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Valori costituzionali e comportamenti professionali.
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Professione insegnante

Professione insegnanteLa grande varietà sociale nella composizione delle aule è una bella sfida per gli insegnanti, che devono adoperarsi perche tutti possano raggiungere il successo formativo. Servono passione e creatività, serietà e coerenza, voglia di aggiornarsi e di mettersi in gioco. In una parola: ci vuole professionalità. In Trentino, dove la scuola è ancora considerata dalle istituzioni una risorsa per il futuro anzichè un costo da comprimere, vi sono le condizioni per trovare soluzioni sempre più all'altezza di questa sfida strategica.
autore Daniele Siviero - inserito lunedì, 27 giugno 2011

La scuola è un tema su cui si sprecano i pregiudizi, ma su cui scarseggiano i pareri informati, nel senso di aggiornati. Il rapporto tra la scuola e la società è spesso rappresentato dai media ponendo enfasi alle ombre e ignorando tutto il resto. Di fatto solo coloro che ci lavorano dentro e quelli che ci portano i figli sanno come stanno le cose, perché sperimentano innanzitutto il contesto scolastico. Un contesto che assorbe come una spugna l'ambiente fisico che lo circonda, si tratti del profumo della fioritura dei campi di mele o dell'odore di un negozio di kebab.

Nella scuola, in particolare del primo ciclo, entrano tutti, provenienti da famiglie che non s'incontrerebbero altrimenti.  La scuola è dunque occasione d'incontro, per i figli ma anche per i genitori.  A scuola si va per ricevere gli insegnamenti previsti dalle varie discipline, ma s'impara a relazionarsi con gli altri, accettando le diversità nell'esercizio quotidiano della convivenza di questa formidabile palestra di democrazia.

Questa varietà nella composizione delle nostre aule è una bella sfida per gli insegnanti, che devono adoperarsi perche tutti possano raggiungere il successo formativo, partendo ognuno da una base diversa. Riuscire ad alimentare la motivazione all'impegno verso il lavoro scolastico dei ragazzi non è facile: richiede prima di tutto un atto di fiducia verso di loro, perché è per loro che noi siamo a scuola, e poi serve una buona dose di passione e creatività, serietà e coerenza , voglia di aggiornarsi e di mettersi in gioco. In una parola: serve professionalità. Questo noi insegnanti lo sappiamo bene, spesso però l'immagine pubblica del nostro lavoro è svilita proprio da chi dovrebbe rappresentarci, quando veniamo equiparati a fannulloni che occupano posti di lavoro dati come ammortizzatori sociali. La mancanza di riconoscimento esterno non è però mancanza d'identità professionale: su questo punto la ricerca 2010 dell'Istituto IARD attesta che l'82 % dei docenti italiani sceglierebbe di nuovo questa professione. L'esistenza  di quest'orgoglio è confermata dalla ricerca che il CIDI di Torino ha condotto sui valori costituzionali e i comportamenti professionali degli insegnanti italiani, da dove emerge però che la maggiore fonte di insoddisfazione (66%) è la mancanza di un adeguato riconoscimento sociale del proprio lavoro.

