Partiti «leggeri» e partiti «leaderistici»: esiste un’alternativa?
di Antonio Floridia
Argomenti umani, n. 11, 2009, pp. 41-53
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Partiti e primarie: ovvero, che tipo di primarie, e per quale modello di partito?
di Antonio Floridia
Partecipazione e conflitto, n. 1, 2011
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La leadership democratica in un partito pluralista
di Giorgio Tonini
Aggiornamenti
Sociali Forum - giugno 2007
Personal leadership and the centre-left in Italy
di Giorgio Tonini
Paper
presented at the PSA Conference on "Party leadership in Western Europe:
strictly personal?" "Italy: Personalized leadership not just a phenomenon of
the right"
Edimburgh, March 2010
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L’oscillazione del pendolo: i partiti tra società e istituzioni
Recensione di "tamtàm democratico", nuovo magazine online del Pd.
A cura di Alessandro Branz
La democrazia italiana, i partiti, il PD.
La relazione del segretario Pier Luigi Bersani alla Direzione nazionale (24-06-2011)
Una ricerca sul PD del Trentino
Contributo al dibattito in occasione del seminario "Liquido, solido, o..." (Sanzeno, 9-07-2011).
A cura di Alessandro Branz
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Partiti da rigenerare
È sotto gli occhi di tutti il dato che i partiti
operano sempre meno sul territorio, a
contatto con militanti e cittadini, e sempre più dentro lo Stato, comportandosi
essenzialmente come "macchine elettorali" finalizzate alla conquista delle cariche pubbliche. Ed è
altrettanto noto come questo loro modo d'essere li abbia fortemente penalizzati
dal punto di vista della legittimazione di fronte all'opinione pubblica.
Eppure, proprio da questa analisi disincantata si origina
l'esigenza di un rilancio dei partiti che ne valorizzi le funzioni classiche di
integrazione sociale, mobilitazione e partecipazione. Quasi un ritorno alla
loro stessa ragion d'essere.
Può sembrare fuori luogo discutere di forme e modelli di partito in un periodo di crisi economica come questo, a fronte di problemi ben più impellenti. Tuttavia sia per non cadere nel vecchio (e per nulla dimostrato) adagio che "con la filosofia non si mangia", sia perché siamo convinti che un buon rapporto tra cittadini e classe politica (quindi una buona democrazia) faccia bene anche alle casse dello Stato, perseveriamo nel nostro intento. Anche perché quando ci si interroga sui "costi della politica", sul destino di Berlusconi, sugli effetti perversi del "Porcellum" (e via discorrendo), in fondo ci si interroga sui partiti e sul loro ruolo. Senza contare che proprio su questo tema il dibattito, sia a livello scientifico che all'interno del mondo politico è particolarmente acceso e interessante (si veda, per quanto riguarda il PD, l'ultimo numero di Tamtàm democratico e un riuscito seminario organizzato in luglio in val di Non, a Sanzeno).
Ma partiamo dall'inizio. È sotto gli occhi di tutti il dato che i partiti, foraggiati dal finanziamento pubblico, operano sempre meno sul territorio, a contatto con militanti e cittadini, e sempre più dentro lo Stato (ci sono studiosi come Katz e Mair che ne parlano esplicitamente), comportandosi essenzialmente come "macchine elettorali" finalizzate (avrebbe detto Schumpeter) alla conquista delle cariche pubbliche. Ed è altrettanto noto come questo loro modo d'essere li abbia fortemente penalizzati dal punto di vista della legittimazione di fronte all'opinione pubblica, tanto da denunciare -un po' in tutta Europa- un preoccupante calo delle iscrizioni.
Ebbene: proprio da questa analisi disincantata, si origina l'esigenza di un rilancio dei partiti che ne valorizzi le funzioni classiche di integrazione sociale, mobilitazione e partecipazione. Quasi un ritorno alla loro stessa ragion d'essere, che peraltro trova la propria giustificazione in solide e concrete rilevazioni di ordine empirico. Si pensi alle trasformazioni che hanno investito in questi anni le subculture "bianca" e "rossa", che -a dispetto di una presunta crisi della natura "popolare" della politica- vedono nel Nord Est la presenza, al posto della DC, di un partito che continua pur sempre a mantenere un forte radicamento sul territorio (la Lega); mentre nelle regioni tradizionalmente governate dalla sinistra, la persistenza di un denso tessuto associativo e di istanze partecipative, esige la presenza di partiti capaci di promuovere coesione sociale e alimentare lo spirito civico dei cittadini. Per non parlare del processo di progressiva individualizzazione del corpo sociale, tipico della società post-industriale, che da un lato ha favorito l'affacciarsi di una (minoritaria) cultura post-materialista, ma dall'altro ha anche provocato spaesamenti, solitudini e frammentazione delle identità che impongono il ritorno (per quanto in veste nuova) di partiti in grado di aggregare e ricomporre gli interessi sociali diffusi e dispersi.
Certo, perché ciò avvenga, come ha spiegato molto bene Floridia a Sanzeno, servono partiti che attivino meccanismi di partecipazione "dal basso" e attribuiscano un ruolo centrale alla propria "base associativa" (fatta di iscritti, militanti e sostenitori). Nei quali, quindi, la leadership, anziché assumere i ben noti tratti "populistico-plebiscitari", si configuri come qualcosa di diffuso e collettivo, che nasce dal tessuto stesso del partito.
