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Costi della democrazia
La
sofferenza di una persona suscita compassione, una risposta di cura. La
sofferenza della politica, più che bisogno di cura, suscita oggi diffidenza e
odio. Eppure la politica siamo noi, persone diverse che si associano in partiti
diversi. Per darci delle regole di convivenza, attraverso un conflitto
democratico. Anche eleggendo, a scadenze periodiche, i nostri rappresentanti.
Ne vengono regole, e uomini e donne, sempre imperfetti, talvolta disonesti e
criminali. Tocchiamo con mano i fallimenti. Mai definitivi, però. Sono le
"promesse mancate" della democrazia, direbbe Norberto Bobbio. O piuttosto le
sue "esigenze non corrisposte", lo corregge Gustavo Zagrebelsky.
Non ho condiviso l'iniziativa del Trentino. Simbolica, dettata dal buon senso, addirittura condita di elogi per la classe politica trentina, come ha ripetuto per settimane il direttore Alberto Faustini. Gli articoli, i titoli soprattutto, (uno per tutti, un falso: "Ferie, il record dei nostri consiglieri"), come era facile prevedere, hanno liberato i peggiori istinti dell'antipolitica: nelle dichiarazioni e nelle lettere di molti che hanno firmato l'appello ha dominato lo "schifo" per la "casta". Ma lo schifo non è l'emozione che avvia alla cura della malattia, e il concetto di casta impedisce di riconoscere che noi, società civile, siamo parte in causa. Se ho schifo mi volto dall'altra parte. La casta poi eredita e lascia in eredità, per diritto divino, i suoi privilegi: contro di essa si inveisce, o se ne auspica l'annientamento, quasi fosse una nobiltà di sangue da giustiziare.
"Sotto il pretesto di tagliare i costi della politica si vogliono in realtà abolire i costi della democrazia", ha scritto Raniero La Valle. I costi, o meglio, la fatica della democrazia. La nostra fatica, di ogni giorno.
Negli scritti di Alberto Faustini o di Paolo Mantovan non c'è mai l'invito a praticare la democrazia. Nei partiti, attorno ad essi, a cerchi concentrici sempre più stretti, dove si dibatte, dove la "casta" si forma e si screma, dove si possono stabilire regole sempre più stringenti. Non c'è mai, rivolto alle migliaia di firmatari infuriati, nemmeno l'invito, d'ora in poi, a leggere almeno il giornale, a cominciare dal loro, il Trentino. Perché solo leggendo si impara a distinguere dentro la "casta" chi è per i respingimenti e chi si arrabatta per l'accoglienza. Io sulla questione ho persino dovuto litigare con Chiara, mia figlia.
Quando vedo, e visito, i "palazzi" della democrazia, del Consiglio circoscrizionale e comunale, della Provincia e del Parlamento, io li sento miei. Nelle parole che vi risuonano ci sento i miei pensieri e i miei dubbi. Quelle sedie non sono "poltrone", ma funzioni del conflitto politico, i luoghi e i tempi della democrazia. Che Palazzo Thun e il Quirinale siano belli io ne sono orgoglioso: perché solo i re, i nobili e i papi dovrebbero aver potuto esercitare il potere in castelli opere d'arte? Io sono orgoglioso anche quando ammiro i palazzi del parlamento a Londra e a Budapest. Rappresentano il cammino dell'umanità, quegli uomini e quelle donne. E a Bruxelles dove c'è l'embrione dell'Europa. Costano queste cose. Costavano anche Botteghe Oscure e le Frattocchie che in tempi lontani ho frequentato in qualche occasione: ero lì a spese della società, che mi pagava il treno, i pasti, l'aula magna con il microfono funzionante. Lo sapevo, e ho cercato di corrispondervi.
A New York, al palazzo di vetro dell'Onu, ho avuto una guida tutta per me e la mia famiglia: nella sala dell'assemblea generale ho visto gli scranni lussuosi dei paesi ricchi, e quelli sobri dei paesi poveri. Ieri ho visto alla televisione la poltrona in arrivo della "Palestina" che forse, speriamo, vi sarà insediata fra poco. Era costosa, e austera.
Saremo capaci, in Italia, e in Trentino, di sopportare con orgoglio i costi della democrazia, delle sue attività e dei suoi viaggi, delle sue lungaggini, inefficienze, e fallimenti? Dei suoi sforzi? Di difenderli contro gli avversari e gli indifferenti?
E saremo capaci di far sentire, ai nostri rappresentanti, il grado di "austerità" opportuno per il loro stipendio personale, quello che possono usare liberamente? Il giorno delle elezioni, per scegliere il partito e i candidati io non ho bisogno di avere in mano troppa carta e fotografie. Sono costi (anche dallo stipendio personale) che potrebbero essere tagliati, ma io, cittadino, devo allora prepararmi in altro modo. Stiamo discutendo della sofferenza della politica, facciamolo pure con animosità: ne va del nostro futuro.Non pare peraltro che altrove sia stato stabilito con certezza quale sia lo stipendio giusto di un dipendente pubblico. C’è molta approssimazione, in giro [modalità “sarcasmo” attivata].
Per fare un esempio, in Grecia il governo ha ridotto gli stipendi e le pensioni fino al 30 per cento ed ha tagliato lo stipendio minimo a 600 euro. Molti dipendenti statali e parastatali non ricevono stipendi da mesi (in alcuni casi da decine di mesi). La “buona notizia” è che siccome ormai i consumatori greci hanno le tasche vuote, l’inflazione è scesa da oltre il 5% all’1,5% in pochi mesi.
Mi domando che cosa succederebbe in Italia se i poliziotti, sempre per fare un esempio, si vedessero sottratto un quinto del loro salario, da un giorno all’altro.
In Spagna Zapatero ha tagliato gli stipendi dei dipendenti pubblici del 5% (l'inflazione, lì, è al 3%).
Nel Regno Unito Cameron , stizzito dalla complicatezza del calcolo sullo “stipendio giusto”, ha pensato bene di eliminare mezzo milione di dipendenti pubblici (incluse decine di migliaia di poliziotti, ma tanto lui ha già detto che la prossima volta che ci saranno rivolte userà l'esercito).
La Merkel si è limitata ad un taglio di oltre 10mila dipendenti pubblici ed al congelamento degli stipendi dei “sopravvissuti”.
Immagino che molti avranno sentito parlare del diktat della BCE a Tremonti sulla riduzione degli stipendi nel pubblico impiego (tra le altre cose).
In effetti pare che su un unico punto si sia raggiunto un consenso pan-europeo: i salari dei dipendenti pubblici sono troppo alti e non ci consentono di salvare le banche.
Consenso che si può estendere agli Stati Uniti, dove uno degli stati, il Minnesota, ha chiuso i battenti per un mese per evitare il fallimento e ha mandato a casa oltre 20mila dipendenti. Il costo della chiusura e riapertura è così astronomico che infliggerà un ulteriore duro colpo al budget americano.
