Lo sviluppo su scala umana

di Manfred Max-Neef, Antonio Elizalde, Martin Hopenhayn.
Lo sviluppo a Scala Umana elaborato da M.A. Max-Neef (a Trento il 5 giugno per il Festival Economia) si rivela essere uno dei più robusti paradigmi di sviluppo per comprendere quali siano i confini della libertà economica e assicurare che le soluzioni che applichiamo oggi creino prosperità diffusa senza trasformarsi nei problemi di domani.
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Manuale della sostenibilità. Idee, concetti, nuove discipline capaci di futuro

di Gianfranco Bologna
A tre anni dalla prima pubblicazione, Edizione Ambiente presenta la nuova edizione del testo di riferimento per gli studi sulla sostenibilità in Italia. Aggiornato con i risultati della Conferenza di Bali e corredato da una nuova introduzione dell'autore, il volume fa il punto sulle nuove conoscenze nel settore, e rilancia l'appello per un intervento rapido e incisivo per la tutela del patrimonio naturale in cui viviamo.
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Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale

di Paul Hawken, Amory B. Lovins, L. Hunter Lovins. Prefazione di Gianfranco Bologna. Capitalismo naturale, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1999, è immediatamente diventato un bestseller, acclamato in tutto il mondo per aver dato inizio alla cosiddetta rivoluzione "nat cap", la prossima rivoluzione industriale.
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Winning the Oil Endgame

Winning the Oil Endgame: Innovation for Profits, Jobs and Security è un libro del 2005 scritto da Amory B. Lovins, E. Kyle Datta, Odd-Even Bustnes, Jonathan G. Koomey, and Nathan J. Glasgow, pubblicato dal Rocky Mountain Institute. Il volume offre un'analisi indipendente e interdisciplinare di quattro modi per ridurre la dipendenza dal petrolio negli Stati Uniti.
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Economia e politica per la sostenibilità

economia e politica per la sostenibilitàLa formulazione di una strategia di sviluppo locale impone di definire i confini che la sostenibilità ambientale richiede al libero mercato. E' necessario, soprattutto in un territorio ricco di filiere sostenibili come il nostro, porre attenzione al ruolo e alle responsabilità della politica nella costruzione di un sistema che consegni definitivamente al passato la netta divisione tra interessi economici dissipativi e tutela regolamentativa dell'ambiente. Con e verso quale identità il Trentino si approccia a questa sfida?

autore Thomas Miorin - inserito lunedì, 30 maggio 2011

Il punto centrale oggi nella discussione su economia e cambiamento climatico non è più se intervenire ma come intervenire, ovvero come e quali confini mettere al libero mercato. Nonostante esistano consolidate esperienze in grado di operare in modo sostenibile nel mercato, affidarsi come abbiamo fatto lungamente alla sua efficienza e utilizzare a posteriori la redistribuzione del reddito fiscale per interventi compensativi di tipo sociale e ambientale è una strada che si è rivelata poco produttiva e fondamentalmente ingiusta, perché ogni transazione di mercato impone un costo (ambientale) anche a chi non fa parte dello scambio. Insomma, il compito di trovare e di percorrere una soluzione al cambiamento climatico non può essere assolto dal libero mercato, a cui sfuggono le economie e, soprattutto, le diseconomie esterne.

D'altro canto, la strada della regolamentazione pubblica basata sul "limite accettabile" del danno ambientale è un percorso senza uscita, che attiva dibatti impossibili da risolvere. Ed è una strada perdente, come dimostrano molti approcci scientifici, perché il limite è sempre discutibile, quasi sempre difficilmente valutabile, e perché viviamo in un contesto complesso, in cui gli effetti devono essere misurati nelle loro interazioni e sul lungo periodo.

Ciò che serve è la costruzione di un sistema nel quale le diverse componenti sociali lavorino per una riduzione progressiva, immediata ed economicamente sostenibile delle componenti che oggi disequilibrano il rapporto con la terra, sostituendo il paradigma del limite con la riduzione percentuale progressiva dei valori critici. Sistemi rigenerativi, quindi, che releghino definitivamente al passato la netta divisione tra interessi economici (dissipativi) e tutela (regolazione) dell'ambiente, gestita dalla politica.

