Figli del nostro tempo

Sintesi di virataI giovani oggi sentono il diritto di prendersi cura di loro stessi, direttamente e non per interposta persona. Sono stanchi perfino dei soliti ritornelli sul ricambio generazionale. Sono in cerca di una rifondazione della Politica e di una nuova socialità, in collegamento con i valori fondanti della Repubblica e nella distinzione etica dalla classe dirigente attuale, stanca e malata. Cercano un rinnovamento e allo stesso tempo il recupero di ciò che di civile c'è nel nostro paese, anche attraverso le nuove forme di partecipazione su internet e i social media tanto temuti, chissà perchè, da chi oggi ci governa.

autore Giulia Merlo - inserito lunedì, 17 ottobre 2011

Siamo sette milioni ad avere tra i ventuno e i trent'anni: possiamo votare al Senato e alla Camera, ci dibattiamo nella babele dell'università o del lavoro e il nostro è un viso giovane. Giovane ma di quell'evanescenza statistica per cui gli esperti ancora non hanno trovato un'etichetta: non più la generazione X del grunge di Kurt Cobain, annegata silenziosamente in un lago di lacrime e incoscienza né tantomeno quella dei Giovani e Belli parricidi del '68.

Questo, in politica, ha un senso storico innegabile: gli ex Sessantottini hanno scacciato i padri padroni e si sono conquistati le redini del Paese, i dimenticati degli anni Novanta invece sono stati inghiottiti da Crono.

Noi abbiamo visto fallire i nostri fratelli più grandi, avviati a fare la stessa fine di Carlo d'Inghilterra e a non raggiungere mai la cima di quella che al tempo dei miei genitori si chiamava scala sociale e che oggi non si chiama per niente, in ossequio al repulisti della toponomastica da Prima Repubblica.

Ciò che ci colloca un gradino sopra rispetto ai trenta-quarantenni da 1000 euro al mese non è la nostra aspettativa di reddito, forse lo è la nostra maggior specializzazione, di sicuro lo è l'accidente temporale per cui viviamo la nostra giovinezza nel momento in cui gli ultimi fuochi di un impero in rovina si stanno spegnendo.

Perdonate, il cinismo è lo strato più spesso della nostra corazza e la semplice verità è che la generazione politica al governo ora - i settantenni Giovani e Belli per capirci - sta per raggiungere il capolinea biologico, giusto in tempo per non provare mai sulla sua pelle che ‘il potere logora chi non ce l'ha'.

Dopo di loro il diluvio?

Questa è la vera domanda, perché quel dopo è alle porte e parlare di ricambio generazionale ora è fumo negli occhi: esso non è che sia possibile, è inevitabile. Anagraficamente inevitabile.

Ecco perché sono irresistibilmente desuete le sonnacchiose serate dei talk show, spese a discutere di ricambio generazionale in politica con una selva di sessantenni uomini sprofondati in poltrona.

Eppure la risposta sarebbe tanto semplice, e l'unica consolazione è il torto che tali gentiluomini fanno alle loro intelligenze mentre discutono: alzatevi, uomini di destra e di sinistra. Alzatevi e lasciate che si siedano donne e uomini che capiscono questo tempo.

Certo, sperare che Hobbes avesse torto quando sosteneva che homo homini lupus forse sarebbe l'ennesima ingenuità che non ci possiamo permettere.

L'ipotesi più verosimile è dunque che sarà un ricambio figlio della sconfitta: non nostra ma della generazione di mezzo, che ha fatto il delfino del re e un bel giorno s'è svegliata vecchia.

Premesso questo, dalle sconfitte ci si solleva, dalle sconfitte si impara.

Perché noi, nati e cresciuti senza la forma mentis da sistema binario che è stata la Guerra Fredda, sappiamo che la crisi si chiama crisi e non è un nome né di destra né di sinistra.

Perché noi sappiamo che gli aerei non si chiamano solo Alitalia, che viaggiano in tutto il mondo e che i cervelli in fuga possono rientrare con un massimo di 14 ore di volo, e che se non rientrano fisicamente esiste Internet.

Ma soprattutto - e questo è il merito che va riconosciuto alla generazione che ci ha educati - non abbiamo dimenticato che l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Chiedete ad un giovane cosa vuole: risponderà lavorare.

L'alternativa a questa attesa dell'ineluttabile è quella che beffardamente chiedono a gran voce le eterne primedonne della politica: di essere scacciati, perché la gioventù di oggi si guadagni sul campo il marchio del vincente.

In questo guanto di sfida si consuma il vero fraintendimento rispetto al mondo in cui vivono e che ancora governano, perché non hanno capito che non è la loro politica quella che noi vogliamo fare. Non è la politica accentrata tutta negli oscuri palazzi romani, perché quella fa venire in mente il putridume di Tangentopoli e la corruzione catiliniana di oggi: il malaffare che ha instillato in noi il sospetto che è più di un sospetto, quasi certezza, che chi amministra la cosa pubblica lo faccia per interesse privato.