Questa lettura dei partiti e del loro ruolo non è naturalmente l'unica. Infatti, ve n'è almeno una seconda che, pur non opponendosi a quella sinora descritta, né volendo risultare ad essa alternativa, appare tuttavia piuttosto diversa. Si tratta di un'impostazione che, pur attribuendo il giusto peso all'aspetto organizzativo dei partiti, considera come prioritarie le dinamiche del sistema politico-istituzionale complessivo e quindi analizza i partiti (anche dal punto di vista della loro "natura", forma e identità) entro quella specifica cornice. Secondo questo punto di vista, ad esempio, va certamente riconosciuta la funzione positiva svolta dai grandi partiti popolari nel corso della Prima Repubblica, ma nel contempo bisogna anche ammettere come i condizionamenti da essi prodotti abbiano influenzato negativamente il funzionamento dei governi e l'intero circuito politico-istituzionale. Il bandolo della matassa, perciò, come sostiene Bardi, non sta (solo) in cambiamenti interni ai singoli partiti, ma in un "risanamento" complessivo del sistema, che passi attraverso riforme costituzionali ed elettorali in grado di completare la transizione istituzionale in senso "maggioritario". In questo modo è possibile dar vita a partiti nuovi, post-ideologici, di respiro europeo, dotati di "cultura riformista" e, soprattutto, costruiti in modo tale da alimentare (e non "uccidere") le leadership. Nella convinzione, espressa con forza da Tonini a Sanzeno, che proprio dalla leadership si debba ripartire per rinnovare la politica italiana, rompere i conservatorismi e imporre le ragioni (spesso disattese) dell'interesse generale.
In realtà, anche se siamo di fronte a due posizioni -lo ripeto- conciliabili, è proprio quest'ultimo giudizio sul ruolo della leadership che ci permette di misurare la distanza fra le due prospettive: l'una (quella di Floridia e di altri studiosi) parte dal "basso" e appare più attenta alle ragioni "associative" e "di base" di un partito; l'altra invece muove "dall'alto", privilegiando gli aspetti istituzionali e quelli, per l'appunto, legati alla leadership. Ed è altrettanto chiaro come il dibattito su questi temi renda tuttora incerte una serie di questioni: dal ruolo delle primarie al modello di partito più consono al PD, sino al tipo di riforma elettorale preferibile.
Forse, per orientarsi meglio, ci si può appellare ad alcune considerazioni di metodo: come rilevano gli studiosi che si occupano di "qualità della democrazia" (soprattutto Almagisti e Morlino), le "procedure" per quanto importanti, non sono sufficienti. Esse, per essere efficaci dal punto di vista della democrazia, debbono vivere e operare in un "contesto" ricco di "cultura politica" e "capitale sociale". Probabilmente in questi lunghi anni di transizione, questi due livelli non si sono incontrati: abbiamo potuto votare spesso, abbiamo goduto dei benefici dell'alternanza, ma nel contempo è entrato in crisi il ruolo dei partiti come "ponte" fra società e istituzioni, come veicoli di socializzazione e consolidamento della democrazia. In fondo, recuperare queste funzioni non significa tuffarsi nel passato, riesumare il vecchio modello del "partito di massa", ma al contrario adattare creativamente una tradizione positiva alle nuove esigenze di una società più articolata ed esigente.
La gente è stanca di riti e discorsi che non sappiano mostrare una prospettiva di uscita(dalla crisi, dalle secche del localismo leghista, dal timore del domani)ed anche, nel concreto, un cambiamento di comportamenti: e credo che anche per noi sia necessaria, ad esempio, la critica circa l'esistenza di certi personalismi di rappresentanti istituzionali o di partito,anche a livello locale, oppure che non sia sufficiente sbandierare la parola partecipazione e poi non dare ad essa un minimo di vivacità, di concretezza. Non bastano le occasioni formalizzate, serve un ritmo più convinto. Mi piacerebbe che le riflessioni da tutti voi sviluppate, potessero passare da un piano teorico a quello pratico e trovare uno spazio di impegno diretto nel partito per individuare una traduzione operativa.
Cara redazione di Politica responsabile, avendo letto alcuni interventi sul tema della leadership (in particolare quello, interessante, di Tonini), vi mando questo mio contributo.
Shakespeare, la leadership, la teamship (e la Ledship*)
Ogni cosa è pronta se anche i nostri cuori lo sono
- W. Shakespeare, Henry V
Ma davvero viviamo in un’epoca caratterizzata da una crisi di leadership? Questa descrizione della nostra situazione sembra soddisfare i più, tanto da essere diventata un ritornello. Un ritornello, in fondo, rassicurante ma che ci dice di noi poco più di un proverbio metropolitano. Proprio come un proverbio, lo pronunciamo e poi ne restiamo come ipnotizzati e paralizzati. Lo contempliamo immobili e pensiamo con soddisfazione: bé, se mancano i leader, e questo è certo, noi cosa ci possiamo fare? Poco o niente. A meno di non presumere, naturalmente, di essere noi l’uomo o la donna del destino. Ed effettivamente ormai sono davvero in molti, sicuramente qualcuno più del necessario, a pensare così, a pensare cioè a se stessi come al profeta inascoltato, destinato a rimettere in sesto il mondo che è uscito di squadra, se qualcuno si degnasse di eleggerlo re.
Del resto se mancano i leader non ci resta che implorare un certo numero di aspiranti genitori perché ce ne sfornino al più presto un numero sufficiente. Per fortuna, i più intraprendenti e fiduciosi sicuramente già lo fanno, non senza trarne soddisfazione, ma purtroppo occorrerà aspettare del tempo. Francamente un po’ troppo perché, nei tempi lunghi, come ossevò Keynes, di noi resteranno soltanto i ricordi.
E nel frattempo?
Proviamo a modificare questo sguardo tolemaico, e immaginiamo che potrebbe anche essere che non abbiamo definito bene la nostra condizione, cioè che non sono nient’affatto i leader a mancare.