Il dialogo costruttivo tra Stato e iniziativa privata diventa in questa prospettiva centrale. Un rapporto che oggi in Italia è spesso avvelenato dai reciproci sospetti e dalle incapacità a collaborare e che necessita al contrario di una fiducia reciproca per costruire percorsi inediti capaci di indicare nuove vie per la de-fossilizzazione dell'economia.

Quale fondamentale responsabilità deve quindi assumere la politica in questa prospettiva?

Anzitutto quella di costruire un dialogo strutturato con il mercato. Serve una visione, una direzione, un chiaro quadro di riferimento che possa orientare e far convergere le iniziative private, serve un'attenzione costante per comprendere quando limitare il mercato o quando questo incontra i suoi limiti: quando intervenire, come e quando lasciare il campo.

Ma non è solo questione di protocolli internazionali o di politiche nazionali: molte carte si giocheranno a livello locale; ne è testimonianza la forte diversità di risposta che i territori stanno esprimendo ai limiti che i propri sistemi economico-produttivi manifestano. Ogni territorio sarà chiamato a confrontarsi con questi limiti e molto dovrà essere ripensato.

Il Trentino è un territorio con un'altissima concentrazione di "filiere della sostenibilità" e uno dei pochi contesti capace di offrire a queste reti un luogo di valorizzazione del capitale naturale e di cultura cooperativa come risposta ai limiti dei singoli. In questa regione si sperimentano continuamente un'ampia varietà di strade per la sostenibilità, abitiamo un territorio di cerniera in cui le culture del nord Europa e dell'area germanica sfociano nella creatività sociale mediterranea. Viviamo in un laboratorio fertile, animato da un processo creativo di lunga tradizione e in continua evoluzione, in cui diversi approcci e riferimenti si mescolano, si ibridano, si sfidano competendo per emergere. Fenomeni questi che caratterizzano molti dei distretti italiani di successo.

Per accelerare questo processo è necessario oggi riconoscere sia i principali trend del nostro modo di approcciare il "green" che le nostre lacune identitarie. Io vedo molti occhi continuamente puntati a nord, perennemente frustrati, che non riescono a riconoscere i valori e l'identità che questo territorio esprime nel coniugare ambiente e sviluppo, società ed economia. È necessario oggi cambiare lo sguardo, guardare a noi per attivare un percorso di scelta e di consolidamento di un quadro capace di sintetizzare questa varietà di approcci ed esperienze e di metterla a frutto, altrimenti questa diversità non riuscirà ad emergere e rimarremo inseguitori di un modello che non ci appartiene.

È responsabilità della politica locale contribuire a definire questa identità facendo e comunicando chiaramente le sue scelte. E questo richiede leadership, coerenza, competenze, ascolto. E soprattutto organizzazione: l'apparato pubblico non può pensare che sia sufficiente indicare uno standard (qualsiasi esso sia) senza cambiare conseguentemente i processi interni alla struttura della Provincia e delle amministrazioni locali. Bisogna far dialogare i diversi dipartimenti provinciali, che devono lavorare organicamente attorno a obiettivi chiari e ben definiti. Molte aree di sviluppo economico e infrastrutturale oggi sono in stallo o in forte ritardo perché non si è fatto questo passo.

D'altra parte è precisa responsabilità delle imprese e delle loro associazioni investire più che in passato sulla ricerca di nuovi modelli organizzativi e di prodotto. Il libero mercato è di fatto anche il risultato di accordi tra operatori e tra associazioni che discutono di qualità e metodi di valutazione dei prodotti e dei processi. Serve che il privato trovi il coraggio di stabilire regole comuni che indirizzino il valore degli scambi sul lungo periodo. 