Questo fango rappreso è ciò che allontana noi figli della crisi, e rischia di farci abdicare al diritto e dovere di prendere nelle nostre mani lo Stato.

Noi giovani parliamo di politica, ne parliamo su facebook, ne parliamo nei blog, e la facciamo quando ci raduniamo in piazza a fare lezione all'aperto perché non ci sono strutture adeguate, quando andiamo a votare ai referendum sull'acqua e a firmare contro la legge-bavaglio.

E - nonostante quanto si creda - parliamo di politica anche stando dentro i partiti, con la conquistata consapevolezza non solo che per quanti lavorano sotto la bandiera con un simbolo ce ne sono altrettanti che sotto quella bandiera non ci vogliono stare, ma anche che questo sia un plus per la democrazia, la quale è tanto più sana quanti più militanti ha, infine uniti sotto quell'ultima garanzia che si chiama Costituzione.

Che ci si arrivi con uno strappo o dopo un'ulteriore attesa, la vera sfida per noi sarà quella di ridare significato e dignità al termine politica, che non ha più come sola voce il partito ma è fatta di una socialità più articolata.

Ecco allora ciò che serve, ciò che ci appassiona: ridare profondità alla parola, fare sì che torni ad essere ‘res publica' e sinonimo di civiltà.

Chi sta al potere forse non se ne accorge, ma già lo stiamo facendo. Lo facciamo ogni giorno quando decidiamo di non lasciare l'Italia, quando scendiamo in piazza contro i tagli all'istruzione, quando vogliamo eleggere per nome e cognome i nostri rappresentanti in parlamento e anche quando decidiamo di darci da fare all'interno di un partito, mettendo a disposizione il nostro tempo e la nostra intelligenza e chiedendo il rispetto delle regole: le primarie e il vincolo tre mandati.

Cambiare è possibile, ma bisogna farlo con la testa invece che con le urla o i piagnistei rinunciatari dei cosiddetti astensionisti del tanto-sono-tutti-uguali, nuova maschera radical chic dei qualunquisti.

Guardiamoci in faccia: la politica è e rimarrà sempre fatta non solo ma per gran parte nei partiti. Al netto della retorica del magna-magna, io credo ancora che il partito sia una buona fucina di talento, innovazione e passione, e paradossalmente l'unico luogo da cui il rinnovamento può davvero cominciare.

Il perché è semplice: in un'azienda non puoi cacciare il vecchio con il contratto a tempo indeterminato per far entrare il giovane, in un partito invece esiste un documento - scritto con fatica e forse furbescamente letto troppo poco - che si chiama "regolamento", spesso affiancato da uno che si chiama "statuto".

Fossili da archeopolitica? Forse, ma quello che interessa è che dentro ci sono scritte cose come vincolo dei tre mandati, versamento al partito di una quota dello stipendio del politico con una carica istituzionale, elezione degli organismi interni a maggioranza. L'elenco sarebbe lungo, e ai giovani nei partiti si deve chiedere una sola cosa perché il rinnovamento parta: coraggio.

Coraggio nell'imporre il vincolo dei tre mandati - e già questo significherebbe che parecchie delle vecchie leve andrebbero a ricoprire l'altrettanto gratificante ufficio di nonni - ma soprattutto coraggio di proporsi senza mascherarsi dietro psicologie di corrente: credo di avere le carte in regola per ricoprire quel ruolo? Mi candido, dico come la penso e mi siedo vicino al solito vecchio o a quell'altro giovane davanti all'assemblea. E la parola d'ordine deve essere votare, perché alla lunga di chiacchiere si muore e per tirare le fila bisogna vedere chi sta al di qua e chi al di là della riga.

Questo ovviamente non è sufficiente a rivoluzionare un Paese, ma se non altro ai politici da talk-show inizierebbe a colare un poco il trucco, anche se dovrebbero sorridere visto che cacciarli è esattamente ciò che a parole ci supplicano di fare.

Ciò che va aggiunto è quella scintilla che gli americani chiamano watch-dog function, funzione del cane da guardia: i concorsi sono truccati, i politici rubano, le università cadono a pezzi, i servizi non funzionano, nullatenenti sulla carta girano in Porsche? Apriamo blog, scriviamo lettere ai giornali, documentiamo e denunciamo chiamandoli per nome e cognome, facciamo vedere che la nostra soglia di tolleranza è stata superata e usciamo finalmente allo scoperto: non solo in piazza ma con tante voci che non siano grida ma parole chiare, che a quel punto non sarebbero più giovani o vecchie ma solo vere. Esiste un'unica arma per combattere il qualunquismo, l'astensionismo e tutti gli -ismi del caso, ed è un po' di liberatorio spirito critico.

