Costi della politica

costi politicaUn paese che è allo sbando, un parlamento che non sa guidarlo e che si occupa invece di salvare dai guai giudiziari chi lo dovrebbe governare. Una pesante crisi economica e misure di risanamento che finiscono come sempre per colpire le classi più deboli. Un paese segnato da profonde disuguaglianze e da tanti privilegi che minano alla base la credibilità della classe politica. In questa cornice parlare del costo della politica senza cadere nella retorica e nell'antipolitica è impresa difficile.
autore Roberto Pinter - inserito giovedì, 4 agosto 2011

Il Trentino ha conosciuto una stagione di denuncia dei privilegi e una forte pressione mediatica che ha portato a una significativa riforma del trattamento economico dei Consiglieri regionali, ma questa nuova ondata che muove dal pantano nazionale ha investito nuovamente la nostra realtà provinciale. È cambiata la testata che guida la campagna, dall'Adige al Trentino, ma non è cambiato l'obiettivo di colpire quella che ormai è diventata nel senso comune, a torto o a ragione, una casta. Si pretende del sangue fresco, quello che si dice un segnale del concorso dei politici al risanamento delle casse pubbliche. Il fatto che la nostra regione si sia dimostrata più virtuosa di ogni altra è usato per chiedere di più.

Fino a ieri si era detto che il problema non era l'indennità ma il privilegio dei vitalizi, ora che i vitalizi sono stati cancellati si dice che bisogna ridurre l'indennità e domani si dirà che non è giustificata la diaria... chi chiede il 10 e chi chiede il 50. Una corsa senza fine anche nei toni demagogici, ma tutto questo non può esimerci dal chiederci cosa si può fare, non per rispondere alla petizione di un giornale ma per rispondere alla domanda se il costo della politica è un costo sostenibile, economicamente, socialmente, eticamente.

A me dispiace usare generalizzazioni come "i politici", troppe volte mi è capitato di sentirmi etichettato in una categoria che non ha senso per ciò che di diverso finisce per includere. Non posso però ignorare il fatto che sono trascorsi decenni nei quali la politica è scivolata in basso mentre crescevano corruzione e privilegi. Non posso ignorare il fatto che nemmeno a sinistra c'è stata la volontà di reagire e di indignarsi e che anzi, in molti casi, anche la sinistra si è prodigata a conservare i privilegi. Non è un mistero infatti che i vitalizi siano stati visti come un ristoro per la precarietà, per l'assenza di copertura previdenziale e per l'elevata contribuzione al partito. Solo che poi il ristoro è diventato un ingiustificato privilegio che è cresciuto senza conoscere limiti di tempo, di età, di importo. E di fatto la corretta rivendicazione che gli eletti dovevano avere un trattamento economico tale da garantire la loro libertà di azione è finita per tradursi in una miriade di regalie destinate a non esaurirsi nemmeno alla cessazione del mandato. E così i consiglieri regionali che via via si sono agganciati al trattamento dei parlamentari a loro volta agganciati ai privilegi dei magistrati... in una spirale senza fine.

Nel 1992, quando appena eletto scoprii i troppi privilegi dei consiglieri a fatica trovai un giornalista che pubblicasse la mia denuncia. Oggi invece i giornali fanno a gara a ricordare i  privilegi anche se nel frattempo si sono di molto attenuati. Per anni abbiamo sentito i parlamentari dire che non erano questi i problemi!

Solo ora, che è troppo tardi per essere credibili, vedo senatori elencare i privilegi di cui godono, ex consiglieri da sempre silenti scoprire gli eccessi, partiti che fanno i responsabili. Napolitano dà il buon esempio? Ma perchè non lo ha mai fatto prima? Dispiace dirlo ma chi parla di una casta in questo caso ha qualche buona ragione. Se la sono cercata, mi verrebbe da dire.

A parte la motivazione del finanziamento indiretto dei partiti e a parte il ristoro di cui sopra (che peraltro, con la cumulabilità, finiva per ristorare anche chi non ne aveva affatto bisogno), la verità è che privilegio chiama privilegio e che mantenere un privilegio anche quando non si è fatto niente per maturarlo è nella natura umana.

Allora bisogna sapere che l'ipocrisia è un rischio altrettanto forte della demagogia.

I costi della politica sono cresciuti in modo sproporzionato rispetto alla capacità della politica di dare risposte, sono cresciuti anche se non è cresciuta la democrazia e sono cresciuti anche per alimentare un sistema che conosce tutti i livelli della corruzione, da quella ridicola della gita premio a quella abnorme che contraddistingue la scena italiana.