Scandalo? Forse. Ma, in effetti, se ci guardiamo attorno, quello che vediamo è che abbiamo già un numero esorbitante, fra leader, aspiranti leader, persone che studiano da leader, e possiamo magari immaginare che forse è qualcos’altro che ci manca.
Insomma, diciamolo, di leader non ce ne sono pochi, ce ne sono troppi.
Perché? Ma perché tutti vogliono farlo. Nessuno, o ben pochi, sono quelli che ammetterebbero di non volerlo essere, e si contenterebbero di sapere, e contentarsi di essere, dei buoni mediani, dei buoni piloni di mischia.
Una cosa troppo poco ambiziosa, e, fra l’altro, molto, molto faticosa e meno remunerativa.
A questo punto, improvvisamente, la rappresentazione che ci facciamo della nostra situazione però, quasi magicamente si adegua più significativamente alla realtà che conosciamo e, mi pare, la rappresenta meglio.
No davvero, non sono affatto pochi o, come afferma qualcuno particolarmente pessimista, addirittura punti i leader che abbiamo. Al contrario, ne abbiamo invece troppi, inutilmente troppi, tutti in lite fra loro, rissosi, sgomitanti, in cerca ciascuno del proprio regno. Leader, tutti, senza regno. Questo sono. Questo siamo. Tristemente.
Si può immaginare una situazione più triste, e in realtà più comica, di questa?
Cosa ci mancherebbe allora se giungessimo a pensare che di leader ne abbiamo troppi?
A questo punto avete certo capito che vi sto proponendo un’esercizio e un’ipotesi.
Se quello che ci manca fosse il team?
Se stessimo vivendo non una crisi di leadership ma di “teamship”?
Se quella che ci mancasse fosse una facoltà che potremmo chiamare “ledship”? La facoltà che ci imporrebbe di esprimere un leader e di accettare la sua supremazia?
Forse questa non è che una variante della solita storia dell’uovo e della gallina. Una storia poco appassionante. Nessuno riesce mai a decidersi su questo punto fintamente drammatico: viene prima l’uovo o la gallina?
Ora, siccome noi ci teniamo sia all’uovo che alla gallina e anzi non vorremmo proprio dover fare a meno né dell’uno né dell’altro, e per fortuna li abbiamo entrambi, teniamoci l’uovo ma non dimentichiamoci, vi prego, la gallina.
Continuiamo pure a dire che il buon leader è quello che sa “costruire” un team, che sa “motivarlo”, dargli senso e visione, e tante altre cose intelligenti di questa portata. Sì, continuiamo, sono cose troppo giuste ma anche tutte talmente condivisibili che ci dobbiamo allarmare. Tutti d’accordo come siamo, perché mai le cose continuano a procedere in modo così deludente e, per chi si definisce “sapiens”, imbarazzante?
Lo ammettiamo: sì, la leadership è in crisi. Contenti? Bravi.
E poi?
Il team, davvero è qualcosa che deve essere costruito da un demiurgo? Davvero il team se ne deve restare pigro nello spogliatoio, in calzoncini e maglietta, scalpitante, in attesa di un allenatore della provvidenza che venga a dettargli lo schema di gioco? Davvero è tutto e solo qui?
Partiamo da un paio di ipotesi:
- - il leader, il buon leader, è colui che sa di avere bisogno di una squadra e che perciò la cerca, e se non la trova prova a costruirla, e poi ci vive sereno e contento, cercando di alimentarla continuamente con le proprie passioni e idee;
- - il team, il buon team, è quello che sa di avere bisogno di un leader, e che perciò lo cerca e, se non lo trova, prova ad esprimerlo, fabbricandoselo.
In sintesi: essere leader è saper esprimere una squadra; essere squadra è saper esprimere un leader.
Una squadra che sia senza leader infatti, non può rassegnarsi, ma deve impegnarsi a trovarlo. Sa che ne ha bisogno.
Sì, però ormai sul leader si è detto e scritto tanto, chissà, forse anche qualcosa di troppo.
Adesso è giunto il momento di concentrarci sul team e sulla ipotetica crisi di teamship e ledship che attraversa le nostre istituzioni, qualunque siano, là dove viviamo e lavoriamo, la crisi di teamship e ledship della famiglia, del quartiere, della città, dell’azienda, della comunità, della nazione, del mondo.
Una squadra dimostra di essere tale quando riesce ad esprimere un leader; quando è consapevole di averne bisogno. Una vera squadra inoltre sa di avere bisogno di più di un leader, tendenzialmente di un numero di leader pari al numero dei componenti della squadra. Un leader per ogni diversa situazione di gioco: difesa, attacco, mischia, vantaggio, svantaggio, inferiorità numerica… e così via.
Soltanto chi è in grado di riconoscere che ha bisogno di essere guidato (in alcune occasioni e attività), è anche evidentemente in grado di essere a sua volta leader. Non è invece assolutamente in grado di essere leader colui che non è in grado di farsi guidare, colui che non riesce ad accettare questa condizione.
Leader infatti è diverso da capo e essere guidato è diverso da essere gregario.
Le squadre che hanno un capo e un numero indistinto di gregari, secondo una scala gerarchica precisa per cui si scende dal gregario più in alto in grado e più vicino al capo al gregario più basso nella scala dei valori della squadra, quelle non sono squadre. Sono bande di gregari interessati a trarre il massimo beneficio individuale dall’assenza di scopi condivisi.
La storia d’Italia illustra bene questa incapacità nazionale di pensarci squadra, questa nostra invincibile tendenza a farci gregari di qualcuno cui in seguito potremo addossare tutte le responsabilità.
In un certo senso non noi scegliemmo lui, ma lui scelse noi.