Abbiamo il dovere di dimostrare che siamo figli di un tempo diverso - il nostro - in cui sappiamo agire dentro e fuori i partiti, sfruttando gli incredibili mezzi che l'innovazione ci offre gratis, che sappiamo usare e per cui non dobbiamo dire grazie a nessuno.

Ma soprattutto, accettiamo il consiglio di chi ne ha viste più di noi e smettiamola di ‘pensare con il corrimano'.

E, che si sappia, questa non è un'esercitazione.

inviato da Marco Valdo il 29.10.2011 09:35
Aggiungo, all'elenco contenuto nella condivisibile nota di SERGIO, un'altra dote che i partiti cercano in fase di selezione del ceto politico: la capacità di consenso personale in modi che non attengono all'adesione a idee e programmi, ma ad uno scambio di natura clientelare, laddove la clientela si fonda su diverse tipologie di favori.
inviato da SERGIO il 25.10.2011 20:10
Credo che uno degli aspetti più importanti del rinnovamento dei partiti sia quello concernente i criteri di selezione del ceto politico, criteri che sono stati in gran parte trascurati, a partire dagli anni 80, da quasi tutte le forze in campo per privilegiare, solo ai fini elettoralistici, i "procacciatori di tessere" o i "garanti di finanziamenti". La preparazione culturale, la conoscenza del territorio dove si opera, della storia e dei processi economici, le competenze tecnico - amministrative, le attitudini relazionali ed organizzative, sono le basi necessarie ma non sufficienti per la formazione di un personale destinato a ricoprire compiti di responsabilità e ad aspirare a ruoli dirigenziali. Indispensabile è il possesso di requisiti di integrità morale, senso etico e dello stato. Grazie alle nuove tecnologie, ai nuovi, formidabili strumenti di comunicazione ed aggregazione, che i giovani sanno perfettamente padroneggiare (social-network, ecc.), è ora divenuto possibile, se del caso anche scavalcando l'eventuale resistenza o il boicottaggio da parte di retrive ed oligarchiche nomenclature partitiche, determinate solo a difendere solo il potere ed i privilegi acquisiti, cercare i consensi(tra coetanei dovrebbe essere abbastanza agevole) ed organizzare una rete di sostenitori.Con la raccolta di firme di adesione attraverso il web e la presentazione della relativa lista è anche divenuto possibile, senza l'esborso di grosse spese, proporre e propagandare la propria candidatura che, se numericamente supportata, difficilmente potrà essere respinta, pena la gogna mediatica, perlomeno a livello locale.
Ci vogliono spirito di iniziativa e coraggio, senza deprimersi alle prime difficoltà, ed umiltà e pazienza nel sottostare al necessario apprendistato. La politica, quando è praticata con disinteresse, onestà e passione, è una attività faticosa ma bella, gratificante solo per il fine nobile che si propone.
inviato da Giulia Merlo il 23.10.2011 12:42
Innanzitutto grazie a tutti per i numerosi commenti: rispondo in un'unica volta a tutti perchè mi sembra di capire che la parte che viene considerata più controversa sia quella sull'idea di 'generazione'.
Dunque: come dico all'inizio, i giovani di oggi, che possono essere la forbice tra i 21 e i 30 anni ma anche 35 - non è rilevante - hanno in comune un dato 'sociologico' (inteso atecnicamente, non sono un'esperta in materia) che è l'essere cresciuti con lo spettro della crisi economica, e uno 'temporale', ovvero il fatto che siano giovani in un momento di estrema debolezza del potere che ha gestito l'Italia degli ultimi venti-trent'anni.
Questi sono i due unici dati che ci accomunano e che - io ritengo - ci hanno dato una forma mentis diversa da quella per esempio dei nostri genitori, sia per la concezione che abbiamo della politica, sia della socialità intesa in senso più ampio.
Partendo da questo dato, ho provato a isolare le due strade più probabili che sono percorribili: aspettare ancora la fine naturale di questo ciclo storico oppure combattere sullo stesso piano, in ogni caso - sempre a mio modo di vedere - la vera sfida che si presenta a questa Terza Repubblica non ancora nata è quella di ridare profondità al termine politica, riempiendola di un significato che non sia quello che ci hanno insegnato a disprezzare.
Dopodichè sono d'accordo che quello generazionale è un criterio che di solito si usa ex post, ma io credo che ci troviamo in un momento storico in cui gli strumenti che ci sono offerti mettono noi figli di internet, dei blog, della comunicazione ultrarapida, nella posizione di poter sfruttare questi mezzi - con i quali siamo cresciuti - per crearci una nostra dimensione politica e sociale.
Il passo che ancora ci manca è concretizzare lo slancio, e questo richiede coraggio dentro e fuori i partiti.
Ripeto, quello generazionale è un dato di massima che mi aiuta a isolare quella categoria che - per forza di cosa- dovrà prendere in mano le redini della situazione e a cui serve una sprone, non la filastrocca del patto generazionale che, permettetemi di dirlo, non sarà mai fatto alla pari.
Sono d'accordo con Pasquale che fare piazza pulita potrebbe portare a danni maggiori se non a generare mostri, ma non è una buona ragione per peccare di eccessiva prudenza.
Condivido anche la conclusione finale di Steven, in cui scrive che bisogna guardare alla società nella sua integrità, aggiungo però che è necessario non solo guardarla ma agire prima di tutto come singoli, nel nostro caso come giovani con un occhio privilegiato sui mutamenti del proprio tempo. Ovviamente però sarebbe un tema da approfondire che ho, per obblighi di spazio, dovuto saltare.
Infine ringrazio Sergio del suo gentilissimo commento, che ci dà coraggio.
inviato da Lorenzo Passerini il 21.10.2011 11:29
Editoriale pubblicato sul TRENTINO di oggi (venerdì 21 ottobre 2011)

