Stili di vita e giustizia globale

Stili di vita e giustizia globaleL'attuale crisi economica è uno degli aspetti della "crisi di civiltà" dentro cui ci troviamo, ma la mancanza di equità e giustizia nella distribuzione della ricchezza a livello mondiale è un aspetto ancora più importante. Serve un ripensamento radicale del nostro modello di sviluppo. Bisognerà mettersi nell'ordine di idee di "perdere" qualcosa in termini di benessere per condividerlo. Servono donne e uomini che improntino la loro esistenza all'equità, alla solidarietà, alla sobrietà. Non è la crisi economica a costringerci a limitare i nostri "bisogni" ma è la volontà di ridurre la nostra impronta ecologica, la decisione di farci carico delle difficoltà di chi fa fatica, la determinazione di entrare in dialogo con chi è diverso da noi.

autore Giampiero Girardi - inserito martedì, 29 novembre 2011

Inquietudine, paura, angoscia... di fronte a ciò che sta succedendo in questi giorni non si può non essere assaliti dallo scoramento e dell'inquietudine. Eppure lo sapevamo da un pezzo che prima o poi sarebbe successo, perché sapevamo di vivere al di sopra delle nostre possibilità (complessive) e, soprattutto, al di là ogni reale sostenibilità. E questo non solo in termini ambientali ma anche socio-politici. Stiamo distruggendo il pianeta consumandone le risorse, e lo facciamo perché il benessere del nord del mondo si basa sulla povertà del sud del mondo.

L'attuale crisi economica è solo uno degli aspetti della "crisi di civiltà" dentro cui ci troviamo. La mancanza di equità e giustizia nella distribuzione della ricchezza a livello mondiale è un aspetto ancora più importante. E se le due cose fossero collegate? È vero che la crisi economica è soprattutto finanziaria ed è dovuta al collasso delle sovrastrutture finanziarie rispetto all'economia reale. Ma anche questo è un aspetto del drenaggio globale della ricchezza verso il nord del mondo.

L'iniqua distribuzione della ricchezza è il problema del nostro tempo, per il semplice motivo che essa non è più accettata dai popoli che a causa di essa vivono nella povertà, nel sottosviluppo, nella mancanza di tutto. Lo sviluppo dei sistemi di comunicazione, la diffusione dell'istruzione, la globalizzazione della cultura rendono evidenti a tutti le possibilità che, però, sono riservate solo ai popoli del nord. Ciò crea una legittima aspettativa di sviluppo, di crescita, di benessere che è permanentemente frustrata e di fronte alla quale le persone trovano chiusure, barriere, spesso anche la morte, come la cronaca ci ha tristemente abituati a vedere.

Gli scenari che si profilano sono apocalittici: che ne sarà delle masse enormi di diseredati che premono ai confini del mondo ricco? Non sarà sufficiente rispondere con i respingimenti e le chiusure, come si sta facendo con quelle che non sono che avanguardie di popoli in movimento. Come non ricordare i rivolgimenti che spesso la storia ha conosciuto, con spostamenti di popoli e cambi di civiltà, guerre e conquiste ma anche scambio e integrazione?

Serve un ripensamento radicale del nostro modello di sviluppo, che andrà "aperto" a tutti coloro che ne sono esclusi. Bisognerà mettersi nell'ordine di idee di "perdere" qualcosa in termini di benessere per condividerlo. Dobbiamo prendere coscienza di essere storicamente responsabili della rapina perpetrata a danno dei paesi del sud: è il momento di entrare nella logica della "restituzione".

E questo va fatto in fretta, perché l'equilibrio su cui si basa il mondo oggi è assolutamente precario. Non saranno le guerre portate in giro per il mondo dagli Usa a contenere uno stato di cose in ebollizione. Anzi: i fondamentalismi religiosi e politici non fanno che gettare benzina sul fuoco e orientano una giusta richiesta verso una strada sbagliata, che perpetua la violenza e la guerra.

Che fare? Partire dal basso, dalla gente, dalla sua testa e dal suo cuore. Bisogna aumentare la coscienza nelle persone, affinché sappiano farsi carico di queste problematiche. E siano in grado di prendere decisioni congruenti nelle loro scelte personali, sociali, politiche. Servono donne e uomini che improntino la loro esistenza all'equità, alla solidarietà, alla sobrietà. Non è la crisi economica a costringerci a limitare i nostri "bisogni" ma è la volontà di ridurre la nostra impronta ecologica, la decisione di farci carico delle difficoltà di chi fa fatica, la determinazione di entrare in dialogo con chi è diverso da noi.

E tutto questo non è solo saper dire dei NO, ma è anche e soprattutto, in positivo, acquisire un equilibrio personale e sociale che ci faccia tornare a cogliere la bellezza delle cose nella loro essenzialità.