Siamo potenzialmente all'inizio di un processo di profonda trasformazione del tessuto produttivo, del quadro dei saperi e delle competenze in grado di determinare la qualità della vita futura in questo territorio. Giochiamocelo bene.

inviato da giovanni il 10.06.2011 08:37
In Trentino un ruolo centrale e strategico lo ha sempre avuto la cooperazione. Da lì bisogna partire, o ripartire, per mettere a sistema il Trentino dell'economia in un'ottica di sostenibilità.
inviato da stefano albergoni il 07.06.2011 17:21
Della bella riflessione di Miorin sulle politiche di sostenibilità e sul Trentino mi ha colpito non soltanto il richiamo a una maggiore coerenza di sistema, che condivido in pieno, ma anche la problematica comparazione con il sistema altoatesino/sudtirolese. Il Trentino dovrebbe smetterla di guardare a nord coltivando frustrazioni, per concentrarsi hic et nunc sulla propria identità green, che è frutto, sostiene Miorin, di una peculiare storia di relazioni solide tra comunità e ambiente naturale. In generale Miorin ha ragione. Il Trentino, specialmente se paragonato al resto del paese, ha poco da invidiare ad altri sistemi territoriali. Però è allo stesso tempo vero che la prossimità geografica e la comunanza storica con l'Alto Adige/Sudtirol catalizzano lo sguardo. Il sistema territoriale altoatesino è indubitabilmente più coeso e innovativo sotto il profilo delle politiche e della cultura diffusa della sostenibilità. Esso guarda con convinzione e per vocazione al nord Europa e ogni traccia di sviluppo contemporaneo, urbana o rurale che sia, porta con sè la qualità di questa dimensione. In una concezione più ampia e più sociale di sostenibilità, però, il sistema altoatesino si rivela più fragile nei confronti di quello trentino. Penso alla qualità del welfare, al sistema cooperativo e associazionistico, alle politiche di inclusione della cittadinanza e di relazione tra i gruppi linguistici. In questi campi l’Alto Adige è più conservatore e tradizionalista. Forse, dunque, il Trentino sta sperimentando in questi anni la sua peculiare identità sostenibile nello sforzo di coniugare al meglio apertura e coesione sociale e compatibilità ambientale.
inviato da stefano fait il 06.06.2011 14:15
Io ho trovato un'efficace ed esauriente sintesi dei problemi che dobbiamo affrontare in quest'analisi di Marco Deriu.
Si occupa degli aiuti umanitari, ma il discorso è applicabile all'intera questione della sostenibilità, sotto ogni punto di vista, perché quella degli aiuti allo sviluppo (terzo mondo o trentino che sia) è la cartina tornasole di tutte le magagne del sistema in cui viviamo.