Le vicende dell’economia globale e della crisi sociale che ne è la conseguenza hanno determinato nelle ultime settimane reazioni e mobilitazioni che ci rendono evidente che siamo ormai seduti su una “polveriera sociale”. E sono stati, come altre volte nella storia è accaduto, i giovani per primi a dare segnali di ribellione contro una politica che ha confiscato loro il futuro.
La questione generazionale esiste eccome ed è ben presente: quella dei giovani d’oggi infatti rischia di essere una generazione saltata. Molte sono le persone di valore che conoscono le lingue, hanno una formazione di qualità, si impegnano, ma l'Italia è un Paese strutturalmente conservatore che privilegia le rendite a chi innova. E queste persone devo arrabattarsi in qualche modo senza mai avere una prospettiva di lavoro qualificante che li permetta di essere utili a sé stessi e agli altri.
Troppo spesso però sono i giovani stessi a non capire che la dimensione pubblica e politica è una delle poche armi che permette loro di contare di più. Se sono altre generazioni ad essere maggiormente organizzati, a fare la fila per votare inevitabilmente poi i loro interessi peseranno di più nelle scelte. Sarebbe però troppo facile criticare però i giovani su questo terreno. Il valore politico principale dei movimenti di massa non sta infatti nella bontà delle proposte programmatiche. I movimenti non sono partiti, non sono dipartimenti di ricerca accademici, sono aggregati magmatici, plurali, fatti di tante voci spesso tra loro contraddittorie.
È però necessario sforzarsi di proporre soluzioni realistiche e dare canalizzazione politica ad un movimento che anzi rischia di colorarsi di antipolitica. I giovani devono quindi richiedere politiche pubbliche orientate verso i settori innovativi e capaci di cambiare nel profondo e stabilmente i connotati strutturali della nostra economia. Si pensi ai nuovi business basati sulle tecnologie ambientali e sul risparmio energetico. Vi è inoltre la necessità di ridurre la distanza tra la scuola, l’alta formazione, la ricerca e le imprese per far si che i talenti possano trovare una struttura economica in cui finalizzare le loro aspettative di lavoro. Solo così potremmo infatti garantire in futuro quei posti di lavoro qualificati in grado di valorizzare meglio i percorsi formativi e professionali dei più giovani.
Le politiche che mirano a qualificare la crescita e il lavoro devono però essere accompagnate a moderne politiche di welfare. È quindi importante garantire maggiore equità promuovendo misure universalistiche svincolando le politiche di sostegno e stabilità dei redditi dei lavoratori dalle condizioni di dipendenza degli stessi dalle imprese.
Sebbene le nuove generazioni si tengano a debita distanza dalla politica, nel momento in cui chiedono più lavoro, scuola migliore, più speranza per il loro futuro, più giustizia sociale e libertà di esprimere il proprio talento, di fatto stanno chiedendo più politica, anche se inconsapevolmente. Stanno chiedendo più capacità di capire i bisogni e di tradurli in decisioni e cambiamento.
Oggi siamo attoniti per gli scandali che occupano le cronache quotidiane e disgustati dal discredito gettato sulle istituzioni, ma questi sentimenti comprensibili dovrebbero spingerci ad un maggiore impegno in politica, non alla distruzione del poco che è rimasto, sull’onda dell’antipolitica.
I giovani devono quindi maggiormente impegnarsi in prima persona, sporcarsi le mani, combattere, raccogliere consenso e tradurlo in rappresentanza in tutte le sedi decisionali.
inviato da SERGIO il 20.10.2011 17:43
Finalmente! Ragazzi, leggendo i Vostri interventi ho trovato quell'aria fresca di primavera e quell'entusiasmo ponderato che da tempo avevo inutilmente cercato, curiosando in altri forum frequentati da studenti per cercare di capire i motivi della loro apparente indifferenza e della mancata partecipazione alla politica attiva. Avevo anche proposto diversi argomenti di discussione nella speranza di suscitare un qualche interesse, senza mai ricevere il riscontro che speravo. Sono un ...dinosauro, ho 77 anni e sono nonno di due nipotini, uno di 7 anni e uno di 6 mesi. Mi sono sempre interessato di politica pur avendo rinunciato a iscrivermi ad altri partiti ed all'impegno attivo dopo la grande delusione provata con il Partito Socialista, nel quale avevo militato per anni. Con dolore avevo dato le dimissioni appena un anno dopo l'avvento alla segreteria di Craxi, con la sua corte di nani e ballerine, una volta resomi conto del clima di corruzione che stava corrompendo il partito con il subentro di una nuova classe dirigente, promossa dal segretario, caratterizzata da spregiudicatezza, mancanza di senso etico ed ambizione sfrenata di potere, perseguito con la ricerca assillante di finanziamenti con ogni mezzo, anche illecito (come è poi emerso pubblicamente nei primi anni 90 a seguito dell'indagine "mani pulite"). Appartenendo idealmente all'area progressista-riformista ho aderito in seguito ai programmi del PD partecipando a tutte le elezioni primarie, pur nutrendo forti dubbi sulla riuscita del progetto a causa dei perduranti, pregressi sentimenti identità dei dirigenti che avevano appartenuto alle due componenti in esso confluite. Ho sempre pensato e lo penso tuttora che il progetto avrebbe potuto svilupparsi felicemente e guadagnare ampi consensi solo con il subentro di una nuova leva di giovani, svincolata da preesistenti legami ideologici e proiettata verso il futuro. Grazie a voi ed alle concezioni, che condivido in pieno, risultanti dai vostri interventi, il pessimismo sulle sorti del nostro paese e sull'avvenire delle nuove generazioni, di cui fanno parte i miei nipotini, si è un poco attenuato e mi è ritornata la speranza che le vostre idee ed i vostri propositi, costruttivi e non semplicemente nichilisti, si traducano in azioni efficaci nell'ambito dei partiti, che sono gli indispensabili intermediatori politici e che hanno solo bisogno di essere riformati attraverso il rinnovamento dei loro gruppi dirigenti, in gran parte sclerotizzati a difesa delle posizioni occupate da più di un decennio. Ricordo una frase significativa, credo di Alcide De Gàsperi "la politica o la si fa o la si subisce". Vi seguirò con interesse.
inviato da Steven Forti il 20.10.2011 14:39
Non so, ma la categoria di generazione non mi ha mai convinto più di tanto. Sia per la sua debolezza, sia per la sua breve durata. Nel passato la si è usata spesso (e di anno in anno molto di più) per capire dinamiche politiche e soprattutto culturali. Per la cultura, sono d'accordo. Per la politica, dipende. Penso alle nouvelles générations della Francia interbellica, finite spesso a Vichy (ma anche nella Resistenza). Penso al '68 e agli anni Settanta. O, ancora prima, alla lost generation uscita dalle trincee della Grande Guerra. Prendiamo quest'ultima, ad esempio. È la lost generation che fa la politica del primo dopoguerra? No, la politica non la fa; viene usata da minoranze più o meno rivoluzionarie, portatrici di un pensiero politico. Sono esse che pensano e fanno la politica, le "masse" della lost generation "subiscono" tale politica, ne sono l'oggetto. Vedasi, la Russia bolscevica. Ma anche l'Italia fascista, con l'idea della trincerocrazia produttivistica mussoliniana.

