Fatti più in là. Donne al vertice delle aziende: le quote rosa nei Cda
di Monica d'Ascenzo (Il Sole 24 Ore, Collana "Mondo economico", 2011)
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I confini della libertà economica
L'imminente inizio del Festival Economia di Trento rinnova l'appuntamento con una
manifestazione che ha saputo rispondere a un bisogno diffuso
di conoscenza attraverso un registro "alto". Il tema del 2011, "I confini della libertà
economica", induce a una riflessione sulla natura della Crisi, sugli obiettivi della libera iniziativa e sul ruolo degli Stati nel mondo interdipendente.
C'è, nel moto delle fronde di un grande albero mosso o scosso dal vento, tutto il respiro della democrazia. Il movimento implica il confronto, la discussione, la voglia di innovare, l'esigenza di cambiare, radicalmente, se necessario. E' lo spirito del Festival che da sei anni torna a proporre temi di scottante attualità. La prima istanza del Festival era mettere a confronto gli economisti con il grande pubblico traducendo il loro linguaggio per renderlo comprensibile a chi, apparentemente, non ha a che vedere con l'economia. L'idea era buona ma l'impresa non era facile, il coraggio non è mancato e, data l'importanza della questione e i risultati finora ottenuti, valeva la pena di tentare. "L'urgenza" di sapere, di comprendere sta alla base di qualsiasi progetto che miri lontano, che voglia contenere tutte le possibilità.
L'immagine dell'albero, per quanto possa apparire strana, rappresenta in parte la complessità economica del mondo (che determina, o meno, anche la democrazia) e lo rende efficacemente. Il premio Nobel Amartya Sen che aprirà la sesta edizione "I confini della libertà economica" sostiene - a proposito di libertà di opinione e diritti - che se valgono, sia il principio di libertà che quello di unanimità, allora un individuo può avere al più dei diritti. Cioè: la libertà di opinione è veramente fine a se stessa; la società può essere vincolata a tenere conto al massimo delle preferenze di un solo individuo e ad andare contro quelle degli altri.
Discutere di economia comprende innanzitutto la conoscenza, la possibilità di imparare per capire, per riuscire a condurre la vita in una consapevolezza che migliori la propria condizione nel mondo. Alfred Marshall economista inglese vissuto a cavallo fra Otto e Novecento, l'aveva tradotto in "L'economia è lo studio dell'uomo nei suoi affari quotidiani". L'idea che nel 2006 ha suggerito il Festival parte proprio da qui, dall'esigenza - anche di tipo politico - di intercettare un bisogno, in parte manifesto, rimasto per troppo tempo inascoltato. Accogliere questa necessità per capire come va il mondo, prima ancora di giudicarlo è, in un tempo globalizzato, di fondamentale importanza. Non solo a livello collettivo ma, anche e soprattutto, individuale.
Ho avuto la fortuna di occuparmi del Festival dell'economia fin dal suo esordio e, la frase che mi sento ripetere più frequentemente dalla gente che incontro è "a Trento bisognerebbe sempre vivere nel clima del Festival". Questa frase contiene, anche se in una forma espressiva estremamente semplice, il valore aggiunto di questa iniziativa. Avere la possibilità di ascoltare, discutere, dialogare, confrontarsi con i "guru" dell'economia, della filosofia, dell'antropologia, della sociologia, della statistica e di alcune altre discipline aiuta il singolo a riflettere, a connettere la propria vita al mondo globale. Una necessità, appunto, prima ancora che un desiderio.
I temi trattati nelle passate edizioni hanno focalizzato questioni con cui tutti abbiamo a che fare e, nel volgere rapido di pochi anni hanno fatto di Trento un luogo e un'occasione imprescindibile per chi voglia seguire il dibattito economico più avanzato.
Fra gli effetti della Grande Recessione (per molti aspetti ancora in atto) c'è una nuova geografia economica e politica. I confini fra pubblico e privato sono mutati. Dopo la crisi finanziaria si assiste a quella del debito pubblico e i governi si comportano in maniera differente. Le nazioni, i cittadini, i governi, la politica, le imprese cercano di orientarsi. La sesta edizione del Festival "I confini della libertà economica" tenterà di permettere ad ognuno di farsi un'idea sulle "questioni complesse che definiscono i nuovi confini alla libera iniziativa poste in essere in diverse parti del pianeta". Tito Boeri, che dirige scientificamente il Festival sottolinea che «c'è chi, come la Cancelliera Merkel, chiede a tutti i governi di cambiare le loro costituzioni introducendo l'obbligo di rispettare il vincolo del bilancio pubblico in pareggio. ...alcuni governi, tra cui quello italiano, si propongono di ridurre il ruolo dello Stato nell'assistenza sociale, coinvolgendo in prima persona il cosiddetto terzo settore, passando dal "Welfare State" alla cosiddetta "Welfare Society" o alla "Big Society"."