"Dietro aiuti e cooperazione sta una visione del mondo" Marco Deriu

È inevitabile, un giorno qualcuno stenderà una storia della cooperazione internazionale dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, e dovrà a quel punto tirare le somme e azzardare un giudizio complessivo.
Il compimento di una parabola
La trasformazione della cooperazione in aiuti umanitari e lo spettacolo attuale di una confusione sistematica tra aiuti e interventi militari non costituiscono affatto un evento accidentale e transitorio, ma al contrario rappresentano il compimento - la parabola finale - di un progetto che portava fin dal suo inizio i semi di un immaginario colonizzatore.
Certo all’inizio era la cooperazione internazionale allo sviluppo. Qualcuno sostiene ingenuamente che gli interventi umanitari costituiscono oggi un tradimento della missione storica della cooperazione internazionale o al limite un necessario e temporaneo riorientamento dovuto alla situazione d’emergenza. Ma ci vuole tuttavia una notevole dose di miopia per chiamare emergenza una situazione strutturale che vede aumentare di anno in anno il divario tra élites e popolazioni locali sia a livello globale che all’interno di ciascun paese, che registra in questi ultimi anni un numero di oltre 40 milioni tra rifugiati e sfollati, che vede il cronicizzarsi di situazioni di guerra o lo sfumare del confine tra guerra e pace in direzione di situazioni endemiche di violenza saltuaria e permanente. Gli obiettivi della lotta alla povertà non solo non sono stati raggiunti, ma sembrano sempre più lontani e inverosimili. Addirittura, negli ultimi decenni, secondo i dati dell’UNDP si è registrato un aumento degli indici di povertà in 37 dei 67 paesi di cui si disponeva di dati.
A questo punto una domanda è d’obbligo: come spiegare la diffusione della miseria e di condizioni di esistenza sempre più drammatiche proprio nei decenni in cui si sono registrate i maggiori tassi di produzione, di consumo, di crescita? Il mondo non è mai stato così ricco, eppure sono milioni le persone che continuano a morire di stenti.
Non ci deve venire forse il dubbio che le tradizionali categorie interpretative - legate all’idea di sviluppo, di crescita, di lotta alla povertà, di emergenza umanitaria - non riescono a spiegare quello che è successo, non permettono di dar conto di ciò che ci troviamo di fronte?
Le condizioni di miseria in cui vive una gran parte della popolazione mondiale non sono il risultato di una condizione di sottosviluppo, ma il risultato stesso delle strategie di sviluppo.
La modernizzazione della povertà
Le politiche di sviluppo concretamente hanno determinato in molti paesi del sud del mondo la distruzione sistematica delle forme di povertà conviviale praticate dalle comunità locali svalutando e soppiantando le forme di produzione per la sussistenza e delle forme di scambio locale per imporre l’imperativo della crescita. Hanno quindi gettato le basi di un’economia di mercato orientata alla crescita, che significa un’economicizzazione della società, una moltiplicazione dei bisogni, una maggiore dipendenza individuale e sociale dalla produzione, dal reddito monetario e dal consumo in una competizione di tutti contro tutti che alza le chance di arricchimento per alcuni, mentre condanna alla miseria tutti gli altri.
Come ha mostrato Majid Rahnema, lo sviluppo ha rappresentato non l’uscita da uno stato di povertà, ma piuttosto una modernizzazione della povertà (Rahnema, 2005, p. 220), la trasformazione della povertà in una condizione di miseria ben più drammatica. La mancanza di soldi in una società nella quale il denaro rappresenta la principale quando non l’unica forma di accesso a beni e servizi o addirittura alla possibilità stessa di lavorare, determina una condizione di emarginazione e privazione ben più radicale di una condizione di povertà in una società tradizionale.
Dunque, non è «aumentando la potenza dei processi di produzione di beni e prodotti materiali che si potrà porre fine all’infamia - ha scritto Rahnema -, poiché questi processi sono in realtà i medesimi che producono sistematicamente la miseria» (Rahnema, 2005, p. XIII).
Le politiche e l’economia dello sviluppo hanno fatto crescere insieme la ricchezza e la miseria. Hanno determinato contemporaneamente una condizione di abbondanza e di spreco per un verso e di dipendenza e deprivazione per l’altro. In sintesi, l’epopea dello sviluppo non ha portato ad un’uscita dalla scarsità, ma addirittura una sua moltiplicazione. In effetti, man mano che si afferma l’economicizzazione della società non è più l’economia a dover corrispondere ai bisogni delle persone, ma piuttosto questi ultimi a dover corrispondere ai bisogni dell’economia. La produzione, l’induzione e la moltiplicazione dei bisogni è addirittura indispensabile al buon funzionamento dell’economia di mercato.
