Post-scriptum

di Steven Forti
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"¡Indignaos!" (Indignez-vous)

di Stéphane Hessel, Torino, ADD, 2011 (ed. originale: Indignez-vous!, Parigi, Indigène, 2010)
Il libello del nonagenario francese che ha dato il nome al movimento spagnolo. Ed altri due testi. Un altro dello stesso Hessel, che si presenta come la continuazione di ¡Indignaos!, ed un altro di un gruppo di intellettuali spagnoli che riflettono sulla stessa questione.
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La rivolta nel deserto postideologico

di Slavoj Žižek, in Internazionale, n. 913, 2 settembre 2011, pp. 88-91
Una riflessione del filosofo sloveno sul movimento 15-M spagnolo e sulle rivolte scatenatesi nella periferia londinese durante il mese di luglio.
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L'evento di una politica «senza partito»

di Fabio Raimondi, tratto da Il Manifesto, 2 giugno 2009
Articolo sulle ultime riflessioni del filosofo francese Alain Badiou sul Novecento come secolo della passione reale, sulla realtà francese e sull'ipotesi comunista. Argomenti approfonditi nei due volumi «L'ipotesi comunista» e «Il secondo manifesto per una nuova filosofia»
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Dove va il custode del vuoto?

di Valerio Romitelli, in Scienza & Politica. Per una storia delle dottrine, n. 44, 2011, pp. 111-125;
Un articolo appena pubblicato che partendo dalla filosofia di Louis Althusser riflette su questioni chiave del pensiero e dell'azione politica, quali l'organizzazione, l'ideologia e la passione.
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Di che si parla e che si tace oggi quando si parla di democrazia?

di Valerio Romitelli, saggio inedito (2001)
Un saggio inedito sulla parola e il concetto di democrazia nell'attualità politica. Vedasi anche il bel volume La democrazia in Italia (Napoli, Cronopio, 2011) coordinato da Maurizio Zanardi e con saggi di Gianfranco Borrelli, Rino Genovese, Bruno Moroncini, Valerio Romitelli e Mario Pezzella.
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Les raons del indignats

a cura di Raimundo Viejo, Barcelona, Pòrtic, 2011
Un'agile raccolta di saggi scritti a caldo da sociologi e storici sul Movimento spagnolo del 15-M, pubblicata in catalano a inizio luglio. Alla fine del testo si trova anche una breve cronologia del primo mese di mobilizzazioni, alcuni manifesti originali del movimento e i link alle web delle varie associazioni che hanno dato vita al movimento del 15-M.
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L'ipotesi comunista

di Alain Badiou, Napoli, Cronopio, 2011 (ed. originale: L'hipothèse communiste. Circonstances, 5, Parigi, Éditions Lignes, 2009);

Sarkozy: di che cosa è il nome?

di Alain Badiou, Napoli, Cronopio, 2008 (ed. originale: De quoi Sarkozy est-il le nom? Circonstances, 4, Parigi, Éditions Lignes, 2007);

Il secolo

di Alain Badiou, Milano, Feltrinelli, 2005 (ed. originale: Le siècle, Parigi, Seuil 2005).

¡Comprometeos! No basta con indignarse

di Stéphane Hessel et Gilles Vanderpooten, Barcellona, Destino, 2011 (ed. originale: Engagez-vous!, Editions de l'Aube, 2011)

Reacciona

José Luis Sampedro (a cura di), Madrid, Aguilar, 2011.

Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo

di Albert O. Hirschmann, Milano, Feltrinelli, 1979 (ed. originale: The Passions and the Interests. Political Arguments For Capitalism Before Its Triumph, Princeton, Princeton University Press, 1977)
Un saggio di notevole interesse per la comprensione della centralità delle passioni (e della loro opposizione agli interessi) nel pensiero filosofico dell'epoca moderna.

Ai bordi del politico

di Jacques Rancière, a cura di Andrea Inzerillo, Napoli, Cronopio, 2011 (ed. originale: Aux bords du politique, Osiris, 1990)

L'odio per la democrazia

di Jacques Rancière, Napoli, Cronopio, 2007 (ed. originale: La Haine de la démocratie, Parigi, La Fabrique éditions, 2005).

Sitografia sull'autore: Jacques Rancière

In riferimento all'opera di Jacques Rancière consigliamo di consultare i seguenti siti:
www.lieux-dits.eu
www.ranciere.blogspot.com

Sitografia Tiqqun/Comité invisible

Praticamente tutti i testi del collettivo conosciuto con il nome di Tiqqun o Comité Invisible e scritti tra il 1999 e l'attualità sono consultabili e/o scaricabili dal seguente sito:
www.bloom0101.org
Si trovano traduzioni di alcuni testi anche in italiano.
Si consigliano le due riviste uscite con il nome di Tiqqun 1 e Tiqqun 2 tra 1999 e 2001; ossia: Tiqqun, Organe conscient du Parti Imaginaire - Exercise de Métaphysique Critique (1999) e Tiqqun, Organe au sein du liaison du Parti Imaginaire - Zone d'Opacité Offensive (2001). E la più recente pubblicazione firmata dal Comité Invisible ed intitolata L'insurrection qui vient, Parigi, La Fabrique éditions, 2007.

Tutti i temi

Indignados

Acampada BC 2011Il movimento degli Indignados è stato per lo più descritto attraverso cronache giornalistiche che si limitano spesso a esaltare l'immagine della piazza e il clamore della partecipazione di massa.
Vogliamo qui analizzarne quattro aspetti molto importanti, ovvero l'organizzazione, l'ideologia, il linguaggio e la passione. La considerazione di queste dimensioni, accompagnate da alcune domande di fondo, permettono forse di svelare la complessità del fenomeno Indignados e più in generale i cambiamenti in atto nei sistemi politici di riferimento.

autore Steven Forti - inserito lunedì, 3 ottobre 2011

Dalla metà di maggio di quest'anno su giornali, telegiornali e pagine web di mezzo mondo si è diffuso rapidamente il termine indignados. Con questo termine facciamo riferimento a un variegato movimento di protesta sorto nella società civile spagnola nella primavera del 2011 e caratterizzatosi principalmente per l'interclassismo, l'a-partitismo, l'a-ideologismo e la critica della situazione politica ed economica spagnola ed europea. Il nome lo si deve a un libro del nonagenario francese Stéphane Hessel (Indignez-vous!), uscito in febbraio. In italiano potremmo tradurre questo termine con indignati, sdegnati, esacerbati, arrabbiati. Indignados, dunque. Ma per cosa? Per la corruzione in politica, per i costi della politica, per un sistema considerato l'antitesi della democrazia reale, per la gestione della crisi economica, per i drastici tagli al Welfare State, per l'assenza di prospettive per le nuove generazioni.(nota 1)
Questo è quello che è successo in Spagna, ma pare che il paese governato dall'ultima forma di socialdemocrazia che aveva saputo destare qualche speranza all'inizio del XXI secolo non sia un'eccezione. Con le ovvie differenze, l'indignazione - o meglio sarebbe chiamarla: la mobilizzazione della società civile, un termine che possiede ben altro che una semplice connotazione etica e morale - è un fenomeno globale in questo 2011. Basta dare un'occhiata a quella che sta passando alla storia come la primavera araba con le "rivoluzioni" (mi si permetta l'uso delle virgolette) di Tunisia, Egitto e Libia e con i movimenti d'opposizione ai poteri costituiti in Marocco, Algeria e Siria. O basta guardare a quello che sta succedendo in Israele, un paese non avvezzo alle manifestazioni di piazza, o alle proteste e alle mobilizzazioni in Grecia o al singolare caso dell'Islanda, che meriterebbe uno studio approfondito.
Una domanda affatto scontata è: perché proprio ora? Perché in paesi così diversi sono sorti movimenti di protesta che hanno saputo riunire un così grande numero di persone e hanno saputo riportare la gente nelle strade, riavvicinarla alla politica e alla riflessione sulla gestione della cosa pubblica? È stata solo la crisi economica? È stato solo il rendersi conto dell'anchilosamento dei sistemi politici esistenti? Se la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la gestione della crisi finanziaria esplosa nel settembre del 2008, le cause vere e proprie sono (anche) altre. E, credo, hanno a che vedere con problematiche di fondo della nostra società, che a intervalli irregolari tornano in superficie, come un fiume carsico.
E appunto qui sta il nocciolo della questione per poter cercare di comprendere il fenomeno dei cosiddetti indignados. Insomma, di cosa stiamo parlando quando parliamo di indignados? Di giovani senza futuro? Di disoccupati per colpa della crisi? Del (mal) funzionamento delle istituzioni democratiche? Della globalizzazione economica? Sì, certo. Ma non solo. Quando parliamo di indignados, in realtà stiamo parlando di almeno tre questioni cruciali per il pensiero e l'azione politica (l'organizzazione, l'ideologia ed il linguaggio) e di una quarta questione, cruciale anch'essa, ma sovente misconosciuta (la passione). A queste quattro questioni si accompagnano delle domande di fondo, indispensabili per poter ripensare euristicamente questo fenomeno e la stessa politica. E a ciò si deve buona parte dei materiali qui suggeriti.

 

1. L'organizzazione

I movimenti sorti in questi ultimi mesi sia nei paesi arabi, sia in Spagna mettono in discussione le forme classiche di organizzazione politica. Gli indignados spagnoli, ad esempio, hanno optato per una forma organizzativa non centralizzata, senza leader, orizzontale. "Siamo tutto fuorché un partito", pare il lemma. Ma nemmeno un movimento, almeno per come la scienza politica ha concepito i movimenti fino ad ora. Siamo in un'epoca post-partitica e post-movimentista, non c'è alcun dubbio al riguardo. Ma non sappiamo ancora in che epoca ci troviamo in quanto a organizzazione politica. La domanda di fondo è dunque: come organizzarsi? E, di conseguenza, chi è il soggetto in questione?(nota 2)

2. L'ideologia

Un'altra caratteristica comune ai movimenti della primavera 2011 è la loro volontà di essere a-ideologici (più che anti-ideologici), quasi che le ideologie siano maligne e si debba fuggirle, confermando quanto si sia impiantato nell'opinione pubblica il leitmotiv delle "ideologie assassine" e del Novecento come "secolo della violenza, dei genocidi e della barbarie". Le richieste dei movimenti hanno a che vedere soprattutto con problemi concreti e si caratterizzano per fare appello a grandi ideali - una "democrazia reale", ad esempio - che possono essere accettati da un ampio spettro di persone, superando i confini tradizionali di destra e sinistra. Insomma, si vuole superare il Novecento (ma senza averlo ripensato). La domanda che si pone è dunque: c'è "un possibile" a cui guardare oggi?

3. Il linguaggio

Nel recente L'insurrection qui vient (Parigi, 2007), il Comité Invisible considera che "il n'y a plus de langage pour l'expérience commune": sono le lotte che creano il linguaggio, avverte il Comité Invisible, come avvenne con la Rivoluzione francese e con quella russa. E ora? Ora pare non si stia creando linguaggio, perché non si sta "muovendo" nulla.
Non è difficile constatare come manchi un linguaggio per pensare e per fare la politica adatto a questi tempi nuovi. Effettivamente, parliamo di "movimento del 15-M", ma questo fenomeno poco ha a che vedere con i movimenti tradizionali. Continuiamo a utilizzare un linguaggio, e pure delle forme organizzative, prestateci dall'Ottocento e dal Novecento. La domanda di fondo è dunque: come possiamo pensare la politica nel XXI secolo? Con quali categorie? E, di conseguenza, di cosa parliamo? E come parliamo?