In Trentino la scuola è ancora considerata dalle istituzioni una risorsa per il futuro anzichè un costo da comprimere. Ciò risulta anche dal Rapporto del comitato di valutazione presentato nell'aprile di quest'anno, che vede il Trentino con bassi tassi di abbandono scolastico (12,3% tra 18-24 anni con solo licenza media contro il 19.3 dell'Italia) e alti tassi di apprendimento (PISA 2009: fatto 500 il livello OCSE,  Trento è a 514 in matematica, 508 in lingua, 523 in scienze). Tuttavia la strada intrapresa dieci anni fa dell'indennità integrativa provinciale erogata erga omnes non registra il valore aggiunto apportato dal lavoro degli insegnanti, ovvero di quando la scuola fa la differenza perché aumenta i livelli degli apprendimenti degli studenti nonostante la loro provenienza sociale. Dare gli stessi incentivi a tutti senza discriminare sulla base dei risultati non è responsabilizzante; meglio sarebbe adottare un sistema che riconosca la qualità del lavoro dei docenti, evitando però logiche individualistiche e piuttosto sostenendo le pratiche cooperative, il lavoro di team, la programmazione e il confronto professionale, la rendicontazione delle buone pratiche e la loro documentazione finalizzata alla diffusione tra le scuole. Su questo tema si incominciano a vedere dei segnali da parte delle organizzazioni sindacali più responsabili. Bisognerebbe far emergere il lavoro sommerso, quello che si svolge a casa ma anche quello svolto spesso in modo volontario,  riscrivendo i contratti di lavoro. Mantenendo l'attuale numero di ore d'aula andrebbero previste compresenze, laboratorialità, programmazione collegiale, tutoraggio degli studenti, formazione dei docenti, attività di ricerca-azione, attraverso l'estensione del numero di ore riconosciute dentro la scuola. Non tutti i colleghi saranno d'accordo, e per questo in una fase di transizione l'adesione dovrebbe essere volontaria. Certo, il maggior impegno orario andrebbe in qualche modo compensato, ma la differenza la farebbe la riconquista del prestigio sociale del ruolo dell'insegnante come in ogni società democratica che si rispetti.

 

inviato da Renata il 19.07.2011 16:20
L’articolo di Daniele solletica troppo le emozioni mai sopite di una vecchia insegnante e “combattente”.
Poiché gran parte della popolazione mondiale è costituita da genitori e figli, ne deriva che gran parte della popolazione dovrebbe comprendere il contesto scolastico. Ben sappiamo che non è così, che il fatto di portare a scuola i figli non basta sicuramente, nemmeno all’osservatore più accorto, per capire la complessità di questo mondo.
Condivido con Daniele il valore formativo attribuito alla scuola, ma mi sembra importante chiarire bene alcuni dei punti elencati:
• perché la scuola sia davvero palestra di democrazia è essenziale modificare quello che è ancor oggi il modello educativo imperante: lezione, libro di testo, verifica. Dove l’insegnante, detentore del sapere, fornisce risposte piuttosto di porre domande, non ci può essere esercizio di democrazia;
• l’eterogeneità delle attuali classi non deve essere considerata una sfida, ma piuttosto una risorsa per l’insegnante. Solo riconoscendo e affrontando le differenti teorie interpretative, che ciascun bambino si è costruito prima dell’ingresso a scuola, si può realizzare un insegnamento individualizzato che consenta un reale successo formativo per ognuno. E l’insegnante deve tener conto del fatto che a queste costruzioni individuali partecipano in gran parte esperienze sensoriali, ma anche esperienze sociali e culturali, diverse da famiglia a famiglia e da popolazione a popolazione. Solo questa consapevolezza profonda può dare significato a parole come passione e creatività che rimangono altrimenti prive di senso;
• la motivazione al lavoro viene solo dalla comprensione del senso di quello che si sta facendo e quindi richiede all’insegnante la capacità di organizzare l’attività didattica per progetti/ percorsi, dove tutto abbia un senso e ogni concetto si leghi al precedente e ai successivi. Non è possibile far amare il lavoro scolastico e l’apprendimento se ci si limita a dispensare pillole di sapere incoerenti, per quanto interessanti;
• l’aggiornamento è sicuramente fondamentale ma deve riguardare sia questioni metodologiche che disciplinari: solo se conosco bene la disciplina e la sua didattica posso adottare le migliori strategie per facilitarne l’apprendimento;