L’illusione dunque che i benefici delle innovazioni tecniche, delle ricette economiche e della crescita della produzione possa prima o poi cancellare dal mondo la povertà, pur non essendo ancora del tutto sparita (tale credenza resiste ancora con apparente inscalfibilità in particolare tra gli economisti), perde sempre più rapidamente credibilità. La miseria – nella forma in cui si presenta oggi – non è un residuo di epoche passate ma al contrario un prodotto della modernità, dell’economicizzazione del mondo.
Da questo punto di vista, il mondo della cooperazione ha funzionato come macchina di trasmissione di un immaginario. Le Ong e le agenzie internazionali hanno impiantato il verbo della crescita e dello sviluppo quasi in ogni angolo del pianeta. Assieme agli aiuti materiali ed economici hanno riversato sulle altre società soprattutto una visione del mondo. I cooperanti sono stati solerti spacciatori di illusioni: lo sviluppo, la crescita, la globalizzazione, la ricchezza.
Il disconoscimento delle alterità
Sullo sfondo di questa cultura è facile leggere anzitutto la concezione evolutiva della storia, l’idea filosofica di “progresso” e quella più materiale di “sviluppo”. Come diversi autori hanno sottolineato, questa concezione universalistica e unilineare che ha impregnato la mentalità occidentale ha significato nel rapporto con le proprie alterità nient’altro che il disconoscimento di tutte le diversità culturali e delle complesse visioni del mondo. Tali diversità, espressione di forme diverse di civiltà, sono infatti sottratte ad una dimensione di coevità rispetto alla civiltà occidentale e collocate in un “altro tempo”. Le diversità sono allontanate e ricollocate nello schema di un’unica storia universale orientata in una stessa direzione, quella appunto del progresso e del moderno sviluppo capitalistico occidentale. Dunque le altre culture, le altre forme di vita, le altre forme di organizzazione sociale ed economica non vengono considerate nella loro diversità, ricchezza e compiutezza, ma sono ricondotte a posizioni arretrate (primitive, sottosviluppate, ritardatarie) in una scala temporale evolutiva tracciata nel suo percorso della modernità occidentale che si auto-rappresenta, quindi come l’apice della storia. Gli altri popoli e le loro culture sono arretrati e bisognosi di aiuto per definizione.
Il giudizio di arretratezza che abbiamo imposto alle nostre alterità e la mentalità che ci porta a guardare noi stessi come rappresentanti di una civiltà più evoluta ci spinge a credere che gli altri popoli debbano in fondo imitarci per diventare come noi e accedere al nostro mondo di benessere. L’idea dell’aiuto, del dono, dunque non è altro che lo strumento attraverso cui il cooperante occidentale pensa si possa colmare questo gap “temporale” tra “noi” e “gli altri”. In altre parole, attraverso il dono si cerca di rendere gli altri simili a noi. Gli aiuti non sono semplicemente oggetti o beni, ma sono segni, simboli, strumenti performativi, agenti attivi di colonizzazione culturale.
I cooperanti si sono presentati in questo mezzo secolo come guide verso una liberazione dall’indigenza e verso la meta ultima dello sviluppo che avrebbe finalmente dato accesso alla modernità a questi paesi poveri e arretrati. Forti di questa autoinvestitura le élites di espatriati si sono sentite autorizzate a impiantare in questi paesi mentalità, linguaggi, valori, progetti presentanti come neutri e universali, in realtà profondamente ambigui e spesso destrutturati. Con questa investitura di una missione umanitaria ci si è scordati di domandarsi se in questa attribuzione a soggetti stranieri ed occidentali del compito di reinventare e pianificare le istituzioni economiche, politiche, giuridiche, sociali ed educative ci fosse per caso un elemento di continuità e non di rottura con le pratiche coloniali. Così, oggi si comincia a parlare di ricolonizzazione umanitaria, di occidentalizzazione tramite gli aiuti. Si comprende che i doni umanitari hanno rappresentato un passaggio importante di un processo di integrazione forzata di queste società nel mercato globale.
Parametri neocoloniali