Detto questo, torniamo al presente. E alla categoria in questione. In primo luogo, come stabilire chi fa parte e chi no di una generazione? Solo per l'età? Credo che si debba tener conto di molte altre variabili per poter usare una categoria come questa senza cadere in sterili generalizzazioni: il luogo di nascita (primo, secondo o terzo mondo), la classe sociale, gli studi e la formazione. Solo per cominciare. Cosa resta dunque di tale categoria se teniamo conto di tutte queste variabili? Non molto. La generazione finisce per essere un contenitore di molte differenze. Servirebbe dunque per pensare e fare la politica? Personalmente, non lo credo.

In secondo luogo, quale sarebbe l'obiettivo? Ossia, a cosa ci serve usare tale categoria? Per combattere la gerontocrazia dominante? Per creare una specie di "gruppo di pressione" generazionale? Le idee e il pensiero sarebbero dunque solo un addentellato, eventuale e di seconda importanza, di tutto ciò? Sì, perché non possiamo credere che solo per il fatto di avere la stessa età e vivere, bene o male, nella stessa situazione (un futuro incerto, una precarietà lavorativa, ecc.) possiamo tutti pensare lo stesso. E allora per stare insieme finiremmo per usare proposte così generali da poter essere accettate da tutti, finendo facilmente in slogan vuoti e in una probabile discesa agli inferi del populismo.

Credo che la via da seguire sia quella intergenerazionale, che, tra l'altro, pare essere quasi imposta dalle circostanze. E non tanto per il fatto di volere o meno "lavorare" dentro i partiti politici esistenti, una questione, detto per inciso, che meriterebbe una riflessione più profonda (dire che i partiti sono ancora utili o che non lo sono più mi pare sia un po' superficiale; una maniera, insomma, per non rispondere alla domanda che aveva posto qualche mese fa Alessandro Branz). L'intergenerazionalità è imposta indirettamente dalla crisi che licenzia lavoratori di cinquant'anni con una famiglia a carico. L'intergenerazionalità è consigliata per tutto un bagaglio di esperienze passate che chi è di un'altra generazione possiede. L'intergenerazionalità è necessaria per poter pensare la società da tutti i punti di vista e per tutti i suoi settori, in una società che tra l'altro, come si è già fatto notare, invecchia ogni anno di più.

