Convenzione delle Alpi

La Convenzione quadro, entrata in vigore nel marzo 1995, stabilisce i principi fondamentali e contiene misure generali a favore dello sviluppo sostenibile nell'arco alpino.
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Committee of the Regions (CoR)

The Committee of the Regions (CoR) is the political assembly that provides the regional and local levels with a voice in EU policy development and EU legislation.
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Gruppo europeo di cooperazione territoriale (GECT)

Il GECT è volto ad agevolare e a promuovere la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale. Contrariamente alle precedenti strutture preposte alla gestione di questo tipo di cooperazione sino al 2007, il GECT dispone di personalità e capacità giuridica e può pertanto acquistare e vendere beni o impiegare personale.
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Macro-regional strategies in the European Union

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Alpi regione d'Europa. Da area geografica a sistema politico

di Marcella Morandini e Sergio Reolon
Il libro conduce il lettore attraverso cause e concause del declino delle Alpi in senso economico, politico, culturale per arrivare a formulare una proposta concreta per invertire la situazione di marginalità politica e istituzionale con il pieno riconoscimento della funzione sociale, economica e ambientale dei territori alpini.

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Le Alpi nella storia d’Europa

di Luigi Zanzi
Ambienti, popoli, istituzioni e forme di civiltà del mondo 'alpino' dal passato al futuro.
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Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi

di Annibale Salsa
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La nuova vita delle Alpi

di Enrico Camanni
Una convincente analisi delle possibilità per le Alpi di diventare teatro di un diverso modello di sviluppo in grado di conciliare la difesa dell'ambiente con le ragioni dell'economia, la specificità alpina con il turismo, la tradizione con la modernità ed impedire che il territorio alpino si trasformi in una provincia della pianura o in un parco-museo a uso dei cittadini.
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Il rancore. Alle radici del malessere del Nord

di Aldo Bonomi
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Un progetto politico per le Alpi

alpsDalla cooperazione transfrontaliera allo sviluppo condiviso e alle strategie macroregionali. La frammentazione e la variabilità delle competenze amministrative inducono a un ripensamento generale della gestione dei territori alpini. Un passo ulteriore, forse indispensabile, è quello di  creare le condizioni per un progetto politico condiviso per le aree montane nella regione alpina.
autore Marcella Morandini - inserito lunedì, 13 giugno 2011

Le Alpi: 190.000 km2 con-divisi da 8 Paesi, 14 milioni di abitanti, quasi 6000 comuni.

Una continuità, quella alpina, mai formalizzata ma storicamente estremamente forte nella percezione e nelle relazioni delle popolazioni residenti. Lo esprime benissimo il Tönle di Mario Rigoni Stern, per cui "i confini non erano mai esistiti se non come guardie da pagare o gendarmi da evitare".

Il processo di formazione degli attuali Stati nazionali, con la spartizione territoriale lungo i crinali spartiacque, ha contribuito alla frantumazione di quella continuità e limitato in misura considerevole i diritti di autonomia e autogoverno di cui godevano molte vallate alpine, alcune delle quali sono state relegate a zone periferiche.

Oggi, nonostante il contesto europeo abbia contribuito ad affievolire la portata dei confini nazionali, le differenze socio-economiche all'interno dell'arco alpino, anche e soprattutto all'interno degli stessi Stati nazionali sono ancora macroscopiche. E questo vale soprattutto in Italia, il Paese su cui si affaccia tutto il versante meridionale delle Alpi.

Lo dimostrano due dati: 0,4% e -26,7% si riferiscono all'andamento della popolazione dei comuni della media montagna tra il 2000 e il 2006 rispettivamente in Provincia di Trento e nella confinante Provincia di Belluno. Da una parte dei passi dolomitici su cui si corre sistematicamente il Giro d'Italia una montagna che mantiene la sua popolazione, dall'altra parte territori che ne perdono oltre un quarto in pochi anni.