Si inizia così a interrogare criticamente le concezioni e il linguaggio stesso implicito nel sistema internazionale degli aiuti. Come dire per esempio dell’abitudine diffusasi prima tra la Banca Mondiale e le Agenzie delle Nazioni Unite e poi nel mondo della cooperazione di identificare la povertà con il reddito monetario? Come non vedere in questo già un violento riduzionismo e un dispositivo di colonizzazione culturale?
Questa equazione - povero = persona che vive con meno di un dollaro al giorno - presuppone infatti le diverse seguenti concezioni non esplicitate.
L’idea che la condizione di miseria in cui versa una parte della popolazione mondiale sia dovuta ad una carenza di reddito. Rappresentazione che nasconde invece il problema strutturale della distruzione dei sistemi socio-economici di sostentamento e riproduzione tradizionali a causa dell’avanzata dell’economia di mercato che ha reso certe popolazioni dipendenti dall’esterno e dagli aiuti.
L’idea che il benessere complessivo di una persona dipenda dal reddito e che la ricchezza coincida con la ricchezza economica e non quella sociale e ambientale. Il che non fa che confermare il giudizio negativo sulle forme di organizzazione sociale basate sulla produzione di sussistenza, sui bassi consumi e sulle forme di scambio sociale non monetario e sul primato dei valori conviviali rispetto alla massimizzazione dell’interesse individuale.
L’idea che la condizione di miseria di queste persone possa essere riscattata attraverso il trasferimento di risorse economiche e materiali che garantiscano un aumento della produzione, del consumo e dei redditi. Concezione che porta immediatamente con sé l’idea che il superamento dello stato di miseria renda necessaria l’organizzazione di un sistema di distribuzione di aiuti da parte dei paesi ricchi verso le popolazioni povere.
Deprivati della propria identità
Quello che evidentemente è difficile comprendere, è ciò di cui le persone di questi paesi sono state private e ciò che esattamente è all’origine dei loro problemi, non sono semplicemente beni materiali e nemmeno i beni di prima necessità; essi sono stati privati anzitutto di quel “mondo sociale” tradizionale, fatto di legami e solidarietà, di sistemi simbolici, di appartenenze, di equilibri socio-ecologici, che permetteva a questi stessi umani di autodeterminare da sé i modi e i tempi della produzione, dello scambio e della condivisione di questi beni. Se le possibili vie di uscita dalla miseria passano attraverso una reinvenzione delle forme di autodeterminazione locale si comprende come il sistema degli aiuti continui ad infliggere un colpo durissimo alle capacità di auto-organizzazione e autogoverno delle comunità del sud del mondo.
Non è un caso, se la vecchia cooperazione internazionale allo sviluppo è stata via via soppiantata dalle nuove forme di interventi di emergenza e dagli aiuti umanitari. Per un lato, questo segnala il fallimento dei progetti di sviluppo, e il fatto che nemmeno le istituzioni internazionali ormai credono più veramente alle virtù salvifiche dello sviluppo. Per un altro verso, questo rappresenta il cambiamento verso un obiettivo politico differente che è quello del tamponamento umanitario degli esclusi del sistema globale.
L’altro elemento ideologico sottostante è che nella situazione attuale i poveri vengono fatti coincidere con il problema. Le vittime della competizione globale e di un sistema economico che non si vergogna di destinare l’80% delle risorse al 20% dell’umanità sono paradossalmente identificate con la sciagura e sottoposte a forme di controllo e di repressione. Ingerenze umanitarie e ingerenze militari costituiscono da questo punto di vista due facce dello stesso progetto occidentale di controllare le zone cruciali del pianeta, dal punto di vista della gestione delle risorse globali e del tamponamento assistenziale degli esclusi dal sistema.
Bisogna allora avere il coraggio di rovesciare radicalmente le premesse dell’immaginario economico che ha attraversato tutta la storia moderna e comprendere che se vogliamo colmare il fossato crescente che sta separando l’élite globale dal resto del mondo, la lotta in cui ci dobbiamo impegnare oggi non è affatto contro la povertà ma contro la crescita illimitata e contro la continua ricerca della ricchezza economica, ovvero contro quei miti e quegli imperativi che stanno all’origine della disuguaglianza, dello sfruttamento, della violenza economica. Da questo punto di vista, l’attuale dibattito sulla “decrescita” inaugurato da Serge Latouche ha il merito di provare a scompaginare le nostre sicurezze.