Non vanno cancellati i costi della politica, vanno riportati alla giusta misura necessaria per la buona gestione del bene pubblico. E ognuno di questi costi deve poter essere dimostrato e giustificato. Vanno tolti i privilegi dei nostri onorevoli e a cascata quelli dei consiglieri regionali e degli amministratori di enti e società e dei dirigenti e di ogni livello della pubblica amministrazione. Non va tolta una buona indennità per chi esercita a tempo pieno funzioni di responsabilità e un riconoscimento dei costi per chi lo fa a tempo parziale, ma va tolta l'idea, purtroppo messa anche in legge, che ogni incarico vada necessariamente retribuito.

La politica dovrebbe tornare ad essere esercizio civico legato alla passione di un impegno e non occasione per fare carriera o per integrare il reddito. Il numero delle istituzioni e degli enti, dei parlamentari e degli amministratori, sia riproporzionato in ragione della adeguata rappresentanza democratica e della sobrietà. I partiti vengano riconosciuti e finanziati in misura sobria e trasparente.

Una volta il bene comune veniva governato gratuitamente e a rotazione, così da evitare ogni rischio di corruzione e privilegio. Difficile immaginarlo oggi, ma perché non coltivare almeno l'idea dell'assunzione di responsabilità politica come volontario contributo, che è propria dei tanti che si impegnano ogni giorno nella propria scuola, nella propria comunità, nella propria associazione, nel proprio partito? Poi, a chi è chiesto di più per il buon governo della cosa pubblica sia riconosciuto l'impegno, non come qualcuno propone in ragione del reddito di provenienza, ma in ragione della funzione svolta. Non è poi così difficile.

