Il Mercato senza Fiducia | di Tito Boeri

Pubblichiamo come consiglio di lettura l'articolo di Boeri sulla crisi economica del 2008 e pubblicato su "laRepubblica". Si tratta di un contributo, ancora attuale e soprattutto utile per legare la fase attuale della crisi al momento in cui essa prende origine.
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Alesina: perchè questa crisi è diversa da quella del '29 | intervista di Giuseppe Chiellino

Altro consiglio di lettura per ricostruire la vicenda della crisi è l'intervista ad Alberto Alesina realizzata per "Il Sole 24 Ore" nella quale, il professore di politica economica ad Harvard compie una comparazione tra la crisi del 2008 e quella del 1929.
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Alla mia sinistra. Lettera aperta a tutti quelli che vogliono sognare con me

di Federico Rampini, Milano, Mondadori (Collana "Strade blu. Non Fiction"), 2011
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Democrazia, mercati, leadership

democrazie e leadershipPer uscire dalla crisi abbiamo tre questioni da decifrare e coordinare: quale democrazia, quali mercati, quali leadership. Il rischio è quello di diventare spettatori impotenti di processi che vedranno le democrazie trasformarsi in regimi tecnico-politici, con l'obiettivo di risanare debiti provocati irresponsabilmente dai mercati, anziché preoccuparsi di garantire quella base socio-economica minima necessaria affinchè le prossime generazioni possano costruirsi un futuro. Da qui può ripartire la democrazia.
autore Pasquale Mormile - inserito martedì, 1 novembre 2011

La più grande crisi economica che la storia abbia finora registrato (1929: "The Big Crash"), fu risolta grazie alla proposta di un nuovo modello economico per la crescita e a un autorevole leader politico, capace di elaborare una politica economica basata sulle proposte dettate da quel modello. Parliamo, rispettivamente, di John Maynard Keynes, l'economista che propose quel modello, di Franklin Delano Roosevelt e del New Deal.

Roosevelt mise in pratica le idee keynesiane attraverso due azioni principali: la prima, rivolta verso l'esterno, adottando una politica inflazionistica che, attraverso la sospensione del gold standard, permise alle merci prodotte sul mercato interno di trovare uno sbocco nel mercato internazionale; la seconda, rivolta verso l'interno, conteneva tutte le misure che, soprattutto attraverso un aumento della spesa pubblica, permisero l'aumento della domanda aggregata e quindi dei consumi.

Il passaggio da un regime politico di ispirazione liberista, che non poneva alcun tipo di vincolo all'iniziativa economica, ad un sistema dove fondamentale era il ruolo dello Stato era inconcepibile fino ad allora. E infatti la Corte Suprema, non accettando un tale stravolgimento, cercò ripetutamente di rendere inapplicabili alcuni provvedimenti del New Deal. Roosevelt, evidentemente convinto di ciò che faceva, andò di scimitarra contro le resistenze opposte da un così autorevole avversario, minacciando una riforma che modificasse la composizione interna della Corte aumentando il numero di giudici di nomina presidenziale. Il consenso di Roosevelt era talmente alto, sia a livello congressuale che di opinione pubblica, da consentirgli di dar vita a quella rivoluzione. Un consenso giustificato non solo dall'avere le idee chiare circa quello che doveva essere fatto, ma anche dal coraggio e dalla passione necessari per mettere in pratica tali idee.

Veniamo a oggi. La crisi finanziaria mondiale in corso ormai da tre anni ("Markets plummet around the world", "I mercati precipitano in tutto il mondo", titolava il Wall Street Journal-Europe del 7 ottobre 2008) ha prodotto conseguenze concrete sulla nostra vita e sul livello di benessere socio-economico al quale siamo abituati. La crisi, da finanziaria, è diventata prima economica, allargandosi alla cosiddetta economia reale, cioè i consumi e il mondo del lavoro, e quindi sistemica, perchè le sue conseguenze, non trovando soluzioni nelle decisioni prese unicamente in ambito economico, hanno coinvolto il rapporto politica-economia, costringendo i policy makers a dare avvio a una ridefinizione istituzionale e normativa della governance finanziaria europea e internazionale.

Rispetto al 1929, l'elemento decisivo alla risoluzione della crisi odierna è la funzione della leadership piuttosto che la formulazione di grandi teorie economiche generali, poiché oggi in termini di modelli economici è difficile inventare qualcosa di nuovo. Il problema è capire che tipo di leadership, perchè non è scontato che sia politica. Oggi l'influenza di alcune istituzioni finanziare internazionali come il Fondo monetario, le agenzie di rating e le grandi banche d'affari per le quali Goldman Sachs è l'esempio paradigmatico, contende alla politica il governo effettivo degli stati.

A questo punto, partendo dalla realtà odierna, ci interessa riflettere sulle domande che sottendono gli obiettivi di una leadership politica autorevole e capace di raccogliere la sfida lanciata dalla finanza. Perchè è questa che ci interessa.

 

Contesto storico politico

Quella che viviamo è la prima crisi economica da quando esistono l'Unione Europea e la moneta unica europea ed è anche la prima crisi che avviene nella fase di maturità delle democrazie occidentali. Nel 1929, infatti, eravamo agli albori dei regimi democratici e della diffusione del suffragio universale, mentre oggi ci troviamo a vivere in democrazie messe alla prova dalle costrizioni dovute all'esplosione dei debiti sovrani che ci obbligano a rivedere il welfare state e di conseguenza i diritti sociali acquisiti dalle precedenti generazioni.

Domande: come salvare i diritti democratici fin qui conquistati? Resistenza ad oltranza o ridefinizione delle condizioni minime del welfare state?

 

Rapporto finanza-democrazia

Nel Novecento si è progressivamente realizzata la sovrapposizione uomo-cittadino democratico. Oggi possiamo dire che esiste un terzo livello e parlare di uomo-cittadino democratico-risparmiatore/investitore. Chi oggi non ha un conto corrente? Nel 1929 non tutti se lo potevano permettere, mentre oggi anche i disoccupati ne hanno uno. La nostra vita non può più prescidere dai mercati. Il capitalismo, da forma di organizzazione economica e sociale, è diventato un abito che indossiamo tutti i giorni. È un nostro tratto identitario.

Domande: data l'importanza della finanza, come regolare i mercati finanziari? Come evitare che le istituzioni finanziarie condizionino il destino delle democrazie?

 

Sistemi politici e leadership

Il mondo occidentale nel 1929 era diviso in nazioni tra loro in guerra, mentre oggi è suddiviso in blocchi commerciali (l'Unione europea è uno di questi). In passato era possibile svalutare le monete unilateralmente, mentre oggi il problema principale è coordinarsi. Siamo interdipendenti, viviamo in una situazione che si fonda sul postulato: "O stiamo su assieme o crolliamo assieme."
Per uscire dalla crisi, dobbiamo trovare un accordo che sia credibile e quindi capace di creare una nuova crescita economica, che non sia jobless, da contestualizzare in un più ampio disegno di sviluppo sobrio e sostenibile.

Domande: che tipo di leadership è necessaria in un contesto internazionale multilaterale come quello odierno?

 

Insomma, i leader politici di cui abbiamo bisogno non devono solo risollevare le sorti dell'economia, ma anche salvare la democrazia ridefinendo le regole del rapporto politica-finanza.
Per uscire dalla crisi abbiamo dunque tre questioni da decifrare e coordinare: democrazia, mercati, leadership. Non è una scelta, ma una necessità, altrimenti non soltanto paesi come Grecia o Italia potranno venire commissariati da BCE e FMI, ma finiremo tutti per diventare spettatori impotenti di processi che vedranno le democrazie trasformarsi in regimi tecnico-politici che avranno come obiettivo il risanamento dei debiti provocati irresponsabilmente dai mercati, anziché preoccuparsi di garantire quella base socio-economica minima necessaria affinchè le prossime generazioni possano costruirsi un futuro, ovvero un lavoro, una casa, una famiglia, l'esistenza in un pianeta vivibile. Da qui può ripartire la democrazia.