Che fare allora di fronte a questo quadro? Ha ancora un senso la cooperazione? Dal mio punto di vista, un’altra cooperazione o un’altra solidarietà sono possibili solo se si prendono le distanze da due ideologie: quella dello “sviluppo” e quella degli “aiuti”. Per un verso, dobbiamo abbandonare il paradigma dello sviluppo, ovvero dobbiamo uscire da un immaginario economico basato sulla crescita, sull’aumento della produzione, dei profitti, dei consumi, della ricerca della continua performance tecnologica. Per un altro, dobbiamo abbandonare la filosofia degli aiuti come pratica politico-economica generalizzata. Questa infatti non è altro che l’ultimo retaggio della cultura e dell’immaginario coloniale.
Dallo sviluppo alla relazione
Da questo punto di vista, si deve andare verso un “depotenziamento” dell’immaginario della cooperazione. L’unico imperativo morale che abbiamo non è quello di salvare il mondo per di renderlo uguale a noi, ma quello di costruire relazioni rispettose e generose con le nostre alterità. Mettere al centro della cooperazione non il paradigma degli aiuti o dello sviluppo, ma quello delle relazioni significa comprendere che una pratica di solidarietà ha un qualche senso solo se si dimostra capace di costruire forme di relazione e di scambio sociale e culturale forti, intense, durature. Si tratta dunque, di inventare pratiche che favoriscano l’incontro e lo scambio di persone, di esperienze e di visioni del mondo che solo possono permettere una contaminazione, un cambiamento e una maturazione reciproca tra noi e le nostre alterità. Sulla base di queste relazioni si potrà infine rilanciare un’idea di cooperazione politica in cui ciascuno a partire dal proprio mondo e in relazione all’altro si sforza di mettersi alla pari di fronte agli stessi problemi che attraversano il nostro tempo, dalla diseguaglianza, alla mercificazione, allo sfruttamento, alla guerra, alla crisi ecologica.
Agire insieme e simultaneamente, coordinando gli sforzi di organizzazioni occidentali e di soggetti e comunità dei paesi del sud del mondo, in luoghi diversi e a livelli differenti, ma con un progetto comune di trasformazione del mondo. Mi sembra questa un’immagine più matura di solidarietà internazionale. Un’idea di questo genere sarebbe ancora più interessante se si rivolgesse a paesi come l’Iran, la Siria, la Corea, la Cina che rischiano di essere le prossime vittime dell’arroganza occidentale.
inviato da ugo morelli il 03.06.2011 11:21
E' opportuno che "Politica responsabile", in occasione del Festival dell'economia intervenga con il tema posto da Thomas Miorin. Sta tutto nel nome: "Politica responsabile", il valore dell'intervento. Come scrive Alessandro Franceschini siamo di fronte a una rivoluzione, e non sappiamo se ne saremo capaci. Questa parola non deve fare paura perchè in questo caso non scegliamo noi la rivoluzione in corso: le trasformazioni in atto nell'equilibrio o meglio sarebbe dire negli squilibri demo-economici sul pianeta, sono in sè una rivoluzione. La rivoluzione della vivibilità per la specie homo sapiens e per le altre specie, il cui destino è messo in discussione da homo sapiens. Possiamo solo cercare di fare sul serio di fronte alla rivoluzione in corso, che trasforma la vivibilità da uso indiscriminato della natura a uso autolimitato della natura; dal sentirci noi sopra le parti e padroni del tutto, a parte del tutto e dipendenti dall'ecosistema. Allora conviene essere chiari al limite della spietatezza. In sintesi:
- il concetto di sostenibilità è un costrutto vuoto; non indica nulla; è un palliativo o, come si dice a Napoli, un "panniciello caldo". Ogni forma di presenza e di sviluppo dell'esistente è insostenibile per definizione. Serve prendere atto che lo sviluppo non può più essere uguale alla crescita come l'abbiamo conosciuta e praticata finora. Se lo sviluppo è stato definito a fatica "sviluppo umano", oggi la specie che si autodefinisce sapiens deve usare la propria "sapienza" per definire i limiti di uno sviluppo per il sistema vivente; per un'evoluzione appropriata e in grado di assumere il limite come valore e risorsa per ogni presente e futuro possibile;
- il mercato, istituzione che esiste da quando esiste l'uomo, non è in grado di funzionare senza distruzione, in maniera libera e spontanea; l'abbiamo evrificato ampiamente e la sua versione "pianificata" ha prodotto effetti altrettanto distruttivi. Se lo scambio è parte integrante della storia umana, il mercato è un'istituzione decisiva e imprenscindibile che richiede regole del tutto nuove. Un compito impressionante che non può essere affrontato solo dall'alto: esige una capacità propulsiva dal basso, dai compotamenti miei e di ognuno di noi, qui ed ora, in modo da influenzare con la negoziazione e la forza dei comportamenti le regole ma, ancor di più, le scelte degli attori giganteschi che condizionano il funzionamento del mercato;nessuna relatà come le società locali possono fare di più e meglio in questa direzione; in questo hanno un vero potere in mano e si tratta di imparare ad usarlo; un autentico scenario da Davide e Golia, ma il mito depone a favore dell'impegno per farcela;