inviato da Renato Veronesi il 22.08.2011 16:52
Quando si parla di costi della politica bisogna essere consapevoli che il fare politica ha, da sempre, un costo.
Se si volessero eliminare tutti i costi, paradossalmente, andrebbe eliminata la politica (...o lasciata ai soli ricchi...).
Siccome, ad oggi, non si saprebbe come e con cosa sostituirla si è "costretti" a tenersela.
Credo siano veramente pochi quelli che ritengano che una società od una comunità potrebbe fare a meno della politica.
Vero è, però, che si potrebbero limitare, il più possibile, gli sprechi.
Ma in che modo?
Ci sono tante persone, fuori e dentro la politica, che stanno dando suggerimenti ed esempi.
Uno per tutti: il Presidente Napolitano.
Ma grazie anche alle campagne di disinformazione, più che di informazione, che fanno, spesso, televisione e carta stampata, si mescolano alle tante persone serie, schiere sempre più folte di improvvisati Catone (...che sia il Censore o l'Uticense, poco importa...) che partono.... all'arrembaggio.
Nell'immaginario collettivo quando si pensa agli sprechi in politica si pensa, subito, ai privilegi e benefici di cui godono parlamentari e consiglieri provinciali e regionali.
Partire da qui, per chiedere di contenere i costi, ritengo sia giusto.
Anche chiedere di ridurre i loro stipendi e le indennità degli amministratori locali non è sbagliato.
Anzi, a mio avviso, è buona cosa.
A patto, però, che si sia consapevoli che queste richieste rappresentano, sempre e solo, una scorciatoia perchè gli sprechi, in politica, sono soprattutto altri: un lungo elenco che vi risparmio, anche perche lo do per già conosciuto.
Quello che, invece, voglio dire è che sui costi della politica si deve agire, intervenendo con intelligenza (...se c'è...) e buon senso (... anch'esso se c'è...), per evitare, il più possibile, che una cosa seria, anzi serissima, si trovi ridotta, suo malgrado, ad essere:
1. Un mero slogan populistico: "politici tagliatevi lo stipendio!"
- che ritorna ciclicamente e fa felice l'antipolitica.
2. Un tema che viene facilmente rimosso
- anche perchè buona parte di coloro che fanno la voce grossa e chiedono, con forza, il taglio degli stipendi non è in buona fede.
La storia dimostra, infatti, come spesse volte chi chiede tagli, una volta che riveste un ruolo pubblico, alla stessa richiesta faccia orecchie da mercante.
3. Un esercizio di demagogia
- proprio di alcuni cittadini e, soprattutto di alcuni politici esperti nel manifestare, su qualsiasi cosa, un'atteggiamento propagandistico utile solo al loro tornaconto elettorale.
4. Una politica gattopardesca
- condotta, oggi come in passato e a Trento come a Roma, con mozioni, ordini del giorno o, disegni di legge che, siccome innovano solo apparentemente, ovviamente non toccano la sostanza delle cose.
E' vero che abbiamo avuto politici che credevano in un'azione di sobrietà, ma anche quelli che simulavano buoni sentimenti ed intenzioni lodevoli. Della serie: faccio, nelle sedi competenti, una proposta di riduzione dei compensi con la speranza che i miei colleghi me la boccino. Risultato: io rimedio un bella figura, mantengo il conquibus e gli altri passano per mezzi delinquenti. Ma questi ultimi, nel gruppo, si fa fatica a scorgerli ed alla fine coloro che econo buggerati sono tutti quelli che credevano in una possibile azione di sobrietà.
In attesa di leggi, leggine, disposizioni, circolari, che disciplinino tutta la materia, c'era, e c'è, solo un modo per un politico che riceve uno stipendio o per un amministratore che riceve un'indennità per testimoniare, se lo vuole, un'azione di sobrietà: l'autoriduzione.
Ed io, di autoriduzioni, in questi anni (ricordo che il tema delle riduzioni non parte da oggi), ne ho visto molto poche.
Soprattutto all'indomani della Legge Regionale, approvata qualche anno fa, che determinava le indennità di carica di Sindaci ed Assessori comunali.
Anche perchè, su questo fronte, la politica ed i partiti di appartenenza c'entrano relativamente.
C'entra, principalmente, la sensibilità dei singoli.
Singoli, ai quali si chiede di ricordare che un politico, a qualsiasi livello, è un cittadino a cui altri cittadini delegano, per un periodo breve o lungo che sia, la gestione della cosa pubblica. E che, per questo, viene retribuito.
E se chi ti delega è economicamente in difficoltà e ti chiede delle rinunce, è necessario dare risposte.
Partendo, prima di tutto, da se stessi.
inviato da Toni Serafini il 22.08.2011 12:02
La prima cosa di cui la politica ha bisogno è la credibilità.
Oggi questo manca, la (s)fiducia nella politica è arrivata molto, molto in basso.
Ma come possono chiedere sacrifici ai cittadini, se prima “loro” non danno l’esempio.
Questo “esercito” composto da oltre 145 mila tra Parlamentari, Ministri, Amministratori Locali, di cui 1.032 Parlamentari nazionali
ed europei, Ministri e Sottosegretari; 1.366 Presidenti, Assessori e Consiglieri regionali; 4.258 Presidenti, Assessori e Consiglieri provinciali; 138.619 Sindaci, Assessori e Consiglieri comunali.
A questi vanno aggiunti gli oltre 12 mila consiglieri circoscrizionali (8.845 nelle sole Città Capoluogo); 24 mila persone nei Consigli di Amministrazione delle 7 mila Società, Enti, Consorzi, Autorità di Ambito partecipati dalle Pubbliche Amministrazioni; quasi 318 mila persone che hanno un incarico o una consulenza elargita dalla Pubblica Amministrazione e la moltitudine dei componenti dei consigli di amministrazione degli Enti Pubblici.
Ogni anno i costi della politica, diretti e indiretti, ammontano a circa 18,3 miliardi di euro, a cui occorre aggiungere i costi