Fatte salve le eccezioni delle Province Autonome di Trento e Bolzano e della Regione Autonoma della Valle d'Aosta, in Italia le Alpi sono oggi governate dalla pianura. E questo avviene anche in regioni a statuto speciale, come nel caso del Friuli-Venezia Giulia. La montagna, al di fuori di queste eccezioni, è periferia ed è spesso considerata un peso, un fardello, un'area marginale. Le politiche territoriali sembrano limitarsi a fare in modo che essa gravi il meno possibile sulle risorse globali.

Laddove esistono invece forme più marcate di autonomia amministrativa, invece, la marginalizzazione rispetto ai centri di potere situati in pianura appare assumere contorni molto meno marcati. Sarà un caso che in Italia le politiche più efficaci per la montagna siano state realizzate dalle Province Autonome di Trento e Bolzano? Sicuramente dobbiamo interrogarci su questo. Territori interamente montani ai quali sono state attribuite svariate e vitali competenze  e che hanno quindi la possibilità, e gli strumenti per trattare e cooperare con i territori limitrofi e le aree di pianura in un rapporto orizzontale e non verticale, sviluppando una cultura politica di cui beneficia la montagna.

È dunque necessario e urgente un ripensamento generale della gestione dei territori alpini, soprattutto in Italia. Un passo ulteriore, quello di  creare le condizioni per un progetto politico condiviso per le aree montane nelle regioni alpine, sembra altresì indispensabile.

Nonostante anche a livello comunitario continui a mancare una politica complessiva per la montagna, si assiste tuttavia ad un intensificarsi del dibattito e all'attuazione di nuove forme di cooperazione transfrontaliera di alcuni territori (anche in zone alpine) che, a prescindere dalla forma di organizzazione interna, possono contribuire ad attuare politiche di sviluppo condivise delle aree di confine. I GECT (Gruppi Europei di Cooperazione Territoriale) e la recente istituzione del GECT Euregio Tirolo-Alto-Adige-Trentino, ne sono probabilmente l'esempio più lampante.

Il dibattito prosegue ora sulla possibilità di elaborare una cosidetta "strategia macroregionale". Dopo quelle relative al Baltico e al  Danubio, di recente istituzione,  la prossima sarà dedicata alle Alpi? E se sì, con quale ambito di applicazione? L'area montana in senso stretto, delimitata dalla Convenzione delle Alpi, o un'area molto più vasta che comprenda anche le grandi metropoli circostanti, da Milano a Monaco passando per Lione? La questione è tutt'altro che accademica ed è attualmente oggetto di dibattito in più sedi (Convenzione delle Alpi, Arge Alp, Spazio Alpino).