Mussolini ci scelse come gregari, noi non facemmo neanche la piccola e meschina fatica di sceglierlo come leader. In tal modo rimanemmo allegramente gregari per vent’anni ed evitammo la responsabilità e la fatica di sentirci, e di essere, squadra.
Una squadra che si affida così, mani e piedi, a un leader, in realtà non è una squadra ma un’accozzaglia di gregari, di maggiordomi e schiavi, di lacché. Pronta a trasformare il capo in capro espiatorio. Lo farà, immancabilmente, e lo fece. I gregari infatti si auto assolvono a priori.
Noi? Obbedimmo! Se i nostri capi fossero stati migliori non ci saremmo mai trovati in questa situazione.
Questo modo di vedere solleva da ogni responsabilità e consente di rinunciare al libero arbitrio. Ma una squadra senza libero arbitrio non sarà mai innovativa e non sentira né colpa né responsabilità.
Una squadra che sa di aver bisogno di un leader, anzi, di molti leader, invece non potrà incolpare nessun’altro che se stessa se avrà sbagliato la scelta, o se l’avrà rimandata troppo. La squadra sceglie un leader, anzi, molti leader, e poi si mette a giocare. E sa di avere tutta la responsabilità. Non l’ha delegata affatto al leader. Anzi. La responsabilità è diffusa e di tutti. Si vince e si perde assieme.
Smettiamola di implorare il destino perché ci mandi un leader e a inveire contro di lui quando non ce lo invia come manna dal cielo.
Diventiamo squadra, e i leader verranno.
Ma per diventare squadra abbiamo bisogno di volerlo essere, dobbiamo desiderare un compito e una missione, e dobbiamo accettare di essere guidati verso una meta.
Chiudo con queste parole che William Shakespeare fa pronunciare a Enrico V, il re che sa che è la squadra a decretare il successo o la sconfitta di ogni vera impresa:
“Ogni suddito deve obbedire al suo re, ma l’anima di ciascun suddito è responsabile di se stessa”.
Ho il sospetto che Alessandro Branz abbia interpretato la riflessione di Steven Forti nei termini di una benevola provocazione.
Eppure questo pensiero - "la politica come qualcosa di distante dal potere" - ha attraversato la storia della filosofia politica e giuridica, da Pitagora a Zagrebelsky.
Non credo si possa ignorarlo, come non si può ignorare il fatto che il mondo del dopodomani, del dopo-crisi, sarà radicalmente diverso da quello a cui ci siamo abituati. Chi si aggrappa a certi vecchi riferimenti rischia di andare incontro a tragiche disillusioni e forti contraccolpi psicologici.
Quel che sta nascendo, con grandi difficoltà, è un Mondo Nuovo. Un mondo i cui primi vagiti potranno essere libertari oppure totalitari, o entrambe le cose.
A me pare che Forti abbia colto il nocciolo del problema, che poi si riverbera ad ogni livello ed in ogni nicchia del sociale: il nostro rapporto col potere.
Il mondo attuale si sta inabissando perché questo rapporto era malsano, disumano, insostenibile sotto ogni punto di vista. La precedente alternativa, il comunismo, è naufragata perché il suo rapporto con il potere era persino peggiore, ancora più monista.
Cosa viene dopo? La democrazia plebiscitaria dei populisti? Il Terrore post-rivoluzionario? Il dispotismo "illuminato"? Nuove forme di oligarchismo avvolte nella bandiera dell'ecologismo e dell'umanitarismo? Una “piramide rovesciata e di una politica senza leadership”?
In precedenza ho già spiegato che l'obiettivo, a mio parere, dovrebbe essere la transizione da un'organizzazione piramidale (diritta o invertita che sia) ad una sferica, in cui uguaglianza e libertà siano garantite dall'equidistanza dal potere (il centro). Il pensiero anarchico è la forma più avanzata di questa teorizzazione ma non serve abbracciare un'utopia. E' sufficiente mirare nella direzione giusta.
Il Trentino è collocato idealmente per elaborare, coralmente, questo nuovo ordine, per prendere la giusta mira. Finora non siamo riusciti a produrre qualcosa di davvero incisivo ed innovativo, molto probabilmente perché siamo marginali e poco considerati e perché molti credono ancora che prima o poi tutto si sistemerà e si potrà tornare al consueto dibattito destra-sinistra sul modo di gestire il mercato e le risorse. Temo che questa sia una pia illusione e che occorra mettersi nell’ordine di idee che il futuro ce lo dovremo costruire noi, mattone su mattone e che questo blog (assieme a tanti altri strumenti di vario genere), sta già svolgendo un ruolo importante in questo senso.
Offro qui uno spunto, sempre legato al commento di Forti:
"il potere è sopravvivenza, ed è antimutamento. La metamorfosi è per definizione vietata dal potere, perché sfugge ad ogni forma di controllo, rifiuta la fissità della regola, esclude la reificazione dell’individualità. In questo senso, è forse la sola vera elusione della morte, radicalmente alternativa al potere, ma probabilmente non estranea, invece, alla massa, quanto meno alle sue forme più libere e liberatorie, alle forme che hanno di mira il mutamento sociale".
[da: La dimensione comunitaria in "Massa e potere" di Canetti / di Luigi Alfieri in AA. VV., Nuove frontiere del diritto. Dialoghi su giustizia e verità, Dedalo, Bari 2001, p. 188]
Due sono i punti che vorrei toccare:
a) parlando del movimiento de los indignados e dei movimenti protagonisti dell’ultima primavera araba, e soffermandosi in particolare sulla loro ricerca di “creare una nuova forma organizzativa, orizzontale e senza leader visibili”, Steven introduce la questione dei movimenti e del loro ruolo nella società contemporanea. Un ruolo molto importante: perché sono i “movimenti” che con la loro elasticità ed articolazione spontanea intercettano le esigenze degli strati più dinamici delle società odierne, sono i movimenti che (in modo il più delle volte pacifico) scendono in piazza per contestare i governi e lo fanno usando le tecnologie più avanzate, finendo così con l’inserire queste stesse tecnologie nel circuito della politica, che ne viene indubbiamente arricchita. Però, aggiunge Steven, pur a fronte del protagonismo dei movimenti, i partiti non sono per nulla morti, se ne parla ancora, quasi fossero un “incubo ricorrente”.