4. La passione

La passione va mano nella mano con il suo contrario, l'apatia, che è ormai considerata da tutti come il più grande male (e il più grande mito) del nostro tempo. Se ne parla sempre e comunque. I giovani sono apatici, la società è apatica. Ma quando i giovani e la società si appassionano - manifestazioni, proteste, mobilizzazioni, ecc. - sono subito bollati come violenti. Quali sono le cause di questa apatia? La società del consumo? Il benessere generalizzato? La fine delle ideologie? E, soprattutto, come uscirne senza cadere nel cosiddetto "diciannovismo", in quell'idealismo romantico tacciato di violento e molto spesso di inconcludente? Come ritrovare la passione della e per la politica?
E a questa domanda vorrei dare una risposta. Credo che innanzitutto si debba ripensare il Novecento, nei cui meandri si è persa tale passione. Ripensarlo tenendo alla larga la vulgata del secolo degli orrori e delle ideologie assassine. Ripensarlo iniziando da Machiavelli per arrivare a Gramsci (che ripesca proprio Il Principe di Machiavelli nei Quaderni dal carcere definendolo un libro di "passione politica immediata"), passando per il bel saggio di Albert O. Hirschmann sulla centralità della passioni nella produzione di alcuni fra i più osannati fondatori del pensiero razionalista occidentale (Spinoza, Hobbes, Hume, Montesquieu, Adam Smith). Ripensarlo questo maledetto Novecento come "il secolo" della passione "reale", come ha tentato di fare Alain Badiou. Perché? Perché credo che la questione della passione, ben lungi dall'essere una curiosità intellettualistica, sia il quid della politica e il minimo comun denominatore delle altre tre questioni (organizzazione, ideologia, linguaggio) di cui si è detto sopra. La passione intesa come qualcosa di opposto agli interessi, la passione come base della politica vissuta come amicizia/amore (le Politiques de l'amitié di Jacques Derrida) e non come odio (l'opposizione amico/nemico de Il concetto del ‘politico' di Carl Schmitt). In poche parole: senza passione (una passione organizzata, una passione pensata, una passione formulata) non c'è politica.

 

Note:

1) Una spiegazione dettagliata di questo fenomeno si trova in una serie di articoli pubblicati su questa stessa pagina web. Vedasi, i miei cinque articoli intitolati Che cosa succede in Spagna? Lettera da Barcellona.
2) Vedasi anche l'interessante dibattito suscitato dalla riflessione di Alessandro Branz, Partiti da rigenerare, pubblicata in questa stessa pagina web alla fine del mese d'agosto.

inviato da SERGIO il 20.10.2011 18:21
A proposito dei "movimenti" e del loro eventuale (per me auspicabile) rapporto con i partiti tradizionali ritengo utile sottoporre alla riflessione dei frequentatori di questo forum, specie di quelli iscritti al PD, il seguente scritto di Antonio Gramsci:
(....) Occorre fare una distinzione tra elementi puramente “ideologici”, ed elementi d'azione pratica, tra studiosi che sostengono la “spontaneità” come metodo immanente ed obiettivo del divenire storico e politicanti che la sostengono come metodo “politico”. Nei primi si tratta di una concezione errata, nei secondi si tratta di una contraddizione immediata e meschina che lascia vedere l'origine pratica evidente, cioè la volontà immediata di sostituire una determinata direzione a un'altra. Anche negli studiosi l'errore ha un'origine pratica, ma non immediata come nei secondi.
L'apoliticismo dei sindacalisti francesi dell'anteguerra conteneva ambedue questi elementi: era un errore teorico e una contraddizione (c'era l'elemento “sorrelliano” e l'elemento della concorrenza tra la tendenza politica anarchico-sindacalista e la corrente socialista). Esso era ancora la conseguenza dei terribili fatti parigini del 71: la continuazione, con metodi nuovi e con una brillante teoria, della passività trentennale (1870-1900) degli operai francesi. La lotta puramente “economica” non era fatta per dispiacere alla classe dominante, tutt'altro. Così dicasi del movimento catalano, che se “dispiaceva” alla classe dominante spagnuola, era solo per il fatto che obbiettivamente rafforzava il separatismo repubblicano catalano, dando luogo a un vero e proprio blocco industriale repubblicano contro i latifondisti, la borghesia e l'easercito monarchici. Il movimento torinese dell'Ordine Nuovo fu accusato contemporaneamente di essere "spontaneista" e "volontarista" o bergsoniano. L'accusa contraddittoria, analizzata, mostra la fecondità e la giustezza della direzione impressagli. Questa direzione non era "astratta", non consisteva nel ripetere meccanicamente delle formule teoriche; non confondeva la politica, l'azione reale con la disquisizione teoretica; essa si applicava a uomini reali, formatisi in determinati rapporti e contesti storici, con determinati sentimenti, modi di vedere, frammenti di concezioni del mondo, ecc, che risultavano dalle combinazioni "spontanee" di un dato ambiente di produzione materiale, con il "casuale" agglomerarsi in esso di elementi sociali disparati. Questo elemento di "spontaneità" non fu trascurato e tanto meno disprezzato: fu educato, fu indirizzato, fu purificato da tutto ciò che di estraneo poteva inquinarlo, per renderlo omogeneo, ma in modo vivente, storicamente efficiente, con la teoria moderna. Si parlava dagli stessi dirigenti di "spontaneità" del movimento; era giusto che se ne parlasse: questa affermazione era uno stimolante, un energetico, un elemento di unificazione in profondità, era più di tutto la negazione che si trattasse di qualcosa di arbitrario, di avventuroso, di artefatto e non di storicamente necessario. Dava alla massa una coscienza "teoretica", di creatrice di valori storici e istituzionali fondamento dello Stato. Questa unità della "spontaneità" e della "direzione consapevole" ossia della "disciplina", è appunto l'azione politica reale delle classi subalterne, in quanto politica di massa e non semplice avventura di gruppi che si richiamano alla massa.
Si presenta, a questo proposito, una quistione fondamentale: la teoria moderna può essere in opposizione con i sentimenti "spontanei" delle masse? ("Spontanei" nel senso che non sono dovuti a un'attività educatrice sistematica da parte di un gruppo dirigente già consapevole, ma formatisi attraverso l'esperienza quotidiana illuminata dal "senso comune", cioè dalla concezione tradizionale popolare del mondo, quello che molto pedestramente si chiama"istinto" e non è anch'esso che un'acquisizione storica primitiva ed elementare).
Non può essere in opposizione: tra di essi c'è differenza "quantitativa", di grado, non di qualità: o almeno deve essere possibile una "riduzione", per così dire, reciproca, un passaggio dagli uni all'altra e viceversa. (Ricordare che Emanuele Kant ci teneva a che le sue teorie filosofiche fossero d'accordo col senso comune; la stessa posizione di verifica nel Croce; Marx nella Sacra Famiglia affermava che le formule della politica francese della Rivoluzione si riducono ai principi della filosofia classica tedesca).
Trascurare e, peggio, disprezzare i movimenti così detti "spontanei", cioè rinunziare a dare loro una direzione consapevole, ad elevarli a un piano superiore inserendoli nella politica, può avere spesso conseguenze molto serie e gravi. Avviene quasi sempre che a un movimento "spontaneo" delle classi subalterne si accompagna un movimento reazionario della destra della classe dominante, per motivi concomitanti: una crisi economica, per esempio, determina malcontento nelle classi subalterne e movimenti spontanei di massa da una parte, e, dall'altra, determina complotti di gruppi reazionari, che approfittano dell'indebolimento del governo e della perdita di autorevolezza e scarsa tenuta delle istituzioni, per tentare dei colpi di Stato.Tra le cause efficienti di questi colpi di Stato è da porre la rinunzia dei gruppi responsabili a dare una direzione consapevole ai moti spontanei e a farli diventare quindi un fattore politico positivo.

(.......)Il discorso di Treves sull'"espiazione" mi pare fondamentale per capire la confusione politica e il dilettantismo polemico dei leader. Dietro a queste schermaglie c'è la paura delle responsabilità concrete, dietro a questa paura la nessuna unione con la classe rappresentata, la nessuna comprensione dei suoi bisogni fondamentali, delle sue aspirazioni, delle sue energie latenti: partito paternalistico di oligarchi che fanno le mosche cocchiere(..........)

......Altra contraddizione intorno al volontarismo: se si è contro il volontarismo si dovrebbe apprezzare la "spontaneità". Invece, no: ciò che era "spontaneo" era cosa inferiore, non degna di considerazione, non degna neppure di essere analizzata. In realtà, lo "spontaneo" era la prova più schiacciante dell'inettitudine del partito, perché dimostrava la scissione tra i programmi enunciati e i fatti miserabili. Ma intanto i fatti "spontanei" avvenivano (1919 – 1920), ledevano interessi, disturbavano posizioni acquisite, suscitavano odi anche in gente pacifica, facevano uscire dalla passività strati sociali stagnanti nella putredine: creavano, appunto, per la loro spontaneità e per il fatto che erano sconfessati, il "panico" generico, la "grande paura" che non potevano non mobilitare le forze repressive e reazionarie spietate nel soffocarli.....

ANTONIO GRAMSCI – in "Passato e Presente" – Quaderni del carcere- Pag. 85-90 – Editori Riuniti Le Idee - ed. 6/1972
inviato da Steven Forti il 18.10.2011 14:18
Per chiudere (o, anzi, per continuare) con il dibattito, un interessante intervista all'economista Emiliano Brancaccio sul movimento del 15-M, i fatti di sabato 15 ottobre a Roma e la situazione politica ed economica europea:

http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-demolitori-del-15-ottobre-e-il-futuro-del-movimento-intervista-a-emiliano-brancaccio/
inviato da stefano fait il 17.10.2011 12:47
Massimo Gramellini, "I soliti noti", La Stampa

"Chissà se per calcolo o per pigrizia mentale, politici e commentatori governativi si comportano come dei Cicchitto qualsiasi e affrontano il fenomeno mondiale degli Indignati attingendo all'armamentario del secolo scorso. Li descrivono come un branco di figli di papà che vanno in piazza perché non hanno voglia di lavorare, violenti e complici dei violenti. Si tratta di una ricostruzione fasulla e stucchevole, che non distinguendo fra Indignati e Infiltrati finisce per fare il gioco di questi ultimi nel cancellare dal dibattito pubblico le ragioni della protesta. Vogliamo ricordarle? Le critiche all'avidità dei banchieri di Francoforte, Londra e Wall Street che hanno assassinato il capitalismo dei produttori, avvelenandolo con le loro alchimie finanziarie. La difesa dello Stato Sociale, cioè delle conquiste che, pur fra sprechi evidenti, ci hanno garantito condizioni di sicurezza e benessere mai raggiunte nella storia. Il rifiuto di rinunciare ai propri diritti per consentire ad altri di conservare i propri privilegi. La proposta di una società nuova, fondata sul Noi anziché sull'Io, e contraddistinta dalla partecipazione attiva alla vita del territorio e alla gestione di beni comuni come l'acqua e l'istruzione.