Ma, a prescindere da questi sviluppi, il punto fondamentale rimane un altro: alla costruzione delle cornici istituzionali deve necessariamente seguire un'effettiva volontà di cooperazione a livello economico e politico, per superare le tante barriere ancora presenti e trasferire anche nella vita quotidiana di chi abita le Alpi l'effettiva sensazione di essere cittadini di un'unica regione.
inviato da stefano fait il 25.08.2011 13:35
Chissà cosa ne pensano "Quelli che in Trentino inneggiano al Tirolo" - Trentino, 25 agosto, p. 3). Nell'intervista ("vogliono simboli forti per rifiutare l'Italia"), Giuseppe Ferrandi spiega che: “io ho il sospetto che ci sia più di una somiglianza con quello che in altre terre si chiama padanismo. Che spiega anche perché la Lega non sfonda in Trentino: c’è chi la sostituisce. […]. Quello che sarebbe davvero bello capire è se questo stia avvenendo in tutto l’arco alpino, magari con nomi e colori diversi”.
inviato da Beppe Dematteis il 23.06.2011 09:31
Sono pienamente d'accordo per un progetto politico per le Alpi e sulle motivazioni con cui Marcella Morandini lo propone. Solo mi chiedo da dove possa venir fuori. La congiuntura politica attuale - europea e italiana - non mi pare promettere che l'auspicato "ripensamento generale della gestione dei territori alpini" possa venire dall'alto. Anche il contributo che può venire da strumenti istituzionali come Euroregioni (GECT)ed eventuale macroregione alpina non mi sembra sufficiente né risolutivo se non è accompagnato da una forte spinta auto-organizzata dal basso. A mio avviso occorre costruire una rete di sistemi locali (formati da Comuni,Unioni di Comuni e simili,Comunità montane montane, Province) che siano impegnati effettivamente in politiche e in azioni concrete (anche transfrontaliere) di rinascita della montagna. Con riferimento alle Alpi occidentali, dove opera principalmente la nostra Associazione Dislivelli e dove veramente "le Alpi sono governate dalla pianura", questi sistemi locali devono comprendere le città pedemontane. In situazioni come le nostre sono esse che, in assenza di centri urbani forti nelle valli, devono assicurare all'entroterra alpino quel "diritto alla città" senza il quale non c'è vera cittadinanza, né futuro per le giovani generazioni. A mio avviso l'agenda deve partire dalla paziente costruzione di queste reti locali e dalla loro connessione a scale sempre più ampie. La macroregione alpina prima che una costruzione istituzionale dovrebbe essere una realtà di fatto, almeno potenziale.Le Regioni autonome che dispongono di più mezzi e più esperienze dovrebbero mettersi alla guida di questo movimento.
inviato da Marcella Morandini il 21.06.2011 23:00
Un sentito ringraziamento a quanti hanno letto e soprattutto commentato questo intervento. Come scrive Michele Nardelli esiste di fatto una grande comunità transnazionale e transfrontaliera che sente di appartenere – al di là delle ideologie e dei tanti populismi – alle Alpi e che si riconosce nella varietà di culture e identità che le compongono. Identità liquide, per dirla con Bauman.
Questa comunità chiede non solo attenzione: richiama a gran voce - anche se spesso silenziosamente - un progetto politico.
Le Alpi «ordinarie» vivono, oggi più che mai, la paura e l’incertezza che derivano dal contare poco o nulla nel mercato della politica. È percepita chiaramente la distanza (non solo fisica ma anche culturale) dei livelli di governo. Una distanza che produce sfiducia, smarrimento, spopolamento, rassegnazione. E in questo contesto le derive populiste, le tentazioni di rinchiudersi nei miti delle piccole patrie, come osservano Roberto Bombarda e Luca Zeni, sono latenti e quanto mai pericolose.
La montagna è fuori moda come sostiene Roberto Bombarda nel commento al suo post?
Di certo è lontana, estranea e soprattutto poco o per nulla interessante sulla scena politica. Quintino Sella portava i colleghi parlamentari in vetta al Monviso. Molto difficile immaginarsi oggi qualcosa di analogo.