Tutto ciò però non avviene per caso: perché, nonostante tutto, i partiti sono ancora necessari, come elemento di raccordo con le istituzioni e con la politica, di proiezione nel campo della rappresentanza di ciò che si muove a livello sociale. Oserei dire: i movimenti sono il falò che rischiara la notte buia della politica, ma poi quel falò si spegne (o rischia di ridurre la sua luce) ed ha bisogno di un’ulteriore fiamma che lo tenga acceso. Detto in altro modo, i movimenti “passano” (anche se poi carsicamente “ritornano”), mentre i partiti “restano”, magari pieni di problemi, ma “restano”. Ed è un bene che sia così, soprattutto se questi stessi partiti -una volta spentosi il falò- si fanno carico di “riaccendere” l’attenzione sulle istanze avanzate dai movimenti. Ecco perché andrebbe favorito un rapporto positivo fra i partiti ed i movimenti: un rapporto che si fondi sul rispetto della reciproca autonomia, che non veda i partiti “colonizzare” gerarchicamente i movimenti, ma instaurare con loro una relazione di reciproco stimolo e legittimazione.
Certo, bisogna vedere di quali partiti parliamo. Mi collego proprio all’esperienza spagnola: qui -se non sbaglio- il consolidamento della democrazia (a partire dal dopo Franco) è sostanzialmente avvenuto “attraverso le èlite”, come dicono i politologi, ed i partiti si sono per lungo tempo (ancor oggi?) caratterizzati proprio per un debole e deficitario radicamento nel tessuto sociale. Pensiamoci bene: non è questa, forse, una delle cause di fondo, oltre a quelle -numerose- di tipo contingente, del distacco (in Spagna ed altrove) fra piazza e istituzioni? La parziale assenza di partiti effettivamente “popolari” non ha forse favorito questa incomunicabilità?
b) leggendo il contributo di Steven Forti, sono rimasto colpito dal suo riferimento alla “passione”: “(l)a passione -lui dice- è questo ciò che manca: e la passione, ne sono certo, sarebbe il miglior antidoto all’apatia dominante….”. In modo molto simile Federico Zappini nel suo bell’articolo (“Alzare l’asticella”) osserva come vi sia “la necessità di più politica, e non il contrario, e di migliore politica nella fase storica che stiamo attraversando”. “Passione” e “politica”, dunque, non solo come un mero auspicio, ma -se intendo bene- come due vere e proprie chiavi di lettura di ciò che sta avvenendo, due punti di riferimento strategici per il cambiamento.
Non si tratta -io credo- di qualcosa di astratto e peregrino: al contrario ritengo che oggi in Italia, pur a fronte di mille contraddizioni, vi sia comunque una grande opportunità, che è quella di sostanziare il termine “democratico” di significati reali. In questo senso un terreno interessante potrebbe essere rappresentato proprio dal Partito democratico, chiamato a rispettare sino in fondo la sua aggettivazione, quindi a sviluppare la “democrazia” sia al suo interno, sia come strategia di critica e trasformazione dell’esistente. Infatti il termine “democratico” è impegnativo altrettanto quanto le culture politiche (cattolico-popolare e socialista) che lo hanno preceduto. Ma perché ciò avvenga -lo ripeto- non è sufficiente aprire le porte del partito solo nei frangenti elettorali, intercettando occasionalmente i nuovi elettori, ma attivare (proprio guardando ai giovani) una vera, reale, continua partecipazione “dal basso”. Solo così si può avverare ciò che Federico Zappini auspica: evitare che prevalga un “annullamento del ruolo del politico” o la “messa in liquidazione” del sistema rappresentativo.
all'indirizzo internet:
http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=2955
troverete una drammaticamente attuale riflessione su cui riflettere alla vigilia del "Giro della Padania", una provocazione gratuita quanto l'inutile provocazione dell'articolo 8, che autorizzerebbe il contratto aziendale o territoriale a svuotare ogni norma di legge.
Come Associazione Mazziniana Italiana, Sezione "Bepino Disertori" di Trento, domani il nostro labaro sarà a fianco dell'ANPI, perché non potevamo fare altrimenti.
Fraterni saluti.
Giovanni Galluccio
Cittadino mazziniano
E appunto su attività e pensiero vorrei spendere un paio di parole. Solo degli accenni, sia chiaro.
La prima: siamo bene o male tutti d’accordo (e penso al bel commento di Michele Nardelli sulla crisi della politica sia nelle forme che nella sfera delle idee e alla riflessione di Flavio Ceol sull’organizzazione) che il partito sia una figura novecentesca, indi per cui superata, ma continuiamo a parlarne, come croce e delizia dell’organizzazione politica. Perché? Perché manca un rinnovamento del pensiero e del linguaggio politico. Ci mancano le categorie e le parole per pensare (e fare) la politica nel nuovo millennio. Ci manca una riflessione teorica profonda su ciò che il Novecento ha prodotto in quanto a proposte di organizzazione politica, siano esse partiti (iniziando con Michels e Lenin) o “moltitudini” (Negri); una riflessione che ci permetta innovare e soprattutto inventare (e non solamente imitare e scimmiottare); una riflessione teorica che sia un passo previo (e non una copertura a posteriori) della pratica, come insegnava l’oramai misconosciuto Althusser.