Sono ideali di destra o di sinistra? Boh, non saprei. Sono ideali. E di questi bisognerebbe discutere, non del teppismo dei soliti noti, che dagli stadi ai cortei sono sempre gli stessi, così come sempre la stessa è l'incapacità dello Stato di toglierli di mezzo, una volta per tutte".
inviato da Steven Forti il 16.10.2011 20:11
Mi permetto di fare un ultimo, breve intervento visto che siamo ormai giunti alla chiusura di questo dibattito, che mi è parso vivo ed interessante e che ha mostrato una divergenza di vedute positiva tra chi vi ha partecipato, nonché parecchi punti in comune nell'analisi della situazione politica e sociale. E il momento non poteva essere il più adeguato, dopo le manifestazioni di ieri, sabato 15 ottobre, che hanno invaso le città di tutto il globo.
Fare una prima riflessione su quello che il 15 ottobre ha significato per il movimento e per la società non è facile. E solo il tempo dirà se quella del 15 ottobre 2011 sarà stata una data chiave per il cambio politico e sociale di gran parte del mondo o se sarà stato solamente un evento che come tanti altri finirà nell'oblio e che solo qualche militante tirerà fuori dal baule dei ricordi nel futuro.
Un paio di considerazioni credo però che possano essere fatte. E penso, soprattutto, all'Italia. La partecipazione non è mancata, tenendo conto che si è convocata una sola manifestazione in tutto il territorio nazionale. A Roma si sono contate circa 300 mila persone, non male direi. Come a Madrid (anche se in Spagna le città in cui era stata convocata la manifestazione erano ben 60...). Il problema, mi sembra, viene da quattro fronti: i poteri forti (e l'azione delle forze dell'ordine); le frange più radicali (esterne al movimento); la stampa (e l'ambivalente informazione di quel che davvero è successo); la capacità (solo italiana?) di trasformare una manifestazione pacifica in uno scontro di piazza che mette a ferro e fuoco una città.
Bisogna capire parecchie cose. Per esempio: cosa è successo ieri a Roma? Una riproposizione di quello che accadde nel dicembre scorso (o addirittura a Genova dieci anni fa)? Chi voleva cosa? Perché a Barcellona sono scese in strada quasi 200 mila persone, si è occupata l'università di Barcellona, si sono occupati vari ospedali e tutto si è svolto pacificamente, mentre in Italia no?
E poi, domande più generali che esulano la sola manifestazione di ieri: cosa si propone concretamente il movimento? È solo rabbia e frustrazione e indignazione quella che ci spinge a scendere in piazza? Chi si incarica di mettere nero su bianco delle proposte concrete (che in gran parte già ci sono) e di portarle a realizzazione? Come poterlo fare in una situazione politica, come quella italiana, che sta arrivando al parossismo, con l'opposizione che rispolvera l'Aventino e la maggioranza berlusconiana che assomiglia ogni giorno di più all'orchestra del Titanic?
I fatti e i misfatti di ieri, in fin dei conti, mi confermano la centralità delle questioni che ho posto all'inizio di questo dibattito. Organizzazione, ideologia, linguaggio e passione. Per capire e comprendere questo movimento, per cercare di partecipare al suo sviluppo e alla sua crescita serve organizzazione, servono idee chiare, serve un linguaggio adeguato. E serve passione. Perché, per quanto le manifestazioni siano state un successo, in piazza dovrebbero scenderne molte di più di persone. A Madrid conta oltre 5 milioni di abitanti: 300 mila manifestanti non sono nemmeno il 10 % della popolazione. Lo stesso vale per Barcellona. E ancora di più per Roma, visto che la manifestazione era nazionale.
inviato da Marcella Morandini il 14.10.2011 17:55
Alla vigilia delle tante manifestazioni in programma per domani 15 ottobre prevale ancora l’euforia di sentirsi in tanti ad essere accomunati dallo strano destino di essere una delle generazioni della storia a stare peggio dei propri padri, ma eviterei di chiamarla invidia sociale. È un misto di rabbia e speranza. La rabbia che si scaglia contro il sistema, contro i dogmi di un sistema economico dimostratosi incapace di garantire benessere condiviso. Contro un’economia spietata quanto invisibile nella sua dimensione globale e finanziaria. Le cui ricadute però mordono, e si fanno sentire sulla pelle viva. L’esangue teatrino politico che fa da cornice alla Grande Depressione formato XXI secolo non ha idee, forza, capacità di progetto.
United for global change sembra una fiaccola di speranza. Opporsi all’esistente è necessario e indispensabile. Ma per andare dove? Verso quale modello? Finora le proposte emerse dal movimento sono state generiche e poco concrete. Forse è inevitabile che sia cosi in questa fase in cui prevale la lotta contro un drago dalle tante teste. Fondo monetario internazionale, Unione Europea, establishment politico ed economico. Non è però ancora emerso un sogno condiviso, quel sogno che la nostra generazione non ha mai osato immaginare. I nostri padri hanno avuto un loro sogno generazionale da cui è cambiata la società e il costume. Oggi un sogno è possibile: svincolarsi da un modello economico che ha prodotto il massimo dell’ingiustizia sociale e che tutti sanno porterà – se non corretto – alla distruzione dell’astronave Terra.

Costruire un futuro ancorato alla consapevolezza che le risorse sono limitate, e che per questo vanno gestire con responsabilità, efficienza e giustizia sociale. Disegnare ed attuare nuove modalità di produzione e consumo.

Per fare questo, accanto alla ricchezza e alla spinta dei movimenti, occorre che gli indignati di oggi si facciano spazio dentro la politica evitando la tentazione, comoda ma inefficace e controproducente, di rifugiarsi nella retorica dell’antipolitica dove forse i decisori attuali vorrebbero confinarli. Dodici anni dopo i margini di manovra si sono ulteriormente assottigliati.
Credo sia estremamente urgente riappropriarsi della funzione originaria della politica: governare la polis, decidere come e in quale direzione impostare l’azione. Ma questo comporta un cambio di paradigma e, prima di tutto, la volontà di misurarsi con la concretezza dei problemi.

(Tratto dall'articolo pubblicato ieri sul Corriere dell'Alto Adige)

inviato da Carmelo Sciammarella il 14.10.2011 14:09
Bello e ragionato il commento di Zappini sul suo blog. Finalmente si riflette, o almeno così pare. Cosa rara in Italia e nel nostro piccolo Trentino, come nota Valerio.

Il pericolo non è solo difatti quello proveniente dai poteri forti, come mostrato da Fait e da Forti, ma anche quello proveniente dalla sinistra alternativa del passato recente e non tanto recente. Se il movimento attuale si fa ingabbiare da logiche pregresse come le tute bianche di Casarini e compagnia, non avrà lunga vita e non proporrà niente di nuovo. Servono uomini nuovi! Non i soliti noti!

I Casarini e compagnia hanno fatto il loro tempo. Non sta a me giudicare se hanno fatto bene o male, il che è appunto un'altra questione. Il fatto è che ora le piazze vogliono altre voci e altri pensieri. Non mi si venga a raccontare, come già alcuni fanno, quella frasetta fastidiosa del "Ma noi lo dicevamo già dieci anni fa". Dieci anni fa si dicevano le cose in un altro modo e con un altro obiettivo. E soprattutto in un mondo diverso. Dunque, uomini nuovi per tempi nuovi!
inviato da stefano fait il 14.10.2011 13:49
intendevo replicare a Steven Forti sulle sue parole forti in difesa dei giacobini e dei bolscevichi. Intendevo mostrare come l'appoggio di Zizek (uno dei beniamini degli indignati) e Badiou alla logica del Terrore Rivoluzionario ci porta dritti al disastro totalitario, com'è spesso successo in passato (1789, 1848, 1917, 1919).
Intendevo dimostrare che Marat e Saint-Just non erano massoni per caso e che quest'ultimo era stato sospinto robustamente fino al potere per delle ragioni ben precise.
Mi riprometto di farlo in uno dei futuri dibattiti, quando si parlerà di Rivoluzione, perché di ciò saremo costretti a discutere.
*****
Per il momento, però, tutto questo sembra una bazzecola rispetto alle partita geostrategica che si sta giocando.
1. vi è un risibile complotto hollywoodiano attribuito all'Iran, con tanto di coinvolgimento del narcotraffico messicano, per uccidere un displomatico di importanza trascurabile e che poteva essere ucciso in mille altri luoghi più agevoli e mille altri modi meno compromettenti;
2. Vi è l'improvviso voltafaccia dell'agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che fino al 24 maggio scorso (pochi mesi fa) escludeva categoricamente che si potesse stabilire un uso bellico del programma atomico iraniano;
3. vi è la dichiarazione davanti ad una commissione del senato americano (1 febbraio 2007) di Zbigniew Brzezinski, uno dei massimi esperti di politica internazionale, che: «L'esito finale di questa deriva sarà probabilmente un conflitto con l'Iran e con gran parte del mondo islamico. Uno scenario plausibile di uno scontro militare con l'Iran presuppone il fallimento [del governo] iracheno nell’adempiere ai requisiti [stabiliti dall’amministrazione statunitense], con il seguito di accuse all’Iran di essere responsabile del fallimento, e poi, una qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti che sarà attribuito all’Iran, [il tutto] culminante in un’azione militare “difensiva” degli Stati Uniti contro l’Iran»
4. vi è la dichiarazione del generale Wesley Clark, l'ex comandante generale dell'US European Command, che comprendeva tutte le attività militari americane in Europa, Africa e Medio Oriente: “Al Pentagono, nel novembre del 2001, feci una chiacchierata con uno degli ufficiali superiori. Sì, stavamo ancora progettando la guerra contro l’Iraq, ma c’era anche altro. Quel progetto faceva parte di un piano quinquennale di campagne militari che comprendeva sette nazioni: a partire dall’Iraq, per continuare con la Siria, il Libano, la Libia, l’Iran, la Somalia e il Sudan. Il tono era indignato e quasi incredulo […] Cambiai discorso, non erano cose che volevo sentire” (Wesley K. Clark, Winning Modern Wars, p. 130).

Questa guerra, programmata già da lungo tempo, avrà certamente conseguenze devastanti: per le nubi radioattive che genererà (altro che Fukushima!), per il blocco del Golfo Persico e delle forniture di petrolio (morte dell'economia occidentale, giapponese e cinese), per il coinvolgimento di un numero imprevedibile di nazioni e le reazioni altrettanto imprevedibili del mondo arabo, specialmente in Israele, Egitto e Turchia.

Io voglio augurarmi che gli Indignati lancino un messaggio forte e chiaro contro quest'infamia, perché non c'è nulla di più urgente per cui indignarsi di questa guerra.
Se non ci indignamo ora, poi sarà troppo tardi e ne pagheremo le conseguenze.
inviato da Valerio il 13.10.2011 09:47
http://www.ladige.it/news/2008_lay_notizia_01.php?id_cat=4&id_news=123399

