui continuare e battagliare retoricamente. O peggio.
Il cambiamento del centrodestra partirà dal Web?
Al raduno del Foglio dell'8.06.2011 (Roma, teatro Capranica), il direttore del Tempo, Mario Sechi, ha sollevato una questione importante, cercando di analizzare la crisi di consensi del Pdl. Elencando quello che serve al centrodestra, Sechi ha invocato la “rivoluzione”, chiedendo ai vertici del Pdl di non sottovalutare quello che succede sul Web.
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