La seconda: l’organizzazione appunto. E qui penso alla realtà a me più vicina in questi tempi, vivendo in Spagna da alcuni anni. Sto facendo riferimento al cosiddetto movimiento de los indignados, che mediante le nuove tecnologie sta cercando di creare una nuova forma organizzativa, orizzontale e senza leader visibili (qualche analogia la possiamo trovare nei movimenti sorti in quest’ultima primavera araba). È vero che non è tutto nuovo quel che c’è sotto il sole (si pensi al consigliarismo, ad alcune esperienze anarchiche e a parte dell’autonomismo), ma quel che è certo è che qualcosa si muove. E provoca reazioni e produce nuovi dibattiti.
La terza: mi sembra che manchi (in generale, e forse anche in questo dibattito) una riflessione dal “di fuori” del partito. La maggior parte dei contributi sono sovente dal “di dentro” e “per” il partito. Il che va bene (visto che queste riflessioni mancavano da tempo). Ma non è sufficiente, soprattutto adesso. Se vogliamo davvero ridare alla politica il suo significato originario e più profondo (politica come polis), dobbiamo saperla ripensare come qualcosa di distante dal potere (almeno all’inizio). E qui penso entra quello che considero il vero nocciolo della questione: la passione della e per la politica. Federico Zappini ha parlato di assenza di “coraggio”, mentre Bruno Dorigatti ha messo sul piatto la questione di come permettere ai giovani di ritrovare quella “passione” che pare scomparsa. La passione, è questo ciò che manca: e la passione, ne sono certo, sarebbe il miglior antidoto all’apatia dominante, il peggior male del terzo millennio. La passione come qualcosa opposto agli interessi (e penso al bel saggio di Albert O. Hirschmann di trent’anni fa), la passione come base della politica vissuta come amicizia/amore e non come odio (e penso alla differenza tra la politique de l’amitié di Derrida e la politica come opposizione amico/nemico di Schmitt). Come ritrovarla questa passione? Come poterla diffondere? Questa è la domanda a cui dovremmo trovare una risposta.
Risponderò quindi (ovviamente in modo sintetico) affrontando quattro questioni:
1. Adel Jabbar si domanda quali possano essere “gli attori e soggetti che potenzialmente possono interpretare un ruolo di innovazione perché il partito diventi uno strumento di partecipazione attento ai concreti temi del territorio?”. Domanda quanto mai opportuna, per rispondere alla quale mi rifaccio ad uno dei filoni di indagine politologica più interessanti e prolifici del momento, vale a dire lo studio delle trasformazioni intervenute nelle “subculture politiche territoriali” (per intenderci i sistemi politici operanti nel Nord Est e nella c.d. “Italia di mezzo”). Ebbene: questo tipo di analisi ci insegna che nella costruzione e trasformazione delle aree subculturali e del relativo tessuto identitario e valoriale un ruolo fondamentale lo assolvono gli “attori” politici. Ad esempio, durante la lunga fase di transizione nella quale siamo ancora immersi, il vuoto di rappresentanza prodotto in quelle aree dalla crisi dei grandi partiti di massa è stato “riempito” dalle istituzioni locali e regionali (sindaci e governatori) che hanno saputo proporre politiche pubbliche in grado di interpretare le trasformazioni sociali ed in tal senso hanno assolto ad un ruolo di “supplenza”. Quindi, per venire a noi, molto dipende da come il ceto politico intende indirizzarsi e dalle scelte che vengono fatte. Sino a poco tempo fa lo stesso Partito Democratico subiva il fascino del partito “liquido” e questo naturalmente ha determinato un rallentamento del processo di consolidamento del partito a livello sociale e territoriale. L’attuale segretario pare si stia orientando in una direzione diversa, pur fra mille difficoltà ed a fronte di un partito ancora in gran parte élitario, tendente cioè a privilegiare gli eletti rispetto agli organismi intermedi e di base. Purtroppo pesa su tutto ciò il dato che il nostro paese ha visto non una trasformazione progressiva e razionale del sistema dei partiti, ma un suo crollo fragoroso e totale, con una conseguente destrutturazione dei partiti stessi e di quanto di buono essi comunque rappresentavano nel recente passato.
2. Ragionamento questo che mi permette di collegarmi ad un passaggio del commento di Marco Valdo (che condivido totalmente) e pronunciarmi sull’attendibilità o meno di una riproposizione del modello del “partito di massa”. Dice Valdo: “(u)n partito vitale è, anzitutto, un partito-associazione con capacità di rappresentanza e un programma fondamentale chiaro e puntuale”. Per l’appunto: come dicevo nel testo, non si tratta di riproporre tout court i modelli del passato. Oggi siamo di fronte ad una situazione in cui i cittadini e le associazioni rivendicano giustamente una loro autonomia di azione e di giudizio, di fronte alla quale la riedizione di ideologie “totalizzanti” (direbbe Flavio Ceol) è impensabile. Tuttavia ciò non significa, come in taluni ambienti intellettuali progressisti si è fin troppo teorizzato, passare “da un opposto all’altro”, azzerare i partiti, o perlomeno ridurne notevolmente ruolo ed incidenza. Significa invece ripensarli alla luce dei cambiamenti intervenuti: ad esempio (osserva Antonio Floridia in un lavoro di prossima pubblicazione) concepirli “come snodi di una complessa rete orizzontale di relazioni associative”, elementi di raccordo elastico ed articolato fra il mondo diffuso della società e della cittadinanza e quello della politica e delle istituzioni. Veri e propri “partiti-associazioni”, come puntualizza per l’appunto Valdo: il che -a mio avviso- ne aumenterebbe, anziché ridurre, l’impegno nel sociale e sul territorio. Del resto tutte queste questioni (lo ricordo bene) furono affrontate con grande impegno poco più di venti anni orsono dall’allora responsabile dell’organizzazione del Partito Democratico della Sinistra (PDS), Piero Fassino: dov’è finito tutto quel lavoro di analisi e di proposta? Perché un approccio così originale si è perso per strada?