Gli indignados trentini sono i soliti noti, con i soliti metodi autistici: organizzano un'iniziativa per segnare il territorio, non per aggregare e costruire una coscienza collettiva. L'esatto opposto di quello che hanno insegnato le piazze spagnole, dove ad essere centrale era il soggetto collettivo, non i collettivi con voglia di visibilità. I soliti, vecchi e dannosissimi errori di autoreferenzialità. Dove sta l'innovazione? Per questi motivi in Italia nulla si muoverà, e dopo qualche grido lanciato alla luna rimarrà ben poco: non certo una democrazia rinnovata, al massimo qualche dente rotto (vedi Bologna) o qualche bidone dell'immondizia bruciato. D'altronde basta vedere chi ha lanciato la partecipazione al 15 ottobre, in conferenza stampa: i vertici del Bruno. Tute bianche, disobbedienti, ora indignados: spero che questo movimento sia qualcosa di più e qualcosa di meglio di un opportunistico cambio d'abito.
inviato da federico zappini il 12.10.2011 14:52
inviato da Steven Forti il 11.10.2011 15:53
Eh, sì, non aspettano altro... Proprio come è successo e continua a succedere in Val di Susa con il movimento dei NO TAV, di cui tra l'altro i mass media non danno alcuna informazione a parte quando c'è qualche tafferuglio dipinto immediatamente come scontro voluto da black bloc o simili (lo stile di Genova 2001, per intendersi). Sulla Val di Susa credo che un dossier non sarebbe affatto male, tutto il contrario!
Ne parlammo nel nostro programma radiofonico, Zibaldone sulle frequenze di Radio Contrabanda: http://zibaldone.contrabanda.org/2011/09/25/di-lotte-nelle-valli-alpine-e-di-gruppi-che-non-vengono-dal-libano-23-settembre-2011/).
Grazie al racconto di persone che passarono tutto il mese d'agosto con chi sta difendendo la Val di Susa, ho scoperto parecchie cose, come questo video sull'arrivo e le dichiarazioni di Don Ciotti e la protesta calviniana di uno storico pacifista come Turi Vaccaro:
http://www.youtube.com/watch?v=Qqf1e5B4bhw
http://www.youreporter.it/video_NoTav_5_AGOSTO_VVFF_ASSALTANO_TURI_SULL_ALBERO
inviato da stefano fait il 11.10.2011 13:47
Come volevasi dimostrare, il sistema si sta attivando nella modalità più scontata in vista della manifestazione d'indignazione planetaria di sabato.
Ecco un articolo, tratto dal Giornale di oggi, martedì 11 settembre.
TITOLO: "Timori per il corteo degli indignados a Roma L'allarme degli 007: "Azioni radicali e infiltrati"
di Sergio Rame
"C'è la massima allerta in vista del corteo degli indignados italiani che sabato prossimo sfileranno nella Capitale. L'intelligence è già al lavoro: in continuo contatto con le altre polizie dei principali Paesi dell'Eurozona, i nostri 007 temono disordini e tafferuglio. Proprio come il 14 dicembre dello scorso anno quando, durante il corteo degli studenti, fu assediato il centro storico con scene di guerriglia urbana. C’è, infatti, il rischio che gli indignados italiani siano in contatto con quelli che, sempre sabato, scenderanno nelle piazze delle varie capitali. Proprio per questo, sono già in corso sopralluoghi in diversi obiettivi sensibili nella Capitale...Il timore è che, all'interno del corteo, possano infiltrarsi facinorosi con l'intenzione di mettere a ferro e fuoco la città. Per questo saranno posizionati dispositivi di sicurezza flessibili per gestire tutti gli scenari, con strade chiuse e percorsi vietati a seconda delle necessitá...Blitz radicali di frange estreme e incursioni di black bloc che possano degenerare in scontri con le forze dell’ordine. In tutto saranno 210 le mobilitazioni già previste per sabato in tutta Europa, nel Mediterraneo e in altre regioni del mondo".
Osservo che c'è già il cruciale meme Global Revolution. Continua infatti l'articolo: "Lo slogan sarà probabilmente "Its not our debt - Global revolution" (Non è il nostro debito - Rivoluzione globale)...
In generale insomma, riassume Indymedia, "cresce il malessere per una manifestazione nazionale a Roma troppo rituale ed emerge la spinta affinché sia indicazione di conflitto sociale".
Il giornalista ci tiene a martellare in testa ai lettori il concetto-chiave: "Che questa "spinta" possa poi far precipitare la situazione è una variabile che a Roma si è già realizzata il 14 dicembre del 2010, quando in città si verificò una vera guerriglia urbana con auto e blindati delle forze dell’ordine dati alle fiamme in piazza del Popolo".
Non aspettano altro...e già si leccano i baffi.
inviato da Steven Forti il 10.10.2011 18:41
Ringrazio Stefano Fait per avere messo a disposizione di tutti questo interessante articolo di Gad Lerner. Un articolo però, senza nulla togliere a Lerner, che mi fa pensare. Perché le dichiarazioni di appoggio o almeno di simpatia al movimento degli indignados spagnoli sono giunte da quasi tutto lo spettro politico. E non solo. Fa davvero paura sentire un personaggio del calibro di Julio Iglesias, che in varie occasioni negli ultimi quindici anni ha appoggiato pubblicamente il Partido Popular e che vive a Miami, dire che i giovani che protestano nelle piazze fanno bene ed hanno ragione... Insomma, se tutti danno ragione a chi protesta, finisce che la protesta si converte in un fantasma svuotato della sua carica rivoluzionaria! E abbiamo altro materiale per un nuovo romanzo kafkiano...
A questo pericolo, di già reale, se ne aggiunge un altro, già reale anch'esso, che è quello della violenza come "regalo alle forze delle reazione". Capisco l'appunto fatto da Stefano Fait riguardo al realismo necessario. Un realismo che non sia cinismo e che sappia controllare i possibili eccessi controproducenti al movimento. Una cosa di già all'ordine del giorno, almeno qui in Spagna. A Barcellona, il 15 giugno vi fu un tentativo di acampada davanti al Parlamento catalano, dove intervenne la polizia, vi furono alcuni lievi scontri e stampa e politici condannarono "l'attacco alla democrazia rappresentativa" mosso dal movimento del 15-M (ne avevo parlato qui:
http://www.politicaresponsabile.it/pensiero/233/cosa-succede-in-spagna-lettera-da-barcellona-ii.html) I portavoce del movimento si mobilitarono immediatamente per spiegare che il movimento del 15-M era del tutto pacifico e non violento e che i casi di scontri si dovevano ad alcuni gruppi di incontrollati che non facevano parte del movimento e a infiltrati della polizia (vedasi ad esempio: http://www.youtube.com/watch?v=28sfx5NkTBg). Bene, la settimana scorsa sono state arrestate una ventina di persone accusate di "presunto delito contra las instituciones del Estado". Venti persone a cui si teme se ne possano aggiungere un'altra ventina, che rischiano pene tra 3 e 5 anni di carcere. Non c'è bisogno di dire che molti degli arrestati sono stati accusati solo sulla base di filmati di youtube per il solo fatto di trovarsi davanti al Parlamento quel giorno. E non c'è bisogno di dire che molti degli arrestati sono portavoce ed attivisti della frangia non violenta del movimento del 15-M, che nulla hanno a che vedere con gli scontri che ci furono quel 15 giugno.
Quindi, sì, il rischio di derive del movimento ci sono. Sono reali e sono all'ordine del giorno. E fa bene Stefano a ricordarlo.
Non mi trovo però d'accordo con altre due considerazioni fatte da Stefano.
La prima: considerare che il periodo di governo di Robespierre e Saint-Just significhi la fine della Rivoluzione. E soprattutto cercare di dimostrarlo facendo il conto dei morti della ghigliottina rivoluzionaria (ho sempre creduto che la storia non si faccia coi numeri, soprattutto la storia politica) o arrivando a suggerire il fenomeno delle infiltrazioni reazionarie, quasi a voler dire che Robespierre era un doppiogiochista o un pazzo (come si è fatto con Mario Moretti più recentemente). O, ancora, ricordando che Robespierre era un eroe per un assistente di Pol Pot. Un dato invero poco utile per capire quel momento politico preciso della Rivoluzione francese. Quali furono le idee che Robespierre e Saint-Just (non dimentichiamolo) diedero alla Rivoluzione (e in fin dei conti all'umanità)? Questa è la domanda chiave che bisogna porsi. Altrimenti finiamo anche per fare l'elogio della rivoluzione "democratica" che non si realizzò nella Russia del 1917 e, come fece Putin (non proprio un esempio di democraticità) qualche anno fa, prendiamo come modello Kerensky... Infine, per quanto riguarda la violenza politica ci sarebbe da fare una lunga riflessione, ma direi che abbisognerebbe di un intero dossier... dico solo che non sono d'accordo nel condannarla a priori: è sempre necessaria una contestualizzazione storica.
La seconda: e, si badi bene, tenendo conto anche di quello che ho appena detto, la mia non è nessuna nostalgia leninista. Né maoista, sia chiaro. Non nutro nessuna nostalgia per il secolo appena concluso, né per nessuna delle sue esperienze di socialismo più o meno reale. Quello che propongo e quello che tento di fare è di ripensare il Novecento, per capirlo, comprenderlo e estrapolarne degli insegnamenti. Dire che Pol Pot era un assassino, dire che Stalin e Hitler ammazzarono milioni di persone a cosa mi serve? Dal punto di vista del pensiero politico proprio a un bel niente. E questo non è cinismo. Altrimenti finiamo come ha fatto recentemente anche Luciano Pellicani a comparare Lenin con Hitler e dire che comunismo e nazismo sono, in fin dei conti, la medesima cosa. Detto questo, e per concludere (e chiedo scusa per aver peccato in prolissità), credo che l'opposizione che Stefano fa tra realismo e ottimismo/idealismo non ha ragion d'essere. Si può essere ottimisti e realisti allo stesso tempo. E l'idealismo non è per forza un male in sé; tutto dipende dal come, dal quando, dal quanto e dal dove. E dal perché. E identico discorso va fatto, secondo me, per la passione. La/le passione/i non sono da vedersi unicamente come qualcosa di negativo. Dipende da quali passioni e da come le passioni si mettano al servizio di un pensiero politico. Ossia, quello che avevo già detto con la differenza tra la passione degli "appassionati trentenni" nazisti (una passione che potremmo definire "perversa" o "mortifera") e la passione di un Rosselli, un Azaña, un Léon Blum, un Lenin, un Cesare Seassaro... (ossia una passione politica dove al centro si trova appunto l'amicizia e il coraggio e non l'odio e la paura).
inviato da Maria Laura Longo il 10.10.2011 16:50
Mi sembra molto interessante questo dibattito, per quanto non condivida tutte le posizioni in esso espresse. Le proposte interpretative di Steven Forti fanno pensare molto. Utilizzando una terminologia dei tempi in cui militavo (quei tanto amati o tanto odiati anni Settanta...), direi che è un tentativo di trovare delle categorie adeguate per pensare la politica e la sua organizzazione e un tentativo di rivalutare la politica fatta e pensata lontano dal potere. Mi sembra comunque che il lato economico meriti maggiore attenzione, come Elena Baiguera ed Emanuele Felice hanno evidenziato. Ma senza ricondure il tutto alla sola economia.

Molto bello l'articolo di Gad Lerner postato da Stefano Fait. Lerner dice finalmente delle cose che molte persone volevano sentirsi dire da tempo. È però anche strano vedere come molti intellettuali, giornalisti e politici sia di sinistra sia di destra stiano lodando i movimenti che stanno protestando in mezzo mondo. Persone che fino a pochi mesi fa non si sarebbero mai sognate di condannare il neo-liberalismo imperante ora sembra che facciano a gara per metterne in luce le nefandezze e gli orrori!
Il rischio è, come ha detto anche Stefano Fait, che il movimento si perda in un bicchier d'acqua. O, ancora peggio ed ancora più probabile, come spesso è avvenuto nel passato, il rischio è che il movimento e tutte le proposte innovatrici di cui è portatore sia assorbito dal sistema. Mi si conceda un paragone - da prendere con le pinze -: come i molti antigiolittiani dell'Italia precedente al 1914 che tra la Grande guerra e la Marcia su Roma passarono in un battibaleno dalla ribellione (i sindacalisti rivoluzionari, gli intellettuali di molte delle riviste fiorentine, ecc.) alla difesa dello Stato. O come in molti casi accadde nel post-'68...

Ora il rischio è lo stesso. E si unisce a quella facilità che ha il sistema, in tutti i suoi gangli, nel carpire le proteste e farsi portatore delle stesse, senza però portarle a realizzazione. Mera propaganda per zittire la gente, usando un'espressione più terra terra e ben più breve, che non lascia spazio alle necessarie puntualizzazioni. Insomma, la speranza è che a sinistra partiti, associazioni e movimenti esistenti si facciano portatori di questi messaggi con serietà, sincerità e responsabilità e non solo a fini elettorali. Altrimenti, vedremo per l'ennesima volta convertita in realtà quella famosa e tragica frase del Gattopardo: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi."
inviato da stefano fait il 10.10.2011 11:27
GAD LERNER, "I RAGAZZI INDIGNADOS", Da La Repubblica del 08/10/2011.