Continuo ad avere l’impressione che troppe persone stiano vedendo qualche albero e non la foresta.
Qualche giorno fa Attila Szalay-Berzeviczy, responsabile dei Global Securities Services di UniCredit, ha informato gli Ungheresi – in quanto ex capo della Borsa di Budapest – che "l'euro è morto e non può essere salvato, mentre la Grecia finirà inevitabilmente in default”.
Due settimane prima, Jacques Attali, economista e banchiere francese - "consigliere speciale" di Mitterrand prima e a capo di una commissione nominata da Sarkozy poi - che nel 2006 aveva correttamente previsto una crisi globale più grave di quella del 1929, aveva annunciato quanto segue: "sta per arrivare un doppio choc ed è tempo di prepararsi. Doppio perché riguarda la crisi bancaria e le finanze pubbliche. Sarà qui tra breve e nessuno ci ragiona sopra, come se bastasse non pensarci per scongiurarlo”.
Secondo lui il tutto si svolgerà in questo modo:
• La Grecia non dispone più degli strumenti per finanziare il suo deficit, smetterà di appianare i suoi debiti, una parte delle pensioni e dei salari pubblici. Tutte le banche che hanno prestato denaro alla Grecia e le aziende che le hanno venduto armi e prodotti di prima necessità subiranno perdite. Ciò nonostante la Grecia non uscirà dall’eurozona, perché nessun trattato la costringe a farlo o lo rende persino possibile; nessuno può obbligare i Greci a convertire gli euro che possiedono in dracme di minor valore;
• Nessun salvataggio della Grecia è possibile con le magre risorse del fondo europeo di stabilizzazione [Nota mia: le somme stanziate da Germania e Austria negli ultimi giorni sono risibili, rispetto a quanto sarebbe necessario, per questo la Merkel si è portata a casa il risultato con tanta nonchalance]. Non si creeranno Eurobond perché ciò avrebbe senso solo all’interno di un sistema fiscale europeo e di un controllo europeo dei deficit nazionali (per evitare abusi);
• In mancanza di strumenti finanziari adeguati, le altre nazioni europee abbandoneranno la Grecia al suo destino;
• I mercati, ossia in pratica i creditori asiatici e del Medio Oriente, si preoccuperanno per questo abbandono e aumenteranno il costo dei prestiti a Portogallo, Spagna ed Italia;
• La crisi investirà la Francia, quando ci renderemo conto (noi Francesi, scrive Attali) che la sua situazione finanziaria è persino peggiore di quella italiana e che le sue banche e compagnie di assicurazioni sono oberate dalla gran parte del debito pubblico dei paesi minori e detengono ancora massicce quantità di titoli tossici, che sono privi di qualunque valore;
• Per evitare il collasso di queste banche, cercheremo azionariato pubblico o privato. Invano, perché, per le sole banche francesi, sarebbe necessario l’equivalente del 7% del prodotto interno lordo francese;
• Presa dal panico, la banca centrale europea acconsentirà ad un massiccio finanziamento di queste banche, ricadendo nella prassi di risolvere un problema di insolvenza attraverso la creazione di nuova liquidità;
• Scioccati da cotanto lassismo, la Germania uscirà dall’euro, creando un “euro+”, com’era già da tempo nei piani e che, stando ad una banca svizzera [Nota mia: immagino si riferisca ad un rapporto della UBS intitolato "Euro Break Up - The Consequences"], costerà a ciascun cittadino tedesco dai 6 agli 8mila euro il primo anno, e poi tremilacinquecento-quattromila euro all’anno;
• L’implosione dell’euro farà capire ai mercati che le banche anglosassoni non sono messe meglio, perché anch’esse non si sono liberate dei titoli tossici e perché la bolla immobiliare è terminata e non può più nascondere la realtà;
• A quel punto seguiranno il collasso del sistema finanziario europeo, una grande depressione, disoccupazione generalizzata e, alla fine, persino la messa in discussione della democrazia.
*****
Allora, qual è lo stipendio giusto per i politici trentini? Qual è il valore di ogni singolo dipendente pubblico trentino? Quando è populismo e quando è legittima apprensione? Quando è democrazia rappresentativa e quando è casta oligarchica?
P.S. A me il suggerimento di Luigi Nicolussi Castellan piace.
Il primo intervento di Stefano Fait conferma che un grande pericolo che stiamo correndo è la sfiducia verso la democrazia rappresentativa, in favore di una «pretesa» democrazia diretta. Dico «pretesa», forse con un minimo di provocazione, perché è mia convinzione che le modalità dirette di deliberazione si possano definire democratiche solo, e peraltro solo parzialmente, da un punto di vista formale (o, se si preferisce, procedurale), non certo da un punto di vista sostanziale. I metodi democratico-diretti consentiranno pure di intervenire in prima persona nell’assumere decisioni le cui conseguenze ricadono anche su chi esprime il voto; il che, volendo, risponde ad una certa logica, e può essere pure condivisibile. I problemi, tuttavia, sono molteplici. Volendo riassumerli in modo davvero stringato, chi nella votazione «perde», «perde» tutto: con l’illustre costituzionalista Massimo Luciani [LUCIANI, Art. 75, Il referendum abrogativo, in Commentario della Costituzione (Branca/Pizzorusso), La formazione delle leggi, Bologna, Zanichelli], si nota come la democrazia diretta sia «priva di un’autentica strutturazione giuridico-costituzionale del potere», che viene posto in modo iper-legittimativo nelle mani di una maggioranza, senza tener conto della diversa intensità e consistenza del consenso e del dissenso; il che mina alle basi l’idea stessa di società, se non in quanto comunità e quindi senza tener conto delle diverse soggettività che la compongono. Non solo, ma vorrei anche far notare come una deliberazione assunta dal popolo «adunato» rischi di non rispondere ad una ratio certa e stabile, ma possa facilmente risentire di esigenze, o suggestioni, momentanee tali da informare le decisioni ad una mera voluntas (peraltro, voluntas della sola maggioranza). Senza contare tutta un’altra serie (lunga) di elementi che suggeriscono, a mio modo di vedere, una strutturale insufficienza della democrazia diretta. Non così in un contesto rappresentativo, dove il voto espresso da chi soccombe nella competizione permette almeno di mettere in moto il meccanismo della rappresentanza, appunto, e le relative tutele delle minoranze; dove, ancora, i luoghi della rappresentanza permettono una discussione mediata e meditata. Ecco allora, che con Stefano Fait – e non solo, mi pare di capire – condivido sotto questo punto di vista una grande preoccupazione. Non condivido, invece, la sua opinione per cui l’appello lanciato da «Il Trentino» possa costituire una salutare «scoppola», un utile «campanello d’allarme».