Questo non toglie, logicamente, che i giovani debbano pensare, fare, impegnarsi. Ma non da soli. Guardando alla società nella sua integrità.
inviato da Giulia Merlo il 20.10.2011 13:15
caro Pippo,
grazie per il tuo commento, come te spero davvero che il PD ritrovi la sua strada non nell'agevolare il giovane in quanto tale ma nel far rispettare le regole che ci siamo dati in assemblea costituente: primarie e vincolo dei tre mandati.
Confido ma non dubito che, a Bologna, questo verrà rimarcato con la dovuta attenzione.
un caro saluto
inviato da pasquale mormile il 20.10.2011 11:52
Nel tuo articolo, Giulia, la parte più interessante è quella riguardante la modalità del ricambio. Non un semplice alternarsi di persone sedute sulle "sedie del potere", ma una rifondazione della Politica su basi etiche. Su questo credo sia davvero difficile darti torto.
Però devo dire che, leggendo la tua invettiva verso senior e loro delfini, sembra che soltanto i giovani fino ai trent'anni abbiano la capacità e la forza per poter effettuare questo auspicato cambiamento. Per carità. Può anche essere. Tuttavia, ritengo che volendo fissare una modalità prioritaria del ricambio generazionale sia meglio, anzi augurabile, mettere al primo posto il recupero della socialità e dell'amore per il bene pubblico, come tu stessa affermi, piuttosto che chiedere ai “settantenni Giovani e Belli” di farsi da parte assieme ai loro cosiddetti delfini per far posto all'energia della generazione di cui fai parte anche tu.
Insomma, non possiamo pensare che un'operazione così complessa possa realizzarsi con una mera eliminazione dalla scena politica di chi ha esercitato il potere a lungo assieme a coloro che, altrettanto a lungo, lo hanno desiderato. Fosse così semplice, il dopo Mani Pulite avrebbe dovuto rivelarsi un successo che avrebbe portato l'Italia a dei livelli di benessere sconosciuti. Eri piccola allora, ma ricordo il grande clima di speranza che si respirava. Dico davvero. A Napoli si candidava alla poltrona di sindaco Antonio Bassolino, un dirigente del PCI-PDS. Uno che a 29 anni era segretario regionale del PCI della Campania. Non Valle d'Aosta. Campania, ovvero camorra, disoccupazione storica, inquinamento, sottosviluppo a fronte di una potenziale in termini di capitale umano, sociale ed economico smisurato. Insomma un luogo duro per duri, dove essere comunisti e rappresentante della classe operaia significava essere nemici della Camorra. Si rischiava la pelle.
Quando Bassolino venne candidato a sindaco di Napoli era un “uomo nuovo”, che faceva piazza pulita dei dirigenti vecchi e compromessi con Tangentopoli, sia da un punto di vista generazionale, che da uno di tipo morale considerando la sua storia personale fino a quel momento. Cosa è successo dopo? Che Bassolino, oggi, è uno di quelli che si devono alzare dalla poltrona -e spero che lo faccia in fretta e definitivamente-, che occupano nonostante, ad ora, non ricoprano cariche pubbliche. Basta vedere le ultime primarie PD per la carica di sindaco della città dove si voleva imporre Cozzolino, bassoliniano dichiarato. E lo spettacolo indecente di quelle primarie è stata la coda avvelenata di un lungo processo di incancrenimento del sogno di un sindaco normale e decente per la città di Napoli che dalla retorica del Rinascimento napoletano è passato a cercare di lottare per imporre un suo fedelissimo in una competizione elettorale che lo avrebbe visto perdente. E infatti ha vinto De Magistris. Insomma, da questo esempio vorrei ricordare che non si deve pensare che il ricambio generazionale coincida con il ricambio morale. Innanzitutto, perchè come afferma Andrea, l'universo giovani -e rimaniamo nella parte progressista dell'universo- è molto ampio e plurale, e poi perchè molti ragazzi in gamba potrebbero fare la fine di Bassolino, divorati e digeriti dalle dinamiche del compromesso corporativista e dal clientelismo.