Mi scuserà Saverio ma non ritengo, tuttavia, che l’obiettivo sia utopico. Complicato di certo. L’ostacolo maggiore non sta a mio avviso nella difformità istituzionale dei territori alpini: la sfida è definire una progettualità politica coerente per le Alpi, e immaginare e costruire ambiti istituzionali sempre più comprensivi e sempre più omogenei in termini di strumenti e competenze.
Al legittimo “e quindi?” di Maddalena di Tolla Deflorian rimando – e mi associo al volo - alla proposta di Michele Nardelli: proviamo a definire un’agenda.
inviato da Michele Nardelli il 21.06.2011 11:50
Marcella Morandini affronta con acutezza il tema, peraltro non nuovo, della Regione Alpina. C’è una grande comunità transnazionale in sofferenza che chiede risposte in termini di attenzione e salvaguardia di una montagna sempre più abbandonata dai moderni processi di inurbamento e che Marcella descrive con la felice espressione delle Alpi governate dalla pianura.
Come già lo scorso anno, in occasione della presentazione a Trento del libro “Alpi Regione d’Europa”, Marcella pone un tema che investe a pieno titolo la progettualità politica e che trovo di particolarmente stimolante. E’ la questione di un nuovo assetto politico istituzionale per la regione alpina. E, di conseguenza, di una diversa idea di Europa.
Mentre in Italia ci si attarda a celebrare il 150° dell’unità in un mare di retorica, il disegno europeo sembra sfarinarsi. E con esso il progetto federalista del Manifesto di Ventotene: «… Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza – scrivevano Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nella primavera del 1941 – è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani …».
L’Europa come proposta sovranazionale e le regioni come territori transnazionali, nei quali ridisegnare geografie, identità e temi da affrontare. Credo potrebbe essere questa una diversa prospettiva politica su cui lavorare e nella quale inquadrare anche il progetto di Regione Alpina. Utopia? Non lo so. Certo è che oggi ogni questione è insieme sovranazionale e territoriale, anche se la politica fatica ad accorgersene. Ed è altrettanto certo che il tema di una politica capace di andare oltre i confini delle attuali autonomie diventerà ineludibile. E’ questa, del resto, la vera sfida del terzo statuto.
Proviamo a definirne un’agenda?
inviato da Saverio il 21.06.2011 07:26
La "scala alpina" andrebbe usata ovunque nei processi di governo locale, ma l'obiettivo immaginato (e indicato) da Marcella mi sembra complicato da raggiungere. Il quadro delle competenze legislative è troppo difforme lungo le Alpi per tanti e svariati motivi di ordine storico-istituzionale e non mi pare che in Francia, per esempio, sia in agenda il tema dei maggiori poteri locali di fronte a un assetto statale centralista molto compatto (e coerente). Per una provincia di Belluno in sofferenza, voglio dire, ci sono altri territori che hanno trovato probabilmente un loro equilibrio nel rapporto con lo Stato di appartenenza. O mi sbaglio?
inviato da Maddalena Di Tolla Deflorian il 18.06.2011 16:35
Da sempre penso e dico quello che pensa e dice Marcella Morandini. Però: e quindi?
Quale sarebbe il primo passo concreto, oltre le belle parole? Le belle idee non ci bastano, serve azione. Cosa facciamo per conseguire questo risultato?
Poi, diciamoci la verità... per tutti, tranne che per gli ambientalisti, la
Convenzione è solo un pezzo di carta. Il primo passo dunque sarebbe dare
un valore concreto alla Convenzione, ovvero, ad esempio, usarne i
contenuti in ogni dibattito politico. Se non partiamo almeno da questo, di
strada non se ne fa. Che ne dite?
inviato da Luca Zeni il 17.06.2011 15:29
Le Alpi non sono soltanto una catena montuosa indicata come confine tra Stati sulle cartine geografiche. Sono piuttosto crocevia, luogo di incontro e di scambio di persone, merci, culture, dove le comunità sono riuscite a sopperire alle difficili condizioni di vita con quell’atavico senso di solidarietà proprio dei montanari.
Lo ritroviamo nelle diverse forme di gestione dei beni collettivi, nei tanti comuni, nell’associazionismo e nel volontariato, in quelle articolazioni capillari che consentono conoscenza e controllo del territorio.