Come Silvano Bert, infatti, non ho sottoscritto l’appello di quel quotidiano. Ho già avuto modo di motivare su questo sito una simile decisione. Mi limito a notare, ancora una volta, e come altri prima di me hanno già fatto (in primis proprio l’attuale direttore di Politica Responsabile), che, benché ritenga che taluni sprechi e sproporzioni siano evidenti, e su di essi si debba intervenire con raziocinio, non posso condividere una battaglia con chi non dice quale dovrebbe essere, a suo parere, lo «stipendio giusto» di un rappresentante (nazionale, regionale, provinciale, comunale, circoscrizionale, o di altro genere, a seconda dei casi). Non posso, perché in assenza di quell’informazione la battaglia rischia di diventare populismo puro – e non è che il populismo sia meglio della democrazia diretta, anzi! –, e di risolversi, nel migliore dei casi, in una sterile o, più probabilmente, dannosa invettiva cieca contro tutto quanto abbia a che fare con la politica (cioè, semplicisticamente, in «antipolitica»).
Non saprei personalmente proporre un metodo per calcolare come debba essere «retribuito» un rappresentante istituzionale. Vorrei piuttosto sottolineare come credo che al populismo, agli sprechi ed alle sproporzioni, si debba rispondere con la politica. Una politica che sappia essere competente, efficiente, autorevole e, quindi, responsabile. Mi è sempre piaciuto molto il nome del sito che ospita queste discussioni, proprio perché mette in stretta relazione due belle parole: politica e responsabilità. Se si riuscisse a ricreare un forte legame tra l’una e l’altra, penso che l’ormai comunemente detta «antipolitica» perderebbe, piuttosto in fretta, ogni sua forza; e che, al contrario, sarebbe la democrazia rappresentativa, con i suoi giusti, necessari ed essenziali costi, ad uscirne rafforzata.
E' un meccanismo automatico che consente di premiare proporzionalmente la classe dirigente che ha contribuito a migliorare le condizioni di vita, vedi reddito, dei cittadini amministrati. Altri meccanismi si prestano a manipolazioni e giochi non trasparenti e non comprensibili (mi sembra che l'aggancio alla retribuzione dei magistrati ha favorito la loro lievitazione che produceva a sua volta una lievitazione delle indennità ai politici che le concedevano ai magistrati - circolo vizioso!).
Tuttavia il tema posto da Bert mi obbliga a riaprire una finestra che credevo di aver sigillato per non far più entrare dentro la mia vita gli spifferi che inevitabilmente portano ad una devastante artrosi degenerativa della fiducia. Meglio, mi ero detto, fermarsi non appena si riconoscono i sintomi della perdita di senso. Meglio tirarsi a lato quando ci si rende conto che va sempre a "sbattere" l'impegno per un civismo che come lo intendo io è null'altro che la competenza e la passione messe al servizio altrui. Mi si dirà, cazzi tuoi. Invece no, caro Bert e cari tutti, sono anche cazzi vostri nel momento in cui ci proponete di differenziare tra costi della politica e costi della democrazia. Suggestiva, certo, la scelta. Ma a mio modo di vedere - ed è il vedere di un disilluso che non si è mai sognato di rinnegare di essersi messo in gioco - fuorviante. La politica non è un'entità, così come non lo è la democrazia. La politica ha nomi, cognomi, indirizzi. Sono nomi, cognomi, indirizzi di persone e vengono prima dei nomi e dei vacui indirizzi dei partiti. Ebbene, l'inadeguatezza è il virus che contagia, (non da oggi, ma oggi è peggio) le persone che alimentano la politica e che rappresentano la democrazia nel rapporto con chi non sta dentro stanze dei bottoni vere o presunte. Inadeguatezza vuol dire, papale, troppo "nulla" a gestire poteri che non sono dissimili, pur nelle debite proporzioni, nel passaggio da un consiglio circoscrizionale alla Provincia o al Parlamento. E' il "nulla" dell'impreparazione che mescolata all'arroganza crea una doppia, micidiale devastazione: frantuma la nobiltà del governare con la lungimiranza che è il contrario del misero cabotaggio quotidiani, (per altro confuso e confusionario); e distrugge ogni possibilità di interlocuzione, (e di collaborazione) tra amministratore e amministrato. Due mondi separati, lontani ormai anni luce.
Bert, se ho capito, distingue invoca che delega, (il voto, sale della democrazia, diventi distacco. Ed ha ragione. Ma perchè il protagonismo del singolo, di chi "ha eletto", si trasformi al tempo stesso in pungolo e controllo verso la politica e l'amministrazione, ci vorrebbe la possibilità di riconoscere segni anche minimi di credibilità da parte di chi si trova a muovere le leve della convivenza, de servizi, dei diritti, dello sviluppo, eccetera.
La credibilità, lo ripeto con la forza umile di chi sta si è messo alla finestra ma non ha ancora bruciato tutti i neuroni, è la competenza. Che, nella politica, non è nè la boria intellettualistica dei so tutto io nè il master inchissaquale materia. E' più semplicemente una capacità "onesta" di ascolto, l'arretrare dalle proprie certezze mutando se serve opinioni e soprattutto azioni mettendo a a frutto la vitale arte dell'ascolto di chi nei diversi campi, (economia, cultura, lavoro eccetera) ha strumenti e ricette. A destra come a sinistra, (ma scusate le nostalgie, a me importa la sinistra anche se la bile protesta), queste pratiche sono eresia.
Non è di costi della politica che ci stiamo ammazzando. E' la presunzione di una politica che si fa pagare troppo il vuoto che avvicina il baratro del menefreghismo che, alla fine, "frega" solo chi, per disperazione e orrore degli eccessi, "se ne frega". Costi della politica? Battaglia facile, fin troppo facile. Qualche centinaia di euro in meno, (ma anche qualche decina di euro in meno scendendo ai livelli più bassi dell'amministrazione) darà forse un'illusione di giustizia, (o di minore ingiustizia), ma non risolve il fatto di troppa ignoranza lasciata a fare danni al presente e al futuro nella drammatica e perfino paradossale situazione di una arrogante inconsapevolezza.
La crisi economica richiede risposte di sinistra, risponde Stefano Fait. E però siamo in presenza alle elezioni, da anni, in tutta Europa, di un forte spostamento a destra dei cittadini. Solo ultimamente abbiamo qualche segnale in controtendenza. E quali sono le raggioni per cui, anche in Svezia, Danimarca, Olanda, vince la destra (seppure diversa da quella italiana)? Le richieste sono: "meno tasse" e "meno immigrati". E' una cultura che va contrastata dal basso, quella che fa dire ai tedeschi che la Grecia e l'Italia vanno lasciate al loro destino, e ai "padani" che va lasciata al suo destino l'Italia. E' l'idea di solidarietà che va ricostruita, non solo per ragioni etiche, ma di interesse: la Germania e la Padania non si salveranno da sole. La democrazia è molto esigente, dice Zagrebelsky, e molto faticosa, dice Mariangela.