Una cosa è certa: nulla appare più come prima della Grande Crisi, i principi stessi su cui poggia la libertà economica stanno per essere ridisegnati e, comprendere come e perché, non è solo utile, ma diventa indispensabile in un tempo in cui il destino di ciascuno di noi è strettamente connesso a quello degli altri abitanti del pianeta.
“La nostra Autonomia provinciale, così come la intendiamo è essenzialmente competenza, responsabilità della sfera spirituale dell'uomo" (Bruno Kessler).
Il Festival, la sua nascita, il suo sviluppo, affonda le radici dentro queste riflessioni.
Da sei anni esso si rivela contributo alla crescita umana, intellettuale, di una comunità prima di tutto territoriale, ma ancor più nazionale e internazionale. Grazie alle sue caratteristiche di accessibilità, interdisciplinarietà, vicinanza tra intellettuali e persone comuni, il festival certifica la possibilità di rendere la cultura opportunità per tutti. Per chi sa, e per chi non sa, per chi ha voglia di ascoltare, approfondire, apprendere, interrogarsi. Il festival è lì, è per tutti, ed è davvero uno strumento di libertà.
Una libertà la cui sete, attanaglia i giovani, veri protagonisti da sempre di quello che alcuni, ostinandosi a definirlo “evento" si sottraggono dal considerarlo frutto di un coerente progetto di sviluppo del Trentino.
Ma veniamo al titolo di quest'anno.
Questo termine “confini” mi sta un po’ stretto. Anche dalla discussione svolta in queste pagine emerge come “confine” sia percepito come “vincolo” come “limite”. E in effetti , sostiene Senn, il “confine” è di per sé una convenzione una linea forte, potente, tracciata convenzionalmente, per includere/escludere, per sentirsi appartenenti a un luogo, per sentirsi sicuri, per dare ordine, per significare che là dentro alcune cose possono succedere ed altre no.
Ma i fatti accaduti, dal 2008 ai nostri giorni, (e per chissà quanto ancora) mi suggeriscono di sostituire la parola “confine” con la parola “frontiera”. Non sono termini simili. La frontiera evoca conquista, spazi illimitati, evoca predatori, anche. La frontiera non è chiusa, è per sua stessa natura mobile… pensiamo alla politica, agli usi e costumi, ma forse anche all’economia. E’ anche il luogo dell’incontro dello scambio di culture dei mescolamenti.
Lo sviluppo economico si è articolato tra questi due termini: confine e frontiera. Prima saldamente legato al mondo occidentale, oggi ha a che fare con realtà come la Cina, l’India, (che superano i confini del mitico occidente) e con fenomeni di grande portata, umana oltre che economica, che percepiscono i “confini” e il loro valicarli come una “frontiera” per la loro libertà e la loro vita.
E però, al di là di questo sentire stretto il termine “confine” qualche domanda me la pongo.
Esiste, o può esistere “libertà” dentro i confini, o affacciandosi alla frontiera? (che quando sei dentro è già confine?)
Si, esiste. Nella misura in cui sono convinta che la libertà non possa essere considerata “assenza di regole”. Nella misura in cui la libertà è atto costitutivo dell’essere umano.
Conosciamo tutti qualcuno in terra italiana che ha propagandato, e lo continua a fare, il concetto di libertà come libero arbitrio, in tutti i sensi. E ne paghiamo tutti le conseguenze. Credo fermamente che il nostro concetto di libertà abbia radici profonde piantate nella Costituzione, non a caso minata quotidianamente da chi ritiene che “la sua libertà è più uguale di quella degli altri”.
Ma allora se la libertà non è assenza di regole (che sono la traduzione di valori e principi condivisi), cosa è?
Senn, mi soccorre, sostenendo che la libertà è la realizzazione delle opportunità, l’essere nella possibilità di scegliere effettivamente, che la libertà è un processo che porta a tale possibilità di scegliere.
