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Valorizzare le qualità del sistema educativo del Trentino
Rapporto del Comitato di Valutazione sul portale PAT della Scuola Trentina. Vai al rapporto 2010
Un’indagine sugli insegnanti italiani
Valori costituzionali e comportamenti professionali.
Dossier della rivista "Insegnare"
del CIDI.
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Giorni di scuola. Pagine di diario di chi ci crede ancora
di Dario Ianes e Tullio De Mauro
Un testo corale che raccoglie le pagine di un "diario immaginario" scritto da chi, nella scuola, insegna o lavora.
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Professione insegnante
La grande varietà sociale nella composizione delle
aule è una bella sfida per gli insegnanti, che devono adoperarsi perche tutti
possano raggiungere il successo formativo. Servono passione e creatività,
serietà e coerenza, voglia di aggiornarsi e di mettersi in gioco. In una
parola: ci vuole professionalità. In Trentino, dove la scuola è ancora
considerata dalle istituzioni una risorsa per il futuro anzichè un costo da
comprimere, vi sono le condizioni per trovare soluzioni sempre più all'altezza
di questa sfida strategica.
La scuola è un tema su cui si sprecano i pregiudizi, ma su cui scarseggiano i pareri informati, nel senso di aggiornati. Il rapporto tra la scuola e la società è spesso rappresentato dai media ponendo enfasi alle ombre e ignorando tutto il resto. Di fatto solo coloro che ci lavorano dentro e quelli che ci portano i figli sanno come stanno le cose, perché sperimentano innanzitutto il contesto scolastico. Un contesto che assorbe come una spugna l'ambiente fisico che lo circonda, si tratti del profumo della fioritura dei campi di mele o dell'odore di un negozio di kebab.
Nella scuola, in particolare del primo ciclo, entrano tutti, provenienti da famiglie che non s'incontrerebbero altrimenti. La scuola è dunque occasione d'incontro, per i figli ma anche per i genitori. A scuola si va per ricevere gli insegnamenti previsti dalle varie discipline, ma s'impara a relazionarsi con gli altri, accettando le diversità nell'esercizio quotidiano della convivenza di questa formidabile palestra di democrazia.
Questa varietà nella composizione delle nostre aule è una bella sfida per gli insegnanti, che devono adoperarsi perche tutti possano raggiungere il successo formativo, partendo ognuno da una base diversa. Riuscire ad alimentare la motivazione all'impegno verso il lavoro scolastico dei ragazzi non è facile: richiede prima di tutto un atto di fiducia verso di loro, perché è per loro che noi siamo a scuola, e poi serve una buona dose di passione e creatività, serietà e coerenza , voglia di aggiornarsi e di mettersi in gioco. In una parola: serve professionalità. Questo noi insegnanti lo sappiamo bene, spesso però l'immagine pubblica del nostro lavoro è svilita proprio da chi dovrebbe rappresentarci, quando veniamo equiparati a fannulloni che occupano posti di lavoro dati come ammortizzatori sociali. La mancanza di riconoscimento esterno non è però mancanza d'identità professionale: su questo punto la ricerca 2010 dell'Istituto IARD attesta che l'82 % dei docenti italiani sceglierebbe di nuovo questa professione. L'esistenza di quest'orgoglio è confermata dalla ricerca che il CIDI di Torino ha condotto sui valori costituzionali e i comportamenti professionali degli insegnanti italiani, da dove emerge però che la maggiore fonte di insoddisfazione (66%) è la mancanza di un adeguato riconoscimento sociale del proprio lavoro.
In Trentino la scuola è ancora considerata dalle istituzioni una risorsa per il futuro anzichè un costo da comprimere. Ciò risulta anche dal Rapporto del comitato di valutazione presentato nell'aprile di quest'anno, che vede il Trentino con bassi tassi di abbandono scolastico (12,3% tra 18-24 anni con solo licenza media contro il 19.3 dell'Italia) e alti tassi di apprendimento (PISA 2009: fatto 500 il livello OCSE, Trento è a 514 in matematica, 508 in lingua, 523 in scienze). Tuttavia la strada intrapresa dieci anni fa dell'indennità integrativa provinciale erogata erga omnes non registra il valore aggiunto apportato dal lavoro degli insegnanti, ovvero di quando la scuola fa la differenza perché aumenta i livelli degli apprendimenti degli studenti nonostante la loro provenienza sociale. Dare gli stessi incentivi a tutti senza discriminare sulla base dei risultati non è responsabilizzante; meglio sarebbe adottare un sistema che riconosca la qualità del lavoro dei docenti, evitando però logiche individualistiche e piuttosto sostenendo le pratiche cooperative, il lavoro di team, la programmazione e il confronto professionale, la rendicontazione delle buone pratiche e la loro documentazione finalizzata alla diffusione tra le scuole. Su questo tema si incominciano a vedere dei segnali da parte delle organizzazioni sindacali più responsabili. Bisognerebbe far emergere il lavoro sommerso, quello che si svolge a casa ma anche quello svolto spesso in modo volontario, riscrivendo i contratti di lavoro. Mantenendo l'attuale numero di ore d'aula andrebbero previste compresenze, laboratorialità, programmazione collegiale, tutoraggio degli studenti, formazione dei docenti, attività di ricerca-azione, attraverso l'estensione del numero di ore riconosciute dentro la scuola. Non tutti i colleghi saranno d'accordo, e per questo in una fase di transizione l'adesione dovrebbe essere volontaria. Certo, il maggior impegno orario andrebbe in qualche modo compensato, ma la differenza la farebbe la riconquista del prestigio sociale del ruolo dell'insegnante come in ogni società democratica che si rispetti.