Finalmente Giorgio entra nel merito dello "stipendio giusto". Fu Vittorio Cristelli a proporre qualche anno fa, per i politici, lo stipendio che ricevevano da lavoratori. E Paolo Barbacovi gli replicò che lui da medico guadagnava molto più che da Consigliere provinciale. Allora tutti tacquero. Cosa guadagnerebbe oggi il vicepresidente Claudio Eccher?
A questa proposta contro-propongo: conteggi la Provincia gli stipendi da lavoratori dei 35 consiglieri eletti (medici, avvocati, insegnanti, commercialisti, magistrati, imprenditori, sindacalisti, operai!, disoccupati!) e attribuisca però lo stipendio più elevato al consigliere più povero, e viceversa, a scalare. Si otterebbe qualche vantaggio, ma gli svantaggi sarebbero superiori. Cerchiamo ancora.
Più che lo spreco di risorse e la sua profonda ingiustizia, io temo i rischi che derivano dal possibile radicarsi di un luogo comune, quello che si basa sulla sovrapposizione semplicistica (d'altra parte se non fosse semplicistico non sarebbe un luogo comune) dei due cardini di questo dibattito: costi della politica e costi della democrazia. E' vero, la politica costa. Presuppone delle strutture, delle persone che ci lavorano, che devono essere pagate, solo per fare l'esempio più immediato. E'anche vero che forse finora sono state pagate fin troppo, e che è giunto il momento di ridimensionare questa realtà. E' giusto quindi insorgere per denunciare quegli usi, a maggior ragione quegli abusi, che non sono più sopportabili, e per giunta parliamo di costi sostenuti per qualcosa che stenta a conseguire il suo scopo, ovvero il benessere della collettività. E'anche vero che la politica è lo strumento necessario per realizzare qualunque forma di Stato, soprattutto quello democratico, ma non c'è ragione di avere fiducia in qualcosa che ha fallito. Allora si potrà pensare: ma il fallimento non sarà dovuto al fatto che la democrazia è un mito irraggiungibile, un'illusione per la quale vengono sostenuti inutilmente dei costi, i costi della politica, appunto? Ed è proprio in questo momento che il rischio del luogo comune diventa pericolo. Quello che così risulta minacciato è, più che l'idea, il sentimento stesso della democrazia, che per giunta ha dei costi ulteriori rispetto a quelli della politica, costi che si misurano in termini di impegno quotidiano di ciascuno di noi rivolto all'analisi e alla comprensione della realtà che ci circonda, e al controllo delle azioni di coloro che abbiamo delegato a formare le nostre istituzioni di democrazia rappresentativa. Per citare il Prof. Bert, la democrazia è faticosa. A questo punto può risultare comodo cedere alla tentazione, facilmente strumentalizzabile, di abbandonarsi al ruolo, peggio sarebbe all'istinto, di suddito, invece di assumersi le responsabilità del proprio dignitoso, anche se faticoso, status di cittadino.
Io reputo che abbiano ragione loro e per questo sono convinto che i politici debbano dare il buon esempio per primi, con i fatti e non con le parole.
Spero di riuscire a sintetizzare i ragionamenti degli "indignados" (o almeno dei più competenti tra loro) perché non vorrei che si commettesse l'errore di percepirli come giovani ingenui, ribellisti/radicalizzati, disinformati, complottisti anti-casta senza se e senza ma, potenzialmente pericolosi.
Diverse nazioni europee ed extra-europee stanno progressivamente perdendo qualunque possibilità di beneficiare di una pur minima ripresa economica perché i loro governi hanno imposto draconiane misure di austerità che non hanno ridotto il debito ed hanno invece cancellato i mezzi con cui si poteva sperare di ripagarlo. Al momento questa si configura come un’operazione suicida e infatti le agenzie di rating hanno buon gioco nello spolpare le carcasse di queste facili prede, sopprimendo qualunque residua speranza creditizia che potevano avere.
La Grecia è indebitata perché i governi greci, come i governi di altri paesi, hanno fatto le cicale per alimentare il boom e restare al potere. La crisi globale ha poi fatto arrivare tutti i nodi al pettine. Ma una grossa fetta del debito greco è stata creata per sostenere le banche greche. Lo stesso discorso vale per gli altri PIGS. Eppure le nazioni creditrici non sono messe molto meglio. Sono state introdotte misure di austerità in Germania e Francia e quelle imposte al Regno Unito dal proprio governo sono quasi paragonabili a quelle delle nazioni fortemente debitrici (PIGS). Perché? I rispettivi governi affermano che la colpa è degli stessi PIGS e che bisogna salvarli dalla bancarotta.
Ciò tuttavia non corrisponde al vero, come dimostra il caso greco. I Tedeschi non stanno soccorrendo i Greci per solidarietà paneuropea ma perché se la Grecia fallisce il sistema bancario tedesco riceverà un colpo terribile, forse fatale, essendo particolarmente esposto sia con l’amministrazione pubblica greca nei suoi vari gangli, sia con le banche greche. Dunque i fatti indicano che i Tedeschi stanno soccorrendo le proprie banche, non la Grecia. Lo stesso vale per il Regno Unito nei confronti dell’Irlanda e della Francia nei confronti del Portogallo. In pratica i soldi escono dalle tasche dei contribuenti “ricchi” per affluire nelle banche delle loro nazioni, con una piccola, rapida deviazione attraverso i PIGS.
Di chi è la colpa? Ci viene detto che la colpa è dei PIGS, che hanno speso più di quello che si potevano permettere e questo è certamente in parte vero. Ma la colossale omissione è che le banche anglo-franco-tedesche (ed extra-europee) sapevano che quei debiti non potevano essere ripagati – sono stati usati tutti i trucchi contabili possibili per nascondere la reale entità dell’indebitamento dei PIGS, fino a che non è emersa la verità in tutta la sua evidenza –, ma hanno comunque deciso di concedere i prestiti, alimentando un circolo vizioso, come uno spacciatore con i suoi clienti, presumibilmente nella certezza che, essendo “troppo grandi per fallire”, i governi sarebbero intervenuti per salvarle, a spese dei contribuenti, a beneficio dei consigli di amministrazione. Così i Tedeschi hanno pagato molto di più per salvare le proprie banche di quanto abbiano pagato per salvare la Grecia (senza averla salvata, peraltro) e, in ogni caso, quel che daranno alla Grecia finirà nelle tasche dei loro banchieri.