Luciano Violante, molti anni fa, in suo scritto “Le due libertà” distingueva tra la “libertà di agire” (muoversi, pensare, scrivere, riunirsi, costruire, comprare, scegliere) dalla “libertà dal bisogno” (dai vincoli economici, fisici, culturali,) che rendono gli individui subordinati, dipendenti da scelte altrui. Intendendo ( e condivido) con ciò dire che se non si è risolta la “libertà dal bisogno” è difficile parlare di “libertà di agire”.
Per chi come me ricopre un incarico pubblico e di governo il tema è e deve essere forte.
Forse il tema dei temi. Convinta come sono che l’istituzione debba essere garante di pari opportunità di partenza per tutti i cittadini.
Posso dire che le linee di sviluppo adottate dalla Provincia Autonoma di Trento vanno nella direzione del sostegno della libertà di agire. (manovra anticrisi).
Ma sento l’urgenza di sottolineare ancora di più il ruolo delle istituzioni nel farsi attore di promozione (e non solo di protezione) della dinamica vita, imprenditoriale, culturale, giovanile.
Soprattutto giovanile. Dando attenzione e premiando il merito prima di tutto, forse unica leva per sollecitare i giovani (tutti) ad un esercizio di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri.
Proteggere gli ultimi, difendendone dignità e diritti e premiare il merito sono la medesima faccia di una libertà della quale la politica deve farsi garante.
Il Festival dovrebbe uscire però dalla logica dell’ “evento”, che si chiude e risolve nei pochi giorni del suo calendario: esso deve arrivare a sedimentare informazioni, saperi, conoscenze nel nostro tessuto sociale, per provare a smuovere le acque di un sistema che- come spesso è stato scritto anche su Politica Responsabile- fatica a cercare strade nuove, a rilanciare lo sviluppo attraverso innovazione e ricerca, a valorizzare il capitale umano (tema al centro di una delle prime edizioni).
Le elaborazioni del Festival devono diventare patrimonio collettivo ed entrare nel dibattito pubblico, devono arricchire l’azione politica, soprattutto in un momento delicato dove chi governa i territori deve possedere una “cassetta degli attrezzi” all’altezza e dimostrare una grande responsabilità. Io considero già un grande passo avanti che il lessico dell’economia sia ritornato a prendere in considerazione parole quali “lavoro”, “formazione”, “diritti”, segno che ci stiamo riprendendo dall’ubriacatura neoliberista: parole che ora devono entrare stabilmente nel linguaggio politico, come se vivessimo in un “festival permanente” che ci impone di riflettere, condividere, dialogare, innovare in ogni istante, non solo pochi giorni all’anno.
E' come se ci fosse un brontosauro nel nostro campo che mangia tutto quel che trova (vista la stazza!) e noi discutessimo di cosa seminare la prossima volta.
E cos'è questo brontosauro?
Gli USA sono a un passo dal default (tutto dipende dal senso di responsabilità dei repubblicani), gli indicatori economici sono tutt’altro che confortanti e la FED non potrà continuare in eterno con i trucchi contabili à la Tremonti. L’11 maggio 2011, il Financial Times dava il dollaro virtualmente per spacciato, considerandolo ancora più a rischio dell’euro, che già se la passa malissimo.
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Irlanda, Grecia e Portogallo non saranno mai in grado di pagare il loro indebitamento.
“Con il governo irlandese debitore di 250 miliardi di euro per il 2014, sta diventando ormai inevitabile una bancarotta caotica e prolungata. Quando il problema sarà evidente, verrà distrutta l’ultima risorsa rimasta all’Irlanda, la sua reputazione di essere un posto sicuro dove fare affari” (Morgan Kelly, Irish Times)
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Giappone in gravissima recessione (con Fukushima fuori controllo ed altre centrali che andranno dismesse) e Regno Unito (come anche gli USA) di nuovo in piena crisi del mercato immobiliare, con un tasso di inflazione che marcia verso il 5%.
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In Spagna (disoccupazione giovanile al 44%) milioni di persone scendono stabilmente (e per ora pacificamente, per fortuna) in piazza per dire no ai rispettivi governi e ad un bipartitismo che considerano la morte della democrazia. S’invoca piazza Tahrir (!!!). I Greci sembrano più infuriati e pugnaci: lì la gente muore negli scontri, purtroppo.
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La voce di Wikipedia “European sovereign debt crisis (2010–present)” fornisce tutti i link necessari a capire quanto drammatica sia la situazione delle economie occidentali.