Questi richiami non vanno dimenticati perché anche nel XXI secolo riscoprire queste radici può aiutarci a trovare forme peculiari di convivenza e di vita nei comuni di montagna, consentendoci di non essere omologati al resto del mondo, e di raggiungere una miglior qualità della vita.
Ma l’editoriale di Marcella Morandini va ben oltre.
Oggi sta finalmente diventando patrimonio comune la consapevolezza delle contraddizioni insite nel concetto di Stato nazione, e si sono aperte le strade di nuove forme di collaborazione tra livelli di governo. Occorre però trovare il giusto equilibrio, per evitare di cadere in quel mito delle piccole patrie che riproduce su scala minore le stesse contraddizioni che troviamo negli Stati.
Le diverse aree alpine vivono condizioni socio-economiche molto diverse; le rivendicazioni bellunesi - che arrivano al provocatorio referendum per entrare a far parte della Regione Trentino Alto Adige Sudtirol – sono comprensibili, perché lo spopolamento sta raggiungendo livelli quasi irreversibili, a fronte di un tessuto industriale storicamente solido e di montagne tra le più belle di tutto l’arco alpino.
Sfruttare gli strumenti giuridici esistenti sarà sempre più importante per il futuro delle comunità alpine, ma dobbiamo essere consapevoli che proprio questo essere “ponte” tra culture e popoli è la forza ma anche la difficoltà delle Alpi. Lo vediamo con l’Euregio: ci uniscono storia e asse dei trasporti, in parte collaborazione economica, ma rimane una sostanziale scarsità di conoscenza reciproca delle popolazioni, anche perché gli organi di informazione (giornali e televisioni) sono impostati su base nazionale e non territoriale.
Per questo la sfida della macroregione Alpina è affascinante e può essere vincente anche rispetto ad accordi transfrontalieri più delimitati, utili in chiave locale, ma meno capaci di essere risposta ai problemi e alle potenzialità del territorio alpino.
inviato da vincenzo cal¡ il 15.06.2011 23:42
Da più di un secolo, escluse le due parentesi delle guerre mondiali, il turismo ha rappresentato il motore economico per eccellenza delle aree alpine.Prendiamo ad esempio le Alpi centrali: quanto ha contribuito alla crescita economica di questa vasta area il flusso turistico proveniente dalle grandi citta' delle pianure? Giustamente Marcella Morandini nel suo intervento evoca le due grandi metropoli, Monaco e Milano. E quella del rapporto nord-sud con le Alpi e' una questione di prima grandezza. Una seconda rilevanza geopolitica si pone riguardo l'asse est-ovest: fra le Alpi marittime e il Carso si puo' costruire un modello istituzionale comune? A meta' ottocento i pensatori piu' attenti avevano suggerito, sul modello svizzero, un sistema di repubbliche al plurale, di tipo federalista. Dalle Repubbliche italiane del Sismondi al modello propagandato da Carlo Cattaneo sul "Politecnico".Il trinfo dei nazionalismi imperialistici di fine ottocento, con le conseguenti guerre e dittature vanificarono sia le spinte federaliste che le successive ipotesi geopolitiche di sviluppo dell'intero arco alpino secondo il modello neopositivista delle "magnifiche sorti progressive" indotte dal progresso scientifico, ferrovie e automobili in testa (la geografia politica di F.Ratzel e di C.Battisti). Solo nella lotta fra liberta' e dittatura si realizza proprio in Svizzera, luogo di rifugio degli antifascisti,la piu' compiuta elaborazione teorica, nel pensiero di Ernesto Rossi, di un sistema europeo democratico e federalista(G. Manci che nella corrispondenza clandestina si richiama al modello confederale svizzero come efficace risposta al nuovo ordine europeo hitleriano).Riflettere su questi nodi, che sono un insieme di storia e di futuro,potrebbe aiutarci a far uscire il dibattito dal vicolo cieco in cui si e' cacciato, fra autosufficenza e isolazionismo alpino da una parte e improbabili regioni italico-padane a sud e germanico-renane a nord,o peggio isole linguistiche francofone a ovest e slavofone a est. Per un processo di integrazione europea le Alpi possono funzionare da cerniera, non certo costituirsi in area autarchica: la parola d'ordine dovrebbe essere partire dal modello confederale svizzero per superarlo in una dimensione comunitaria europea e non certo per riproporre l'attuale splendido isolamento elvetico, magari in salsa padana.