inviato da Alberto Dal Poz il 25.11.2011 12:48
Pasquale: per quanto io non sia convintissimo che la democrazia liberale sia ancora in grado di garantire al meglio i diritti individuali e collettivi (penso, per restare in tema, all'influenza delle lobby) posso dire sulla base dei miei studi che molti dei diritti "occidentali" sono in realtà (in modo ed in grado diverso, a mio avviso dipendenti dall'evoluzione storica della modernità, della secolarizzazione e del liberalismo: sul tema Böckenförde "diritto e secolarizzazione") condivisi anche dalle culture che citi (cfr. Bussani "il diritto dell'occidente" oppure A. Sen). una vera preclusione in questo senso quindi non esiste.
E' interessante poi riflettere sul concetto cotrattualistico di democrazia qui ripreso (a mio avviso errato: un contratto può esistere solo fra soggetti che già si riconoscono come "soci", e non può quindi fondare una società- cfr. Ortega y Gasset "la ribellione delle masse"): in merito sempre Böckenförde rileva come lo stato contemporaneo abbia travalicato quella "omogeneità relativa" (etnica, culturale, storica) su cui si era fondato e per giustificarsi abbia ripiegato sulla tutela del welfare. senza esserne più in grado.
in questa prospettiva, la tutela dei beni colettivi richiede un ripensamento radicale (big society?).
(risposta al socialismo? sì, ma non solo. perchè anche attualmente esistono modelli competitivi: gli Asian Values, l'autocrazia russa, ad esempio).
Il modello keynesiano forse non è il più adatto, ma per ora resta l'unico di cui disponiamo. Soprattutto perchè i parametri europei rapportano debito e pil: il problema deve quindi essere risolto da entrambe le prospettive, mai da una sola. Mai, perchè come ricordava Roubini proprio al festival dell'Economia a Trento "i debiti pubblici sono debiti privati": l'Italia si è avviata nella spirale di riduzione del debito con tagli & tasse, frustrando i consumi privati e peggiorando costantemente la propria posizione. Esattamente come ha fatto la Grecia!
La circostanza attuale del governo tecnico e dell'"effetto palla di neve" verso altri debiti nazionali in Europa ci mostra come un maggiore coordinamento si renda sempre più necessario. Nascondersi dietro la paura di perdere sovranità è puerile: gran parte della sovranità l'abbiamo già ceduta (e se non l'avessimo fatto coi trattati europei, probabilmente l'avremmo persa nei confronti del commercio mondiale -cfr. Irti "norma e luoghi") e per quanto ritenga 'stupidi' i discorsi sul federalismo europeo, almeno a livello di slogan è lì che dobbiamo puntare: con la creazione della moneta unica ha prevalso la "teoria della locomotiva" (unione monetaria che traina l'unione politica) sulla "teoria del cappello". Da allora gli stati hanno avuto più di 10 anni per cercare di fare quanto saranno obbligati nei prossimi mesi: coordinamento dei debiti, delle imposizioni fiscali, magari dei bond. Quindi mi fa ridere che la germania ora si tiri indietro su queste scelte... come dicevo sopra, serve coraggio di scelte lunghe ed impopolari, coraggio che alla Merkel palesemente manca.
inviato da Alberto Mattei il 16.11.2011 09:49


Tra spread e (rischio) default, efficacemente riassunti nell’effetto valanga della “palla di neve” da fermare (Filippo Taddei, Democratica, novembre 2011), riconosciamolo senza troppo girarci attorno: la soluzione “tecnica” di un esecutivo guidato dall’autorevole e certamente molto credibile Mario Monti è condivisibile, considerate le contingenze economiche attuali, ma è altrettanto poco convincente se si analizza complessivamente la prospettiva della politica del nostro paese, in particolare per il centrosinistra ma anche per un bipolarismo maturo: si lascia ad una figura fino a ieri esterna i compiti che la politica italiana non ha saputo – o voluto – svolgere finora. In altre parole: l’abdicazione della politica a svolgere il suo ruolo di attore principale nel governo del paese.
Un “governo del Presidente”, voluto dal Capo dello Stato che, di concerto con il Sen. Monti, individuerà i Ministri di un esecutivo, sperabilmente con l’approvazione di una larga maggioranza di Camera e Senato, deve avere una credibilità nazionale ed internazionale per dare respiro ai mercati, oltre che essere dotato di idee chiare e della fermezza necessaria per attuarle; ma basta? No, francamente non basta.
Sul fronte del centrosinitra, tra le varie criticità, ecco un indice rivelatore della debolezza di fondo: la rapidità con la quale il partito guidato da Pier Luigi Bersani è subito accorso a dare il proprio parere positivo ad un governo Monti fa pensare – senza essere troppo maliziosi – che si abbia la paura di confrontarsi con il voto, con delle primarie vere e con i temi della campagna elettorale, proprio per l’incapacità strutturale del principale partito del centrosinistra di mettere a sintesi e di fare una voce unica.
Pensiamo alle dodici domande, tra le molte possibili, che Luca Ricolfi ha posto sul quotidiano La Stampa, 6 novembre 2011:
“1. Il nuovo esecutivo considera intangibili le pensioni di anzianità, o intende intervenire in modo significativo su di esse? E se sì per quanti miliardi di euro nel prossimo anno?
2. Il nuovo esecutivo intende attuare un piano di dismissioni del patrimonio pubblico più ampio o più leggero di quello (5 miliardi l’anno) previsto dal governo attuale? Se è favorevole alle dismissioni, intende mettere sul mercato solo immobili o anche aziende a controllo pubblico, come Eni, Enel e Finmeccanica?
3. Il nuovo esecutivo è contrario o favorevole al disegno di legge Ichino sul mercato del lavoro?
4. Il nuovo esecutivo è favorevole o contrario all’abolizione del valore legale del titolo di studio?
5. Il nuovo esecutivo intende introdurre un’imposta patrimoniale? Se sì, di che tipo? Una tantum o permanente? Su tutto il patrimonio o solo su una componente, ad esempio gli immobili? Di quale entità? E a partire da quale soglia di reddito?
6. Se favorevole all’imposta patrimoniale, come intende usare il ricavato? Riduzione del debito, redistribuzione a favore dei ceti deboli, alleggerimento della pressione fiscale sulle imprese?
7. In che modo intende, il nuovo esecutivo, reperire i venti miliardi di maggiori entrate e/o minori spese previsti dalla delega fiscale-assistenziale?
8. Come risultato finale dell’attuazione della delega fiscale-assistenziale, il nuovo esecutivo pensa di essere in grado di alleggerire la pressione fiscale sui produttori, con particolare riguardo alle aliquote Ires e Iva?
9. Se sì, in quale misura e attraverso quali risorse? E’ previsto un ulteriore aumento dell’Iva?
10. Il nuovo esecutivo intende sottoscrivere l’impegno del precedente governo ad azzerare il deficit nel 2013?
11. A giudizio del nuovo esecutivo i tagli di spesa pubblica previsti dal precedente governo, al di là della composizione, sono eccessivi o insufficienti?
12. Se nel corso del 2012 si rendesse necessaria una manovra aggiuntiva pari a un punto di Pil (quindici miliardi), in quale proporzione il nuovo esecutivo ricorrerebbe a nuove tasse e in quale proporzione a nuovi tagli di spesa?”.
Si tratta di domande che costituiscono l’hardware della capacità di una classe dirigente di “salvare il proprio paese da una crisi prima economica, poi sociale, e alla fine esistenziale”: sono gesti molto concreti, che chi ci governerà nel prossimo periodo potrà essere o no in grado di compiere.
Tuttavia, ciò non elude la prospettiva di un centrosinistra che vuole ambire ad essere attore di governo e che oggi, ma non per sempre, può giovarsi del “salvagente” Monti.
Prendiamo un altro elemento di riflessione: alla voce “sinistra” del contributo di Gianfranco Pasquino a Le parole della politica (Il Mulino, 2010), il politologo analizza quella che è la doppia tensione della sinistra, italiana ed europea: “da un lato, in seguito, a grandi trasformazioni sociali ed economiche tuttora in corso, gli elettorati rivelano di desiderare soprattutto sicurezza, personale, del lavoro, per la famiglia, beni che la destra sembra in grado, almeno ideologicamente, di offrire in maniera più convincente. Dall’altro, la sinistra deve promettere di contenere e ridurre le disuguaglianze prodotte dal mercato e dalla globalizzazione, attraverso la politica e con interventi dello Stato, mentre molti cittadini hanno poca fiducia nella politica e ritengono lo Stato inefficiente e sprecone, travolto dalla globalizzazione”. In sostanza, “preferiscono più libertà a meno disuguaglianza, ma rischiano di avere meno opportunità e più disuguaglianze”. Quale percorso vuole intraprendere il centrosinistra secondo questa linea?
Possono essere molteplici i punti di vista sulle scelte e non scelte della politica italiana oggi, ma ad ora, purtroppo, con tutta la fiducia che si può avere per il possibile esecutivo Monti, si manda avanti qualcun altro e ci si fa sostituire. Così, credo purtroppo, ci si deresponsabilizza; e, di conseguenza, la politica rischia di perdere il potere di governare, che, come si sa, equivale alla sua più grande responsabilità.
In conclusione, possiamo chiederci: come mai il centrosinistra di questo paese non è pronto ad offrire una classe dirigente che sappia interpretare la gravità della situazione e non solo assumersi la responsabilità di farla gestire ad altri?


inviato da Pasquale Mormile il 16.11.2011 09:21


Risposta ai commenti di Michele C.(7.11.2011) e di Giorgio Antoniacomi(8.11.2011)

Gentili Michele e Giorgio, leggendo i vostri commenti mi sembra di poter dire che entrambi ponete delle interessanti osservazioni sulla necessità di ridefinire il paradigma di democrazia, messo alla prova da sfide di diverso ordine e livello.