Poiché gran parte della popolazione mondiale è costituita da genitori e figli, ne deriva che gran parte della popolazione dovrebbe comprendere il contesto scolastico. Ben sappiamo che non è così, che il fatto di portare a scuola i figli non basta sicuramente, nemmeno all’osservatore più accorto, per capire la complessità di questo mondo.
Condivido con Daniele il valore formativo attribuito alla scuola, ma mi sembra importante chiarire bene alcuni dei punti elencati:
• perché la scuola sia davvero palestra di democrazia è essenziale modificare quello che è ancor oggi il modello educativo imperante: lezione, libro di testo, verifica. Dove l’insegnante, detentore del sapere, fornisce risposte piuttosto di porre domande, non ci può essere esercizio di democrazia;
• l’eterogeneità delle attuali classi non deve essere considerata una sfida, ma piuttosto una risorsa per l’insegnante. Solo riconoscendo e affrontando le differenti teorie interpretative, che ciascun bambino si è costruito prima dell’ingresso a scuola, si può realizzare un insegnamento individualizzato che consenta un reale successo formativo per ognuno. E l’insegnante deve tener conto del fatto che a queste costruzioni individuali partecipano in gran parte esperienze sensoriali, ma anche esperienze sociali e culturali, diverse da famiglia a famiglia e da popolazione a popolazione. Solo questa consapevolezza profonda può dare significato a parole come passione e creatività che rimangono altrimenti prive di senso;
• la motivazione al lavoro viene solo dalla comprensione del senso di quello che si sta facendo e quindi richiede all’insegnante la capacità di organizzare l’attività didattica per progetti/ percorsi, dove tutto abbia un senso e ogni concetto si leghi al precedente e ai successivi. Non è possibile far amare il lavoro scolastico e l’apprendimento se ci si limita a dispensare pillole di sapere incoerenti, per quanto interessanti;
• l’aggiornamento è sicuramente fondamentale ma deve riguardare sia questioni metodologiche che disciplinari: solo se conosco bene la disciplina e la sua didattica posso adottare le migliori strategie per facilitarne l’apprendimento;
• non è mai opportuno generalizzare, ma va detto che, se non si può parlare di fannulloni, si possono comunque annoverare tra gli insegnanti molti “tradizionalisti” che non si accorgono dei cambiamenti e, tranquilli, si ripetono ad ogni svolta significativa “Ma è quello che ho sempre fatto; cambiano solo le parole”. Di contro è piacevole pensare che spesso l’istituzione ha adottato cambiamenti che raccoglievano le istanze della base, di molti insegnanti ed associazioni che di fatto avevano già sperimentato quei cambiamenti. La scuola italiana è una buona scuola grazie a questi numerosi insegnanti;
• la mancanza di un adeguato riconoscimento sociale è un aspetto molto sentito, certo, ma che ha molteplici cause e possibili soluzioni. I genitori si aspettano da noi parole chiare, patti condivisi e soprattutto coerenza e genuinità; se le nostre dichiarazioni restano sul piano delle belle parole e buone intenzioni non possiamo avere credibilità;
• il tema degli incentivi è veramente scottante e di difficile soluzione. Condivido l’affermazione di Daniele per cui “Dare gli stessi incentivi a tutti senza discriminare sulla base dei risultati non è responsabilizzante”, condivido anche l’importanza di “le pratiche cooperative, il lavoro di team, la programmazione e il confronto professionale, la rendicontazione delle buone pratiche e la loro documentazione finalizzata alla diffusione tra le scuole”, ma dentro un gruppo dedito a questo, per quanto coeso, non tutti profondono lo stesso impegno e sopportano lo stesso carico orario, quindi sarebbe di nuovo sbagliato erogare a tutti i componenti del gruppo compensi uguali. Ben venga l’adesione volontaria ad incarichi aggiuntivi con ricaduta immediata sulla didattica e sugli studenti, ma pur sempre con l’occhio vigile per non accentuare le differenze tra un’elite professionale e il resto del mondo. Il problema non è quello di compensare adeguatamente chi comunque si spende e si spenderebbe in modo adeguato, quanto piuttosto quello di motivare chi continua ad usare lo stesso quaderno della sua prima esperienza.