Dunque si tratta di capire quanto costerà ai cittadini salvare il sistema finanziario-bancario, che non intende pagare lo scotto delle proprie azioni. È presto detto: il costo per i cittadini è la perdita della sovranità nazionale a beneficio di piani di austerità draconiana (uso questo termine avvedutamente: Dracone applicava la pena di morte o la schiavitù ai debitori). È quel che è successo in questi mesi, sotto la supervisione della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale. Le misure contenute nel pacchetto di riforme “energicamente raccomandate” comprendono l’aumento dell’IVA e la riduzione delle imposte progressive – ossia la soppressione dei meccanismi perequativi che stanno alla base di una democrazia –, la diminuzione del costo del lavoro – ossia la contrazione del tenore di vita dei lavoratori –, il taglio delle pensioni, la riduzione del salario minimo e dei sussidi di disoccupazione e la revisione delle norme per la tutela dei diritti dei lavoratori. In questo modo chi paga il conto della crisi sono lavoratori dipendenti, pensionati e consumatori. I ricchi pagano meno tasse e il resto della popolazione si ritrova con i generi di prima necessità a costo maggiore. Come detto, è oggettivamente un programma folle, perché elimina qualunque possibilità di rilancio dell’economia, ma evidentemente non è quello il reale obiettivo. Infatti tutto questo non ha nulla a che fare con la democrazia ed è terribile che proprio le dirigenze politiche di così tante democrazie le stiano pugnalando alla schiena tradendo il mandato degli elettori.
D’altronde la storia del Fondo Monetario Internazionale è la storia di un’istituzione essenzialmente anti-democratica, intenta a favore la concentrazione del potere politico-economico in poche mani “esperte” e “meritevoli” (plutocrazia) [cf. Naomi Klein. Shock Economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri, Rizzoli, Milano 2007]. Quel che prima è accaduto ai paesi in via di sviluppo ora succede ai “pezzi grossi”, alle economie “avanzate”. Siamo giunti alla resa dei conti e, spiace dirlo, Zapatero non ha dimostrato, finora, di essersi schierato dalla parte giusta.
In Spagna si tratta "soltanto" del fallimento di una classe dirigente nel fronteggiare le ricadute nazionali della crisi economica mondiale. Una classe dirigente confermata per altro con entusiasmo da due elezioni democratiche. Francesco commenta: Zapatero non può essere diventato cattivo e incapace se fino a ieri era buono e competente.
In realtà, in questo passaggio di fase emerge la necessità di un rapporto nuovo fra politica ed economia. Il dramma è che la crisi è scoppiata per la finanziarizzazione dell'economia: "Sono dolori se la ricchezza è un fantasma" è il titolo di un interessante articolo di Giorgio RUFFOLO (l'Unità, 22.9). E la politica dalla crisi è stata investita in un momento acuto di debolezza ("sofferenza" è la mia parola, che traggo da Pierangelo Schiera).
Ci può aiutare la storia ("come sono andate le cose in passato") in questa ricerca? La storia non ha ricette da fornire, aiuta a riflettere sul dualismo fra politica ed economia.
Paolo PRODI ha scritto "Settimo non rubare", Furto e mercato nella storia dell'Occidente. (2009). In occasione del Festival dell'Economia del 2010 lo ho io stesso intervistato sul tema per il "Trentino". Se uno cerca con pazienza su Internet lo trova.
Wolfang REINHARD ha scritto "Storia del potere politico in Europa" (2001)
Ma io vi consiglio anche "EUROPEI" di Guido Barbujani (2008). Qual era il rapporto fra l'economia (la produzione nella preistoria, con la pietra come tecnica a disposizione) e la politica (nell rapporto fra l'uomo europeo di Neandertal e il Cro-Magnon africano). Il Cro Magnon dall'Africa decise di immigrare in Europa, 40.000 anni fa, dotato anch'esso di pietra, ma più efficiente di quella europea. Forse ha qualcosa da dirci quella storia lontana, sull'economia, sulla politica, sull'immigrazione, sui respingimenti e sull'accoglienza.
Oggi è di una politica mondiale, ed europea, che avremmo bisogno. Tutta da costruire. L'economia, come sempre, è partita in anticipo, senza chiedere il permesso ai governi e ai parlamenti, ai consigli provinciali e comunali. Di questa portata sono i problemi.
Le indennità, i rimborsi, i vitalizi sono "brufoli" che danno fastidio. E che però dobbiamo curare: anche perchè l'esempio dei politici che cambiano stile di vita contribuisce al cambiamento del nostro stile di vita. Dalla crisi dobbiamo uscire diversi, in alto e in basso, in Consiglio provinciale e nelle nostre famiglie.
E tuttavia, a me pare, nei costi della politica occorre sempre operare una distinzione rigorosa. Non vanno messi nello stesso mazzo gli stipendi personali e "i rimborsi spesi, i soldi per l'attività politica che finiscono ai gruppi consiliari". Questi ultimi sono i costi della democrazia, ineliminabili. Da attribuire con responsabilità anch'essi, ma ai quali sono orgoglioso di contribuire.
Che Giulio Tremonti vada in un lungo viaggio fino al Fondo Monetario Internazionale è un costo, ma necessario. Quel ministro lo giudico per ciò che lì sa dire, non per i costi dell'aereo e dell'albergo. Che un partito abbia una sede è un costo, ma necessario: talvolta, da non iscritto, ci vado ancora. L'ultima per discutere del diritto dei musulmani alla moschea. Anche un'assemblea pubblica costa: la propaganda, la sala, il relatore (che tavolta viene da fuori). In anni lontani proposi che di ogni iniziativa politica l'organizzatore rendesse pubblici i costi, e Aldo Marzari, allora segretario di un qualche partito, per un po' lo fece.
Se io vado a New York ci vado a spese mie. Anche Tremonti ci va a spese mie: questo è un privilegio che gli diamo il giorno delle elezioni. Sono privilegi soprattutto tutte quelle esperienze che un politico può fare nello svolgimento delle sue funzioni: penso a un consigliere comunale di Trento che può ascoltare e interloquire con un architetto come Renzo Piano. Che goda di questo privilegio lo so nel momento in cui lo mando a rappresentarmi in consiglio; per questo cerco, come mi è possibile, di mandarvi persone oneste e competenti. Sul loro comportamento, su ciò che dicono e fanno, cerco di vigilare, aiutato (ma non sempre) dalla stampa.
Altra cosa sono gli stipendi, le pensioni, gli (ex) vitalizi. In questo ambito si sono accumulati privilegi che vanno tagliati. Qual è lo stipendio giusto? è la domanda difficile. A cui vorrei risposte "collettive", di mediazione politica nelle istituzioni. Dopo aver ascoltato non le invettive antipolitiche, ma proposte che vengono dalla società civile. Io mi aspetto risposte più "austere" dai politici che si arrabattano su una politica di "accoglienza" (degli immigrati) piuttosto che di "respingimenti".
punto di partenza prezioso.