• non è mai opportuno generalizzare, ma va detto che, se non si può parlare di fannulloni, si possono comunque annoverare tra gli insegnanti molti “tradizionalisti” che non si accorgono dei cambiamenti e, tranquilli, si ripetono ad ogni svolta significativa “Ma è quello che ho sempre fatto; cambiano solo le parole”. Di contro è piacevole pensare che spesso l’istituzione ha adottato cambiamenti che raccoglievano le istanze della base, di molti insegnanti ed associazioni che di fatto avevano già sperimentato quei cambiamenti. La scuola italiana è una buona scuola grazie a questi numerosi insegnanti;
• la mancanza di un adeguato riconoscimento sociale è un aspetto molto sentito, certo, ma che ha molteplici cause e possibili soluzioni. I genitori si aspettano da noi parole chiare, patti condivisi e soprattutto coerenza e genuinità; se le nostre dichiarazioni restano sul piano delle belle parole e buone intenzioni non possiamo avere credibilità;
• il tema degli incentivi è veramente scottante e di difficile soluzione. Condivido l’affermazione di Daniele per cui “Dare gli stessi incentivi a tutti senza discriminare sulla base dei risultati non è responsabilizzante”, condivido anche l’importanza di “le pratiche cooperative, il lavoro di team, la programmazione e il confronto professionale, la rendicontazione delle buone pratiche e la loro documentazione finalizzata alla diffusione tra le scuole”, ma dentro un gruppo dedito a questo, per quanto coeso, non tutti profondono lo stesso impegno e sopportano lo stesso carico orario, quindi sarebbe di nuovo sbagliato erogare a tutti i componenti del gruppo compensi uguali. Ben venga l’adesione volontaria ad incarichi aggiuntivi con ricaduta immediata sulla didattica e sugli studenti, ma pur sempre con l’occhio vigile per non accentuare le differenze tra un’elite professionale e il resto del mondo. Il problema non è quello di compensare adeguatamente chi comunque si spende e si spenderebbe in modo adeguato, quanto piuttosto quello di motivare chi continua ad usare lo stesso quaderno della sua prima esperienza.

inviato da Andrea Segnana il 07.07.2011 08:51
Delle tante questioni sollevate mi sembra che quella su cui già da quest’autunno la scuola trentina dovrà interrogarsi riguarderà il sistema di valutazione degli insegnanti. La sfida che si troverà davanti l’assessorato sarà proprio quella di riuscire a coinvolgere i docenti trentini in una discussione che porti a superare antichi steccati e posizioni di assoluto rifiuto per approdare a una proposta largamente condivisa. Solo attraverso il dialogo e il coinvolgimento, a differenza di ciò che è stato fatto per i piani di studio della scuola superiore, dove si è capovolto il naturale percorso, definendo prima i quadri orari e dopo gli obiettivi di apprendimento…, potrà arrivare a costruire un sistema che possa davvero servire per migliorare la scuola trentina, che non può dormire sugli allori, ma deve continuare a interrogarsi su come utilizzare in modo sempre più efficace le pur cospicue risorse finanziarie a sua disposizione.
Nel suo intervento iniziale Daniele Siviero ha sostenuto che è ora e tempo che si riconosca la qualità del lavoro degli insegnanti, anche attraverso modifiche contrattuali, mentre Fabio Pipinato sembra voler sottintendere una relazione tra la mancanza di un equo riconoscimento economico e la “rilassatezza” di una parte del corpo docente. Certo, il problema si pone. Non si può continuare a sostenere che insegnare è una missione senza affrontare il nodo del ruolo che ricopre nella società, dove sempre più spesso si trova a dover essere, nella sua azione formativa e, soprattutto, educativa, sentinella della democrazia e dei principi della costituzione, a partire da quello dell’inclusione di chi si trova in posizione di sfavore (dai BES agli stranieri, ad esempio). Perché se è vero che l’obiettivo primario riguarda la costruzione di competenze, da spendere nella società una volta che gli studenti si immettano nel mondo del lavoro (come se oggi sia facile…), è innegabile che (senza scomodare il ’68) la priorità nell’Italia di oggi sia quella di insegnare a rispettare i diritti degli altri e a conoscere i propri, nel tentativo di costruire un’etica della responsabilità e dell’impegno. Ma valutare questa importante parte del lavoro dell’insegnante non sarà mai possibile: se lo fosse, forse sarebbe pericoloso. E quindi saranno altri i criteri, più centrati sul suo stare a scuola, cioè sulla quantità più che sulla qualità.