3. Venendo poi ad un contributo molto articolato e di grande interesse, come quello di Flavio Ceol, debbo dire che sono d’accordo con lui quando osserva che l’apertura “ad una pluralità di culture”, anziché rivelarsi un punto di forza, ha finito con il diventare un elemento di debolezza del PD, data la difficoltà di “trovare riferimenti certi e di chiara indicazione politica”. Ma perché ciò è avvenuto? Perché in realtà i diversi filoni culturali destinati a confluire nel PD, anziché rappresentare posizioni ideali capaci di parlarsi, interagire e magari amalgamarsi, sono stati invece monopolizzati da apparati di ceto politico non comunicanti fra loro ed anzi ostili gli uni agli altri. E’ chiaro che molto è dipeso da come il partito è stato costruito: sono mancati completamente (e sono ancora carenti) i luoghi, le arene, gli strumenti di discussione interna, ove le varie opzioni potessero (e possano) confrontarsi in modo aperto, ma anche costruttivo (secondo i migliori canoni della “democrazia deliberativa”). In definitiva, in questo breve arco di vita, il PD si è dedicato anima e corpo alla celebrazione delle “primarie” a tutti i livelli e si è identificato quasi esclusivamente nel momento elettorale, relegando però in secondo piano il confronto interno e quindi la costruzione “dal basso” di una identità.
4. Ma tornando al discorso sul rapporto tra “partito” e “territorio” e precisando che quando parlo di “territorialità”, per quanto il termine si presti a diverse letture, non intendo riferirmi ad una sua accezione “localistica”, ma all’ispirazione universalistica che ha sempre connotato, ad esempio, le subculture territoriali cattolica e socialista, il confronto con le sollecitazioni di Michele Nardelli si rivela estremamente stimolante. Debbo ammettere che la sua proposta di “un soggetto politico europeo e insieme territoriale, capace di relazioni a geometria variabile (dell’arco alpino come del mediterraneo…)” non solo è suggestiva, ma anche attenta al buon funzionamento dei partiti. Infatti, quando Nardelli osserva che una rilevante fetta dei problemi più importanti oggi sul tappeto (economia, questioni sociali o ambientali, ricerca o informazione) non possono che essere affrontati a livello sopranazionale, oltrechè dire una cosa giusta, conferisce all’azione del partito quel respiro universalistico ed innovatore che da sempre ha caratterizzato le forze del progresso e del cambiamento (o anche le forze conservatrici più illuminate). Nel contempo però -ed è questa una cosa molto importante- il partito viene radicato nel tessuto sociale del territorio, non a caso definito “luogo emblematico ove (…) ritessere legami sociali adeguati ai tempi”.
Quella di Nardelli quindi è una sollecitazione di cui tenere conto e da sviluppare: su un punto però vorrei sollevare un problema, un dubbio al quale non intendo dare risposta e che propongo semplicemente come elemento di riflessione. Nardelli infatti ha ragione quando rileva la crisi dello Stato-nazione e di conseguenza la natura internazionale e globale della politica. Si dà il caso però che proprio con la nascita ed il consolidamento dello Stato-nazione si sia sviluppato il moderno costituzionalismo, e con esso l’esigenza di un rapporto equilibrato tra i poteri, i vincoli costituzionali all’azione dei governi, le funzioni di controllo delle opposizioni. In una parola: le pratiche di responsabilità politica che corrispondono al concetto di accountability e che, secondo la migliore dottrina, investono anche la vita dei partiti, fondando quel rapporto tra partiti e democrazia rappresentativa di cui ci parla molto opportunamente Bruno Dorigatti nella prima parte del suo commento. Ebbene, mi domando: il superamento dello Stato-nazione può anche significare il superamento di questa dimensione? O forse questa dimensione va ripensata e riproposta in forme nuove (per quanto non meno incisive), alla luce dei cambiamenti che investono la politica e la società?
Bisogna riflettere su come i partiti possano ritornare ad essere attraenti, nel vero senso della parola: devono attrarre le migliori risorse e competenze, devono rappresentare un orizzonte di impegno per i giovani, i loro talenti e le loro capacità. Sono sempre più convinto che in politica servano in uguale misura la passione, l’impegno e le competenze: i giovani capaci devono sentirsi attratti dalla politica. Il rischio inverso è che queste grandi risorse umane vengano messe al servizio esclusivamente dell’interesse privato e delle legittime aspettative professionali: un partito serio deve poter invece intercettare queste risorse e diventare il soggetto collettivo che le mette al servizio del bene comune. Le competenze di politica pubblica espresse dai partiti condizionano, nel bene e nel male, l’efficacia dell’azione di governo. Riqualificare la politica, dimostrarne l’utilità, renderla di tutti al servizio di tutti è quindi un dovere sempre più urgente. Solo in un nuovo contesto emergeranno infatti figure politiche che spiccheranno per capacità e competenze tra tanti capaci e competenti, e non uomini forti, falsi profeti o salvatori della patria.