Una soluzione a tutto questo? Certo è necessario comunque un ricambio, anche per motivi di limiti biologici dell'attuale classe dirigente. Ma non fermiamoci alla politica e alle cariche elettive. Pensiamo che sia un processo di mutamento che dovrebbe davvero assomigliare ad un nuovo Rinascimento culturale -e qui faccio gli scongiuri pensando a Bassolino- dove non ci si impegni in politica soltanto per le cariche elettive, ma per creare una classe dirigente fatta da donne e uomini competenti, con un capitale umano e sociale in termini di esperienza e di sano radicamento sul territorio da mettere a disposizione del proprio gruppo, partito, associazione, etc., che siano capaci di fare squadra e allo stesso tempo di essere leader di se stessi.
Bisogna poi fare una scelta sul metodo di determinazione delle decisioni. Insomma, pensiamo a temi importanti come quelli inerenti la bioetica, i diritti civili di uomini e donne che vogliono contrarre unione, alias matrimonio, basandosi sul vincolo d'affetto e non sul quello dei gusti sessuali, il rapporto tra scuola pubblica e privata, la ricerca universitaria, la politica industriale (ad esempio vogliamo che il nostro PIL dipenda in eterno dalla Fiat oppure pensiamo di puntare finalmente e in modo deciso sulla media impresa ad alto valore aggiunto?). Tutte queste decisioni, se prese, caratterizzano in modo decisivo sia l'immagine dall'esterno/estero di una paese che l'identità della comunità dove queste decisioni hanno effetto. Ma bisogna essere d'accordo sul modo in cui prendere le decisioni e andare avanti per la propria strada, guardando al futuro -ovvero i prossimi 10/15 anni almeno- e non farsi ricattare in eterno da categorie corporative che vivendo di rendita non si augureranno mai il cambiamento.
Ma è proprio questo, credo e mi auguro, il cambiamento che tutti ci auguriamo, a prescindere dalla classe anagrafica dei suoi protagonisti.
Infine, Giulia, permettimi di ringraziarti per il contributo alla riflessione su questioni di cultura politica a me cari che vengono poco discussi perchè si crede che sia “l'uomo” o “la donna” forte a portare la modernità. Questo può anche essere. È necessario un leader, ma la leadership è qualcosa che riguarda non una persona, bensì una visione del mondo che se non è condivisa da un gruppo ampio di persone non potrà mai vedere emergere una guida capace di far la sintesi del capitale umano necessario a creare sviluppo e benessere, non solo economico -anzi direi che quest'ultimo è una sorta di conseguenza- ma culturale e civile.
inviato da lanfranco g. il 19.10.2011 15:52
I giovani sono tanti ma sono e saranno sempre di meno, in una società che invecchia progressivamente. Tra meno di vent’anni gli italiani tra i 20 e i 40 anni saranno 4 milioni e mezzo meno di oggi. Allora rubo le parole di Andrea Ranieri: “Se questo è il quadro, dovremmo cercare di non sprecare nessuno”. La generazione di cui parla Giulia è invece il più grande spreco di risorse sociali ed economiche che si sia mai visto nella storia. I Neet costano ogni anno una perdita di reddito netto potenziale di 23 miliardi di euro. Una mezza manovra. A questa mancata entrata va aggiunta un’uscita, certa e garantita, che corrisponde alla spesa che lo Stato sostiene per il sistema di istruzione e formazione. Che, pur non essendo mai stata oversize, ha comunque permesso ad una fetta enorme di italiani di studiare più a lungo dei propri genitori. Non dico meglio o peggio, ma sicuramente più a lungo. A costi elevatissimi, sia in termini di investimenti pubblici sia in termini di risorse private, quelle familiari.