"Mentre la politica italiana s´ingarbuglia nella complicata liquidazione del berlusconismo, le prime vittime della Grande Depressione, cioè i giovani, mirano più in alto. Da temerari, lanciano una sfida globale contro la superpotenza finanziaria.
Usano lo spagnolo per definirsi indignados. Scrivono in inglese i loro striscioni: Save school, not banks! S´interconnettono nella scelta dei bersagli: agenzie di rating, Borsa, banche d´affari, istituzioni finanziarie sovranazionali. Se la primavera araba ha abbattuto dei tiranni decrepiti, l´autunno occidentale si misura con l´anonimato di un´altra tirannia che traballa: i dogmi di un´economia incapace di distribuire equamente il benessere.
Troppo facile accusarli di velleitarismo, ora che il loro movimento ha circondato perfino il santuario di Wall Street. Neanche il più nostalgico dei marxisti avrebbe osato pronosticare un simile evento storico: lo spettro dell´anticapitalismo si aggira per gli Stati Uniti d´America? Calma e gesso, l´individualismo e lo “spirito animale d´intrapresa” restano connaturati all´America. Mai però la contestazione aveva insidiato prima d´ora i forzieri del capitale, là dove buona parte della ricchezza planetaria viene convogliata e ripartita secondo criteri incomprensibili a noi comuni mortali. Fino a erigere la piramide assurda dell´ingiustizia sociale che neppure i suoi beneficiati osano più giustificare.
Nella Grande Depressione in corso ormai da quattro anni, ha proliferato dapprima diffuso un senso comune anti-élitario, di destra o di sinistra. E ora ne scaturisce un´inedita contestazione eretica dei vincoli dell´economia di mercato. Quando è apparso evidente come all´arricchimento smisurato di pochi corrispondesse l´impoverimento di nazioni intere, gli indignados hanno lanciato la rivolta contro gli intoccabili.
Questi giovani pretendono (si illudono?) di dare un volto ai giocatori che speculano sull´azzardo finanziario. Denunciano le conseguenze di un debito da costoro continuamente riacceso e dunque (solo per loro vantaggiosamente) infinito. Insieme ai tecnocrati, contestano i professori di economia arcisicuri che la sofferenza sociale vada sopportata, perché dalla crisi si uscirà prima o poi ripristinando la baldoria di prima.
La simultaneità dei movimenti di protesta giovanile esplosi a ogni latitudine, rompe i vecchi schemi terzomondisti. Oggi è nel cuore del sistema capitalistico occidentale che si genera l´antagonismo sociale, impersonato da soggetti nuovi come i lavoratori della conoscenza. D´un colpo è invecchiata pure la terminologia suggestiva ma generica di Toni Negri sull´”Impero” circondato da “moltitudini” espropriate: un movimento statunitense che si autodefinisce “Occupy Wall Street” esprime ben altro che la protesta delle periferie del pianeta. Atene, Tel Aviv, Madrid, Santiago non sono più così distanti da New York. Semmai è l´Occidente stesso che comincia a patire le conseguenze della sua eclissi. Smette di credere alla favoletta della ripresa dietro l´angolo, perseguibile con apposite manovre governative dettate dall´alto. Dubita dell´efficacia di piani di rientro del debito sempre più onerosi. Si domanda se una civiltà che prevede un limite ai minimi salariali, per sostenibilità non debba contemplare pure un limite ai compensi elevati.
Trovano così cittadinanza, nel senso letterale del termine, le domande scandalose che purtroppo l´accademia e l´establishment commettono l´errore di liquidare con sufficienza.
La politica, compresa la politica di sinistra, evita di rappresentarle, considerandole naïf, perché a sua volta affida le proprie chance di successo ai rapporti confidenziali che intrattiene con l´accademia e l´establishment. Nessuno che aspiri a governare l´Italia, per esempio, azzarderebbe una contrapposizione esplicita alla lettera-diktat spedita dalla Bce l´agosto scorso. Gli indignados di casa nostra, viceversa, pretendono di consegnare nei prossimi giorni alla Banca d´Italia una lettera dai contenuti diametralmente opposti.
L´appello messo in rete per la giornata europea di mobilitazione, convocata il prossimo sabato 15 ottobre, si rivolge alla Commissione europea, alla Bce e al Fondo monetario internazionale, assimilati alle multinazionali e ai poteri forti: “Ci presentano come dogmi intoccabili il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita”. La replica degli indignados è secca: “Non è vero che siano scelte obbligate”. Alla politica chiedono di esercitare un contropotere rispetto alla superpotenza finanziaria globale, perfino rivendicando il “diritto all´insolvenza”.
L´equazione grossolana secondo cui “il debito non l´abbiamo contratto noi, quindi non lo paghiamo”, comincia a essere declinata in forme più articolate. Come l´ipotesi di un “default concordato e selettivo” a protezione dei ceti deboli. Anche per rintuzzare la voracità di cui sono vittime i paesi più indebitati, come la Grecia, a rischio di spoliazione. È una follia questa richiesta di sottrarsi alle regole dei mercati? Può darsi, ma nel caso bisognerà spiegarlo con umiltà a molta gente che nei decenni trascorsi – quando pure furono dei tecnici eccellenti a guidare le politiche di risanamento – ne subirono ingenti decurtazioni di reddito. Neanche l´idea di accollare agli Stati un oneroso piano di rifinanziamento delle banche risulterà accettabile, finché latitano provvedimenti di maggiore giustizia sociale. “Salvate le scuole, non le banche”, appunto.
Succede quindi che su ambedue le coste dell´Atlantico si riconosca un nemico comune. Magari ridotto in caricatura semplicistica da chi imbratta le sedi delle banche e occupa gli uffici delle agenzie di rating. Ma si tratta di una reazione comprensibile di fronte a un´economia trasformatasi in ideologia. Sono due docenti dell´università Bocconi, Massimo Amato e Luca Fantacci, a denunciare il feticcio di un sistema finanziario solipsistico in cui pareva possibile che i conti non si chiudessero e i debiti non si pagassero mai (Fine della finanza, Donzelli editore). Fino all´”eternizzazione dell´espediente”: da ultimo, creare debito impagabile prestando soldi a chi non può permettersi di rimborsarli, tanto… chi vivrà, vedrà.
Ecco, non si può pretendere che gli indignados, italiani, greci, islandesi, spagnoli o americani che siano – comunque figli rimasti esclusi dai nostri privilegi – credano ancora che l´innovazione sia di per sé portatrice di miglioramento. La creatività dei finanzieri, se mai fu ammirevole, oggi risulta detestabile. E per favore non chiamatela invidia sociale".

inviato da stefano fait il 08.10.2011 19:31
Quando dico che è nell’interesse dei paladini dello status quo incanalare le passioni in una certa direzione, mi riferisco alla direzione della violenza e dell’odio.
Per esempio la violenza e l’odio di Ernesto Che Guevara, quando dichiara, il 16 aprile 1967: “L'odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così. Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale”.
O la violenza e l’odio di Suong Sikouen, assistente di Pol Pot, che ricorda: “la rivoluzione francese mi ha influenzato molto e in special modo Robespierre…Robespierre è il mio eroe. Robespierre e Pol Pot: entrambi hanno la medesima qualità di determinazione ed integrità”.
O la violenza e l’odio del summenzionato Robespierre, che fu responsabile della morte di circa 2600 uomini e donne, giustiziati tra il 1792 e il luglio del 1794, 2217 dei quali morirono nel corso dei suoi ultimi cinque mesi di vita. Questi morti non sono un dettaglio storiografico.
Giuseppe Ferrandi direbbe (presumo) che l'uso pubblico della storia e della memoria salvaguardano il pluralismo, pluralismo che, peraltro, non stava particolarmente a cuore ai giacobini, o a Machiavelli.
Il Terrore è stato il vero nemico della Rivoluzione, un fantastico regalo alle forze della reazione: non sono pochi gli studiosi che sospettano infiltrazioni mirate ad ottenere quel tipo di risultato. Sono cose già successe al tempo delle battaglie per i diritti civili e del terrorismo (rimando agli studi di Miguel Gotor e Aldo Giannuli, o a quelli sui Weathermen). Torneranno a succedere: Machiavelli docet!
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Per abbattere il sistema iniquo, predatorio e sfacciatamente parassitario nel quale viviamo occorre evitare una deriva violenta (se non per autodifesa) ed autoritaria del movimento degli indignati, perché questo allontanerebbe quei milioni di persone – donne, anziani, famiglie – che hanno tutto da perdere da quel tipo di svolta e del cui appoggio non si può fare a meno, perché alienerebbe qualunque potenziale simpatia da parte di chi, per il momento, si trova dall’altra parte della barricata, un po’ incerto sul da farsi, oltre, infine, a fornire mille pretesti per imporre misure draconiane di ordine pubblico.
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Per evitare queste “complicazioni” serve realismo (realismo, non cinismo). Le passioni devono essere temperate dal raziocinio e dal discernimento, non certo eccitate dalle nostalgie leniniste, da passioni incontrollate o dal bisogno psicologico di riuscire ad ogni costo laddove altri hanno fallito. L’idealismo/ottimismo è autolesionistico, perché per sua natura non è obiettivo e chi trascura l’obiettività è sconfitto in partenza e porterà alla distruzione chi lo segue. Realismo significa anche capire che le idee piacciono molto agli intellettuali, che vivono in un mondo di idee (la noosfera), ma che la maggior parte delle persone, per fortuna, non ha bisogno di una grandiosa narrazione per poter vivere dignitosamente ed abbondantemente. Si accontenta di una ragionevole misura di libertà, sicurezza e giustizia e merita comunque il nostro rispetto, anche se ci sta un po’ o molto stretto. Questa sobrietà è un antidoto capace di contenere le pulsioni più distruttive dell’uomo, che sono amplificate proprio dalla mancanza di un saldo legame con la realtà (e dall’edonismo/narcisismo dei nostri tempi).
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Finora la gente non si è ancora mossa, sono solo pochi ad essersi svegliati. Quando si muoverà non sarà difficile notarlo. Quando si muoverà sarà perché avrà capito che non ha più nulla da perdere, che lo status quo non offre più quel minimo di libertà, sicurezza e giustizia sociale che ritiene indispensabile. A quel punto tutto sarà possibile, nel bene e nel male.
*****
Io nutro una grande fiducia in questo movimento: sono orgoglioso ed onorato di avere il privilegio di essere qui, oggi, in questa incredibile fase della storia umana, ma so anche che le “forze oscure” che controllano l’alta finanza e una buona fetta dell’informazione e della politica hanno un potere senza precedenti e che c’è bisogno di sangue freddo, circospezione e discernimento: non tutti gli amici sono sinceri (Soros/Krugman si schierano con Occupy Wall Street: è bene, è male?), non tutti i nemici sono avversari. Come diceva qualcuno: “semplice come una colomba, ma astuto come un serpente”. Altrimenti finirà molto, ma molto male. La storia è lì a testimoniarlo.

inviato da Steven Forti il 08.10.2011 13:00
Emanuele, se la tua fosse una domanda e non una affermazione, risponderei sì e no. L'aumento dei prezzi dei generi alimentari e le condizioni economiche spiegano molte cose, ma non si può ridurre il tutto solamente a questo. È sminuire la politica, è annullare il pensiero! La politica sembra essere per te niente più che una sovrastruttura, la cui relazione con l'economia non è di feedback continuo, di dare-ed-avere, ma un semplice adattamento a posteriori...
Limitare il tutto a dei bisogni è un poco triste, non credi? Ci sono anche dei sogni, per quanto utopici possano essere. I bisogni non spiegano tutto. E la storia ne è una prova continua. Proprio l'esempio che hai fatto tu calza a pennello con quello che sto cercando di spiegare: la Rivoluzione russa. Tu dici che Lenin vinse per le tre parole d'ordine (pace, pane, terra) che furono assolutamente rivoluzionarie in un Impero zarista stremato da tre anni di guerra. Certo, è vero. Non c'è alcun dubbio. Ma dire che organizzazione, ideologia/pensiero e linguaggio sono questioni secondarie mi sembra sminuire la politica e il pensiero. Senza un'organizzazione efficiente, centralizzata e verticalizzata come era il Partito bolscevico nel 1917; senza una ideologia ed un pensiero elaborati per quasi tre decenni (il marxismo ripensato da Lenin in rottura con la Seconda Internazionale); senza un linguaggio adatto ai tempi; senza tutto ciò la rivoluzione non si sarebbe mai fatta. E non si sarebbe mai vinta.
Quanta gente in situazioni simili di guerra e miseria gridò parole come quelle di Lenin (pace, pane e terra), parole semplici, che potevano arrivare facilmente al "popolo"? Moltissimi. E i risultati? Ben pochi. Tutte le volte che si sono aumentati i prezzi dei generi alimentari non si è sviluppata nessuna grande o piccola rivoluzione. Altrimenti in Italia e nei paesi dell'Europa mediterranea nel 2002, con l'introduzione dell'euro e l'aumento considerevole del costo della vita (non accompagnato da un aumento dei salari), avremmo dovuto vedere ben altro politicamente parlando. E invece, nel 2002 in Italia Berlusconi era solidissimo al governo, Chirac vinceva al ballottaggio con Le Pen, Aznar poteva permettersi il lusso di fare il Grande di Spagna con Bush e compagnia... e i movimenti sociali erano ben poca cosa, dopo la sconfitta di Genova e di Porto Alegre...
Infine, sono d'accordo con te che quello che stiamo vedendo e vivendo ora è il minimo e non basta. Ma, su, cerchiamo almeno di essere ottimisti!
inviato da Emanuele Felice il 08.10.2011 10:43
A mio parere, le coscienze si muovono perchè rispondono a dei bisogni. Non è che a un certo punto vengono illuminate sulla via di Damasco.
E infatti, le coscienze si sono mosse adesso e non due anni fa perché adesso sono colpite duramente dalla crisi economica.
Stante lo scatafascio generale del capitalismo occidentale e dell'Unione Europea, qualcosa si è mosso. Tu dici che non è poco, a me pare il minimo.
Ma è vero che il minimo è meglio di niente...
solo che, secondo me, il minimo non basta.