derivanti da un “sovrabbondante” sistema istituzionale quantificabili in circa 6,4 miliardi di euro, arrivando così alla cifra di 24,7 miliardi di euro. (vedasi studio UIL febbraio 2011)
I costi della politica sono di varia natura:
1 - Troppi livelli amministrativi (Quartieri, Comuni, Comunità di Valle / Comprensori, Provincie, Regioni e Stato) ed elevato numero dei Consiglieri, Comunali e Provinciali, Regionali, Deputati e Senatori: serve una vera riforma istituzionale, che riduca i livelli istituzionali) che sono altra cosa della partecipazione) e ridimensioni le varie assemblee elettive.
2 - I tanti livelli legislativi e amministrativi, i tempi delle decisioni si allungano ed anche questo costa.
3 - Le alte indennità, i rimborsi e i benefit, soprattutto dal livello Comunale in su, in particolare dei consiglieri Provinciali, Regionali, dei Deputati e dei Senatori.
La politica con questa manovra ha subito un altro colpo alla sua credibilità.
Ed è anche per questo che come UIL-SGK Alto Adige Südtirol e UIL del Trentino abbiamo promosso una petizione, con raccolta di firme, per l’Abolizione della diaria dei Consiglieri Regionale del Trentino Alto Adige Südtirol. Raccolta firme che durerà fino a dicembre 2011.
Riteniamo che la politica debba tornare ad essere attività di servizio ai cittadini. Una politica vissuta con sobrietà, sia nelle indennità, che nei comportamenti!
inviato da Flavio Ceol il 18.08.2011 16:38
Carlo Jemolo ricordava in un articolo del 1958 “il guardasigilli Gallo (1906) e la scena che si ripeteva quasi ogni sera: la moglie e la figlia che giungevano per strapparlo al tavolo di lavoro cui indugiava..., il ministro che alfine cedeva, saliva sulla carrozza ministeriale per tornare a casa....e la moglie e la figlia sostavano dinanzia al portone del ministero ad attendere l'omnibus, perché la carrozza del ministro non poteva servire alle persone di famiglia”.
Già allora, quindi, ci si interrogava sul valore del lavoro del politico e sulla necessaria sobrietà che lo doveva caratterizzare. I tempi sono cambiati ma quella sobrietà e quel senso delle istituzioni che Carlo Jemolo sollecitava c' è ancora necessità di richiamarla. I politici e, anche, quel mondo che intorno alla politica ruota dovrebbero rendersi conto che è nell'interesse della stessa politica e del suo valore che un intervento sulle modalità di esercizio di qualunque mandato pubblico per riportarlo a costi riconoscibili come necessari ad un buon esercizio della democrazia si sta rendendo sempre più urgente.
Se questo è un problema reale e che trova una consenso diffuso, ciononostante mi iscrivo al club di coloro che non sentono la necessità di sottoscrivere i diversi appelli contro la cosiddetta “casta” e contro i “costi della politica”. Le due cose, la consapevolezza che si sono superati i limiti nei privilegi nell'esecizio del mandato politico e la contraietà alle campagne molto popolari contro gli stessi privilegi, sembrano in contraddizione se letti superficialmente. Nella realtà, credo che solo non cadendo nell'illusione che esistono due mondi contrapposti, la società politica e la società civile, che tutti coloro che esercitano un mandato democratico fanno parte della casta e che i costi della politica non sono anche costi della democrazia sia possibile progettare interventi che, ripeto quanto scritto sopra, rendano riconoscibili come necessari i sostegni al fare poltica. Quello che non mi sembra condivisibile nell'attuale campagna contro i costi della politica è proprio questa voglia di mettere in discussione alcuni fondamenti della democrazia rappresentativa, è quello di confondere le necessarie istanze di partecipazione con quella di sostituizione alla democrazia di mandato. Ha ragione chi ha scritto che la domanda di Silvano Bert su quanto sia giusto che debba ricevere chi esercita un mandato democratico è la domanda a cui bisogna saper rispondere per non confondere una sacrosanta battaglia contro i privilegi che si mantengono anche oltre il mandato con una cattiva idea di democrazia popolare dove decide il sondaggista del momento.
inviato da Mattia Celva il 13.08.2011 16:33
È davvero complicato, soprattutto in questo periodo, discutere con la dovuta ponderatezza o, in ogni caso, almeno con pacatezza, della questione dei cosiddetti «costi della politica». Fortunatamente, vi sono luoghi come Politica Responsabile che permettono di farlo.
Concordo in tantissimi punti sia con la riflessione complessiva di Roberto Pinter, che con gli altri commentatori intervenuti prima del sottoscritto. Vorrei tuttavia spendere due parole a proposito della domanda che Silvano Bert ha avuto il merito (a mio avviso, di merito si tratta) di porre al Direttore del «Trentino», Alberto Faustini, e ad alcuni collaboratori di quel quotidiano. In effetti, è la stessa domanda che avrei fatto io: quale sarebbe, dunque, lo «stipendio» giusto? Ritengo che questo sia il vero nodo della questione: perché se è vero che i privilegi insopportabili devono essere eliminati, in quanto palesemente ingiusti, e tralasciando la necessità di razionalizzare anche altri costi ben più ingenti, è anche vero che certe battaglie, se poco circostanziate, e quindi maggiormente fraintendibili, rischiano involontariamente di innestare – credo – un processo tutt’altro che virtuoso.