Nel suo intervento iniziale Daniele Siviero ha sostenuto che è ora e tempo che si riconosca la qualità del lavoro degli insegnanti, anche attraverso modifiche contrattuali, mentre Fabio Pipinato sembra voler sottintendere una relazione tra la mancanza di un equo riconoscimento economico e la “rilassatezza” di una parte del corpo docente. Certo, il problema si pone. Non si può continuare a sostenere che insegnare è una missione senza affrontare il nodo del ruolo che ricopre nella società, dove sempre più spesso si trova a dover essere, nella sua azione formativa e, soprattutto, educativa, sentinella della democrazia e dei principi della costituzione, a partire da quello dell’inclusione di chi si trova in posizione di sfavore (dai BES agli stranieri, ad esempio). Perché se è vero che l’obiettivo primario riguarda la costruzione di competenze, da spendere nella società una volta che gli studenti si immettano nel mondo del lavoro (come se oggi sia facile…), è innegabile che (senza scomodare il ’68) la priorità nell’Italia di oggi sia quella di insegnare a rispettare i diritti degli altri e a conoscere i propri, nel tentativo di costruire un’etica della responsabilità e dell’impegno. Ma valutare questa importante parte del lavoro dell’insegnante non sarà mai possibile: se lo fosse, forse sarebbe pericoloso. E quindi saranno altri i criteri, più centrati sul suo stare a scuola, cioè sulla quantità più che sulla qualità.
Sono curioso di conoscere la proposta della Giunta provinciale e di vedere come si cercherà di fare della valutazione la cartina tornasole per differenziare, magari, le carriere degli insegnanti, contemperando la necessità di reperire nuove risorse, o razionalizzarne l’uso come ha scritto Giorgio Antoniacomi, per premiare chi si spenderà di più, o lo farà meglio, con l’altrettanto innegabile bisogno di innalzare lo status sociale di tutti gli operatori del settore, ulteriormente penalizzati dalla crisi e dalle scelte finanziarie di questo governo (recepite dalla PAT) che ha bloccato dal 2010 al 2014 i rinnovi contrattuali.
Da una parte, il maestro unico, il grembiulino, il voto in condotta, le classi speciali per alunni stranieri - presentati al di fuori da un’analisi rigorosa e da una visione esigente - assomigliano a spot pubblicitari realizzati per gratificare una domanda di decisionismo, propria di ogni momento di incertezza; per liberare la nostalgia (perchè non rendere obbligatori anche la penna e il calamaio?) per i bei tempi andati; per dare l’illusione di una riforma pur in assenza di presupposti dichiarati e di obiettivi leggibili. Certe cose, diceva Nietsche, sono come i palloni: più sono grandi e più dentro sono vuoti.
Dall’altra parte, l’abitudine “autoimmune” a contrastare ogni proposta “a prescindere”; un’abitudine che è espressione di quella cultura del no che non accetta, nemmeno quando è in buona fede, l’inevitabile ipoteticità e provvisorietà di ogni soluzione, restando perciò intrinsecamente conservatrice. E finendo per lasciare intatti i problemi e per mantenere le piccole rendite, le convenienze talora anche meschine, le grandi e piccole cose “che non si possono dire”, che costituiscono l’ostacolo più radicale per un cambiamento profondo e reale.
Questa contrapposizione - nella quale ogni posizione tiene in ostaggio l’altra fino ad averne, in qualche modo, bisogno - ci fa perdere di vista due cose la capacità di vedere i problemi per quello che sono. Ritrovare questa capacità significa ritrovare un approccio laico e argomentativo. Significa saper distinguere tra tagli e riqualificazione della spesa scolastica. Significa saper trovare un giusto equilibrio tra la tutela dell’occupazione e retribuzioni finalmente dignitose. Significa saper prendere le distanze da un improbabile e impraticabile autoritarismo di ritorno, sostenendo però gli insegnanti in un momento nel quale il loro prestigio, il loro ruolo, la loro autostima vengono messi brutalmente in crisi. Significa evitare separatismi xenofobi tra italiani e stranieri, senza per questo eludere problemi che pure esistono - di integrazione, di conoscenza della lingua italiana, di apprendimento - nel nome di un egualitarismo che abolisce ogni asimmetria. Significa puntare su una scuola di qualità per tutti senza farla coincidere con una matrice esclusivamente pubblicistica oramai fuori dal tempo.