Ps...
Le altre questioni, organizzazione, linguaggio, ecc., sono pure importanti, ma vengono dopo. La rivoluzione russa si è fatta per i problemi del pane, della pace e della terra: è lí che ha vinto Lenin.
E anche le rivolte in Tunisia e in Egitto sono scoppiate per l'aumento del prezzo dei generi alimentari
(http://www.econ-pol.unisi.it/blog/?p=2559)
inviato da Steven Forti il 07.10.2011 14:12
Non posso che essere felice vedendo il numero e la qualità degli interventi. E notando quanto faccia discutere l’impostazione che ho dato alla questione: non è in fin dei conti anche questo lo scopo di un articolo che deve aprire un dibattito? Detto questo, vorrei ora rispondere ad alcune considerazioni che sono state fatte. Il mio ruolo di moderatore del dibattito non mi impedisce di essere anche un fastidioso provocatore.
La passione pare essere la questione che più interessa, ma che lascia anche più scettici. Stefano Fait ne nota giustamente i rischi. In primo luogo, quello dell’incanalamento delle passioni da parte di “chi incarna lo status quo”. Un problema di non facile risoluzione e che notava già Gramsci dal carcere quando parlava del Partito: come evitare che la passione politica sia ammazzata dalla burocratizzazione dell’organismo partitico, si domandava Gramsci, guardando all’esperienza della rivoluzione sovietica? E questo è il nocciolo della questione ancora oggi. E dimostra il legame a doppio filo esistente con la questione dell’organizzazione (lo si chiami partito, lo si chiami movimento o lo si chiami con una nuova formula che ancora non abbiamo trovato). Che i giovani d’oggi rifuggano le forme organizzative esistenti e conosciute, come sottolinea Elena Baiguera Beltrami, è indubbio. Ma questo non toglie che ci si pensa eccome a come organizzarsi. La spontaneità stessa, l’orizzontalità, il rifuggire dal centralismo è, in fin dei conti, una scelta organizzativa.
Personalmente non condivido affatto il riferimento a Robespierre e Saint-Just di Stefano, ma non vorrei entrare ora in disquisizione storiografiche e perdere il filo del discorso. Colgo invece il riferimento fatto su quelli che Stefano definisce gli “appassionati trentenni” nazionalsocialisti nell’Europa interbellica. Il riferimento non è affatto “caricaturale”. I nazisti erano appassionati? Certo, lo erano. Eccome! Ma di che passione erano portatori? È questa la domanda da farsi. La passione può infatti anche pervertirsi se guidata da una ideologia che mette al centro l’odio e la paura e non l’amicizia e il coraggio (e a questo si deve il mio rapido accenno all’opposizione Schmitt-Derrida). E qui ritorna palese la centralità dell’ideologia e la sua vigenza, per quanto ora le ideologie sono ufficialmente morte e sepolte – a parte quella capitalista neo-liberale che domina praticamente tutto il globo e che ha rivestito il ruolo di becchino in questa tragedia... –. La centralità delle idee e del pensiero, dunque, ma anche del reale, come dimostrò Badiou ne Il Secolo.
E qui non mi trovo d’accordo con Elena Baiguera Beltrami, la cui analisi, peraltro, condivido in gran parte. Sostenere che i giovani (ma ricordiamo che almeno nelle piazze spagnole c’erano e ci sono molti che non sono affatto giovani!) rifuggono le ideologie (almeno quelle che hanno conosciuto) è corretto, ma non è corretto sostenere che questi stessi giovani “non hanno ideologie”. Certo, non esiste un’ideologia, ben formata, con la sua alfa e la sua omega, con il suo vangelo e i suoi apostoli. Un’ideologia è, come ricorda Paolo Giovannini, anche un “complesso di idee, credenze e valori sull’uomo e sulla società”, che si va formando poco a poco, con accelerazioni e frenate, a seconda dei contesti politici ed economici e del momento storico. Bene, questi giovani non hanno un “complesso di idee, credenze e valori sull’uomo e sulla società”? Elena dice che non sono “infarciti di ideologia, filosofia e letteratura come nel ’68”. Dunque, questi giovani non leggono, non pensano? Sono solo “arrabbiati” per non avere quello che la società gli aveva promesso e non gli ha poi dato? Queste considerazioni denotano, secondo me, una visione idealizzata, romanticizzata e di comodo del ’68 e una visione superficiale e confusa di ciò che sta accadendo ora (e qui parlo soprattutto del caso spagnolo). I giovani di oggi, quelli che conosco e ho conosciuto nelle piazze di Barcellona e Madrid, leggono, “si infarciscono” di filosofia e letteratura, pensano, hanno idee e valori sull’uomo e sulla società. Certo, non tutti. Ma come mai è successo, nemmeno nel ’68 o nel ’77. Logicamente se si mette nello stesso calderone la banlieu parigina e i fatti estivi di Londra con le acampadas spagnole, il movimento Occupy Wall Strett statunitense, gli studenti cileni e piazza Tahrir quello che sto dicendo non si riesce a capire. Per il caso spagnolo, l’ho scritto nella quarta lettera da Barcellona dimostrando il variegato mondo di associazioni e piattaforme che stanno a monte del movimento 15-M e che sono debitrici di esperienze passate (http://www.politicaresponsabile.it/pensiero/333/cosa-succede-in-spagna-lettera-da-barcellona-iv.html).
Altre tre piccole precisazioni. La prima: il governo Zapatero non si è dimesso dopo un mese di proteste di piazza! A fine luglio, a due mesi e mezzo dal 15-M, quando le piazze erano già state completamente svuotate, Zapatero ha annunciato che molto probabilmente si sarebbero convocate elezioni anticipate prima della fine dell’anno. A settembre, poi, si è stabilito con sicurezza il giorno: il prossimo 20 novembre (quattro mesi prima della fine della legislatura). Le ragioni sono ben altre che le acampadas: la pesantissima debacle elettorale subita dai socialisti nelle amministrative del 22 di maggio e le fortissime pressioni di FMI e BCE sul governo spagnolo di metà luglio.
La seconda: cercare di pensare i movimenti di questo 2011 “al passato”, credo sia un’operazione non solo percorribile, ma addirittura necessaria. E si lega a una generale necessità di ripensare il secolo appena concluso, che nella politica odierna quasi nessuno, per paura, pigrizia o ignoranza, ha cominciato a fare. L’oblio o la semplificazione/banalizzazione della complessità storica porta solo al populismo, un fenomeno ben evidente in Italia. E non serve aggiungere altro. Detto questo, è bene anche vedere gli insegnamenti dell’oggi, come ha rilevato il primo commento.
La terza: il concetto di passione non dovrebbe essere solo stimolante e suggestivo o “simpatico”, ma qualcosa di più. Una passione che però non si dovrebbe avere timore di chiamare politica. Perché chiamarla solo “civile”? Dove sta la differenza tra politica e civile? La politica ci fa paura? Temiamo di ricadere in quel Novecento – pieno zeppo di passione politica – che ora ci viene venduto solo come il secolo degli orrori e della violenza? E qui mi viene alla mente una bella riflessione di Mario Isnenghi (Garibladi fu ferito, Roma, 2007, p. 28): “Il disgusto corrucciato e offeso per le grandi narrazioni del Novecento, che ci hanno – o che abbiamo noi – tradito, si diffonde oggi in maniera illimitata affondando i colpi anche all’indietro nel tempo. Poiché non intendiamo o non ce la facciamo più noi a “innamorarci” di grandi cause, ci adoperiamo a sporcare e mettere in dubbio anche quelle altrui. La politica e la storia ci si configurano ormai come un cimitero di illusioni deluse e di cause omicide. Miti ed eroi sembrano poi offendere il nostro saputo spirito ai posteri.”
Non posso non concludere con una nota di ottimismo visto un certo pessimismo aleggiante nei commenti, soprattutto nell’ultimo, quello di Emanuele. E lo farò richiamandomi a Gramsci e alla sua contrapposizione tra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Emanuele, non si è fatto né si vuole fare una apologia del movimento del 15-M e degli indignados spagnoli, il livello della cui analisi, come hai giustamente sottolineato, è “bassino”. Ma si vuole mettere in rilievo che, nella morta gora da cui venivamo in questo inizio di terzo millennio, con l’occupazione delle piazze spagnole e arabe, con i movimenti studenteschi cileni, con il tentativo di “occupare” Wall Street almeno qualcosa si è mosso. Soprattutto si sono messe in moto parecchie coscienze, molte delle quali fino a due anni fa non si sarebbero nemmeno sognate di passare un sabato sera in una piazza parlando di politica e della “res publica” (l’ho scritto nella mia sesta ed ultima delle lettere da Barcellona: http://www.politicaresponsabile.it/pensiero/357/cosa-succede-in-spagna-lettera-da-barcellona-vi.html). E mi pare non sia cosa da poco.
inviato da Giona il 07.10.2011 12:15
A me il termine “indignati” non è mai piaciuto. Mi suona di rivolta morale, di sussulto interiore, nel peggiore dei casi mi suona anche peggio: “mi indigno e mi tiro fuori, da questo schifo, che tanto sono tutti uguali, che se ne vadano tutti, io sono dalla parte giusta e chissenefrega”. Mi piace di più “arrabbiati”, perché la rabbia presuppone un passaggio all’azione e non nega la legittimità morale (e umana) dell’oggetto dei tuoi strali: semplicemente, ti fanno arrabbiare le cose che fa, il modo in cui le fa, le conseguenze che esse hanno su di te. E le vuoi combattere, e ne vuoi proporre di meglio. Che, detta in modo meno giovanilistico e superficiale, è di fatto la base del confronto democratico, almeno nel modello che noi conosciamo: quello liberale e rappresentativo.

Ha spiegato Steven in una delle sue precedenti lettere che nemmeno Husserl aveva in mente questo slogan. E che quindi il gioco editoriale “scrive Husserl risponde Ingrao” ha senso solo a suon di titoli: i contenuti sono ben diversi, e parlano di impegno e mobilitazione. Purtroppo gli slogan sono il modo più semplice per presentarsi al pubblico, e quindi il più sfruttato: dalle votazioni per i rappresentanti di classe in prima liceo fino ai confronti per le elezioni politiche, le proposte si fanno slogan,o meglio, spesso gli slogan servono a nascondere la mancanza di proposte. Il problema del linguaggio, si diceva: un problema centrale, nella teledemocrazia, dove il modo in cui si parla conta più di ciò che si dice. Un problema anche nella cyberdemocrazia, perché i nuovi Stentore delle agorà virtuali hanno fatto propri tutti gli aspetti deteriori della comunicazione politica dell’era del tubo catodico: botta-risposta, frase ad effetto, insulto facile, denigrazione, affermazioni apodittiche. A chi dice che L’Adige on line è l’unica vera piazza dei trentini, consiglio di andare a leggersi i forum dei commenti: se questi sono i trentini che partecipano, le menti attive, i cittadini democratici, il capitale umano su cui si fonda la nostra democrazia è pericolosamente scadente. Citando Zagrebelsky, la democrazia è “convivenza basata sul dialogo”, quindi bisogna avere particolare cura del “mezzo che permette il dialogo”: le parole. Avere cura del linguaggio significa anche rinnovarlo e adattarlo ai contesti che mutano: ha ragione Steven quando dice che questi movimenti non lo stanno compiendo, questo rinnovamento, e rimangono cristallizzati nei vecchi modelli. Semplificando, provano a fare cose nuove e a pensare differente, ma usano parole vecchie, faticano a costruirsi il vocabolario politico adatto a questo cambiamento. E’ un problema serio, ed è tutt’altro che un prurito sociologico l’analisi che si tenta di fare.

Il problema diventa ancora più serio quando non sono nuove nemmeno le cose che si provano a fare. L’organizzazione. Che non significa ragionare su come disporsi nelle piazze e a chi affidare il servizio d’ordine, ma ha a che fare con la natura dei soggetti attivi del cambiamento, con le forme di protagonismo sociale, in buona sostanza con ciò che sostanzia un possibile modello politico democratico. Non è un orpello, perché ruota attorno a questo il negare o il riaffermare il valore della rappresentanza politica. La mia sensazione è questa: ora il modello rappresentativo è ai suoi minimi storici di gradimento, fa talmente schifo che anche Mill stenterebbe a difenderlo. Ma chi lo contesta non riesce a staccarsene: lo disprezza ma, quando – spegnendo il computer e uscendo dalla camera da letto- si trova ad organizzarsi collettivamente (comincia a fare politica), di fatto finisce per servirsene. Dalle “Lettere da Barcellona” ho intuito alcuni tentativi di innovazione. In Italia certamente no: non mi stupirei di vedere Casarini o similari autoproclamarsi portavoce degli indignados in salsa italiana, e di fatto perversioni del genere già accadono.

Io credo nella democrazia rappresentativa: credo che non sia un passo indietro rispetto all’optimum della democrazia diretta, credo sia il modello più corretto e concretamente servibile nella nostra era. Certo il concetto di rappresentanza va quantomeno ripensato: ora è mera delega, cessione di responsabilità. Una diversa forma di rappresentanza prevede un rapporto continuo e necessario tra rappresentanti e rappresentati, un “processo circolare tra istituzioni statali e pratiche sociali”. In una parola, prevede la politica.