Così, come nota giustamente Pinter, si dimentica con troppa facilità che il Trentino ha già mosso passi significativi, appunto in tema di «costi della politica», prima di molti altri: anzi, forse questo diventa addirittura motivo per chiedere (pretendere?) di più. Il che ripeto, non è a mio modo di vedere un male, finché si colpisce ciò che veramente è eccessivo; ma quello che vedo quotidianamente – e non solo in Trentino – è profondamente diverso: forse esagererò, ma quello che colgo, non sui giornali, ma certamente in settori sempre crescenti dell’opinione pubblica, è una sorta di continuo mitragliamento ad alzo zero contro quasi tutto ciò che, collegato alla politica, comporti un costo. Eppure, la politica ha un costo: ed è un costo che tutti dovremmo sostenere con grande convinzione perché altro non è, con buona pace di chi vorrebbe una politica fatta solamente di volontariato, che il costo della democrazia.
Bisognerebbe ricordare che il rappresentante (per fortuna il contesto è quello della democrazia rappresentativa!), a qualsiasi livello, nazionale e territoriale, si trova almeno a livello di principio in una situazione particolare: è rappresentante di interessi particolari, ma li deve mediare con interessi più diffusi; è un legislatore (mi si passi il termine, in un’accezione ampia) che affronta costi transattivi quando si rapporta con i colleghi e discute una legge (altro termine che utilizzo in senso molto ampio); è un politico che si deve rapportare col proprio elettorato (nel quale, magari, rientrano anche delle lobby: ulteriore motivo per cui, per formazione, coltivo una certa diffidenza verso quella che viene venduta come una panacea, ma che tale spesso non è, ossia la reintroduzione delle preferenze elettorali – curioso, al proposito, come si riesca a farle passare ancora come strumento di assoluta democrazia nel Paese che ha conosciuto Tangentopoli). E poi, ipotizzando che sia una persona coscienziosa, il rappresentante affronta costi non indifferenti: costi in termini di responsabilità attuale e futura, costi in termini di lavoro (forse qualcuno pensa che oggi sia una stupidaggine studiare un fenomeno, comprenderne le deficienze e/o le negatività ed affrontarle approntando soluzioni efficaci?), costi in termini di tempo, talvolta costi da mancati introiti (c’è anche chi guadagna di meno stando in Parlamento che facendo altro), in altri casi addirittura altissimi costi etici e morali (si pensi alle cosiddette «questioni eticamente sensibili»). E si tratta di costi che non tutti possono sopportare, senza un adeguato sostegno, in questo caso eminentemente economico: quando si dice che non si può fare della politica un affare per soli ricchi non si dice una sciocchezza, e non è un modo per eludere un problema.
Ecco dunque che affrontare nel dibattito pubblico questi temi in modo troppo superficiale, come avviene ora, rischia a mio avviso di innescare un circolo «a cascata» (prima i vitalizi, ora le indennità, poi chissà che altro) nocivo per tutti. Sia chiaro, e lo ripeto, che non credo che questo sia l’intento – nella fattispecie – del «Trentino» o di altre testate; quello che mi preoccupa è il sentire che, su queste questioni, vedo diffondersi in importanti settori della cittadinanza. Certo, la «politica» ha fatto e sta facendo obiettivamente molto per mettersi in cattiva luce (nota giustamente Roberto Pinter che «[i] costi della politica sono cresciuti in modo sproporzionato rispetto alla capacità della politica di dare risposte», ed è in effetti anche questo, a mio modesto avviso, che sta alla base di molte difficoltà della politica odierna, compresa l’ormai epica «crisi dei partiti»). Ma questo non autorizza a condurre in modo superficiale e populista delle discussioni importanti e, per certi versi, anche giuste.
Così, ed è un discorso che vale in generale, se chi porta avanti delle battaglie specificasse meglio anche le proprie idee e richieste, forse il dibattito sarebbe ben più ponderato, e magari anche più fruttuoso: infatti, nemmeno io ho firmato l’appello del «Trentino», e non lo farò a prescindere, indipendentemente dai dubbi che nutro nel merito, proprio perché mancano le necessarie specificazioni della richiesta.
Mi piacerebbe sapere, dato che non ho letto il numero del «Trentino» su cui è stata pubblicata la lettera di Silvano Bert, se vi sia stata risposta da parte del Direttore del quotidiano e, nel caso, quali ne fossero i contenuti.
inviato da Osvaldo il 12.08.2011 18:14
Una chicca, da Rizzo e Stella (8 agosto 2011, CdS):
"(...) Il vero cambiamento, però, quella rivoluzionario, sarebbe la decisione di spalancare finalmente le porte alla legittima curiosità dei cittadini. Massima trasparenza: quella sarebbe la svolta epocale. Se un americano vuole vedere se «quel» deputato che si batte per la ricerca farmaceutica ha avuto finanziamenti, commesse, incarichi professionali da un'azienda di prodotti farmaceutici va su Internet e trova tutto. Se un tedesco vuol sapere se «quel» deputato ha guadagnato dei soldi fuori dal Parlamento e in che modo, va su Internet e trova tutto. Se un inglese vuole conoscere i nomi di chi quel giorno ha viaggiato su quel volo blu dal 1997 ad oggi o quanto spendono a Buckingham Palace per le bottiglie di vino va su Internet e trova tutto.
Da noi per avere le sole dichiarazioni dei redditi dei parlamentari un cittadino di Vipiteno o di Capo Passero deve andare a Roma, presentarsi in un certo ufficio della Camera o del Senato, dimostrare di essere iscritto alle liste elettorali e poi accontentarsi di sfogliare un volume senza manco la possibilità di fare fotocopie."
inviato da Mattia Civico il 09.08.2011 17:10
Un segnale va dato.... Ma anche in termini di qualità... Segnalo anche io il mio intervento pubblicato sul Trentino.