Forse attenuare l’enfasi sulla grande Riforma e ripartire dalle persone (in fondo, la scuola è fatta dagli insegnanti e per gli studenti), procedendo per prove ed errori, cioè con un’attitudine sperimentale, può essere un modo per dare alla scuola una chance di cui ha drammaticamente bisogno e per rimetterla nel posto che le compete, vale a dire al centro di un’idea di futuro. Nessuna agenzia educativa può ritenersi un’isola nella corrente. Per questo motivo la scuola deve ritrovare, a partire da sé stessa, un duplice fondamento: etico ed educativo. Deve ritrovare la dimensione “primordiale” di valori, di significati, di regole, di diritti, di doveri, di responsabilità sui quali appoggia il concetto stesso di cittadinanza. Solo interiorizzando questi valori, e trasformandoli in attitudini, abitudini, comportamenti, sarà possibile veicolare anche conoscenze, informazioni, categorie interpretative. E deve ritrovare la capacità di proporsi come luogo di socializzazione, di incontro con gli altri, di crescita e di maturazione di sé, di incontro con i propri limiti e con il proprio talento. In questo senso, la scuola è una grande metafora (nel bene e nel male) della società attuale, ma anche una straordinaria opportunità per costruirne una migliore.
Il secondo tema che condivido è quello di un ampliamento delle ore riconosciute dentro la scuola. Io mi spingo addirittura più in là e, per tagliare la testa al toro riguardo la nostra "fannullonaggine", propongo che noi stessi avanziamo la pretesa di dover lavorare 36 ore settimanali dentro la scuola, mantenendo come dice Daniele le stesse ore d'aula e svolgendo nelle rimanenti 12 (22+2 sono già previste adesso) tutte le attività che lui citava. Dopodiché però pretendo che le eventuali ore svolte oltre queste 36 ci vengano pagate come ore di lavoro straordinario. E non è una provocazione, è una proposta.
Mi interesserebbe sapere cosa pensano i docenti in merito a possibili differenziazioni di orari e prestazioni di servizio, o ad incentivazioni per lavori dei docenti in gruppi cooperativi o per progetti particolari.
Personalmente credo che sarebbe giunto il momento di valorizzare le differenti prestazioni dei docenti e di studiare criteri per premiare i “migliori”, soprattutto in relazione alle pratiche di insegnamento e ai loro risultati. L’impresa non è semplice, andrà affrontata con molta attenzione,esplicitando con chiarezza le finalità e strutturando con trasparenza gli strumenti e i metodi utilizzabili.
In primo luogo pare la ricerca sui metodi di insegnamento un problema prioritario. Da un lato non si valorizzano e diffondono abbastanza i risultati delle innovazioni, dall'altro c'è un gap tra gli avanzamenti della conoscenza su mente e apprendimento e le pratiche educative. Queste ultime sono tuttora centrate sull'insegnamento e non ancora abbastanza su come la mente umana apprende.
In secondo luogo sono i meriti uno dei problemi organizzativi principali. Non è possibile identificare i meriti con gli incentivi economici (ridicoli) se non si istituiscono processi responsabili di autovalutazione, riconoscendo, come diceva Don Milani, che non c'è niente di più ingiusto che trattare come uguali i diversi. le resistenze sono tante e forti, e spesso sono scambiate per azioni di uguaglianza e democrazia.
In terzo luogo c'è l'innovazione scientifica dei contenuti. E' sintomatico che le prime reazioni al contributo di Siviero riguardino la storia locale. E chi la discute? Ma possiamo rivedere in chiave neodisciplinare i contenuti che si insegnano? Si può partire dal tempo profondo e dallo spazio planetario per favorire lo sviluppo di "una testa ben fatta", come l'ha definita Edgar Morin? Si può insegnare a guardare i luoghi dal mondo e a collocare la specie tra le altre forme del vivente e non sopra le parti? C'è un grande spazio di innovazione davanti a noi. Richiede un impegno urgente e profondo.
Penso proprio che una buona conoscenza della storia locale, ad esempio sul motivo della presenza dela statua di Dante di fronte alla stazione dei treni, sarebbe utile ai giovani trentini per capire meglio le loro vere origini culturali, evitando che signori con in testa delle penne piumate si spaccino per i veri rappresentanti dei trentini, quelli di prima, come quelli di quinta generazione.
E sopratutto chi ha inventato la categoria inesistente della "storia locale trentina"?
Autonomia e Federalismo europeo sono due temi da coniugare e declinare, ma, a mio avviso, non nell'attuale direzione ed orientamento prevalente nelle politiche educative della Provincia Autonoma di Trento. Mi pare, infatti, che esse incoraggino la parte più rischiosa del localismo, quello della chiusura identitaria. Che ne pensa il proff e sopratutto il papà che è in te, per i futuri cittadini trentini, magari con un progetto stanziale, di seconda generazione?
Associazione TreeLLLe
Associazione che cura dossier sulla scuola, ultimo quello sull'integrazione scolastica.
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