Non so se queste forme di mobilitazione sociale rappresentino davvero un rinnovamento democratico: sono talmente peculiari e diverse tra loro che mi sembra difficile ricondurle ad un modello standard, e d’altro canto bisognerebbe prima di tutto mettersi d’accordo su cosa intendiamo quando parliamo di democrazia. Ma se, come concetto minimo, accettiamo che la democrazia è discussione, dialogo, è “ragionare insieme”, quelle esperienze che sviluppano questo aspetto sono sicuramente una boccata d’ossigeno per un sistema evidentemente asfittico.
inviato da Emanuele Felice il 07.10.2011 00:15
Mah, io trovo questa impostazione, ancorché simpatica, un po’ troppo astratta... quasi sociologica. Sono d’accordo con quanti invece, come Elena, sottolineano gli aspetti materiali. Chi è il soggetto portatore della protesta, facitore di storia? Quali sono gli interessi in gioco?
Detta in altri termini:
organizzazione e passione, per fare cosa? Linguaggio, per dire cosa? Ideologia… di cosa?

In effetti gli indignados (un po’ ovunque nel mondo) appaiono come il movimento di quanti sono colpiti dalla globalizzazione neo-liberista (che, inter alias, comporta anche la perdita della democrazia). Ciò premesso, il livello di analisi e di critica delle istituzioni e dei meccanismi di detta globalizzazione, il livello dicevo mi pare un po’ bassino. Almeno in Spagna. Già in Italia ho l’impressione che sia un po’ meglio.
(L’ho anche giá scritto, ad esempio in un post per melogranorosso:
http://www.melogranorosso.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=360:gli-indignados-e-la-sinistra-europea&catid=51:visto-da)

Forse però sono eccessivamente pessimista. Poi chissà, con il tempo, praticando le lotte, si può migliorare
inviato da stefano fait il 06.10.2011 12:30
Dichiarazione preliminare: ho l'impressione che questo sarà il tema più discusso in assoluto, PER IL MOMENTO.
Trovo di estremo interesse e di particolare tempestività quest’analisi di Steven Forti. La condivido in molti punti, ma dissento su altri e in particolare su quello della passione politica. Mi limiterò ad accennare a quel problema, perché prima vorrei dedicare un po’ di spazio a questo famoso pamphlet di Stéphane Hessel (l’originale in francese circola gratuitamente in rete e forse ormai anche quello in italiano).
Credo abbia ormai 94 anni, ma non ha perso la combattività del suo passato partigiano. Nella prima parte, Hessel, in buona sostanza, dice: vi ricordate tutti i nobili principi che ci hanno aiutato a sconfiggere il nazismo? Li avete lasciati per strada? Non vi accorgete che sono stati traditi, che l’intolleranza, la xenofobia, l’autoritarismo, l’edonismo, la sperequazione, i monopolismi, l’attacco al welfare, la propaganda mediatica, hanno avuto la meglio? Perché non mostrate gli attributi e vi riprendete ciò che vi spetta? Ci si deve indignare e resistere di fronte alla falsità di una società in cui ci dicono che mancano i soldi per sostenere le conquiste del passato anche se la ricchezza nazionale è senza precedenti nella storia. Recuperate il lascito della Resistenza e dei suoi ideali contro la dittatura dei mercati finanziari che minacciano la pace e la democrazia. I diritti sono universali e se incontrate qualcuno che non ne ha beneficiato dovete protestare ed aiutarlo a conquistarseli.
Hessel sottolinea che per loro resistere era più facile, si trattava di contrastare un’occupazione straniera, di non accettare la sconfitta: era semplice come semplice fu combattere per la decolonizzazione (dice lui). Hessel precisa anche che lui si è sempre indignato nel corso della sua vita, ma per ragioni che avevano poco a che fare con l’emotività: era la volontà di impegnarsi che lo motivava [« Ma longue vie m’a donné une succession de raisons de m’indigner. Ces raisons sont nées moins d’une émotion que d’une volonté d’engagement »], un impegno nel nome della responsabilità che ciascun essere umano deve esercitare [« il faut s’engager au nom de sa responsabilité de personne humaine »]. L’atteggiamento peggiore, quello più disumanizzante e disumano, è quello del disimpegno, dell’indifferenza e dell’apatia, quello di chi dice : “non ci posso far niente, me la caverò” [« je n’y peux rien, je me débrouille »].
Hessel non aggira il problema della violenza. Da sempre critico dell’imperialismo sionista / colonialismo israeliano, così giudica il lancio di missili sui civili israeliani: “non servono alla causa ma si possono comprendere alla luce dell’esasperazione degli abitati di Gaza: in questo concetto di esasperazione si deve intendere la violenza come una conclusione spiacevole di situazioni inaccettabili per chi le subisce. Si può dunque affermare che il terrorismo è una forma di esasperazione e che questa esasperazione è un termine negativo. Allora non si dovrà esa-sperare, ma sperare. L’esasperazione è la negazione della speranza. È comprensibile, direi quasi naturale, ma non per questo accettabile. Perché non consente di ottenere i risultati che può produrre la speranza” [cf. B.H. Obama, “The Audacity of Hope” – NdR].
Sulla nonviolenza, scrive: “Sono persuaso che il futuro appartiene alla non-violenza, alla conciliazione delle diverse culture. È questa la via che l’umanità dovrà seguire per superare la sua prossima tappa. E qui, tornando a Sartre, non possiamo scusare i terroristi che lanciano le bombe, possiamo solo comprenderli. Nel 1947 Sartre scrive che la violenza, in qualunque forma si manifesti, è una sconfitta. Ma, dice, si tratta di una sconfitta inevitabile, perché il nostro è un universo di violenza. E se è vero che il ricorso alla violenza contro la violenza rischia di perpetuarla, è ugualmente vero che è l’unico mezzo per farla cessare. Ma io aggiungerei che la non-violenza è un mezzo più sicuro per farla cessare. Non possiamo appoggiare i terroristi come Sartre ha fatto in nome di questo principio durante la guerra d’Algeria, o in occasione dell’attentato alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, commesso contro degli atleti israeliani. Non è efficace, e lo stesso Sartre alla fine della propria vita arriverà a interrogarsi sul senso del terrorismo e a dubitare della sua ragion d’essere. Dirsi «la violenza non è efficace» è di gran lunga più importante che sapere se bisogna o no condannare coloro che la praticano. Il terrorismo non è efficace. La nozione di efficacia deve contenere una speranza non-violenta”. Più oltre: “Dobbiamo renderci conto che la violenza volta le spalle alla speranza. Le dobbiamo preferire la fiducia, la fiducia nella non-violenza. È questa la strada che dobbiamo imparare a percorrere. Tanto da parte degli oppressori che da quella degli oppressi, bisogna arrivare a una trattativa per cancellare l’oppressione; e questo porterà alla scomparsa della violenza terrorista. Perciò non dobbiamo lasciare che si accumuli troppo odio. In un mondo che ha superato il confronto delle ideologie e il totalitarismo conquistatore, il messaggio di uomini come Mandela, o Martin Luther King, è assolutamente attuale. Il loro è un messaggio di speranza, speranza che le società moderne sappiano superare i conflitti attraverso una comprensione reciproca e una pazienza vigile. Per riuscirci occorre basarsi sui diritti; e la violazione di questi, non importa per mano di chi, deve provocare la nostra indignazione. Su questi diritti non si transige”.
Sull’insurrezione contro lo status quo e sul concetto di limite, scrive : “Il pensiero produttivistico promosso dall’Occidente ha trascinato il mondo in una crisi per uscire dalla quale è necessario rompere radicalmente con la vertigine del «sempre di più», sia in ambito finanziario sia in quello delle scienze e della tecnica. È ormai tempo che etica, giustizia ed equilibrio duraturo diventino preoccupazioni prioritarie. Perché i rischi cui siamo esposti sono gravissimi, e potrebbero mettere fine all’avventura umana su un pianeta che diventerebbe inabitabile”.
Così, infine, conclude: “In occasione del sessantesimo anniversario del programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, l’8 marzo 2004, noi veterani dei movimenti di Resistenza e delle forze combattenti della Francia libera (1940-1945) dicevamo che certo «il nazismo è sconfitto, grazie al sacrificio dei nostri fratelli e sorelle della Resistenza e delle Nazioni Unite contro la barbarie fascista. Ma questa minaccia non è del tutto scomparsa, e la nostra rabbia contro l’ingiustizia è rimasta intatta». No, questa minaccia non è del tutto scomparsa. E allora, continuiamo a invocare «una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media, che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti». A quelli e quelle che faranno il XXI secolo, diciamo con affetto: «creare è resistere. Resistere è creare».
Passando ora alle considerazioni di Forti sulla passione, sono costretto ad osservare che quando si parla di passione giovanile nell’arena politica credo sia bene tenere a mente che la leadership nazista era formata da appassionati trentenni, che assieme maturarono la loro “coscienza” e ideologia politica e assieme cercarono di distruggere tutto ciò che era ad essa antitetico, in quella che continuarono a chiamare Rivoluzione Nazional-Socialista fino alla fine. E se questo esempio può sembrare troppo estremo, al limite del caricaturale, aggiungerò allora che i fautori del Terrore che annientò quel che di ottimo c’era nella Rivoluzione Francese, ossia Robespierre, Danton e Saint-Just, erano molto giovani. I primi due erano trentenni e Saint-Just aveva 22 anni allo scoppio della Rivoluzione. Ghigliottinarono migliaia di critici per “salvare” la Rivoluzione che stavano uccidendo. Negli anni precedenti Robespierre era stato un vigoroso paladino del pacifismo, dell’abolizione della pena di morte, della tolleranza, della libertà di espressione e della democrazia (!!!). Tutto questo per dire che è nell’interesse di chi incarna lo status quo e lo vuole difendere fare in modo che certe passioni esasperate s’incanalino in certe direzioni piuttosto che in altre, direzioni che in genere sortiscono l’effetto contrario a quello previsto dai sinceri rivoluzionari con o senza il virgolettato. Non vedo perché stavolta le cose dovrebbero andare diversamente. Anzi, il rischio è ancora più grave, in quanto la scala è planetaria.
Un altro appunto. Oltre ai paesi citati è bene menzionare Cile e Stati Uniti. Il Cile, in particolare, ha subito l’intollerabile dai tempi di Pinochet ed ora si ritrova con un presidente miliardario reazionario come Sebastian Piñera [ma chi l’ha veramente votato?]. La distruzione del sistema sociale cileno tramite la sua privatizzazione è considerata un modello da almeno tre candidati repubblicani alle presidenziali, dei personaggi a dir poco incresciosi. Cain, Bachmann, Perry: non saprei dire qual è il candidato più spaventoso per il mondo. Al loro confronto Bush era gramsciano. Purtroppo Obama rischia di non farcela.
Il resto l’hanno già detto Elena Baiguera Beltrami e Valerio Romitelli.
inviato da Valerio Romitelli il 06.10.2011 10:57
I teorici della decrescita dovrebbero gioirsene. Non è proprio questo che volevano? Ma no, evidentemente non ho capito nulla, non è la recessione ciò di cui parlavano. Alla fin fine, però, a ragionare anzitutto sul di più o sul di meno, non si finisce forse per lasciare fuori discussione l’unica cosa che conta: chi deve fare cosa? E se chi deve farlo restano sempre quelli che hanno causato i mali (dell’eccessiva e perversa crescita, nonché delle crisi conseguenti) è chiaro che si può andare solo di male in peggio: da una brutta crescita, a picco giù per un’orribile decrescita.

E nessuna controtendenza potrà mai venire finché si continua ripetere la litania “democratica” del “tutti devono fare la loro parte”. E perché questa altro non è che la parola d’ordine dietro la quale si nascondono i più ricchi dei ricchi, quelli che diventano sempre più ricchi anche quando tutti gli altri si impoveriscono.