E tuttavia, a me pare, nei costi della politica occorre sempre operare
una distinzione rigorosa. Non vanno messi nello stesso mazzo gli
stipendi personali e "i rimborsi spesi, i soldi per l'attività politica
che finiscono ai gruppi consiliari". Questi ultimi sono i costi della
democrazia, ineliminabili. Da attribuire con responsabilità anch'essi,
ma ai quali sono orgoglioso di contribuire.
Che Giulio Tremonti vada in un lungo viaggio fino al Fondo Monetario
Internazionale è un costo, ma necessario. Quel ministro lo giudico per
ciò che lì sa dire, non per i costi dell'aereo e dell'albergo. Che un
partito abbia una sede è un costo, ma necessario: talvolta, da non
iscritto, ci vado ancora. L'ultima per discutere del diritto dei
musulmani alla moschea. Anche un'assemblea pubblica costa: la
propaganda, la sala, il relatore (che tavolta viene da fuori). In anni
lontani proposi che di ogni iniziativa politica l'organizzatore rendesse
pubblici i costi, e Aldo Marzari, allora segretario di un qualche
partito, per un po' lo fece.
Se io vado a New York ci vado a spese mie. Anche Tremonti ci va a spese
mie: questo è un privilegio che gli diamo il giorno delle elezioni. Sono
privilegi soprattutto tutte quelle esperienze che un politico può fare
nello svolgimento delle sue funzioni: penso a un consigliere comunale di
Trento che può ascoltare e interloquire con un architetto come Renzo
Piano. Che goda di questo privilegio lo so nel momento in cui lo mando a
rappresentarmi in consiglio; per questo cerco, come mi è possibile, di
mandarvi persone oneste e competenti. Sul loro comportamento, su ciò che
dicono e fanno, cerco di vigilare, aiutato (ma non sempre) dalla
stampa.
Altra cosa sono gli stipendi, le pensioni, gli (ex) vitalizi. In questo
ambito si sono accumulati privilegi che vanno tagliati. Qual è lo
stipendio giusto? è la domanda difficile. A cui vorrei risposte
"collettive", di mediazione politica nelle istituzioni. Dopo aver
ascoltato non le invettive antipolitiche, ma proposte che vengono dalla
società civile. Io mi aspetto riposte più "austere" dai politici che si
arrabattano su una politica di "accoglienza" (degli immigrati) piuttosto
che di "respingimenti".
Con Vincenzo Calì abbiamo partecipato al convegno di studio alla FBK su "Minoranze e imperi". Anch'esso un convegno costoso, di storia dell'Ottocento, una di quelle iniziative culturali che, di tanto in tanto, qualcuno vorrebbe serenamente abolire.
Gli imperi, scomparsi con la prima guerra mondiale,proprio in quanto dinastici, costavano meno dei contemporanei stati nazionali che si andavano democratizzando attraverso i partiti di massa.
Per quanto in sofferenza, non vedo, nemmeno oggi, un'alternativa ai partiti politici: restano gli strumenti in cui noi, diversi come siamo, ci associamo per confliggere democraticamente. Possiamo arricchire la democrazia con strumenti nuovi, anch'essi costosi, però.
Il referendum, la democrazia diretta, non può sostituire il partito politico. E poi, anche il referendum costa. Qualcuno ricorda che nel giugno del 2010 c'è stato un referendum fallito, e sulla legge elettorale? (!). E' stato uno spreco: dobbiamo darci regole nuove anche sugli altri strumenti, e le invettive servono a poco.
Osservo che nessuno, nè Osvaldo nè Giorgio, nè Ilaria Pedrini nè Alessandro Branz (che esagerano nell'uso dei superlativi!) si misura con la domanda cruciale che ci sta convocando: "qual'è lo stipendio giusto" per un politico?
Come trovare un criterio oggettivo? La soluzione, come di tutti gli altri problemi politici, non può essere che in un "di più" di democrazia al momento delle scelte di coloro a cui affidiamo il peso e l'onore della rappresentanza, sia nelle istituzioni che negli organismi di partito.
Michele Serra, L'Amaca, La Repubblica, 23 settembre 2011
Non si tratta di antipolitica, si tratta di senso della misura e del decoro e di rispetto nei confronti dei cittadini.
Qui tutti devono rimboccarsi le maniche e rinunciare a molto di quello che hanno sempre dato per scontato. Che i politici debbano dare il buon esempio per primi mi pare evidente. Solo così potranno salvare la democrazia a cui tanto teniamo.
Si è parlato di autoriduzione dello stipendio. E’ stato fatto un esempio, tra i tanti:
Obama: 294.500 euro all'anno.
Schwarzenegger (governatore della California): 162.598 euro lordi l’anno.
Altri governatori statunitensi: 88 mila euro circa.
Luis Durnwalder: 320.496 euro lordi l’anno.
Dellai guadagna quasi quanto la Merkel.
Un altro esempio di Stella è quello di consiglieri regionali che in media guadagnano (al netto) più di quanto percepisce un governatore americano (ma al lordo).
E' falso o impreciso o incompleto quel che scrive il Trentino?
"Cinque anni in consiglio valgono almeno 540 mila euro considerando l'indennità netta, l'indennità di fine mandato e il fondo pensione accumulato. [...]. Questo senza considerare i rimborsi spese, la tessera gratis dell'A22 e i soldi per l'attività politica che finiscono ai gruppi. Il Consiglio, tra l'altro, fornisce anche tutta una serie di fondi per approfondire gli studi delle proposte legislative e per il lavoro dell'aula.
Se l'eletto poi diventa assessore ha diritto a una maggiorazione. Il presidente della giunta provinciale prende il 50 per cento in più di un consigliere, gli 8 assessori, il vice prende come gli altri, invece, il 30 per cento in più. A Bolzano, il presidente, Luis Durnwalder, arriva al 90 per cento in più e gli assessori al 50 per cento.
Non c'è più il vitalizio, che pure ha reso ai consiglieri centinaia di migliaia di euro, se non milioni da solo. Basta pensare che, secondo i calcoli della stessa Regione, gli ex consiglieri hanno versato in media il 18 per cento di quanto ricevono come vitalizio. Sono in molti a superare il milione di euro di trattamento pensionistico. Una cifra enorme se si pensa che molti di questi ex consiglieri hanno al loro attivo anche almeno un'altra pensione. Poi, ci sono anche i fortunati che cumulano al vitalizio da consigliere quello da parlamentare, oltre alla pensione. C'è chi prende oltre 10 mila euro al mese solo di vitalizi".
Va bene così? E' accettabile? O forse c'è qualcosa che non va?