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L’Ungheria, a 300 km dalle nostre frontiere, è ormai uno stato protofascista. Chi non si è ancora reso conto di quel che sta succedendo in quello stato membro dell’UE si guardi “Danubio nero. La svolta autoritaria dell’Ungheria” di Flaviano Masella (lo trovate su rainews e su youtube). E' semplicemente stupefacente che si sia fatto un enorme cancan per Haider, mentre in Ungheria, dove la stessa costituzione è stata fascistizzata da un governo ultraliberista (!!!), non si sia neppure detto: "sì, però...".
"libertà è schiavitù" era uno slogan del regime in "1984" di Orwell – in Libia abbiamo aggiunto il secondo slogan “la guerra è pace” – Tremonti ha declamato il terzo: “l’ignoranza è forza”. Straordinaria lungimiranza da parte dello scrittore-giornalista britannico.
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Xue Jing del China Electricity Council, ha dichiarato che la Cina “affronterà la più grave carenza di energia elettrica dal 2004”. Alcune province stanno già razionando l’elettricità.
Barriscono i brontosauri? Qualunque cosa facciano, noi stiamo chiudendo occhi, orecchie e bocca, come le famose scimmiette.
- La presunzione di razionalità nelle scelte da parte di un Homo ritenuto Oeconomicus, contro ogni evidenza;
- L'attribuzione di egoismo autointeressato "per natura", alla specie umana;
- Il misconoscimento dell'altruismo come proprietà distintiva dell'umano insieme all'egoismo e all'attenzione ai propri interessi;
- L'assunto che facendo interagire spontaneamente e "liberamente" la domanda e l'offerta si producesse un equilibrio ottimale negli scambi e nell'allocazione delle risorse.
Fiducia, uguaglianza delle opportunità, giustizia sociale, etica, limiti delle risorse, e altro, in questa prospettiva sono ritenuti, ben che vada, dei lubrificanti della macchina. E quella macchina si governa e controlla da sola.
Le evidenze, documentate tra l'altro da quasi tutti i recenti premi Nobel per l'economia, che le cose non stiano così sono state e sono tuttora trattate come eccezioni da superare, mantenendo saldo il principio mitologico di base che si può ricondurre al binomio SVILUPPO=CRESCITA.
Siccome non vi può essere libertà senza confini, sembrerebbe allora che un sistema ideologico e disciplinare come quello dell'economia, possa darsi da solo i propri confini. E' evidente che così non è. Non può esservi nessun sistema che regola se stesso, se ai processi di autoregolazione non corrispondono le regolazioni derivanti dalle interazioni con gli altri sistemi. Quando siamo del tutto dentro una situazione non vediamo di no vedere. Non mostriamo, inoltre, migliore vista quando i segnali esterni sono forti. L'attuale andamento dei fattori economici con le sue crisi drammatiche scavalca le democrazie e rischia di travolgerle o svuotarle, ma i linguaggi e gli orientamenti, nonostante le evidenze, non mostrano grandi capacità di apprendimento dall'esperienza. La distruzione sistematica e progressiva delle risorse, combinata con la demografia, definisce un equilibrio (si fa per dire) demo-economico da incubo, ma si continua a perseguire il binomio SVILUPPO=CRESCITA. Eppure l'attenzione alla natura e all'economia come parte del vivente e della biologia del vivente, nelle discipline economiche, risale per lo meno a Georgescu-Roegen. Scorrendo il programma della sesta edizione del Festival dell'economia di Trento, di una ricerca dei confini al di fuori dell'orto disciplinare e delle esperienze centrate sull'autoreferenzialità economica e sulla crescita come unico carattere dello sviluppo non se ne vedono. A meno che non si ritengano le ridondanti invocazioni moralistiche di Bauman, che fungono da appaganti palliativi e sfogatoi, le fonti dei confini della libertà economica. Il lamentatoio sugli effetti dell'attuale modello dominante del capitalismo tecno-nichilista o neo-liberale pervasivo in tutto il mondo, oscilla tra ideologie della decrescita e moralismi sulla "liquidità" di un presente che non è mai stato così duro. Se si intende riflettere sui confini della libertà economica pare necessario prendere sul serio il rapporto tra economia, natura di cui siamo parte e democrazia, libertà sostanziale e giustizia sociale sul pianeta che ci ospita, oggi.
[ugo morelli]
La crisi finanziaria che ha investito il mondo è, presumibilmente, figlia dell'eccesso di libertà, di una forte mancanza di controlli, di un probabile predominio del mercato su tutto. Ma allora quale è il confine, il limite della libertà economica? Quale è la funzione dello Stato in ambito economico? Le domande che stanno alla base della teoria economica si stanno riproponendo con grande emergenza. E se la teoria ("vedo, guardo, sulla base di un'idea, un'ipotesi"), il modello deduttivo che ha generato scuole di pensiero contrapposte, fosse totalmente da ripensare?