Innanzitutto, ringrazio Michele per il consiglio di lettura e mi riservo -non appena avrò un po' di tempo- di leggere il volume di Ferrajoli.
In riferimento al tuo commento, credo che la necessità di un maggiore coordinamento delle volontà nel processo di decision making sia un obiettivo che, ad esempio, l'Unione europea persegue da diversi anni, tuttavia è davvero difficile conciliare coordinamento e condivisione con trasparenza da una parte ed efficacia dall'altra. Credo che un maggiore coinvolgimento della cittadinanza può essere messo in pratica attraverso l'innovazione digitale, il perfezionamento di meccanismi di selezione della classe dirigente che intende competere per le cariche elettive -come avrai compreso, mi riferisco alle primarie- e ad una sempre maggiore attenzione verso forme just in time accountability, ovvero un monitoraggio in corsa dell'attività della classe dirigente. Molto interessante in questo senso il servizio -de facto- pubblico offerto da Open Polis di cui ti suggerisco il link: http://www.openpolis.it/



Ringrazio quindi Giorgio per aver compreso uno dei messaggi fondamentali sottesi nell'articolo da me preparato, e cioè che non sempre vi è coincidenza tra i luoghi dove si dovrebbe decidere -tu parli di legiferare, ma intendiamo la stessa cosa- e quelli dove effettivamente si decide.
Insomma la politica e il potere politico sono dinamiche rarefatte e generali che spesso si combinano con l'economia così come con la religione o la cultura.
Per questo esistono le regole. Perchè è necessaria, ad esempio, una buona legge sul conflitto d'interesse? Per impedire ad un imprenditore capace dalla sua posizione “naturale” di influire non solo in ambito economico ma anche in quelli politico e culturale esercitando in modo eccessivo il potere accumulato al fine di trarre un ulteriore potenziamento della sua posizione economica. Insomma, è come il doping nello sport.Personalmente ritengo siano sufficienti poche, precise e chiare regole per risolvere il problema del conflitto d'interesse. Tra l'altro abbiamo un bel po' di esempi sparsi per il mondo. Basta affrontare il problema seriamente.
Tu, Giorgio, poni due ordini di problemi a mio avviso tra di loro in relazione: le trasformazioni del concetto di democrazia e il ritorno ad una “concezione pre-moderna del potere, una concezione pattizia e contrattuale e comunque collettiva”. In pratica, correggimi se sbaglio, tu poni prima il problema e poi quella che secondo te sarebbe la sua auspicabile soluzione. Per quanto concerne il primo punto, personalmente lo ritengo comunque un “buon problema” perchè credo sia naturale e giusto che la democrazia muti. Se lo fa, vuol dire che si adatta ai mutamenti sociali, il che significa che è un processo vivo e non sclerotizzato. La scienza politica dovrebbe poi aiutarci a comprendere le opportunità e i rischi che ogni mutamento porta con se al fine di non essere preda di istanza ideologizzate le quali non fanno altro che concorrere a realizzare i rischi.
Riguardo, invece, il recupero di una concezione autenticamente hobbesiana del concetto di potere, parli con uno che ancora non ha deciso se porsi dalla parte di Hobbes o Hume e pertanto faccio fatica a criticare, in positivo così come in negativo, la tua proposta perchè tanto alla base del patto (Hobbes) quanto della convenzione (Hume) vi è la fiducia a sua volta necessaria per produrre ciò che noi chiamiamo bene pubblico. Perchè a questo punto non parliamo di bene pubblico? O meglio, cos'è un bene pubblico oggi? Come si definisce e cosa oggi possiamo inserire in una lista di beni pubblici moderni? La discussione dei diritti dovrebbe essere messe all'ordine del giorno perchè altrimenti si finisce per subire degli atti amministrativi legittimi ma che fanno riferimento a norme profondamente ingiuste come ad esempio quando la pubblicazione online sul sito “le Inchieste” di Repubblica e l'Espresso dei verbali di Riina sono stati preventivamente sequestrati dai carabinieri su ordine della Procura di Caltanissetta. Questo per dire che uno dei nuovi beni pubblici è, di fatto, Internet ma ad oggi sono molti che vorrebbero mettere un bavaglio all'informazione digitale perchè è estremamente più pervasiva di quella cartacea, ma soprattutto è fortemente partecipativa. Di questo, penso, dobbiamo parlare. Da qui, dalle cose concrete, deve ripartire un'opera di ridefinizione del Patto costitutivo di una qualsiasi comunità.

Cordiali Saluti ad entrambi,
Pasquale.


inviato da Pasquale Mormile il 16.11.2011 09:16


Risposta al commento di Andrea del 5 novembre 2011

Concordo con le tue osservazioni Andrea. Effettivamente non esiste correlazione diretta tra capitalismo e democrazia. Vi sono economie capitalistiche che caratterizzano paesi non propriamente democratici.

A questo punto però, vista la situazione attuale, mi viene da chiedere chi sia meglio strutturato tra la democrazia e il capitalismo? Io sono fortemente convinto che la moderna democrazia liberale sia il modo migliore per garantire diritti civili, politici e sociali assieme ad un elevato tasso di sviluppo economico, ma evidentemente la mia è una posizione che si fonda sull'esperienza di un occidentale e non tiene conto invece del sistema di valori sui quali un cinese, un coreano, un indiano costruiscono ciò che noi chiamiamo diritti di cittadinanza democratica.

Concordo anche con la necessità, per la politica, di definire, limitandosi a quello, il contesto di regole e norme, anche morali, nel quale gli operatori finanziari devono operare, il che -come entrambi sappiamo bene- sarebbe interpretare in modo corretto la liberalizzazione dell'economia che è ben altra cosa dalla cosiddetta deregulation che altro non è che un forma reazionaria del settecentesco laissez faire. A presto e un sincero ringraziamento per la tua attenzione, Pasquale.


inviato da Alberto Dal Poz il 12.11.2011 11:56


Alcuni mesi fa il settimanale tedesco Die Zeit pubblicò un articolo sulla concezione di Stato e di Sinistra intitolato "più Stato con meno soldi": paradossalmente la sinistra contemporanea non può né seguire (a cagnolino, come con il liberismo anni '90) la destra coi suoi tagli a prescindere, né le teorie keynesiane e del welfare state. Teorie che hanno bisogno di una drastica revisione, anche a costo di toccare alcuni "diritti acquisiti" per garantirne di nuovi (l'esempio più comune sono i contratti atipici).
In questo, la sinistra ha mancato di elaborazione teorica negli ultimi anni.
Per rispondere ai punti sollevati:

1) io credo si debba tornare ad un nuovo costituzionalismo, una precisa presa di coscienza della società su sé stessa (già in parte diffusa tra la società, meno tra le istituzioni) che abbia anche il coraggio di ridefinire alcuni servizi, distinguendo nuovamente fra quelli essenziali e quelli trattabili (reddito/ lavoro, ad esempio).

2) il rapporto col mondo finanziario si sovrappone il larga parte con la logica della globalizzazione: per essere efficati, effettivi, e non danneggiare nessuno le limitazioni al mondo finanziario devono essere condivise. Per lo meno al livello di macro-regioni economiche (UE, NAFTA...). Non saprei come regolare i mercati finanziari (Tobin tax?), che per loro natura sono molto più volatili dell'economia reale, ma sono certo che un limite debba esser posto. La domanda diviene allora come creare un consenso in proposito? Consenso che deve essere anche democratico, perché la grande questione della globalizzazione è proprio sul predominio democratico o tecnocratico (Monti stesso ne è un esempio). Per fare questo dobbiamo ripensare a modelli di coinvolgimento sociale transnazionali, Occupy Wall Street, le rivolte arabe possono essere un modello?

3) le stesse integrazioni regionali possono essere un importante passo in questo senso, ma serve coraggio politico. Che in Europa è gravemente mancato da Maastricht in poi: la diatriba sull'unione monetaria come "locomotiva" o "coronamento" dell'unione politica è stata risolta con compromessi, ai quali non sono seguiti i passi necessari. Passi che ora siamo costretti a fare sotto la spinta finanziaria.
Anche in questo torna la questione costituzionale: occorre una capacità di interpretare il futuro, capacità che è mancata alla classe dirigente. Sbagliare si può, fare nulla no.