Sono curioso di conoscere la proposta della Giunta provinciale e di vedere come si cercherà di fare della valutazione la cartina tornasole per differenziare, magari, le carriere degli insegnanti, contemperando la necessità di reperire nuove risorse, o razionalizzarne l’uso come ha scritto Giorgio Antoniacomi, per premiare chi si spenderà di più, o lo farà meglio, con l’altrettanto innegabile bisogno di innalzare lo status sociale di tutti gli operatori del settore, ulteriormente penalizzati dalla crisi e dalle scelte finanziarie di questo governo (recepite dalla PAT) che ha bloccato dal 2010 al 2014 i rinnovi contrattuali.
inviato da giorgio antoniacomi il 06.07.2011 21:42
Chissà perché il dibattito sulla scuola è sempre, o spesso, rissoso e rancoroso. Nella discussione pubblica, in genere, non si confrontano due linee di pensiero: si scontrano due ideologie. Una è l’espressione coerente ed esemplare della cifra politica e culturale del governo in carica, che diluisce nelle retoriche, nelle suggestioni e nella forza evocativa dei simboli la consistenza dei problemi reali, rinunciando a farsene carico. L’altra è l’espressione pervicace di una malattia inguaribile: è l’eredità di una cultura antagonista, che, quando non trova un nemico da esorcizzare, riesce a fare opposizione persino a sé stessa.
Da una parte, il maestro unico, il grembiulino, il voto in condotta, le classi speciali per alunni stranieri - presentati al di fuori da un’analisi rigorosa e da una visione esigente - assomigliano a spot pubblicitari realizzati per gratificare una domanda di decisionismo, propria di ogni momento di incertezza; per liberare la nostalgia (perchè non rendere obbligatori anche la penna e il calamaio?) per i bei tempi andati; per dare l’illusione di una riforma pur in assenza di presupposti dichiarati e di obiettivi leggibili. Certe cose, diceva Nietsche, sono come i palloni: più sono grandi e più dentro sono vuoti.
Dall’altra parte, l’abitudine “autoimmune” a contrastare ogni proposta “a prescindere”; un’abitudine che è espressione di quella cultura del no che non accetta, nemmeno quando è in buona fede, l’inevitabile ipoteticità e provvisorietà di ogni soluzione, restando perciò intrinsecamente conservatrice. E finendo per lasciare intatti i problemi e per mantenere le piccole rendite, le convenienze talora anche meschine, le grandi e piccole cose “che non si possono dire”, che costituiscono l’ostacolo più radicale per un cambiamento profondo e reale.
Questa contrapposizione - nella quale ogni posizione tiene in ostaggio l’altra fino ad averne, in qualche modo, bisogno - ci fa perdere di vista due cose la capacità di vedere i problemi per quello che sono. Ritrovare questa capacità significa ritrovare un approccio laico e argomentativo. Significa saper distinguere tra tagli e riqualificazione della spesa scolastica. Significa saper trovare un giusto equilibrio tra la tutela dell’occupazione e retribuzioni finalmente dignitose. Significa saper prendere le distanze da un improbabile e impraticabile autoritarismo di ritorno, sostenendo però gli insegnanti in un momento nel quale il loro prestigio, il loro ruolo, la loro autostima vengono messi brutalmente in crisi. Significa evitare separatismi xenofobi tra italiani e stranieri, senza per questo eludere problemi che pure esistono - di integrazione, di conoscenza della lingua italiana, di apprendimento - nel nome di un egualitarismo che abolisce ogni asimmetria. Significa puntare su una scuola di qualità per tutti senza farla coincidere con una matrice esclusivamente pubblicistica oramai fuori dal tempo.
Forse attenuare l’enfasi sulla grande Riforma e ripartire dalle persone (in fondo, la scuola è fatta dagli insegnanti e per gli studenti), procedendo per prove ed errori, cioè con un’attitudine sperimentale, può essere un modo per dare alla scuola una chance di cui ha drammaticamente bisogno e per rimetterla nel posto che le compete, vale a dire al centro di un’idea di futuro. Nessuna agenzia educativa può ritenersi un’isola nella corrente. Per questo motivo la scuola deve ritrovare, a partire da sé stessa, un duplice fondamento: etico ed educativo. Deve ritrovare la dimensione “primordiale” di valori, di significati, di regole, di diritti, di doveri, di responsabilità sui quali appoggia il concetto stesso di cittadinanza. Solo interiorizzando questi valori, e trasformandoli in attitudini, abitudini, comportamenti, sarà possibile veicolare anche conoscenze, informazioni, categorie interpretative. E deve ritrovare la capacità di proporsi come luogo di socializzazione, di incontro con gli altri, di crescita e di maturazione di sé, di incontro con i propri limiti e con il proprio talento. In questo senso, la scuola è una grande metafora (nel bene e nel male) della società attuale, ma anche una straordinaria opportunità per costruirne una migliore.