inviato da Roberto Bombarda il 15.06.2011 15:45
Se c'è un progetto per il quale un esponente politico che vive ed opera nelle regioni alpine dovrebbe impegnarsi, ebbene questo progetto è esattamente quello richiamato nell'intervento di Marcella Morandini. Anche il risultato del recente referendum, che ha confermato il grande interesse dei nostri concittadini per il tema dei cosiddetti "beni comuni" ci è utile per ricordare come proprio le Alpi siano state per secoli in prima fila sul tema dei diritti d'uso, della partecipazione collettiva nelle fasi di decisione e di gestione dell'acqua, del bosco, del pascolo. Le Alpi sono state antesignane e pure oggi potrebbero rappresentare, nella crisi economica e climatica globale, un esempio virtuoso di autonomia, autogestione, innovazione tecnologica ed autarchia energetica. Ma non per chiudersi su loro stesse in una dimensione romantica oppure, al contrario, egoistica. Le Alpi sono un territorio aperto, che sa dare e sa ricevere e che proprio nei luoghi e nei periodi di massima apertura hanno saputo dare il meglio. La prospettiva di una macroregione, già in agenda anche a Bruxelles diventa ora qualcosa di politicamente raggiungibile e non più solo il sogno di qualche visionario. La macroregione è la dimensione giusta per dare forza, a livello internazionale, ai temi ed ai problemi della montagna e della montagna alpina in particolare. La Convenzione delle Alpi ha già in se' tutti i contenuti e gli obiettivi di una visione politica comune. Occorre però dare gambe ai protocolli. E le gambe non possono che essere quelle di uomini e di donne che, anche in politica, inizino a prefigurare e praticare concrete occasioni di incontro, confronto, scambio per le diverse comunità alpine. In questa direzione, il GECT tra Trento, Bolzano ed Innsbruck può offrire un ottimo avvio. Purché l'Euroregione non si chiuda a riccio sul "vecchio Tirolo" ma sappia, attraverso una re-integrazione dei territori e delle popolazioni, andare oltre, nella creazione di un vero spazio alpino pienamente integrato.
inviato da Enrico Rossi il 13.06.2011 11:01
Più il tempo passa e il mondo cambia velocemente come mai era successo prima, più l'istituto degli stati nazionali manifesta tutta la sua inadeguatezza ad affrontare i problemi contemporanei - tutti. Dalle filosofie dei massimi sistemi sul miglior tipo di democrazia e rappresentanza o di etica economica, fino alle cose più pratiche e banali e proprio per questo così importanti: acqua, aria, l'approvigionamento del cibo.
In attesa di un ritorno - o almeno di uno scampato sfascio definitivo - delle istituzioni europee, ben vengano anche le ArgeAlp i GECT e via discorrendo. Ma a mio modo di vedere, per uscire da certe logiche ristrette forse sarebbe molto meglio una "strategia macroregionale" alpina come quella prospettata nell'editoriale da Marcella Morandini. O, meglio ancora, una Regiona Alpina tout court. Per darle dei confini precisi, l'idea del Bätzing nel suo libro "Le Alpi" di considerare prioritaria a questo proposito "la conservazione delle Alpi come spazio economico autonomo e territorio in cui vivere" (p. 36, ed. italiana, Boringhieri) potrebbe essere già sufficiente: è fin troppo logico che limitare eccessivamente il territrorio preso in considerazione ne lacererebbe troppo i rapporti di unitarietà, così come allargarlo fino ai grandi agglomerati urbani periferici (Lione Milano Marsiglia ecc.) ne snaturerebbe l'identità.
Una Regione Alpina dal Delfinato e le Alpi Graie, via via fin dopo le Giulie e la Mur, un'istituzione con le sue competenze, bilanci e sedi decisionali. Ma ve l'immaginate i trasporti, i rifiuti, il turismo, le scelte di sviluppo economico, gestiti ANCHE su base alpina?
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