inviato da Steven Forti il 11.11.2011 16:35


Vorrei in primo luogo ringraziare Pasquale per l'attenzione e la risposta. E per la capacità di creare e moderare intelligentemente questo dibattito su una tematica così complessa e facile preda di luoghi comuni. Basta aprire un qualunque giornale o ascoltare la radio per rendersene conto. Soprattutto in queste ore, apparentemente drammatiche per l'Italia, con il termine del "ventennio" berlusconiano.
Quello che sta accadendo ora in Italia è la perfetta esemplificazione di ciò di cui stiamo parlando e delle tre questioni poste da Pasquale: leadership, potere della finanza e diritti democratici/Welfare State. La scelta di Monti e la probabile costituzione di un governo tecnico che non risponde direttamente ai cittadini (ma solo alla BCE, alla UE ed al FMI) la considero più che nefasta. Il momento è complesso, non c'è dubbio.
Mantenendo come bussola le tre questioni rilevate da Pasquale, il probabile governo di Monti significherebbe: 1) una leadership "forte", di un personaggio competente e mondialmente riconosciuto; 2) una risposta chiara alle richieste delle istituzioni europee ed internazionali, e soprattutto dei mercati; 3) una chiarissima ridefinizione del Welfare State esistente in Italia che permetta un pareggio di bilancio.
Ma significherebbe anche, rispettivamente: 1) la leadership di un uomo esterno alla politica, un tecnico al di fuori dai partiti, il che implica la pratica impossibilità da parte del popolo/cittadino/elettore di "partecipare" alla gestione della cosa pubblica (principio fondamentale della democrazia); 2) la "vittoria" dei mercati che decidono come e quando si fanno le cose (evidentissimo in come le borse chiudevano in attivo o in passivo a seconda delle dichiarazioni di Berlusconi); 3) una serie di tagli (che si presumono di notevole entità) senza quasi una discussione previa nel Parlamento e nella società.
Non posso non essere preoccupato per ciò che sta per succedere, oltre che sconcertato per la quasi totale assenza di considerazioni di questo tipo nell'opinione pubblica.
Detto questo, vorrei tornare su alcuni punti toccati negli ultimi interventi di questo dibattito. E vorrei fare riferimento soprattutto alle considerazioni di Pasquale, con cui concordo in gran parte. Andrò anch'io per punti:
1. Mi sembra imprescindibile porre in rilievo quella che Pasquale chiama l' "insufficienza della politica". Darei però due accezioni a tale espressione. La prima, quella data già da Pasquale come incapacità/insufficienza della classe politica esistente di pensare il mondo e di rispondere alle necessità della società. A ciò aggiungerei però un corollario: badando bene nel non scadere nella populistica e qualunquistica "critica della casta", che tanto piace agli italiani, fedeli al proverbio del "Piove. Governo ladro!"
La seconda accezione vuole intendere l'insufficienza della politica, come insufficiente centralità data alla politica nella società attuale. Come fare dunque per ridare tale centralità al "politico"? Andando all'origine di un termine che è ormai considerato quasi solo negativamente, quasi come fosse un'offesa. Tornando, cioè, ad una concezione di politica come "polis", città, luogo d'incontro e di dibattito.
2. Sono d'accordo anche per quanto riguarda l'importanza del fenomeno degli "indignados" e delle manifestazioni e proteste che si stanno verificando in mezzo mondo, da Wall Strett ad Oakland, fino al Cile. Probabilmente gli "indignados" possono considerarsi i "viri boni" ciceroniani, come nota Pasquale. E devo dire che mi sembra azzeccata e felice questa definizione. Credo però che sia necessaria una puntualizzazione, che forse farà storcere il naso a qualcuno. C'è un rischio al fondo di tutto ciò (ed una possibile estrema debolezza). E me lo faceva notare un caro amico qualche tempo fa: se i giovani indignati lottano per un lavoro, una casa e una famiglia, non è questa una "protesta" un po' povera, diciamo "piccolo-borghese", figlia e schiava della società dei consumi e di un'ideale da "Great Society" statunitense? Questo per dire che se le proteste e l'indignazione si fermassero solo a queste cose, temo che non si vada molto avanti. Servono le idee, serve puntare più in alto, ripensare la società, provare a ripensare il sistema economico che non deve considerarsi immutabile, come nota giustamente anche Stefano Fait. Cose che peraltro si trovano dentro il movimento del 15-M, ma che pare non vengano percepite dall'opinione pubblica...
3. Che fare? O, riadattando la famosa domanda leniniana ai nostri giorni: come agire? Credo che, per quanto non molti si troveranno d'accordo con le loro proposte politiche, i francesi Tiqqun ci danno una delle migliori risposte esistenti a tale questione. E credo che Giulio Mancabelli va nella stessa direzione. Riassumendo: pensare globalmente + agire localmente. Il che è un'ottima maniera per ripensare la democrazia - come mette in evidenza Giorgio e come fa Pasquale - senza cadere in pericolosi nazionalismi o regionalismi come risposta al potere di grandi centri dell'economia e della finanza globalizzata.


inviato da stefano fait il 10.11.2011 11:17


Manfred Max-Neef afferma e propone cose di cristallino buon senso.
Non posso che sottoscrivere due affermazioni di Luca, che ringrazio molto per avermi introdotto al pensiero di uno studioso che non conoscevo ed al suo blog.
La prima:
"Il fatto che da oltre un secolo riteniamo questo sistema l'unico possibile è solo frutto del lavaggio del cervello che ci hanno fatto le diverse lobby che lo sostengono".
La seconda (tratta dal suo blog):
"La libertà economica del singolo finisce lì dove si rischiano di compromettere i bisogni essenziali e la dignità del prossimo".
Il fallimento della nostra civiltà (ma non della specie umana, che ha un potenziale incalcolabile, a più livelli) è testimoniato dalla nostra generale e quotidiana indifferenza a questa Meravigliosa "Banalità" (il comunismo ha compromesso i bisogni essenziali e la dignità umana pervertendola e corrompendola).
In ogni caso io penso proprio che questo ipnotico incantesimo stia per spezzarsi:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/le-mie-previsioni-per-il-2012-2013-2014.html
...e a quel punto Manfred Max-Neef e gli altri studiosi che la pensano come lui saranno catapultati sul palcoscenico della storia.
E' solo una questione di tempo.


inviato da Luca il 09.11.2011 14:29


Concordo pienamente con la lucida analisi fatta, ma su un punto la penso diversamente: credo sia possibile e anzi necessario inventare nuovi modelli economici che ispirino radicali modifiche dell'attuale sistema economico dominante.
Il fatto che da oltre un secolo riteniamo questo sistema l'unico possibile è solo frutto del lavaggio del cervello che ci hanno fatto le diverse lobby che lo sostengono. Un sistema economico diverso è possibile e ci sono tante teorie affascinanti che rimangano inascoltate per convenienza (una su tutte quella di Manfred Max-Neef http://goo.gl/yuvem ), ma che sarebbe il caso di prendere in seria considerazione.
In questo senz'altro servono leader capaci di proporre alternative valide, di sviluppo e difesa dei valori democratici.


inviato da giorgio antoniacomi il 08.11.2011 18:09


Quello di democrazia è uno dei concetti più difficili che ci siano. Perché è, assieme, retorico e scontato. E' scontato per chi crede che la democrazia sia una condizione data, irreversibile, lineare e senza problemi. E' retorico per chi (si veda la recentissima indagine commentata da Ilvo Diamanti su La Repubblica, mi pare, dei giorni scorsi) lo considera alla stregua di un vuoto a perdere, disposto a rottamarlo assieme alle sue più vecchie e stanche espressioni. La democrazia risuona nelle nostre teste, come concetto fondativo, fino al punto da considerarla qualcosa di ovvio. Va, invece, problematizzata. E' stato scritto che "è il popolo il grande assente della democrazia moderna" (Carlo Galli, Il disagio della democrazia, Einaudi, 2011). In realtà, quando questo mito fondativo (il popolo, come dice la nostra costituzione) diventa qualcosa di astratto, una mera fonte di legittimazione, la democrazia stessa rischia di diventare qualcosa di astratto. Ed in effetti, l'abbiamo consegnata ai rituali della rappresentanza, da un lato, e alle tecnocrazie ed agli apparati, dall'altro. Se per noi, prima ancora che un concetto, la democrazia è un valore, dobbiamo essere consapevoli delle sue fragilità. Dobbiamo evitare di confonderla con l'inconsistenza e con l'arroganza di chi ha colonizzato i luoghi del potere; e dobbiamo essere consapevoli del fatto che avere la titolarità delle decisioni non significa solo poter controllare, più o meno direttamente, i luoghi nei quali si delibera e si legifera: perché i luoghi nei quali si decide - nell'economia, nella società - sono altri. Per questo credo che sia il caso di riflettere su due questioni: sulle trasformazioni della democrazia come concetto e sulle sue concrete e mutevoli espressioni; e sul sospetto che,forse, proprio nel passaggio dalla società moderna alla società globale è il caso di ritornare ad una concezione pre-moderna del potere, una concezione pattizia e contrattuale e comunque collettiva che, lungi dall'essere regressiva, può essere la maniera per contrastare la deriva che, altrimenti, ci porterà nel giro di qualche decennio a privatizzare non solo quegli asset ai quali riconosciamo tradizionalmente lo status di bene pubblico, ma anche, perfino, la sicurezza e l'amministrazione della giustizia.


inviato da Ilaria il 08.11.2011 00:32


Intervengo nel dibattito aperto da Pasquale (bravo!) con un po' di soggezione, rendendomi conto della difficoltà di affrontare in modo adeguato una questione tanto complessa.
Lo faccio per gratitudine all'autore e per provare a focalizzare un mio sentire che mi appare collegato alle tre dimensioni proposte - democrazia, mercati, leadership - ma da una angolatura particolare.
Vedo infatti connesse le tre dimensioni considerandole in rapporto al ruolo assunto oggi dal denaro. La crisi finanziaria è figlia di una evoluzione di questo "mezzo" facilitatore degli scambi, che ha ecceduto alla sua funzione originaria in modo fantastico, fino a rendere opaco il suo rapporto con il fine (o, come si dice, con l'economia reale), fino a rovesciarsi nel fine stesso. E' per il tramite del denaro che ognuno di noi cerca collocazione nel mondo, accettando d'essere così "misurato" e "valutato". E' per il tramite del denaro che si strutturano molte relazioni interpersonali, di gruppo e di nazione, sempre più a vasto raggio, in una interdipendenza globalizzata. E' per il tramite del denaro che gli oggetti arrivano a noi, anche quelli più necessari alla sopravvivenza, come l'acqua e il cibo, sottratti alle forme dell'auto-produzione che sono state per secoli forme della sovranità comunitaria. Sotto la cappa pervasiva di tale sovranità del denaro - dalla moneta metallica alle sue forme convenzionali fino alle promesse di promesse dei mercati finanziari - diventa faticoso rintracciare il fine di sé, delle relazioni con gli altri, delle relazioni con le cose. La competenza politica senza questa luce non può che soccombere.
In alcune patologie della mente è ancora il denaro a farla da padrone: curioso fenomeno che esprime la sofferenza attaccando il feticcio di cartamoneta.
Come potremmo ridare significato umanizzante agli scambi, e quindi al mercato, sotto e oltre il mezzo monetario? E come procedere verso una democrazia più avanzata se non costruendo spazi liberi, forse piccoli dapprima, ma realmente autonomi, capaci di esprimere una gestione disinteressata dei beni comuni? Immagino che una nuova leadership si esprima lì, in queste sfide, e che si possa intendere come competenza diffusa, e che si possa riconoscere anche nei micro contesti, in sguardi e gesti, in forme di bellezza impagabile e gratuita.