Un investimento a perdere, perché quelle competenze e quelle professionalità oggi vengono in massima parte gettate alle ortiche. Da un sistema produttivo che di queste professionalità se ne fa poco o nulla, da istituzioni pubbliche incapaci di rinnovarsi concedendo a nuove leve di fare ciò che queste istituzioni dovrebbero fare, cioè continue e moderne riforme. Il blocco del turn over significa questo: il personale della pubblica amministrazione non si rinnova e chi avrebbe molto da dare o si barcamena a tempo determinato o si attacca al famoso tram e cerca altrove- nel privato- le sue fortune. Il sistema politico è solo la cartina al tornasole di un intero modello che guarda avanti con paura e indietro con sospetto. Qualche tempo fa sono state fatte le nomine per i cda di diversi enti pubblici: dal Mart al Centro per la formazione alla solidarietà internazionale, non c’è un trentenne a cercarlo col lanternino, esclusa una giovane assessora di Rovereto. Per calcolo statistico, pur essendo i “giovani”- come si diceva sopra- una specie in via di estinzione, non esiste un trentenne fresco di dottorato pronto a sputare anima e sangue al servizio del bene comune? Come dice Giulia, la risposta è sì: ci sono eccome, solo che si bloccano all’entrata, a favore di chi- pur bravo- ha dato e avuto. Ma non si scorda u’ passate, e resta lì.
inviato da giuseppe civati il 19.10.2011 09:40
Cara Giulia,
come sai, da tempo mi muovo sulla stessa linea, nonostante quello che scrivono (e non scrivono) i giornali.
Nel mio piccolo Manifesto del partito dei giovani, ci si preoccupa soprattutto della rappresentanza da offrire ai giovani elettori e non certo del destino dei giovani dirigenti politici (che per altro non sono più giovani...).
In ogni caso, quello che intendo e che a Bologna, sabato e domenica, discuteremo è proprio questo: come aprire il Paese a chi ha meno di trent'anni. E il tuo contributo, prezioso, va in questa direzione.
Senza paura.
Un saluto caro,

pippo civati
inviato da Giulia Merlo il 18.10.2011 14:55
Andrea sono d'accordo con te. Non siamo un gruppo per il solo fatto di essere coetanei e probabilmente - ma forse anche no - io condivido più vedute con compagni di partito che con te.
Lungi da me suggerire una qualche universalità generazionale: non esiste e non mi interessa, tant'è che scrivo che noi condividiamo per certo solo il fatto di vivere la nostra giovinezza alla fine di un periodo storico durato 20 anni.
Questo porta solo alla conseguenza che a breve un vuoto di potere ci sarà e noi siamo la generazione chiamata a marcare un cambiamento.
Io ho detto la mia in quanto sono tesserata di un partito, ci credo, ma sono anche molto critica su parecchie cose, e ti ho esposto qual è l'inizio di una soluzione: il coraggio da una parte nel proporsi, dall'altra quello di far rispettare le regole.
Da cosa partiamo? Io dico che le strade sono due, una è quella di lavorare nei partiti l'altra quella di essere presenti come cittadini e società civile. Saremo tanto più in grado di creare una alternativa che non è giovane-vecchia-infante ma è solo credibile, quanto più sapremo ricreare quel collante tra società e politica.
questo non è semplice e si fa attraverso una parola chiave: partecipazione. Che sia nella società civile - come professionista nel proprio mestiere - o in politica non possiamo permetterci il lusso di abdicare al ruolo politico che ci spetta.
Da dove partiamo? io credo che dobbiamo partire dal piccolo. Dalle nostre città, dalle nostre circoscrizioni e dai problemi che ci circondano, e li risolviamo lavorando nelle istituzioni e fuori le istituzioni essendo cittadini attivi, segnalando i problemi e dandone soluzioni.
Questo non significa che perchè siamo giovani dobbiamo fare gruppo, ma che siccome siamo giovani conosciamo il nostro tempo, i suoi problemi e il suo potenziale, e soprattutto sappiamo anche cosa non ci va più bene di come il Paese è stato condotto, sia da destra che da sinistra. Da lì partiamo: l'essere giovani non è un valore, è solo che siamo quelli che, anagraficamente, si troveranno il problema in mano e, secondo me, abbiamo le carte in regola per iniziare a risolverlo.
inviato da Andrea il 17.10.2011 22:23
Diciamoci la verità, non ci sentiremo un gruppo per il solo fatto di essere coetanei. Anche se mi piace pensare di essere nel bel mezzo di una guerra generazionale (con vechiacci, cresciuti quando l'economia correva e anche l'ultimo degli idioti trovava un lavoro, con il coraggio di venire a fare la morale) la verità è che anche tu condividi più vedute con un appartenente al tuo partito, piuttosto che con me che ho la tua età.
Cmq, tutto quello che hai scritto è condivisibile, ma c'è poco di nuovo. Si sono scritte milioni di ricette per un mondo migliore, adesso la differenza sta nei fatti: da cosa partiamo e come lo facciamo?
inviato da Giovanni Galluccio il 17.10.2011 21:43
Parliamo allora di:
- gara per l'inceneritore;
- Cantina di La-Vis;
- salvaguardia del valore dei terreni agricoli;
- "mal di pancia" della Rotaliana?
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