A mio avviso due principi possono assumere questo ruolo e dare un senso all'organizzazione (insisto sul termine organizzazione perchè senza di essa il collettivo scade in gruppi di volenterosi ma che non incidono sulla dialettica politica).Uno è quello dell'uguaglianza, l'altro è quello della laicità, per altro sono anche due principi costituzionali. Lo spazio non permette di approfondire il loro significato ma, a mio modo di vedere, essi non hanno solo una valenza per definire strategie politiche ma anche per definire il tipo e la qualità delle relazioni interne all'organizzione. In questo senso è evidente che, per tornare all'inizio, la partecipazione degli iscritti diventa indispensabile e va perseguita prioritariamente anche per la selezione di una classe dirigente autorevole ma sempre pro-tempore e soggetta a verifica.
I Greci chiamavano questa "purificazione" "catarsi", e forse Eschilo e Sofocle ne avevano una concezione un po' truculenta; ma la nostra attuale esperienza, la tenuta dei valori costituzionali, la capacità critica emersa dai movimenti mondiali del '68, l'abbattimento dei muri e del pensiero, non ideologico, ma fideistico (cosa che non centra molto con la spiritualità), sono tutti segnali che ci permettono di sperare in un esercizio più costruttivo della catarsi e delle regole che la garantiscano.
Questo non deve portarci ad eludere il fatto che se c’è qualcosa che non funziona nella vita democratica è proprio il fatto che i partiti hanno smarrito la capacità di rappresentare la società e, con essa, di leggere il proprio tempo, quasi che i cambiamenti seguissero accelerazioni troppo rapide e le forme della politica si trovassero a rincorrere la realtà. Senza sottacere il condizionamento che viene dagli accentuati processi di omologazione del pensiero, dalla sovrapposizione con le pubbliche istituzioni o, per altri versi, dai fenomeni sempre più accentuati di personalizzazione.
La crisi della politica investe dunque le sue forme come la sfera delle idee. Credo che per venirne a capo sia bene non disgiungere questi due aspetti.
Alessandro Branz descrive con acutezza il dibattito in corso, nel Partito Democratico e non solo, laddove si confrontano idee di partito nelle quali l’accento viene posto sulle “funzioni classiche di integrazione sociale, mobilitazione e partecipazione”, piuttosto che sul “risanamento complessivo del sistema nel completamento della transizione istituzionale in senso maggioritario”. “Solido, liquido o …” titolava il seminario di Sanzeno del PD del Trentino, semplificando brillantemente queste diverse accentuazioni.
Personalmente credo che la risposta alla crisi della forma partito debba essere cercata prevalentemente altrove. E questo “altrove” riguarda il tempo e i processi di cambiamento nei quali siamo immersi. Per farmi capire, un paio di considerazioni che meriterebbero una ben più approfondita trattazione.
La prima. Non c’è questione che noi possiamo affrontare che non si ponga ormai in una dimensione diversa da quella nazionale. Come scrisse Aldo Bonomi più di dieci anni fa «Lo stato-nazione… appare o troppo piccolo di fronte al globale o troppo grande rispetto al locale». Se parliamo di economia, di questioni sociali o ambientali, di ricerca o di informazione, la scala dei problemi è sempre più globale e territoriale. Per un verso, la cifra del tempo è quella dell’interdipendenza, naturalmente sovranazionale. Per l’altro, è il territorio «il luogo emblematico ove scomporre e ricomporre le fenomenologie del cambiamento, ove ritessere legami sociali adeguati ai tempi».
Tutto si svolge nella dialettica fra territorialità e sovranazionalità, tutto ma non la politica, che appare invece ancorata ad una dimensione e ad una chiave di lettura del reale di tipo “novecentesco”.
Ecco perché fra “solido” o “liquido” vorrei porre l’accento sulla necessità di uno scarto di pensiero, la dimensione sovranazionale e territoriale delle forme della politica.
Perché non prende corpo l’idea di un soggetto politico europeo e insieme territoriale, capace di relazioni a geometria variabile (dell’arco alpino come del mediterraneo…), in grado di darsi questa dimensione anche nella sua riflessione culturale e politica e insieme nelle sue forme organizzative?
So bene come l’Europa non sia nell’immaginario comune, come non lo sono il Mediterraneo o le Alpi, che pure s’affacciano in luoghi di confronto come questo.
Analogamente, l’impronta centralistica dei partiti nazionali è connaturata alla loro struttura piramidale. Sorvolano i territori, non ne sono parte. E’ possibile “rovesciare la piramide” e dar vita a soggetti territoriali in rete fra loro?
In secondo luogo, come non vedere che la “primavera araba” ha cambiato in pochi mesi il volto del Mediterraneo, attraverso strumenti e forme di comunicazione politica totalmente inediti? Se c’è un aspetto interessante in quel che sta accadendo dall’altra parte del mare è il carattere post-novecentesco di questa “rivoluzione”, non solo nei simboli svaniti ma anche nelle forme di comunicazione e di partecipazione che coinvolgono milioni di persone, giovani donne e uomini protagonisti – come ha scritto provocatoriamente il regista di “Mai più paura” Mourad ben Cheikh – di una “piramide rovesciata e di una politica senza leadership”.
Che il tam tam della primavera sia affidato alla leggerezza di internet piuttosto che alla farraginosità dei partiti, dovrebbe – comunque la pensiamo – farci riflettere.
I contenuti e le forme si rincorrono fino a sfumare gli uni nelle altre. E non può essere che così. Straordinarie opportunità di comunicazione e di circolazione delle idee si aprono di fronte a noi. Come la dimensione globale presuppone un forte ancoraggio territoriale, anche per internet l’agire in rete non elude il tema della formazione delle idee, dell’elaborazione collettiva, della partecipazione diretta.
http://pontidivista.wordpress.com/2011/08/29/alzare-lasticella/
Resoconto seminario di Sanzeno
di Alessandro Branz
(Sanzeno, Casa de Gentili, 9 luglio 2011)
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