inviato da michele c. il 07.11.2011 12:51


Sul tema della leadership segnalo le riflessioni svolte da Luigi Ferrajoli nel recente lavoro "Poteri selvaggi" (2011 Laterza) e invito a provare a ripensare l'idea (oggi praticata) della leadership nel mondo politico. Più precisamente invito a prefigurare un'idea di 'leadership del movimento (politico)' e non legata ad una persona. Ciò richiede, anzitutto, uno sforzo di maggiore coordinamento (dunque trasparenza e condivisione delle scelte) ma non solo.


inviato da Stefania Yapo il 06.11.2011 22:13


Vorrei qui condividere una riflessione sui termini della “coordinazione” indicati da Pasquale: “come coordinare democrazia, mercati e leadership?” e partirò da una sintesi di definizioni e di conseguenti criticità.
Inizio con la definizione di Uomo, che è sottesa a parer mio, all’intero discorso democratico. Anzi, la definizione di uomo dovrebbe essere (e per molti è) valida universalmente e a essa si riconducono, almeno nominalmente, diritti imprescindibili e inalienabili esposti in più carte: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, Convenzione dei Diritti Sociali e Economici, dei Diritti Civili e Politici … E ciò che emerge è una definizione sempre più ampia di dignità, che almeno parzialmente abbraccia alcuni elementi fondamentali del Welfare (seppur diversamente declinato a seconda dei luoghi). Nonostante sia innegabile che uno stato è vincolato legalmente solo dalla ratifica di un trattato e che, nel caso della sottoscrizione di dichiarazioni vada per lo più incontro a condanne morali, di reputazione a cui può seguire un’azione politica degli altri firmatari; è pur giusto sottolineare come il consenso generalizzato sulle implicazioni della dignità umana abbia ormai modellato, informato e diretto non solo le grandi “battaglie” tra stati, ma lo stesso discorso politico interno di ciascun paese.
Cittadino democratico, dove l’ambiguità è data da entrambi i termini e non solo dal prevedibile attributo “democratico”. La definizione di cittadino porta inevitabilmente a sovrapposizioni tra loro anche in conflitto: ciascuno è cittadino del proprio paese ed allo stesso tempo è anche cittadino di un mondo globalizzato. Ma quale ruolo allora per la cittadinanza natia? E quanto ci può accumunare questa cittadinanza globale? Ciascuno è cittadino del proprio paese e, per gli europei ad esempio, è allo stesso tempo cittadino d’Europa. Ma quanto l’Europa è entrata nella coscienza comune? Quanto si è sostituita alla forza dell’identità nazionale? E le domande continuano nella contrapposizione tra cittadino europeo e cittadino globale … E’ possibile superare queste contrapposizioni, se di contrapposizioni si tratta? Lo stesso aggettivo “democratico” dipende sempre più dalle culture politiche e storiche di riferimento.
Risparmiatore/investitore, perché, come scrive Pasquale, ciascuno di noi ha almeno un conto corrente, utilizza in misure diverse gli strumenti finanziari. E forse manca questa consapevolezza: il fatto che il mercato non è altro da noi; la grande finanza parte anche dai piccoli atti quotidiani che compiamo in cerca di interessi/profitti maggiori. Certo pochi, troppo pochi, possono muovere ingenti capitali, ma se il “sistema” nel suo complesso non facesse gola a tanti, quasi tutti, di certo non avrebbe pervaso i più angusti meandri dell’economia reale.
E infine “la democrazia può ripartire da qui”. Nel bene o nel male anche questa è democrazia, senza briglie, incapace di domare i propri eccessi, eppure sempre il frutto di scelte. Certo, arrivati a un determinato punto, c’è chi può continuare a scegliere e chi di fatto può solo subire. Di norma se è la maggioranza a giovarsi della possibilità della libera scelta, la democrazia và in contro a attacchi marginali a cui risponde con concessioni o repressioni; ma quando è la minoranza, lontana e arcana, a trovarsi in quella posizione di assoluta libertà? Beh, allora si cerca di smuovere le fondamenta stesse della democrazia, che appare svuotata di ogni contenuto politico e sociale. E qui mi ricollego alle precisazioni terminologiche iniziali: la democrazia deve poter/saper assicurare la dignità dell’uomo e garantire i mezzi per godere di una vita appagante, attiva e consapevole. La democrazia deve saper/poter riconciliare istanze di cittadinanza sovrapposte, intersecate, talvolta contrapposte; così come deve saper trovare punti comuni di dialogo politico tra realtà “più-o-meno-democratiche”diverse. Infine deve saper/poter piegare (al mantenimento e al raggiungimento degli equilibri precari prima esposti) le spinte del capitalismo avanzato, trovando anche qui l’ennesimo equilibrio precario tra istanze nazionali, regionali e globali. Perché se l’economia, o una sua particolare espressione finanziaria, non rispetta e non promuove la dignità umana universalmente viene meno il consenso di fondo alla base della collaborazione politica a tutti i livelli. L’ennesima questione morale?
Stefania Yapo


inviato da Pasquale Mormile il 06.11.2011 16:00


Risposta ai commenti di Steven Forti e Mattia Celva (entrambi pubblicati il 2.11.2011)

Gentili Steven e Mattia,
come riferito nel precedente commento, vorrei rispondere contemporeanamente ad entrambi perchè vi sono almeno tre elementi che rilevate in modo complementare:


1. Domande/risposte. Da una parte Steven chiede quali siano le vere domande per risalire alle ragioni della crisi, mentre dall'altra Mattia è comprensibilmente pessimista sul fatto che possano essere individuate delle risposte corrette. Effettivamente, senza porsi le giuste domande, risulta poi difficile dare delle risposte credibili. Eppure già Boeri nell'editoriale “Il mercato senza fiducia”, pubblicato su “laRepubblica” pochi giorni dopo il crollo dei mercati nel 2008, avvertiva sulle vere cause sottese alla crisi finanziaria che non è da riferire allo scoppio della bolla speculativa del mercato immobiliare ma all'incapacità e alla non volontà di dichiarare le effettive perdite del sistema finanziario. Questo ha generato una crisi di fiducia che ha prima generato una crisi del credito interbancario risolta come? Con la liquidità degli stati che ha dato luogo a cosa? L'appesantimento dei debiti sovrani. Ma guarda un po'? E Boeri lo affermava nel 2008 quando denunciava giustamente un'intromissione dei governi nazionali, ognuno dei quali forniva credito alle proprie grandi banche per il timore che queste finissero per essere conquistate dalla concorrenza estera, perdendo così la possibilità di poter influire sulle nomine dei consigli d'amministrazione che governavano questi istituti di credito. A questo punto, credo si comprenda perchè ho voluto concentrarmi sulla variabile della leadership nell'analisi di questa crisi. Ad oggi, facendo la cifra delle decisioni prese finora ci rendiamo conto dell'insufficienza della politica. Spesso si dipinge la finanza come una sorta di mostro che vuole divorare la democrazia e porre il suo impero sulla nostra vita. Ma io credo che il primo rischio per la sovranità popolare sia costituito proprio dall'attuale classe dirigente politica che copre ruoli di potere per poter poi vivere di rendita. Fino ad ora questo è stato possibile, ma ora non più, ed era ora. Il problema è che per continuare a mantenere lo status quo, vogliono far pagare a noi il conto che i mercati hanno preparato in questi anni. E in questo senso cosa sono gli Indignados, movimento mondiale partito dalla Spagna socialista di Zapatero e giunto negli Stati Uniti, lungo le strade di Wall Street? Sono i “viri boni” di Cicerone; sono i “cittadini consapevoli e informati” di Dahl; sono la società civile. Non si tratta quindi di fanatici, ma di un movimento maturo e responsabile che non vogliono cambiare il mondo come chiedevano i settantenni “Giovani e Belli” del '68 ricordati da Giulia Merlo in “Figli del nostro tempo”, bensì un lavoro per pagarsi l'affitto di una casa senza rinunciare a mangiare e quindi, da lì, la possibilità di scegliere se mettere su o no una famiglia senza doversi chiedere come mantenere i figli. Lavoro, casa, famiglia: è questo che la gente vuole per, su tali basi, costruire il loro futuro. Non ci vuole tanto a capirlo, però i nostri attuali leader stanno evidentemente facendo ammuina (in napoletano significa confusione) per cercare di conservare la situazione attuale.