 Il costo della politica? Quando e' distante ed inefficace
 

La manovra finanziaria ha riproposto il tema dei costi della politica: l'immagine di un parlamento non di eletti ma di nominati (questo di fatto produce la attuale legge elettorale) che chiede sacrifici ma non e' disponibile a dare il buon esempio e' oggettivamente fastidiosa e irritante. La percezione poi che la principale occupazione di troppi parlamentari sia orientata a salvare i "perseguitati" dalla giustizia aggiunge ulteriore disgusto.

Il direttore Alberto Faustini propone dunque di dare un segnale a livello locale.

Concordo sulla necessità di sintonizzare il “Palazzo” con il Paese reale e quindi con le difficoltà che ci sono in questo tempo di crisi. Ora più che mai ognuno deve fare la propria parte. Spendendo di meno, ma anche impegnandosi per esprimere una politica migliore. La politica oggi costa troppo anche in ragione del fatto che i suoi costi non sempre sono legati all'incremento di democrazia e di qualità della vita per i cittadini. 

A partire dal vitalizio: la garanzia di una rendita a vita destinata a chi ha fatto politica. Cosa produce questo costo in termini di "bene  comune"? Nulla! E' un privilegio che pesa sui bilanci delle amministrazioni pubbliche in maniera considerevole e pesa soprattutto in ragione del fatto che appare profondamente ingiusto ed immotivato.

In Trentino Alto Adige, nella scorsa legislatura, i vitalizi sono stati aboliti. È bene ribadirlo perché spesso nel dibattito pubblico si fa riferimento all’esempio virtuoso dell’Emilia Romagna (che però li abolirà dalla prossima legislatura) e non si cita quella che ad oggi è di fatto l’unica Regione ad aver già operato concretamente questo taglio. Su questo fronte possiamo ben dire di aver dato un segnale importante.

Inoltre sono state adottate altre due misure che penso siano virtuose. Innanzitutto lo svincolo delle indennità di consigliere regionale da quelle di deputato, eliminando quindi il meccanismo degli aumenti automatici. E in secondo luogo, ad inizio legislatura in corso, è stato deliberato il blocco dell’aumento ISTAT fino al raggiungimento del 7,5%.

Queste tre misure complessivamente portano alla nostra Regione un risparmio di circa 16 milioni di euro ad ogni legislatura. Non e' poco, pero' non e' sufficiente. 

E' del tutto evidente che il taglio dei costi della politica non si può fermare alla limitazione  delle indennità degli amministratori pubblici. I costi della politica possono essere anche altri: penso alle molteplici nomine ed incarichi in società partecipate e controllate, alle molte consulenze. In questo campo, lo abbiamo ribadito anche in sede di discussione della legge finanziaria scorsa, andrebbero razionalizzati gli enti e le società partecipate, riformulando le missioni e valutando anche in questo caso l’efficacia stessa di tali organismi. 

Inoltre vanno garantite modalità di selezione della classe dirigente che mettano al centro sempre trasparenza e competenza.  In questa direzione si muove la legge sulle nomine approvata lo scorso anno su proposta del PD: il meccanismo va certamente ancora sperimentato ed affinato, ma credo sia necessario proseguire su questa strada, adottando modalità orientate ad individuare le migliori competenze, aprendo a tutti la possibilità di segnalare la propria disponibilità, come avviene nelle amministrazioni europee più virtuose.

Ma, sono convinto, il costo più alto che i cittadini pagano è quello della inefficienza e inefficacia dell’azione politica.

Dovremmo davvero avviare una riflessione su cosa oggi è in grado di produrre la politica in termini di benessere delle nostre comunità. E quindi riattivare un meccanismo di controllo e valutazione dell’azione degli amministratori.

Dobbiamo soprattutto rendere più trasparente e quindi valutabile l’azione dei singoli amministratori, mettendo nelle condizioni i cittadini di giudicare l’efficacia dell’impegno della classe politica. È dovere di ogni eletto rendere conto puntualmente circa la propria attività: presenze ed assenze nelle assemblee elettive, numero e qualità degli atti politici prodotti, impatto della propria azione in termini di benessere per la propria comunità.

Non è semplice individuare gli indicatori concreti per quella che in molti considerano una attività intelletuale, ma credo che lo sforzo vada fatto. E' in gioco la credibilità stessa della politica. Dobbiamo chiedere a chiunque fa politica (e il Pd lo dovrebbe fare innanzitutto a partire dai propri amministratori ) ciò che l'anno scorso con sintesi efficace Bersani chiedeva a Berlusconi: "Fammi il riassunto!"

Il riassunto, la sintesi, il concentrato di ciò che facciamo. Concretamente. Al di là delle molte parole, delle opinioni espresse, degli auspici, chi fa politica oggi deve poter avere risposte convincenti a questa domanda: cosa ha prodotto il tuo impegno? 