Ha perfettamente ragione Giorgio nel primo commento di questa “direzione”. E’ geniale l’operazione di Bert (e di Raniero La Valle): “l'aver scelto di spostare il tema dai costi della politica ai costi della democrazia”. E l’aver nel contempo smascherato l’altra operazione, quella di fare di tutt’erba un fascio, quella di annullare la dialettica democratica e di confondere tutti coloro che bene o male ci rappresentano in una “casta” dal sapore indefinito ed omogeneizzante, finendo con l’affossare (consciamente o meno non so) con la “casta” anche la democrazia e le sue procedure.
In tutta questa operazione per il vero un disegno c’è ed è quello dell’antipolitica più coerente, quella stessa antipolitica che ci accompagna sin dalla caduta della c.d. Prima Repubblica: condannare come negativo, nefasto, e in definitiva produttore di corruzione ogni tipo di “mediazione”, e con esso il lungo e paziente lavoro di tessitura, di costruzione di rapporti politici e sociali che dovrebbe caratterizzare il ruolo rappresentativo. In fondo questo è avvenuto nei lunghi anni di transizione che ci stanno alle spalle e nei quali siamo ancora immersi: la giusta ed opportuna critica alla corruzione politica ha finito con l’affossare anche la politica stessa, il suo modo d’essere, la sua finezza, la ricerca della soluzione migliore e non necessariamente di quella più immediata e produttiva dal punto di vista del consenso. In fondo paradossalmente (ma non tanto) questo tipo di antipolitica porta con sé il “decisionismo”, il rifiuto del compromesso virtuoso, e nel momento stesso in cui si ragiona di “casta” alla fin fine ci si appella, contro il mondo della politica corrotto e corruttore, al leader populista puro ed integerrimo, che non ama mediazioni ed arriva “direttamente” al cuore della “gente”.
Questo è il rischio che i nostri “apprendisti stregoni” non si rendono conto di correre (e non oso pensare che se ne rendano invece conto). E davanti a questa situazione non credo sinceramente che -come si propone da più parti- la soluzione sia azzerare le indennità, magari per i consiglieri o assessori dei livelli istituzionali più bassi, quelli (guarda caso) più vicini ai cittadini. Per due ragioni: perché -ovviamente se contenuta e proporzionata- l’indennità è una conquista, proprio in ragione del fatto che -come giustamente dice Bert- la democrazia ha un costo. Senza indennità farebbero politica solo i più ricchi e benestanti, mentre proprio quel riconoscimento consente (da sempre) anche a chi non è possidente o facoltoso di fare politica ed impegnarsi per la collettività. In secondo luogo, dobbiamo -una buona volta- renderci conto di ciò che significa svolgere un ruolo istituzionale in un comune di poche centinaia di abitanti. Parlo per esperienza personale: a fronte di una indennità quasi irrisoria, l’impegno è quotidiano e molto intenso, anche perché -perlomeno per chi crede nella possibilità di migliorare le cose- gli ostacoli culturali e finanziari (nel senso di poca disponibilità di risorse) sono molteplici e tanto più rilevanti quanto maggiore è la necessità del cambiamento e dell’innovazione. Anche in questo senso la democrazia “costa” e va salvaguardata come un bene prezioso.
La politica, in questa fase della storia, talvolta appare impotente addirittura. Questo genera sfiducia nella democrazia. La "vita umana associata" richiede tempo, studio, mediazioni, pressioni, e votazioni infinite. Chi vuole proteggere la democrazia, come i miei primi tre interlocutori, deve essere disposto a un lavoro impegnativo, a dire parole anche impopolari.
Prendo un esempio dalla notizia di ieri: la giunta comunale di Trento "rinuncia" alle microaree attese da anni dalla comunità dei nomadi, e inserite nel programma elettorale del centro-sinistra. Qui c'è con tutta evidenza un blocco che solo la società civile (forse) può rompere. Ma quale pressione è in grado di esercitare oggi la società? Come far sentire al sindaco che molti sono i delusi, ma disposti ad attivarsi?
E' in grado la società di chiedere conto all'assessore competente le ragioni del cambiamento di rotta? O la retromarcia rappresenta veramente l'indifferenza della società "democratica" al problema dei nomadi? Cioè: è in grado la società di raccogliere firme, di inviare lettere ai quotidiani argomentando in favore delle microaree? Hanno i giornali, anche il TRENTINO, la sensibilità di dare spazio a una campagna di pressione? Questo intendo con "sofferenza": solo chi ha già esperienza della politica sa le resitenze che insorgono, la difficoltà a vincerle, le paure legittime (delle microaree, della moschea...) che vanno rimosse. Il mio timore è che il sindaco, dopo il suo "no" argomentato, possa dormire sonni tranquilli.
Ancora: quanto lavoro, e tempo, e studio, e arrabbiature, ci sono nella "promessa" precedente e nella "retromarcia" successiva? E qual è lo "stipendio giusto" da attribuire al sindaco, agli assessori, ai consiglieri che si stanno invece sobbarcando la fatica delle microaree? A me pare che l'iniziativa estiva del TRENTINO non tenga conto di questo lavoro "politico", quello visibile e quello nascosto. A me pare che istigare all'invettiva antipolitica non aiuta a risolvere il problema (delle microaree, e dei costi della democrazia) perchè non sollecita alla conoscenza e all'impegno i cittadini. La politica non è un palcoscenico su cui recitano alcuni attori da applaudire o, più spersso, fischiare. Se io mi faccio l'idea che sindaco, assessore, e consigliere sulle microaree non hanno faticato, spetta a me la prossima volta agire perchè non vengano democraticamente rieletti.
Sul riparmio possibile: io credo che la strada non sia l'autoriduzione volontaria dello stipendio da parte del singolo consigliere. Io chiedo al mio rappresentante nelle istituzioni di più: che agisca politicamente, cioè collettivamente, attraverso l'approvazione di una delibera che valga per tutti. L'operazione chiede più tempo, più lavoro, più mediazione: ma questa è la politica.
A promuovere una campagna giornalistica come quella a cui abbiamo assistito, basta il "via" del direttore alle invettive. Tagliare un costo stabilito in passato, e che oggi appare sbagliato, richiede lavoro politico. In basso e in alto, a destra e a sinistra. Teste che cadono e teste che vanno valorizzate. Grazie dell'attenzione. S.B.
Non entro in tutto il dibattito attorno ai tanti tipi di "costi", mi soffermo su uno soltanto: l'indennità di assemblee elettive. Da un anno a questa parte fra persone elette nell'Assemblea della nostra Comunità di valle si va parlando di costi del nostro ente e non solo. Abbiamo provato anzitutto ad esaminare noi, di partiti diversi, e la possibilità di far risparmiare la Comunità rispetto alle nostre indennità. E' stato molto istruttivo. Ne ho ricavato una conclusione: sarebbe importante rinunciare al gettone di presenza in questo livello di rappresentanza, sarebbe importante cominciare a farlo su base volontaria, in modo discreto e non strumentalizzabile (e tenendo aperta la possibilità di una modifica normativa). Sarebbe importante per un semplice motivo, per ritrovare il legame fra i tanti tipi di impegno di partecipazione dentro e fuori le istituzioni.