2. Welfare State. Convergo con Steven circa la considerazione che lo stato sociale creato dalle liberaldemocrazie di massa occidentali sia stata una risposta da opporre all'opzione socialista. I suoi costi economici erano alti, ma venivano sostenuti perchè era una priorità politica. Ora però che da vent'anni è venuto a mancare il competitor internazionale in termini di organizzazione socio-economica della società, abbiamo il problema di capire, come fatto presente da Mattia, in che modo rendere sostenibile il welfare state. Da dove tiriamo fuori le risorse? Come le redistribuiamo? Come riformiamo le pensioni? Quali sono le priorità? Sistemi educativi e Università, assistenza sanitaria, previdenza sociale e sistema pensionistico? Vorrei proporvi, come esercizio di stile, tre possbili misure su tre distinti livelli:

a livello nazionale, dobbiamo chiedere che le risorse in parte vengano utilizzate per migliorare il rapporto debito/Pil e in altra parte vengano redistribuite cominciando a considerare la possibilità di sdoppiare il sistema previdenziale affinchè garantisca di più a coloro i quali percepiscono redditi più bassi. Le risorse redistribuite saranno un chiaro segnale di recupero del prinicipio di equità da parte della classe dirigente del paese che viene attualmente percepita come un gruppo autoreferenziale di incompetenti, indecisi e disonesti;

a livello europeo è necessario mettere in agenda un tributo sui beni immobili, ovvero la cosiddetta patrimoniale. Vi sono alcuni paesi che già prevedono una misura del genere. Bisogna che diventi un'imposta presente in tutti gli stati membri in modo da razionalizzare le entrate provenienti da esse e utilizzare queste risorse per dar vita a misure per la crescita economica;

a livello internazionale, credo sia giunta l'ora di introdurre la Tobin Tax. Se ne parla da tempo. È ora di metterla in pratica su scala globale, anche percè solo così può funzionare. Se la si prevedesse solo in eurozona, i flussi finanziari devierebbero verso altri mercati, ma se viene inserita come norma condivisa da tutti i governi mondiali e si prevede al contempo che i ricavati vadano verso il ripianamento del debito sovrano degli stati allora potremmo pensare che i mercati siano favorevoli a cedere il 3% dei loro ricavati complessivi ad un fondo per la salvaguardia del debito.

3. Ridefinire la democrazia. Ci troviamo in una situazione particolare, un momento che passerà alla storia. Dobbiamo allora cogliere le opportunità che la storia ci fornisce e non lasciarci paralizzare dai rischi. Non dobbiamo lasciare che siano il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale a dirci che un eccessivo debito non si addice ad una democrazia moderna, ma questo non vuol dire che dobbiamo essere più realisti del re. Dobbiamo cominciare a pensare una nuova forma della democrazia che sia più aperta e inclusiva. In tal senso i movimenti come gli “Indignados” sono uno stimolo. Dobbiamo pensare a capire come aprire le frontiere e cogliere le occasioni di innovazione che i flussi migratori portano. Ad esempio, è tempo che coloro che nascono da cittadini residenti in uno stato ma provenienti da altri paesi, siano riconosciuti a tutti gli effetti come cittadini dello stato in cui si risiede. Le “seconde generazioni” non possono rimanere in un limbo socio-economico in eterno. È solo uno svantaggio per loro e per noi perchè i costi economici del conflitto sociale sono non solo odiosi e portatori di ulteriori conflitti usati da partiti più o meno razzisti per un mero tornaconto elettorale, ma soprattutto ci tengono letteralmente bloccati per anni su questioni che alla fine non si riescono a risolvere perchè non ci si ricorda più da dove nasce il conflitto.
Altra issue rilevante sono i diritti civili: bioetica e istituto del matrimonio. La riflessione su temi quali il testamento biologico e la definizione del concetto di vita sono stati finora messi in disparte perchè vi sono altre priorità, ma in futuro torneranno di moda allo stesso modo delle legittime richieste in termini di riconoscimento da parte delle cosiddette coppie di fatto prescindendo dall'orientamento sessuale che esse esprimono.
Questi sono solo alcuni punti da considerare. La realtà è molto più complessa. Però è affascinante considerare le grandi opportunità che questa crisi ci conferisce. Ho sempre pensato che la nostra società sia ingiusta e allo stesso tempo dotata di tutte le risorse per essere rimodellata secondo criteri di equità e di modernizzazione.
Una nuova leadership capace di governare il mutamento verso questi orizzonti, qualora dovesse emergere, la si riconoscerà nel momento in cui elaborerà un'offerta che vada in questa direzione. Oggi le risorse non si tirano fuori da proposte di nuovi modelli economici, ma dalla ridefinizione di democrazia. Da questa poi si avvierà un nuovo stile di vita anche dal punto di vista economico.
Un sincero ringraziamento ad entrambi per il vostro prezioso feedback,
Pasquale Mormile.


inviato da Pasquale Mormile il 06.11.2011 15:58


Nel rileggere i primi commenti all'articolo preparato per Politica Responsabile, ho avuto innanzitutto la conferma ad una mia valutazione sull'utilità di un contenitore del genere e cioè quello di mettere in relazione diverse persone con interessi, sensibilità e professionalità differenti andando a creare di fatto una comunità, neanche tanto piccola, ma capace di dar vita ad una riflessione non fine a se stessa se, ad esempio, da essa emergeranno gli elementi che suggeriscano il tema da approfondire nel prossimo articolo.
Voglio poi ringraziare i primi quattro amici -mi permetto di usare questo appellativo nei vostri confronti- che hanno, in modo diverso dato un apporto importante alla discussione che mi piacerebbe si sviluppasse partendo dal mio contributo.
Vorrei innanzitutto rendere noti, qualora non si riesca a comprendere, i due fuochi dell'editoriale da me preparato rappresentati da due domande elementari, o se preferite scontate, ovvero: “Quale leadership?” e “Quale democrazia?” Detto in parole povere, credo che finora non si siano state prese delle decisioni con una volontà politica tale da lanciare il messaggio di un cambiamento di rotta tanto ai mercati, quanto all'opinione pubblica.
Gli USA e l'UE non stanno andando molto d'accordo nella gestione della crisi ancora dal 2008 e quest'ultima vive al suo interno un ulteriore dilemma decisionale legato a due differenti visioni, ad esempio riguardo la vigilanza finanziaria, dove da una parte vi sono Francia e Germania che volevano regolamentare meglio i mercati degli strumenti finanziari complessi e dall'altra il Regno Unito che ad una misura del genere non ci pensa assolutamente perchè il suo PIL è fortemente legato alla speculazione finanziaria.
Vorrei poi chiarire che, in questo caso, a me non interessa rilanciare Keynes. La mia non è altro che una semplice comparazione con un evento simile a quello che ha generato la situazione di opacità e incertezza nella quale viviamo oramai da molti: una crisi economica che ha dato poi avvio ad una nuova organizzazione economica e sociale della collettività a livello globale, o quanto meno riguardante tutto l'Occidente. Ciò fatto, ho pensato a qualche domanda che potesse essere non un elenco della spesa di argute osservazioni le quali vanno poi magari a contraddirsi tra di loro. Non ho mai avuto l'intenzione di dimostrare di saperla più lunga degli altri quanto semmai, con i miei ampi limiti in termini di capacità d'analisi, indagare con ordine la realtà. Credo pertanto, ma è una mia scelta, che bisogna affrontare i problemi da un punto di partenza chiaro e giustificato. Lo ritengo importante perchè quando le problematiche divengono più complesse bisogna sempre essere in grado di ritornare sui propri passi per verificare ciò che si è detto e pensato.
Infine, per aiutare la lettura dei commenti vi spiego l'ordine con il quale ho ritenuto di dover pubblicare i miei commenti in risposta a quelli giunti finora. Innanzitutto vorrei, in un unico post, contenere ed integrare le mie osservazioni ai commenti di Steven e Mattia. Credo che i loro contributi siano integrabili e con loro vorrei cominciare un discorso a parte e vedere, qualora abbiano tempo e voglia, dove ci può portare, magari aumentando il grado di complessità di questo articolo legandolo alle questioni poste in “Indignados” e “Rien ne va plus?” , due ottimi contributi dati in passato per Politica Responsabile che sarebbe interessante rileggere.
A parte dedicherò un commento a Stefano poiché dovrò forse prima fare un po' di chiarezza su alcuni punti per, spero, poterlo recuperare in altre possibili integrazioni.
Infine, nel rispondere e ringraziare Marco Valdo per il suo suggerimento di lettura, ovvero l'articolo di Gad Lerner nel quale il giornalista de La7 compie una breve riflessione sul rapporto democrazia-finanza vorrei che si ponesse attenzione alla frase che termina il breve post di Lerner: «Quasi che per funzionare il sistema finanziario dovesse per sua natura contrapporsi al principio della sovranità popolare.»
Ci sono in questa frase riferimenti a due dei tre concetti che richiamo nel titolo: “sistema finanziario”, che richiama chiaramente i mercati, in particolar modo quelli finanziari, e “sovranità popolare” che può essere ricondotto al lemma democrazia. Manca la leadership.
Provo a riformulare la frase di Lerner: «Quasi che la leadership politica non riesca a coordinare il sistema finanziario senza provocare un corto-circuito con il principio della sovranità popolare.» Chi è il colpevole di questa crisi? I mercati e l'euro, o la leadership politica non abbastanza autorevole e preparata a scegliere una exit strategy con la determinazione necessaria per portarla avanti? È possibile salvare i nostri conti correnti assieme alla cittadinanza democratica? Qual'è, se esiste, la leadership capace di coordinare i nostri interessi socioeconomici con i nostri valori politici e civili? Keynes o Roosevelt, non importa. Non si tratta di essere liberali piuttosto che socialisti. Qui il problema non è la soluzione ma la volontà politica, intendendo il termine politica in un accezione del suo significato piuttosto ampia che vada ad includere tutti coloro che con le loro decisioni hanno capacità di influire sulla vita di tutti noi.
Pasquale Mormile