Il costo più alto infatti si produce quando viene disatteso il senso più profondo del mandato politico, quando si rinuncia ad esercitare pienamente, concretamente e con impegno la propria funzione di controllo, di stimolo e di promozione di condizioni più eque per tutti. Quando cioè viene tradito lo spirito dell'articolo 54 della Costituzione: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore...."

Questo costo è quello a mio avviso più inaccettabile e produce i danni più profondi e permanenti: induce il cittadino a considerare la politica una attività inutile e distante dalla vita reale, invece che un servizio per il bene comune a cui tutti siamo chiamati.
inviato da stefano fait il 09.08.2011 08:54
Apprezzo il coraggio di Silvano Bert, perché ormai occorre coraggio per difendere la democrazia rappresentativa (che a me personalmente piace molto), in tempi di populismi, guerriglia urbana e invocazioni di democrazia diretta senza se e senza ma.
Il taglio e successivo contenimento delle spese della politica e dell'amministrazione pubblica (dal Trentino alla Sicilia) resta però un passaggio ineludibile, sebbene in gran parte simbolico (il problema principale rimane la concentrazione di potere economico e politico nelle mani di pochi).
Mi pare che, nonostante tutto quel che sta succedendo in questi mesi e quel che incombe su tutti noi, non si sia ancora fatta strada una realistica percezione della fase epocale in cui ci troviamo. Questa non è una crisi come tante altre, è LA CRISI: un attacco indiscriminato, finale e su scala planetaria, di tipo argentino, a tutte le conquiste della società civile e dello stato sociale.
Per difendersi dignitosamente serve un'alleanza tra cittadini e politici di buona volontà e retto intendimento. Altrimenti prenderà la parola la violenza e sarà poi difficile togliergliela.
I politici devono mandare segnali forti e convincenti e devono mettersi nell'ordine di idee che siamo tutti sulla stessa barca e le acque sono molto agitate e lo diventeranno ancora di più, molto di più.
I cittadini devono finalmente assumersi la responsabilità di quel che hanno fatto e non cercare il capro espiatorio tra i politici, quando sono stati loro ad eleggerli, votando questo o quel partito.
Scrive Pinter: "perché non coltivare almeno l'idea dell'assunzione di responsabilità politica come volontario contributo, che è propria dei tanti che si impegnano ogni giorno nella propria scuola, nella propria comunità, nella propria associazione, nel proprio partito?"
Il "contributo volontario" è la chiave di volta. Solo così arriveremo in fondo al guado senza essere travolti.
inviato da Silvano Bert il 08.08.2011 08:45
Ho letto l'articolo di Roberto Pinter e il commento di Vincenzo Calì. Di seguito il mio intervento già pubblicato sul giornale Trentino.


Perché non firmo il vostro appello

Quando voto un partito a rappresentarmi nelle istituzioni la domanda che oggi mi pongo, in questa fase della storia umana, è il suo atteggiamento verso gli immigrati. Se è serio lo sforzo dell'accoglienza. Questa discriminante esprime, per me, la concezione complessiva di società e di Stato. Comprende i principi di libertà, di eguaglianza, di fraternità. In tutti gli ambiti, dal lavoro al fisco, dalla scuola al tribunale, dalla sanità al rapporto fra i sessi, dalla laicità all'ambiente, dall'Unione Europea all'Onu. Ci sono la nuova moschea, la vecchia sinagoga, la chiesa di sempre. Il politico che eleggo lo penso in un conflitto continuo, democratico, con il collega che invece ha in mente i respingimenti. Anch'io, fra un'elezione e l'altra, sono in un conflitto continuo con i cittadini dominati dalla paura e dall'ostilità verso gli stranieri.
So bene che i miei politici hanno una bocca, un cervello e un cuore come i politici avversi. Alzano la stessa mano per votare leggi e mozioni, dopo la discussione. Godono, a fine mese, dello stesso sostanzioso, eccessivo, stipendio. Però io non firmo la protesta di cui il Trentino va fiero. Perché gli scritti di Alberto Faustini, di Ubaldo Cordellini, anche di Chiara Bert, di altri giornalisti e collaboratori, tendono a farmi credere che lo scontro vero è fra i politici tutti, la casta in alto, e noi in basso che tiriamo la cinghia. Questa sembra essere la causa dei mali, da cui dipendono le sorti del Trentino e dell'Italia intera.
Io invece continuo a pensare che il conflitto decisivo rimane fra accoglienza e respingimento. I titoli gridati in prima pagina, “I consiglieri ci costano otto milioni”, e “I politici in vacanza a spese nostre”, suscitano indignazione non verso gli abusi, ma contro la politica, la sua stessa esistenza. Cadono su una società già ammalata di individualismo e di antistatalismo, di odio verso la democrazia dei partiti. Per questo alle invettive contro la casta, terreno di cultura del berlusconismo, si possono associare serenamente Libero e il Giornale, fino a Francesca Gerosa e Angelo Lorenzetti. Non ha forse detto una volta Silvio Berlusconi che le commissioni, il parlamento, lo stesso consiglio dei ministri sono un impaccio al suo governare? Prima dei magistrati e del presidente della Repubblica.
Io non mi associo. Nell'eleggere un politico so di farne un cittadino privilegiato, che visita a Madrid il museo del Prado a spese mie, per organizzare bene i nostri musei. Spero ne abbia consapevolezza anche lui. Per questo è importante che scegliamo i politici dotandoci di regole oculate, che gli teniamo il fiato sul collo, che i giornali ci informino sul loro lavoro e sugli abusi. La democrazia è un metodo di governo molto esigente, e a molte sue esigenze non corrispondiamo. Anch'io mi aspetto leggi (non autoriduzioni) che riducano i costi della politica. Affinché diventi sempre più trasparente ed efficace il conflitto fra i sostenitori dell'accoglienza e del respingimento, politici o cittadini che siano. Ad ogni indignato, cominciando da Faustini, Cordellini, e Chiara Bert chiederei anche: qual è per te lo stipendio giusto da attribuire a Froner e Fugatti, Civico e Borga, Andreatta e Miorandi?