Quanti cittadini attivi si impegnano quotidianamente e gratuitamente per la Comunità, per fare comunità! Perché il varcare quella soglia che porta nel palazzo deve cambiare le cose? L'elezione - almeno ai livelli fondamentali in termini di autonomia e democrazia, ma leggeri in termini di tempo impiegato - può essere vissuta come una continuità dell'impegno civile. Una Assemblea come la nostra - e forse come tanti Consigli comunali - richiede a noi consiglieri in termini di tempo per le riunioni e per lo studio molto meno di quanto richiede la partecipazione ad attività di volontariato sociale, ad esempio. Farlo gratuitamente potrebbe dare un messaggio importante: anche voi cittadini fate politica, anche noi come voi la facciamo gratuitamente.
A misura che la Crisi si acuirà e la rabbia si manifesterà tangibilmente, la democrazia sarà screditata e tanti politici ne pagheranno le conseguenze. Una recente indagine mostra che, tra i giovani altoatesini, oltre l’80% di loro è del parere che gli esponenti politici facciano i propri interessi personali e “colpisce il fatto che con l’aumentare dell’età aumentano anche le posizioni negative sui politici”. Nella medesima proporzione, questi giovani vogliono la democrazia diretta, vogliono decidere loro, senza intermediari. Lo stesso studio rileva una crescente propensione all’uso della forza per dirimere le questioni. Temo sia un fenomeno diffuso, in questi tempi oscuri. Quando il sindaco di New York dichiara di temere una “primavera araba” per le strade della città che amministra è fin troppo ottimista. Quel che c’è da temere è una rivoluzione globale, un bagno di sangue indiscriminato, il risveglio archetipico di Dioniso e Odino, insieme.
Ma non è interamente colpa della cosiddetta “gente”, che è responsabile della sua ignoranza e grullaggine, non della sua manipolazione.
Condivido quanto scritto da Gustavo Zagrebelsky: “Sono i detentori del potere (i dynàstai) a fare della democrazia – della parola democrazia – il proprio orpello, a invocarla per rendere indiscutibile il proprio potere sugli inermi. Quanti abusi di potere si giustificano “democraticamente”! La democrazia, intesa come ideologia dei governanti, è una sorta di assoluzione preventiva dell’arbitrio sui deboli, sugli esclusi, sui senza speranza, in nome della forza del numero… la democrazia come icona politica sta cambiando partito, sta mostrando un volto minaccioso proprio nei confronti di coloro ch’essa è nata per proteggere”. E ancora: “Aggiungerei il Thomas Mann del racconto, spesso citato ma pochissimo letto, “Mario e il mago”, dove si narra di uno spettacolo allucinatorio, ambientato nell’atmosfera di una vacanza in Versilia del 1930, durante il quale un ciarlatano, torbido manipolatore delle coscienze, conquista il pubblico ipnotizzandolo e costringendolo, ma col suo consenso, anzi con la sua adesione, a ballare al sibilo del suo scudiscio. è descritto un impasto di identificazione di massa, violenza psicologica, adesione fanatica, coscienze pervertite che si offrono al seduttore senza sapersi sottrarre all’illusione perché il risveglio è più doloroso della soggezione: un impasto che sfocia nella tragedia… c’è chi dice che non siamo in una dittatura semplicemente perché non c’è nemmeno più bisogno della dittatura. La dittatura, nel senso recepito della parola, non c’è perché è diventata superflua”.
Zagrebelsky non si riferisce solo a Berlusconi, cita anche Bush e Blair.
Lo spirito della democrazia è radicato nella visione di una natura umana caduta ma perfettibile, i diritti costituzionali sono fondati su una visione della natura umana che ci chiama ad essere attori responsabili verso qualcosa dentro di noi che è superiore ai nostri desideri così umani, troppo umani, di profitto e soddisfazione personale. Il cuore della democrazia è apprezzare l’altro anche quando è un mio avversario. Essere democratici significa riuscire a fare un passo indietro ed un passo fuori da se stessi, dalle proprie emotività, consentendo all’altro di pensare, parlare e vivere. Dunque la democrazia non è solo un’istituzione, una forma politica, è anche e soprattutto un modus vivendi, una forza interiore, l’espressione più alta di una spiritualità laica capace di coniugare pragmatismo e misticismo, materia e spirito, esteriore ed interiore, bene e male.
La democrazia serve perché nessuno può avvicinarsi alla verità ed alla rettitudine senza essere assistito da tante altre persone: è uno sforzo corale, come corali sono sempre stati gli sforzi delle varie costituenti, delle persone incaricate di redigere le carte dei diritti e gli statuti, che mai sarebbero giunti ad un tale livello di saggezza e lungimiranza da soli. Le costituzioni fanno appunto questo e sono delle vere e proprie forme d’arte, sono provviste di una dimensione estetica ed etica che fa della DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA (come camera di compensazione) una forma di governo vincente, l’unica che consenta alle persone di lavorare assieme, di riconoscere nell'altro un proprio pari, non in un senso superficiale, ma in un senso più profondo, ispirato dalla percezione della forza che la presenza o l'assenza dell'altro esercita su di noi, una forza che trascende la corporeità e promana dalla coscienza e che ci spinge, saltuariamente, a cooperare, ad incontrarci e lavorare assieme per beneficiare di questa forza. È questo il significato metafisico e spirituale della democrazia, AL SUO MEGLIO.
Non è la politica a soffrire, è l’intera società e in particolar modo la fiducia e la speranza nella democrazia e nelle sue procedure. Ora tutto questo sta venendo meno, si sta sfarinando e non possiamo proprio permettercelo. Esiste un livello di guardia superato il quale la corruzione sopravanza la soglia della decenza e l'hybris prende il sopravvento. A quel punto, agli occhi degli altri, si perde il diritto di esistere.
È quel che sta succedendo oggi e non solo in Italia: gli orribili disastri del golfo del Messico e di Fukushima, dove il profitto delle aziende è venuto prima della sicurezza e dell’incolumità di milioni di persone, con l’avallo della politica, valgono 100mila, 1 milione di Berlusconi!
Raggiunta una massa critica, la corruzione, l'iniquità distruggono intere civiltà.
Il “Trentino” avrà forse sbagliato nei modi e nei toni, ma io da diverso tempo mi sto domandando seriamente se i nostri politici locali, anche di primo piano, abbiano la più vaga idea di cosa si sta per abbattere su di noi, anche nella nostra piccola “ridotta alpina”. E allora ben venga la scoppola del quotidiano, se può fungere da campanello d’allarme.