inviato da Giulio Mancabelli il 05.11.2011 23:31


Fino a quando non si provvederà a introdurre riforme
strutturali ad ogni livello "glocale" mai riusciremo a toglierci dall'attuale
impaludamento globale e tutelarci contro i rischi speculativi di una finanza
(creativa) che continua a comprimere l'economia reale rispetto a quella
finanziaria abnormemente accresciuta. Ma se il capitale quanto le merci possono liberamente circolare, approfittando anche dei paradisi fiscali, il diritto, le regole
continuano a restare relegate in modo atomico in seno ad ogni Stato e in questo
modo indirettamente ogni Stato è sempre più svuotato d'ogni sovranità. Ecco dunque l'esigenza di radicali, condivise new global rules, improcrastinabili per ripristinare un più equilibrato rapporto fra economia reale e finanza che or ora risulta perversamente rigonfia di ben otto volte, una volatilità pompata da insulse agenzie di rating! Urge ovunque riequilibrare le cose, diversamente sarà
difficile trovare le soluzioni che il tempo reclama, specialmente se a tutto
questo s'aggiunge il permanere d'un anacronistico squilibrato rapporto
remunerativo e stipendiale anche fra i manager d'ogni CDA rispetto ad un
semplice lavoratore subordinato giacché esso talora, risulta di ben oltre 1000
volte superiore (quando negli anni 50 il rapporto era al massimo di 1 a 35
oggigiorno, sono iperbolicamente balzati perfino a 1500 volte). Un'anomalia
nata in conseguenza della squilibrata distribuzione del reddito complessivo,
specialmente quello prodotto da una sempre maggiore produttività introdotta sin
dalla robotizzazione e accelerata poi grazie alle nuove tecnologie che
contribuiscono ad aumentare la redditività, dove però tale capitalizzazione
viene sempre più assorbita da sempre nuovi famelici "yuppies" divenuti nuovi
manager che intendono continuare approfittarne ed accaparrarsene al massimo
mettendo sempre più alla fame anche il ceto medio. Pertanto se non si
invertiranno anche questo fattore contribuirà ad accelerare il rischio di
default! Altra questione da riformare e correggere è l'effetto locale
giacché sempre più assurdo risulterà essere globalmente competitivi quando i
costi della nostra politica continuano a render sempre più soffocante la
pressione fiscale, che va oltre ormai il 44%. Quest'anomala pressione è
purtroppo conseguente al fatto di ritrovarci oppressi da una casta politica
burocraticamente obesa, rappresentata da una plutocrazia che si sviluppa su ben
10 livelli politico-amministrativi (iniziando dal circoscrizionale
all'europeo). Oltretutto, questi livelli risultano essere ben farciti di esose,
ingrossate e ingrassate assemblee con abnormi emolumenti che superano ogni
media europea. Per non rischiare il crack urge velocemente invertire questo patologico trend e per cambiare musica e suonatori servono nuovi spartiti, logos,
paradigmi, ecc. In ultima analisi servono radicali e innovative ristrutturazioni
di semplificazione affinché si riducano e si accorcino sempre più le filiere
burocratiche eliminando tutti gli enti di secondo livello (collaterali) giacché
solo rendendoci strutturalmente magri si potranno accelerare e snellire le
prassi e le procedure democratiche. Pertanto, anche sul fronte dei meccanismi
elettorali si rende necessario introdurre quei necessari adeguamenti capaci
d'iniettare effettiva concorrenza, indispensabile per evolvere... La mancanza di
concorrenza è madornale e palesemente deducibile dal come purtroppo si
determinano i ricambi politici specialmente in Italia, dove i ricambi non
avvengono per merito bensì per demerito di chi governa!


inviato da Andrea il 05.11.2011 15:41


Qualsiasi sistema economico ha bisogno di un di un certo ambiente giurido istituzionale per funzionare, e la storia insegna che non è sempre detto debba essere di tipo democratico. Cile, Korea, Singapore e Cina hanno fatto convivere per anni, e la Cina continua a farlo, una persistente violazione di alcuni diritti civili (figuriamoci i cosidetti diritti "sociali") assieme ad un'economia capitalista, nelle sue diverse sfumature. Certo è che tutti i paesi arrivati ad un certo grado di sviluppo economico hanno virato verso un assetto istituzionale democratico, ma la scienza politica insegna che ogni situazione è da analizzare con un approccio "case study" e che spesso le generalizzazioni non portano ad affidabili predizioni. Questo per dire che fintanto esisterà un paese non democratico con un'economia capitalista, non si potrà supporre che le due siano indistricabilmente dipendenti l'una dall'altra. Il pensiero che derivo da questa riflessione è che se la democrazia vuole sopravvivere, deve imparare a domare le forze economiche, inclusa la finanza. Da bravo liberista spurio che dichiaro di essere, non credo in un intervento invasivo dello stato nell'economia, ma allo stesso tempo credo che lo stato, come derivazione della società che organizza, abbia il compito di costruire l'assetto di regole e limiti entro cui le forze economiche hanno libertà di agire. Si tratta solo di trovare le giuste norme e il giusto equilibrio.


inviato da stefano fait il 04.11.2011 12:53


Volevo aspettare ancora un po' ma vedo che si esita a commentare (comprensibilmente).
Per la verità non ho molto di significativo da dire. Spero che qualcuno trovi comunque dei motivi di interesse.
Pasquale Mormile rilancia Keynes. Ma ancora nel 1938 Keynes scriveva a Roosevelt per consigliarlo su come uscire dalla Depressione. Dunque dopo 8 anni circa la crisi non era ancora stata risolta. Anzi, si preannunciava una nuova ricaduta, forse persino peggiore di quella precedente e che non è priva di affinità con la situazione attuale:
http://america24.com/news/depressione-come-nel-1938-gli-economisti-sono-incerti
Fu la Seconda Guerra Mondiale a togliere le castagne dal fuoco a Roosevelt.
Per il resto l’analisi mi piace e mi piace moltissimo l’organizzazione per temi e domande.
Dunque darò le mie risposte alle domande poste da Pasquale Mormile. Non che abbia molto senso, visto che saranno risposte molto prevedibili ;o)
"Come salvare i diritti democratici fin qui conquistati? Resistenza ad oltranza o ridefinizione delle condizioni minime del welfare state?"
Resistenza ad oltranza, naturalmente (lo so, sono scontato! ;o)
Con i bulli non si scende a compromessi e qui si tratta di bullismo su scala planetaria, con un obiettivo ben preciso. In altra sede ho ipotizzato quale sia l’obiettivo nello specifico caso europeo (alcuni, a differenza di chi scrive, lo troveranno condivisibile):
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/usa-1789-eu-2012-confederazione-buona.html
*****
"Data l'importanza della finanza, come regolare i mercati finanziari? Come evitare che le istituzioni finanziarie condizionino il destino delle democrazie?"
Se i politici non si lasciassero condizionare dai soliti noti/ignoti si porrebbero al servizio dei cittadini e del bene comune. È sempre stata una loro scelta. Nessuno li ha costretti a consentire che la finanza stabilisse le priorità sull’economia, sulla politica e sulla società. D’altra parte i cittadini li hanno rieletti, sospetto per inerzia, indolenza e per ignoranza (anch’io ho dato il mio triste contributo a questo stato di cose).
"Che tipo di leadership è necessaria in un contesto internazionale multilaterale come quello odierno?"
Una leadership che metta gli interessi dei moltissimi davanti agli interessi dei pochissimi, quelli, per intenderci, che qualunque cosa succeda non cadranno mai e rimarranno a guardare i moltissimi cadere sempre più in basso.
L’immagine dell’auto da rottamare di Steven Forti è quanto mai efficace, come la sua indicazione che se le tasche dei cittadini si svuotano (tagli) la crisi potrà solo aggravarsi.
*****
Gad Lerner tocca tutti i punti che avrei toccato io e mille volte meglio.
Aggiungerei solo un ulteriore aspetto della questione: i signori dell’alta finanza hanno abbondantemente dimostrato di comportarsi come i mariti alcolisti e violenti che picchiano la moglie e i figli e poi fanno ricadere su di loro la colpa: “se voi vi comportaste diversamente io non mi arrabbierei con voi e non vi picchierei”.
Purtroppo quel che spesso accade è che i famigliari cadono in preda alla Sindrome di Stoccolma e finiscono per credere a questa fandonia. La cosa giusta da fare sarebbe quella di denunciarli e farli incarcerare, non quella di prostrarsi quanto più possibile nella speranza che modifichino i loro atteggiamenti. La remissività serve solo ad alimentare le loro brame.
Ormai i giochi sono fatti, la crisi è irreversibile e si tratta solo di fare in modo che non divenga un pretesto per imporre svolte autoritarie (es. ricambio ai vertici delle forze armate greche):
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/che-cosa-sta-succedendo-in-grecia-1.html
un caro saluto a tutti