Che la questione politica per eccellenza sta nel “chi fa cosa?” gli indignados spagnoli sembrano averlo capito, ma senza riuscire a trarne tutte le conseguenze. Essi dicono infatti con encomiabile ambizione che loro stessi sono il cambiamento che vogliono: e così sembrano davvero essere dei nuovi protagonisti nella deprimente scena politica del vecchio continente. Tuttavia, alludono solo molto vagamente a cosa questo loro cambiamento dovrebbe implicare per gli altri, per e contro questi altri: fatti sì da gente più povera di loro, ma anche dai più ricchi e potenti sparsi in tutta Europa se non nel mondo intero. Le loro allusioni ovviamente evocano qualcosa come un po’ più di giustizia sociale in Spagna. Ma in un pianeta dove le ingiustizie continuano comunque e ovunque ad aumentare occorrerebbe restare meno nel vago.
Nessuno però sa far meglio di questi movimenti. Nessuno, meno che mai tra i politici, sa dire loro su chi e con chi far pressione. Il vertice di tutti problemi resta avvolto in nubi come l’Olimpo.

Tra gli esperti “di sinistra” c’è chi (come Andrea Fumagalli e Nicoletta Napoleoni) arriva a proporre la bancarotta come “diritto”! Dovrebbe dunque essere questa la rivendicazione principale dei movimenti dei paesi europei più deboli ( i cosiddetti Piigs). Protagonista di tutta la scena sarebbe allora la Bce sulla quale dovrebbe improvvisamente compiersi un incredibile miracolo: tanto prodigioso da metterla di traverso a banche e finanza, e farle invece assumere il controllo della stessa bancarotta in sintonia con le pressioni dei movimenti sociali.
Tali sono le fantasie cui porta illudersi che vita ed economia siano divenute più o meno la stessa cosa, senza vedere i danni sull’una e l’altra che così si rischiano.
Certo è che la bancarotta o meno non dipenderà mai da alcuno dei movimenti sociali in atto. Né essi potranno mai farci qualcosa, se non assistere a cose che l’Italia purtroppo ha già ben amaramente e disastrosamente conosciuto come “8 settembre”.

Responsabile di tutto sarebbe dunque il mostro acefalo e tentacolare, praticamente inafferrabile, del finanzcapitalismo - come lo chiama Gallino?
Personalmente preferisco la formula dell’info-capitalismo. In crisi infatti non è solo “la civiltà del denaro” (come sottotitola il libro di Gallino ), ma anche ciò che dagli anni ’90 è già succeduta a questa civiltà: ossia il dominio dell’informazione: informazione che non domina solo nell’economia, ma anche a tutti gli altri livelli della realtà sociale, comprese le istituzioni pubbliche, creando concentrazioni di potere letteralmente enormi (su cui firme autorevoli dello stesso Sole 24 ore come Guido Galli lanciano velenosi strali). Enormi: senza misura, dove sapere è potere, e viceversa, in un circolo vizioso in cui tutto funziona come profezia che si autoavvera, finché funziona. E poi il crollo. I crolli che si arrestano solo per prepararne di maggiori.

Tutto ciò un centro ce l’ha e ben preciso. Si tratta anzitutto delle famigerate agenzie di rating, che malgrado tutti i danni arrecati e i vantaggi ricavati sono sempre lì a dettare, in totale e impunita libertà, le informazioni che condizionano i destini non solo economici del mondo.
Come combatterle? Qualcuno sostiene che il rimedio sarebbe nello statalizzarle. Ma quali Stati se ne dovrebbero prendere la responsabilità? Altri sostengono che andrebbero regolamentate, ma come si possono regolamentare le maggiori fonti mondiali di informazioni, dal momento che si ritiene che siano proprio le informazioni le fonti di tutte le regolamentazioni possibili?

Ecco allora una proposta: fare appello a intellettuali, esperti e gente di buona volontà sparsi nel mondo per una ricerca avente come scopo finale la creazione di un’altra agenzia di valutazione delle situazioni nazionali europee e non. Un’agenzia di valutazione che sapesse introdurre altri parametri rispetto a quelli dei rendimenti economici e borsistici: dei parametri di giustizia sociale che tenessero conto delle maggiori o minori ingiustizie sociali e tributarie, all’interno di ogni singolo paese, ma che ne giudicassero anche l’impegno rispetto ai paesi più poveri.
Anziché le triple A, come massimo voto, si potrebbe il concepire una tripla Z.
Da tutti i microesempi virtuosi che così risulterebbero e che potrebbero venire fuori – anche da paesi poco democratici- gli stessi movimenti in corso ne avrebbero sicuramente da istruirsi per agire le pressioni su chi dovrebbe fare cosa.


inviato da Elena Baiguera Beltrami il 05.10.2011 15:51
Permettetemi un contributo che non vuole essere dotto e che non è supportato da studi specifici, ma da un’ osservazione del mondo di un addetto alla comunicazione, che da molti anni pratica con interesse il proprio lavoro.
La passione
Suggestivo, edificante, stimolante il concetto di passione, soprattutto civile, ma a mio avviso quella che oggi riempie le piazze di tutto il mondo non è passione.
Io non sono certa che sia un’operazione percorribile analizzare questa protesta declinandola al passato, e soprattutto prescindendo dall’aspetto economico. I giovani che prevalentemente animano le piazze, che ne sono protagonisti e vittime, non sono infarciti di ideologia, filosofia e letteratura come nel ’68.
Questi ragazzi vivono lacerazioni familiari abnormi, crepe dell’anima di genitori che non possono offrire loro la possibilità di costruirsi un futuro, veri e propri conflitti sociali interni ai nuclei familiari. Ricordate le Banlieu a Parigi? La rivolta e l’arresto di 1300 ragazzini di Londra? Oltre naturalmente alla Spagna, all’America, al nord Africa. La nostra è diventata una società iper classista. Ed in questo unico parallelismo vedo una possibile assonanza con gli inizi del novecento e con le varie proteste tra di loro.
Per studiare per affermarsi per trovare lavoro, casa e una vita dignitosa oggi bisogna essere ricchi . Studiare costa, costano gli studi fuori casa, i materiali didattici, i trasporti, gli affitti, le tasse universitarie. Anno dopo anno nelle università del mondo rimangono soltanto i figli della buona borghesia, che per un automatismo elitario e maggioritario tendono ad emarginare i meno abbienti.
Di fronte a questa profonda discrasia sociale, che sta creando immense disparità , frustrazioni e disincanto, fino alla disperazione, i governi non si muovono, gli Stati si comportano come scimmiette cieche, mute e sorde che si lasciano alle spalle scie di relitti umani, vite precluse, alle quali è stata sbarrata la porta della vita e che ora non ce la fanno più.
Insomma la passione degli Indignados non è affatto passione, è ribellione, dissenso, rivalsa, ormai manifesta e inarrestabile contro un’establishment che ha governa da piattaforme affaristiche ed economico - finanziarie lontane dai bisogni della gente. I pochi possidenti si ingegnano ad inventare sempre nuovi balzelli e artifici amministrativi vessatori e truffaldini per opprimere chi ha di meno.
In prima fila ci stanno le banche, la pubblica amministrazione e le multinazionali del petrolio, della grande distribuzione, che tutelano grandi manager, i grandi patrimoni e quando bisogna fare cassa per risanare il debito pubblico degli Stati vanno ad attingere dalla massa degli stipendi e dalle pensioni. E’ comodo, è facile è a portata di mano, c’è la scusa della crisi.
Il linguaggio e l’ideologia
I giovani stanno alla larga dai luoghi comuni, dagli slogan che puzzano di politica e di regime, non hanno capi e non vogliono capi, non sono settari e non credono nella rivoluzione di massa. Si trovano, si incontrano grazie alla rete, quasi esistono grazie alla rete, ma non hanno ideologie. E non avendo ideologia non hanno nulla che la spieghi e la identifichi. La rivoluzione russa e la rivoluzione francese avevano un obiettivo preciso: rovesciare le rispettive monarchie. Oggi i giovani chiedono ovunque pane, lavoro e democrazia, sapendo benissimo che non avranno nessuna di queste tre cose e sapendo benissimo di non sapere dove va il loro mondo e la loro storia. E pertanto non può esistere un linguaggio che identifichi il vuoto.
L’organizzazione
Comporta schematismi ed il fatto stesso che siano falliti sia il partitismo che il movimentismo, che possedevano al loro interno un’organizzazione, fa si che i giovani ne abbiano il terrore. La cosa straordinaria ed al contempo il limite di quest’”onda anomala” è proprio questo: la spontaneità, l’immediatezza la contemporaneità, che ne fanno un qualcosa di meraviglioso e di immensamente fragile.
La situazione italiana
E molto più compromessa a livello di movimenti di piazza, dello stesso Magreb. A svantaggio dell’Italia giocano i cali demografici, lo smantellamento dell’Università (la riforma Moratti ha prodotto diplomi universitari con scarsa preparazione ed ancora meno specializzazione) della scuola che negli ultimi anni ha alimentato un corto circuito tra istruzione ed ”educazione sentimentale” , intesa come riferimenti valoriali forti. La nostra socialità nel triangolo scuola, famiglia, rapporti esterni, che costituisce il vissuto degli studenti, non ha saputo fare sistema per allontanare i ragazzi da modelli degradati: il velinismo, il carrierismo televisivo, la pretesa di vivere, o di essere iscritti, in club di estrazione sociale più alta di quella che in realtà si possiede. Illusioni a iosa sono state svendute ai ragazzi, invece che strumenti per affrontare le difficoltà di un mondo orribilmente globalizzato.
La soluzione per far si che gli indignados possano attuare la rivoluzione
Ogni Nazione è alla ricerca di una propria “onda anomala” specifica, in Spagna dopo oltre un mese di rivolta e di occupazione della piazza da parte degli indignados , il governo Zapatero si è dimesso. Nel Magreb, se pur con vere e proprie rivoluzioni , molti passi avanti si stanno compiendo verso la democrazia. In America la protesta è solo all’inizio, dopo la disillusione della presidenza Obama. In Italia la priorità è intervenire subito per estirpare il cancro e le metastasi che hanno invaso il corpo dello Stato. La piazza potrebbe essere fondamentale per mandare un messaggio alla politica in caso di elezioni: ossia che nulla potrà più essere come prima. Ma per fare questo i giovani, in un paese di anziani come l’Italia, non bastano. Deve essere chiamata a raccolta tutta la società civile, quella dei referendum, in particolare. E più esattamente 27 milioni di italiani che sta hanno rispedito al mittente le leggi di questo Governo e che rappresentano la parte motivata dell’Italia. Su questi bisogna incidere, creare altri stimoli, firmare non basta, bisogna mettersi in cammino, verso la “liberazione”, nelle piazze di tutta Italia e chiedere tutti insieme poche cose semplici ma indispensabili fissare un punto di partenza: lavoro, legalità , democrazia e rispetto per le Istituzioni.
Questi presupposti rappresentano un inizio, tutto il resto va riscritto, reinventato, ripensato, ci vorranno decenni e saranno decenni durissimi.
Elena Baiguera Beltrami
inviato da Pulizia del Colon il 04.10.2011 12:26
Senza cadere nella feconda speculazione continuitá/discontinuitá con il secolo breve, mi premerebbe suggerire elementi ai puntati del post. Organizzativamente intravvedo come motore ispiratore le quattro libertà proprie del software libero rispetto a quello proprietario e cioè la libertà di eseguire il software per qualsiasi scopo, libertà di studiarlo e modificarlo, libertà di redistribuire il programma e aiutare il prossimo, libertà di redistribuire i miglioramenti. Le piazze, la loro riproducibilità territoriale e le loro modalità non hanno forse imitato saggiamente queste libertà?
Tendo a pensare che nè i partiti e nè le ideologie sono la culminazione della storia, pensarlo è ingenuo e antistorico. E` bello sentire pronunciare alle nuove generazioni la parola "rivoluzione" come se fosse nata da poco, quasi senza memoria, quella memoria che per un intellettuale non è mai calma e che una volta appurata, mai per esperienza diretta ma per deduzione, gli fa gridare vendetta.
Misurare la passione è cosa assai ardua, sono tempi in cui alzarsi dalla poltrona davanti la tv, prendere un giornale per riciclarlo e non per leggerlo e poi magari decidere di andare a passeggiare verso la piazza e non verso uno shopping mall è molto appassionante. Adesso mi si permetta l'elenco puntato anche a me. Più che meditare sulla lezione strategica del XX secolo, non bisogna dimenticare le lezioni strategiche di questo 2011:
1) Tahir (non violenza);
2) Syntagma (tenacia);
3) Puerta del Sol (assemblee popolari).
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