(Trentino, 25.7.2011)
inviato da vincenzo calì il 04.08.2011 21:40
Non si può che convenire con Roberto che il partire dalla riduzione dell'indennità di carica, quindi dalla coda e non dalla testa, per riallacciare il filo che si è spezzato fra eletti ed elettori, se è condizione necessaria per il rinnovamento della politica non è di per sè sufficiente: conta innanzitutto il valore delle persone che chiamiamo a rappresentarci. Ricordavo giorni fa a proposito del centenario dell'elezione di Degasperi al Parlamento viennese come la qualità del suo agire politico fosse fuori discussione e a nessuno è mai venuto in mente di andare a fare i conti in tasca a un leader che ha attraversato mezzo secolo di vita politica europea. Scendendo ai più modesti piani della politica nostrana, le stesse considerazioni potrebbero valere per un Magnago o un Kessler. Ora, a fronte di una situazione nazionale obiettivamente critica rischiano di volare gli stracci, è doveroso spezzare una lancia a favore dei malcapitati della "porta girevole". In questi tempi di indignazione generale per i costi della politica e per la corruzione ad essi strettamente collegata non deve sorprendere il fatto che proprio gli ultimi arrivati sullo scranno consigliare rischino di pagare per tutti, nel caso si realizzi l'ipotizzata soppressione della "porta girevole": come sempre succede, quando il gioco si fa duro e i primi non brillano per onestà la beatificazione degli ultimi è rinviata a tempi migliori. Si potrebbe quindi ragionevolmente concordare con il capogruppo del PD Luca Zeni sulla difesa del meccanismo della "porta girevole" in quanto atto a favorire la funzionalità dei lavori consigliari se nel contempo venisse avanzata e approvata in Consiglio Regionale una proposta di equiparare l'indennità dei consiglieri alla paga percepita mediamente da un lavoratore (il riferimento potrebbe andare alla paga dell'operaio specializzato con cui ai mitici tempi del PCI venivano remunerati i politici di professione). Ciò permetterebbe di mettere al riparo dall'attuale polverone demagogico-populista i malcapitati consiglieri subentrati agli assessori, che, sia detto per inciso, stanno svolgendo al meglio le funzioni che sono loro proprie. Poichè tale proposta non trova l'universale gradimento dei consiglieri regionali e tutto viene rinviato all'autunno, cioè alle calende greche, le dichiarazione di Zeni suonano tanto di quel politichese spinto con cui venivano conditi i ragionamenti politici ai tempi della prima e della seconda Repubblica. Poichè siamo ormai entrati nella terza, di Repubblica, sotto la spinta degli eventi europei, sarà bene che il linguaggio torni all'essenziale: se si vuole la porta girevole, si proponga la drastica riduzione dell'indennità, diversamente si risparmino i proclami o le fughe in avanti di singoli consiglieri in cerca di consenso a poco prezzo. Non solo in Spagna l'indignazione ha ormai superato il livello di guardia; è tempo di fatti e non di parole al vento, per cui chi può (il Consiglio Regionale) intervenga in fretta senza temporeggiare per questioni di calendario estivo. Dopo di che, alle prossime tornate elettorali, provinciali, nazionali o europee che siano, è auspicabile che i partiti mettano in lista le persone che hanno dimostrato di saper masticare un pò di politica con la P maiuscola: guarda caso, da scegliere proprio fra quelli che sono entrati attraverso la porta girevole...
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