inviato da Mattia Celva il 02.11.2011 17:07


Sono davvero grato a Pasquale Mormile per la chiarezza con cui avvia una discussione che si preannuncia davvero pregnante. Le domande che egli pone rappresentano certamente degli interrogativi le cui risposte – se e quando verranno trovate e finalmente condivise – condizioneranno profondamente, in ultima istanza, i futuri assetti della democrazia; il che, peraltro, già di per sé suggerisce quanto sia difficile affrontare quei quesiti.
Personalmente, del resto, sui temi che l’attuale direttore solleva, certezze non ne ho. Di più, confesso, spesso oltre alle certezze mi mancano anche delle idee abbastanza solide da cui partire: credo che la crisi attuale abbia dei connotati tali – alcuni dei quali messi in luce nel contributo che commentiamo – da renderla, assieme alle questioni che essa pone, davvero «nuova»; poiché dunque si dà il caso che il sottoscritto non sia né un John M. Keynes, né un Franklin D. Roosevelt del ventunesimo secolo, ben poco potrò fare se non limitarmi ad evidenziare alcuni dei pochi aspetti sui quali, almeno, un’idea di fondo la ho, giusta o sbagliata che sia.
Procedendo in ordine, partirei dalla domanda sul «welfare state». Il termine è davvero ampio, ed analizzarne le singole voci richiederebbe un lavoro mastodontico che qui non è nemmeno proponibile. Per coerenza con quanto ho scritto e sostenuto su Politica Responsabile nella discussione che ho avuto il piacere di dirigere l’anno scorso, la mia idea è così sintetizzabile, più o meno: l’assetto attuale del welfare italiano è, pressoché, insostenibile (benché sia una misura discutibile, noto come, da quando scrissi quell’articolo, il debito pubblico del nostro Paese sia aumentato di circa 70 miliardi di euro, ammontando approssimativamente a 1 928 miliardi) e tendenzialmente inefficace in settori di assoluta importanza; la proposta è quella di rimodulare la spesa pubblica incidendo, ad esempio, su pubblico impiego e pensioni, in modo tale da favorire il mantenimento di standard accettabili negli ambiti fondamentali e da poter investire maggiormente in quelli dove finora .ben poco si è fatto – ad esempio, nell’occupazione femminile, che non è sostenuta sostanzialmente e che certo non si incrementa in modo decisivo con interventi, peraltro piuttosto discutibili, come quello sulle quote rosa nei Cda di società quotate, ancorché private (!). A mio modesto avviso, non è un modo per smantellare delle conquiste democratiche, quanto, piuttosto, per salvaguardarle.
Per quanto concerne il rapporto tra finanza e democrazia, il tema è di assoluta complessità, e qualche buona idea credo si possa trovare in un agile libro di Michele Salvati, «Capitalismo, mercato e democrazia» (il Mulino, 2009). Siccome mi produrrei in un improbabile scimmiottamento di quanto contenuto in quel testo, mi permetto di rinviare all’originale, concentrandomi, invece, sull’articolo di Gad Lerner cui rimanda Marco Valdo. A Lerner ribatterei che, anche se fosse la finanza a dimostrare «panico» per il ricorso alla democrazia «diretta» – cosa che d’altronde, in questo caso, mi sembra abbastanza logica –, quel «panico» lo dovremmo condividere anche noi come cittadini. Più volte su questo sito ho espresso la mia avversione per quel tipo di «democrazia» che tale, a mio avviso non è, se non solo (e nemmeno interamente) da un punto di vista meramente formale. Il giornalista dice che quel timore si palesa «[q]uasi che per funzionare il sistema finanziario dovesse per sua natura contrapporsi al principio della sovranità popolare» (http://www.gadlerner.it/2011/11/01/la-finanza-e-incompatibile-con-la-democrazia.html); io credo che sia il principio della sovranità popolare a non andare troppo d’accordo con le consultazioni democratico-dirette; a meno che non si voglia tradurlo e declinarlo nel principio, per così dire, della «sovranità della maggioranza attuale». A prescindere, però, da queste considerazioni di carattere generale, il ragionamento di Lerner mi sembra onestamente fuorviante: non credo che il caso del referendum greco sia la base da cui partire per analizzare il rapporto tra finanza e democrazia (a voler considerare come tale quella «diretta»); al massimo, ne potrà essere un aspetto, ci potrà suggerire che la finanza richiede certezze, ma francamente mi riesce difficile impostare il discorso s’una simile circostanza, anche perché non mi sembra che la risposta delle Istituzioni e degli attori politici europei sia stata entusiastica (d’altra parte, da che mondo è mondo, il creditore normalmente chiede sicurezze nei confronti del debitore).
Sul terzo quesito, la mia impressione è che, finché non si chiarirà definitivamente il rapporto tra politica, economia e finanza, secondo i nuovi assetti che risulteranno da questa crisi, individuare a priori il livello ottimale al quale collocare la leadership sia un po’ come giocare alla lotteria. Potrebbe essere un esercizio interessante nel quale tuttavia, non avendo le idee chiarissime, personalmente ad ora preferisco non cimentarmi.


inviato da Steven Forti il 02.11.2011 15:11


È una lucida analisi questa di Pasquale, che condivido in gran parte. E credo che le domande che vengono poste siano chiave per poter uscire dalla crisi. Ma soprattutto per poterla pensare questa crisi.
Fermiamoci un momento, infatti, e domandiamoci: ma questa crisi l'abbiamo pensata? E non mi riferisco solo al fatto delle cause economico-finanziarie che l'hanno creata e scatenata (e che sono state il più divertente dei capitoli di questa tragicommedia mondiale). In ciò che si legge sulla stampa, spesso pare che si vada in cerca di palliativi, come se si trattasse di una gomma da aggiustare. E si perde di vista tutto il resto. Che non è solo una gomma bucata che fa andare storta la macchina, ma che la macchina è tutta ammaccata, il motore è andato in malora, mancano le portiere, il volante è a punto di staccarsi... tanto per continuare con le immagini metaforiche, quando penso a ciò che sta succedendo a livello mondiale mi sembra di vedere una scena di un cartone animato con un presunto meccanico che apre la macchina che non funziona, stacca fili, toglie un pistone, butta via qualche pezzo dicendo che non serve, impacchetta il tutto con del nastro adesivo, chiude il cofano e dice che è tutto a posto e che c'era qualche pezzo in più che in realtà non serviva... Non è quello che sta succedendo ora? Non è così con il putiferio levatosi per la possibilità di un referendum in una Grecia martoriata dai diktat della triade?
Bisogna andare più a fondo, come suggerisce Pasquale. E domandarsi come affrontare la questione dei diritti democratici conquistati nei decenni passati. Considerarli un valore intoccabile o aggiornarli al terzo millennio? La prospettiva storica ci può aiutare, se teniamo a mente come e perché il capitalismo occidentale si comportò come si comportò nei "trenta gloriosi" (1945-1975). La creazione di un Welfare State come quello che si sta smantellando era una risposta alla paura del comunismo che dominava mezzo mondo, dopo la sconfitta del nazifascismo. E qui ritorniamo al punto di partenza: pensare la crisi. Da dove viene questa crisi? Dalla logica reaganiana del "più mercato e meno Stato" imposta trent'anni fa a Washington e divenuta dottrina mondiale in tutto il mondo, soprattutto dopo il 1989. A cui non si è riusciti a rispondere con coraggio, tanto meno da "sinistra". E non si può né si deve rispondere con la nostalgia, che a poco serve. Ma pensando, appassionando, organizzandosi, creando un nuovo linguaggio e dando nuovi significati alle parole esistenti nella politica attuale. Come appunto la parola "democrazia". Cosa vuole dire? Di cosa parliamo quando parliamo di democrazia? La democrazia ci viene venduta come quella americana, che continua ad esportare guerre in tutto il mondo. Ma la democrazia può essere qualcosa di diverso? Democrazia diretta, ad esempio? Ma cosa vuole dire "democrazia diretta"? "Democrazia dal basso"?


inviato da Marco Valdo il 01.11.2011 18:46


Segnalo un post di oggi di Gad Lerner, dal titolo "La finanza è incompatibile con la democrazia?". Molto pertinente al tema qui affrontato:
http://www.gadlerner.it/2011/11/01/la-finanza-e-incompatibile-con-la-democrazia.html


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