inviato da Fabio Pipinato il 05.07.2011 10:19
L'Italia della scuola ha fatto un triplo salto mortale. Il primo avvenne negli anni 70 con l'integrazione degli alunni provenienti dalle regioni del Sud d'Italia che si trasferivano al Nord con le famiglie. In classe avvenne la vera integrazione e si costruì la nazione. Il secondo salto mortale avvenne con l'integrazione dei “diversamente abili” che vede primeggiare la scuola italiana in Europa e nel mondo ed il terzo – e forse più impegnativo – è l'accoglienza di alunni non di cittadinanza italiana e di diverse etnie. La presenza degli alunni stranieri è pari al 7% del totale degli studenti (con un valore assoluto di 629.360 unità, rispetto ad una popolazione scolastica complessiva di 8.945.978 unità) ed è quindi diventato ormai un aspetto strutturale. In tutti gli ordini e gradi di scuola, è aumentato anche il fenomeno degli alunni stranieri nati in Italia, che hanno superato, nel periodo 2008-2009, le duecentomila unità, con un incremento del 17 % rispetto all'anno precedente. Lo scorso anno sono nati 104 mila bambini da coppie straniere, pari quasi al 19 % del totale delle nascite in Italia, si comprende in modo inequivocabile, dal momento che i numeri hanno un valore oggettivo, come la sfida delle moderne democrazie sia proprio quella di affrontare in modo nuovo rispetto al passato, il tema dell'integrazione e della cittadinanza. “In un triangolo rettangolo il quadrato costruito su un cateto è equivalente al rettangolo avente per dimensioni l'ipotenusa e la proiezione di quel cateto sull'ipotenusa stessa”. Il ragazzo cinese interpreterà la frase precedente “a suo modo” secondo coordinate che gli sono proprie. Probabilmente arriverà alla soluzione per altre vie. Il ragazzo sudanese, probabilmente, non la interpreterà non capendone il significato. Ciò non significa che non sia capace di soluzione. Insomma, puntare molto sul corpo docente affinché riesca ad abitare questo nuovo mondo non più con un programma scolastico ma con più programmi da adattare e riadattare. Certo che con 30.000 euro lordi anno a fronte dei 40.000 dei colleghi spagnoli o dei 50.000 di quelli tedeschi c'è ben poco margine. Visti i tempi siamo costetti all'equazione + orario = salario. In Italia abbiamo un 25% di eccellenti docenti ed una pari percentuale con le mani perennemente in tasca. Lo so di azzardare molto. Ma io sarei (dopo aver raccolto giudizio cieco del corpo docente, dirigenti, aver valutato presenza/assenza ai corsi obbligatori, calcolato i ritardi ed altro) per il licenziamento. Scusate ma ho troppo rispetto e credo siano troppo importanti per permetterci dei fannulloni.
inviato da Mirko Moretto il 30.06.2011 22:29
Sono un insegnante di scuola primaria, non ho capito perché si perda tanto tempo a parlare di storia locale... quella di Giovanni Galluccio mi sembra un po' come la strategia del terrore. Tornando invece ai temi dell'articolo ne condivido particolarmente due, quello che la scuola sia una (forse l'unica rimasta) palestra di democrazia e un'istituzione che diffonde valori con la V maiuscola, l'ultimo baluardo della civiltà.