- le questioni centrali allora diventano due: la politica e le scelte di governo da un lato e l'educazione con la "E" maiuscola dall'altro.I governi locali possono prendere decisioni, meglio se autonome, di valore decisivo e determinante sulle rpincipali questioni e in Trentino e Alto Adige non si parte da zero: proprio per questo si può e si deve fare di più;
- l'educazione è il fattore critico numero uno: si tratta di rifare i programmi educativi e di agire nell'educazione permanente con la popolazione. I temi fondamentali sono la vivibilità; il tempo profondo dell'evoluzione; la biologia dei sistemi viventi; la distribuzione delle risorse sul pianeta; la conoscenza delle risorse fondamentali come l'aria, l'acqua e il suolo; la partecipazione responsabile; i limti della razionalità dei comportamenti; la cultura e il valore della bellezza naturale; lo sviluppo della capacità di gestire i conflitti come elaborazione delle differenze; l'antropologia e la conoscenza delle diversità delle culture; la biodiversità e i comportamenti responsabili.Se ci siamo chiamtai sapiens è tempo di meritarci un tale appellativo.
inviato da Fabio Pipinato il 01.06.2011 17:28
Oltre il 900 significa superare la dicotomia, peraltro non citata nella mia precedente tesi, tra i produttori ed i redistributori. E' piuttosto interessante, oltre lo spaesamento, lo scambio di ruolo che sta avvenendo nell'ultimo ventennio ove parte del mondo operaio si avvicina alla destra e parte della borghesia alla sinistra. Una borghesia di sinistra che produce, quindi. Condizione insufficiente per coniugare “interessi economici dissipativi” e “tutela regolamentativa dell'ambiente”. A differenza dell'autore noto, invece, che a nord (a Bolzano) v'è un fermento che va nella direzione auspicata dalla tesi. Basti vedere gli expò: Klimamobility, Klimaenergy, Biolife, Klimahouse mentre a Trento, oltre all'importante triennale sul legno vi sarà Motorissima (sic).
Credo sia utile lavorare per disintossicarci dal ventennio trascorso ove il consumismo affannato ha arricchito pochi ed impoverito gli altri. Ha inoltre impoverito il pensiero di sinistra che ripropone la solita litania della “crescita nell'innovazione”. Proviamo a pensare che cos'ha il territorio Italia che altri non hanno: beni culturali e paesaggio. A salvaguardia di entrambi mi sento tanto un conservatore.
inviato da Alessandro Franceschini il 01.06.2011 11:06
«Fu vera gloria?». Prendo a prestito queste parole del Manzoni per rompere il ghiaccio in questo dibattito necessario ma anche complesso. Perché quando parliamo di sostenibilità, se cerchiamo di riempire questa parola ormai vuota di azioni concrete e se ci poniamo – coma ha fatto incisivamente Thomas Miorin in questo post per “politica responsabile” – di trasformare questo approccio in una pratica, gli interrogativi sono molti. Mai come in questo momento, infatti, in cui l’economia verde sembra in grande sviluppo, occorre chiedersi quanto sia radicata, nella sensibilità delle persone, questa nuova visione del mondo e quanto invece sia il frutto di una fragile brezza modaiola pronta a sgonfiarsi al primo repentino cambio di tempo. Ho l’impressione, infatti, che a parte gli addetti ai lavori, tra le persone vi sia ancora una superficiale presa di coscienza.
In questo senso la politica deve essere sicuramente protagonista del cambiamento. E lo deve fare in maniera sistematica, evitando gli slogan delle politiche di settore, ma innestando l’idea della sostenibilità dentro le pratiche di tutti i giorni. Lavorando certamente nel settore economico del breve periodo. Ma concentrandosi anche nella formazione, nell’educazione, nella sensibilizzazione che deve essere il più possibile diffusa, distribuita nelle generazioni, travalicante tutti i gruppi sociali. Una rivoluzione, insomma, è una rivoluzione e non si può cambiare il mondo senza che anche il più distratto dei cittadini non senta dentro di sé l’energia e la forza dei tempi nuovi. Qualcosa di cui possano parlare le massaie e gli imprenditori, i ricercatori e i bambini. Una sfida, insomma, tutta ancora da giocare, che richiede lo sforzo e l’impegno di ognuno di noi. E… «ai posteri l’ardua sentenza».
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