Come sarà fra qualche tempo il rapporto tra lo stato e il cittadino? Ciò che fino a qualche anno fa sembrava una certezza (per esempio la garanzia di una pensione per chi ha lavorato tutta la vita o il diritto al lavoro per i giovani) ora rischia di essere messo in discussione in favore di una riduzione della spesa pubblica.
I temi proposti dal Festival dell'economia proporanno riflessioni importanti con un approccio multidisciplinare, perchè l'economia ha bisogno di confrontarsi con le altre discipline. Ma se le questioni che interessano l'uomo, la sua storia, la sua permanenza sul pianeta devono essere ricondotte alla sua peculiarità e cioè la capacità di usare il linguaggio simbolico (che lo distingue dalla specie animale), allora è fondamentale che l'uomo cominci a ri-considerare sè stesso in rapporto col mondo. Ri-configurando anche il modo di concepire lo sviluppo e accogliendo il valore del limite. Senza dimenticare l'etica.
Alla fine le invenzioni fantasiose hanno presentato il conto ed è arrivata la crisi, scompaginando il sistema. Nel giro di un paio d'anni è come se la globalizzazione avesse imposto un reset: nulla è più come prima e ora siamo di fronte a nuovi scenari, con le rivoluzioni per il pane e la democrazia nel nord Africa, il vecchio continente a tre velocità, gli USA alle prese con la tenuta della propria economia interna, l'avanzata dei paesi emergenti. Spesso in questi ultimi la crescita non è direttamente proporzionale al livello di democrazia interna e nemmeno di welfare, inteso come equilibrio tra diritti e produttività, pertanto si pongono seri problemi di squilibrio nei rapporti commerciali.
E dunque? Come affrontare questo tzunami socio-economico globale?
Nessuno lo sa, per ora navighiamo tutti a vista. L'unico dato certo è che la Germania in Europa, ma non solo in Europa, ha insegnato a tutti come affrontare la crisi, ma anche questa esplosione, in termini di prodotto esportato, non sappiamo se rappresenti una fiammata momentanea dei mercati dopo un periodo di stagnazione o un trend di crescita.
Una cosa è certa, mai come in questa edizione del Festival dell'Economia di Trento si invocano risposte agli enormi interrogativi che la crisi ha buttato su tappeto. Tanti i lati oscuri, o volutamente tenuti in ombra, uno in particolare, se il mercato dovrà essere ricalibrato, ripensato, nuovamente tarato, su quali dati e con quali basi.
Finalmente forse si affronterà il tema delle regole, che non c'erano prima della crisi ed è successo quel che è successo e che inevitabilmente occorrerà scrivere ora, perchè probabilmente, dopo quanto accaduto, alla favola del mercato che si regola da sè non ci crede più nessuno.
Nel Magreb, ma anche in Iran e nello stesso Medio Oriente, il cambiamento sta segnando il passo e un nuovo mercato senza regole sottoscritte e rispettate a livello globale (perchè si è tanto parlato di globalizzazione, ma molto poco di deregulation legata alla globalizzazione) produrrà eventi drammatici, perchè farà esplodere ovunque diseguaglianze e conflitti.
E qui ritorna l'annoso dilemma: meno ricchezza per tutti, soprattutto per i paesi che fino a ora hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità, gonfiando il debito pubblico e sfruttando i popoli più deboli? Oppure focolai diffusi di guerre per mantenere lo status quo?
E' una fase delicatissima per la storia del mondo che potrebbe decretare la fine di un'era per aprirne una più consapevole e solidale, o al contrario una più spietata e cruenta.
Ha ragione Stefano Fait, siamo solo agli inizi.
Non c'è molto altro da aggiungere a quanto ha scritto Luciano Gallino, "Il modello perduto" (11/11/2010), Repubblica.
E' una truffa mascherata.
Il problema è che quando l'opinione pubblica se ne renderà conto (qualcosa si muove in diversi paesi: es. UK e Grecia), tale sarà il disgusto che sarà disposta ad accettare forme di governo che saranno democratiche quanto lo erano nel Patto di Varsavia.
La crisi è solo agli inizi: saranno anni molto eccitanti e pericolosi.
Italia Reloaded - Ripartire con la cultura
di Cristian Caliandro e Pier Luigi Sacco (Il Mulino, Collana "Contemporanea", 2011)