Il secondo tema che condivido è quello di un ampliamento delle ore riconosciute dentro la scuola. Io mi spingo addirittura più in là e, per tagliare la testa al toro riguardo la nostra "fannullonaggine", propongo che noi stessi avanziamo la pretesa di dover lavorare 36 ore settimanali dentro la scuola, mantenendo come dice Daniele le stesse ore d'aula e svolgendo nelle rimanenti 12 (22+2 sono già previste adesso) tutte le attività che lui citava. Dopodiché però pretendo che le eventuali ore svolte oltre queste 36 ci vengano pagate come ore di lavoro straordinario. E non è una provocazione, è una proposta.
inviato da Elvira Zuin il 30.06.2011 09:31
Sulla storia locale: le molte scuole trentine con cui ho lavorato in questi due anni di PSP hanno scritto curricula in cui integrano temi di "storia locale" con la "storia", mostrando di considerare la prima come il luogo in cui si può sviluppare una metodologia incentrata sulla ricerca e sulla laboratorialità. Mi sembra una prospettiva interessante. Sulla professionalità docente direi che servirebbero: una descrizione delle competenze che funga da riferimento per la formazione iniziale e in itinere del docente, uno sviluppo di carriera legato alle diverse funzioni che si possono assumere nella scuola e alla formazione continua, un sistema di valutazione che dia al docente strumenti per leggere la propria esperienza e dedurne saperi riconosciuti (un sistema che orienta e promuove il miglioramento, non che punisce), lo sviluppo del lavoro in team, infine un sistema di reclutamento per il quale chi vuole fare il docente, sappia in un tempo ragionevole se fa per lui, non dopo vent'anni. E dopo aver aperto il mio libro dei sogni, torno a immergermi nei Piani di studio. Grazie comunque alle sollecitazioni di Daniele, con cui concordo sostanzialmente in tutto
inviato da Manuela Broz il 29.06.2011 16:50
Non aggiungo altro sul tema “storia locale”, a riguardo mi trovo perfettamente d’accordo con il prof. Calì . Osservo, del resto, che il testo di Siviero non intendeva affrontare questo argomento, ma altri di carattere più generale riguardanti la professionalità docente a livello locale e nazionale.
Mi interesserebbe sapere cosa pensano i docenti in merito a possibili differenziazioni di orari e prestazioni di servizio, o ad incentivazioni per lavori dei docenti in gruppi cooperativi o per progetti particolari.
Personalmente credo che sarebbe giunto il momento di valorizzare le differenti prestazioni dei docenti e di studiare criteri per premiare i “migliori”, soprattutto in relazione alle pratiche di insegnamento e ai loro risultati. L’impresa non è semplice, andrà affrontata con molta attenzione,esplicitando con chiarezza le finalità e strutturando con trasparenza gli strumenti e i metodi utilizzabili.
inviato da ugo morelli il 28.06.2011 19:34
L'educazione come pratica della libertà è, probabilmente, la via principale che abbiamo oggi per creare le condizioni di vivibilità del presente e per qualsiasi progetto di futuro. Le questioni poste da Daniele Siviero alludono chiaramente alla questione concentrandosi sulla scuola. La crisi dell'istituzione educativa per eccellenza non è casuale e, eccezion fatta per alcuni aspetti delle scelte trentine, il paese Italia si distingue per aver disinvestito sistematicamente da questa decisiva istituzione educativa. Se si considerano la gestione Moratti e la penosa vicenda in corso dell'inetta Gelmini, la mancanza di un progetto educativo, intenzionale e interessata, pare evidente. A favore di altre agenzie educative, in primo luogo la televisione. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e insegnare in Università vuol dire raccogliere i "frutti" (si fa per dire) dell'intero percorso. Siviero mette a fuoco alcune questioni e vale la pena fare qualche approfondimento.
In primo luogo pare la ricerca sui metodi di insegnamento un problema prioritario. Da un lato non si valorizzano e diffondono abbastanza i risultati delle innovazioni, dall'altro c'è un gap tra gli avanzamenti della conoscenza su mente e apprendimento e le pratiche educative. Queste ultime sono tuttora centrate sull'insegnamento e non ancora abbastanza su come la mente umana apprende.
In secondo luogo sono i meriti uno dei problemi organizzativi principali. Non è possibile identificare i meriti con gli incentivi economici (ridicoli) se non si istituiscono processi responsabili di autovalutazione, riconoscendo, come diceva Don Milani, che non c'è niente di più ingiusto che trattare come uguali i diversi. le resistenze sono tante e forti, e spesso sono scambiate per azioni di uguaglianza e democrazia.
In terzo luogo c'è l'innovazione scientifica dei contenuti. E' sintomatico che le prime reazioni al contributo di Siviero riguardino la storia locale. E chi la discute? Ma possiamo rivedere in chiave neodisciplinare i contenuti che si insegnano? Si può partire dal tempo profondo e dallo spazio planetario per favorire lo sviluppo di "una testa ben fatta", come l'ha definita Edgar Morin? Si può insegnare a guardare i luoghi dal mondo e a collocare la specie tra le altre forme del vivente e non sopra le parti? C'è un grande spazio di innovazione davanti a noi. Richiede un impegno urgente e profondo.
inviato da Daniele Siviero il 28.06.2011 08:33
Registro che il tema della scuola ne intreccia altri che non avevo previsto nel mio breve articolo sulla scuola. Parlo della mia esperienza di maestro: la storia locale, se si intende come conoscenza del territorio dove si vive è il modo più naturale per apprendere la storia. Assicuro che andare alle ricerca delle tracce storiche lasciate nelle pietre dei palazzi o dei monumenti, se proposto in modo adeguato, è una forte motivazione, così come visitare i laboratori del servizio archeologico, quelli del castello del Buonconsiglio, visionare i codici miniati della biblioteca di Trento,andare a vedere i forti austriaci della prtima guerra mondiale, ecc, ecc ..
Penso proprio che una buona conoscenza della storia locale, ad esempio sul motivo della presenza dela statua di Dante di fronte alla stazione dei treni, sarebbe utile ai giovani trentini per capire meglio le loro vere origini culturali, evitando che signori con in testa delle penne piumate si spaccino per i veri rappresentanti dei trentini, quelli di prima, come quelli di quinta generazione.
inviato da vincenzo calì il 27.06.2011 17:32
In attesa di leggere la risposta di Daniele Siviero alla domanda di Giovanni Galluccio sulla propensione dei docenti all'insegnamento della storia locale, butto lì qualche osservazione. La storia locale non esiste; se parliamo della rivolta dei contadini (1525) partendo dall'episodio di Cognola (con i valsuganotti accampati sull'attuale spianata dell'Argentario pronti a tagliare il rifornimento idrico al Castello in attesa dell'assalto finale) è per illustrare con esempi concreti un fenomeno che fu eminentemente europeo e di vaste proporzioni. Idem per la Grande Guerra: far leggere a degli studenti il diario di un soldato trentino dell'Imperatore mandato a morire in Galizia senza collegare quella lettura a ciò che fu per l'Europa quell'immane catastrofe non avrebbe alcun senso. Ai docenti il compito, faticoso ma appagante, di rendere viva la storia senza immiserimenti localistici e conseguenti chiusure identitarie.
inviato da giuliano benevoli il 27.06.2011 15:41
@ Giovanni: non c'entra molto con quanto scritto da Daniele Siviero (che in generale scrive cose molto condivisibili), ma rispetto a quanto dici credo che il difetto più grosso della scuola trentina sia la fragilità dei programmi di insegnamento delle lingue straniere (in primis l'inglese) nella scuola elementare. In questo campo si misura davvero il grado di apertura e di "competitività" di una scuola, non dall'insegnamento o meno della storia locale, che può starci, se è fatto bene e con criteri non conservativi, sia per gli autoctoni che per gli immigrati.
inviato da Giovanni Galluccio il 27.06.2011 15:21
Al Professor Siviero, rivolgo una domanda per papà Daniele: tu che, come me, sei un immigrato, ai tuoi figli farai studiare "storia locale" volentieri?
E sopratutto chi ha inventato la categoria inesistente della "storia locale trentina"?
Autonomia e Federalismo europeo sono due temi da coniugare e declinare, ma, a mio avviso, non nell'attuale direzione ed orientamento prevalente nelle politiche educative della Provincia Autonoma di Trento. Mi pare, infatti, che esse incoraggino la parte più rischiosa del localismo, quello della chiusura identitaria. Che ne pensa il proff e sopratutto il papà che è in te, per i futuri cittadini trentini, magari con un progetto stanziale, di seconda generazione?
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