Semplicismo? Illusione? Utopia? Può darsi. Ciò che voglio esprimere è la convinzione che i cambiamenti epocali avvengono e vanno in una direzione piuttosto che in un'altra se sono sostanziati dalla volontà e dalla determinazione di chi ci vive dentro e vuole giocare la sua responsabilità fino in fondo.
inviato da Fabio Pipinato il 02.01.2012 09:56
Arrivo tardi e un pò mi dispiace. Ho letto la tesi di Giampiero ed i commenti a seguire. Più della tesi m'è piaciuto un intervento di Giampiero durante un incontro presso la "fiera fa la cosa giusta" di Trento. Egli paragonò la sobrietà all'eleganza e non al pauperismo. I luoghi meno eleganti delle nostre vallate sono, a mio avviso, i discount (pur riconoscendo loro una valenza sociale). Carrelli colmi di cibo cattivo vengono caricati su bagagliai di auto di seconda o terza mano. Quantità esagerate di derrate per famiglie sempre meno numerose.
Un posto invece ove c'è la scelta, la relazione, la bellezza della cornice è il mercato contadino del sabato mattina in Piazza Dante. C'è chi ci mette una vita a fare la spesa. Chi si gode quegli attimi. Peccato, come a teatro, si abbia l'occasione di essere eleganti una sola volta a settimana.
inviato da ugo morelli il 09.12.2011 16:31
L'analisi delle cause della nostra condizione attuale si può combinare con un'attenzione allo stile di vita che abbiamo scelto e che predomina nelle nostre società. Quello stile è sostenuto da convinzioni e orientamenti di valore che hanno un'origine storica precisa e, come tali, possono essere cambiati. La ricerca ci aiuta a comprendere meglio come siamo fatti e l'educazione è una nostra potente possibilità in ogni età della vita. Per noi che siamo una specie capace di farsi domande e di apprendere ad apprendere. Il caso del rapporto fra egoismo ed altruismo nella nostra distinzione di specie può essere un esempio su cui riflettere per cercare di cambiare stili di vita.
Guardando indietro il buio che abbiamo attraversato e ancora stiamo attraversando nell’ultimo quarto di secolo, come l’Angelo della storia di Paul Klee, possiamo constatare, tra le altre cose, la parabola dell’altruismo. Se lo facciamo ne ricaviamo un orientamento di valore decisivo per il presente; una bussola per le difficili scelte che abbiamo davanti nelle nostre società locali e nelle nostre stesse vite. A orientarci ci può aiutare la ricerca scientifica, che sta cambiando decisamente i connotati al significato stesso di essere umani. Aveva iniziato Michael Tomasello all’MIT di Boston e al Max Planch Institut di Antropologia evolutiva a Leipzig in Germania, nel duemilanove, a mettere in evidenza un modo originale di intendere l’altruismo. Ora si ricevono conferme di portata decisiva dalle ricerche condotte presso l’Università di Chicago, dal neurobiologo Jean Decety e dal suo gruppo. Quello che emerge è che parlando di altruismo noi ci troviamo di fronte a tre questioni e non a due, come a lungo abbiamo pensato e tuttora pensiamo nella maggior parte dei casi. Si ritiene, infatti, che, o si è avidi egoisti che perseguono solo ed esclusivamente la massimizzazione dei propri interessi, o si è “francescani” che abbandonano le ricchezze e gli interessi in nome di ragioni di ordine superiore e, comunque, eccezionalmente. Queste due posizioni sono note e la prima ha un amplissimo consenso che va dal modello di uomo alla base delle discipline economiche, con qualche eccezione recente che rimane minoranza, fino alla vulgata cinematografica del Gekko di Wall Street, film che forse avremmo dovuto considerare più attentamente e criticamente, prestando attenzione al Gekko che è in noi. In questa prospettiva l’altruismo è materia per anime belle, o quel marginale stato d’animo che induce a distribuire le briciole. Ma allora qual è la terza possibilità? È quella che la ricerca evidenzia sempre più chiaramente; quella che ci consente di riconoscerci esseri relazionali e sociali che nell’altro trovano la fonte del significato di se stessi e delle proprie possibilità. Quella che ci permette di comprendere che senza l’altro semplicemente non possiamo definirci e che l’altro è l’altra metà del mio cielo. Non perché moralisticamente gli concedo uno spazio o la mia carità, o perché egoisticamente mi serve per i miei scopi, in quanto dipendente, cliente e consumatore; ma perché nella relazione con lei o con lui risiede il senso di ciò che faccio, la mia stessa individuazione e le condizioni fiduciarie per far funzionare ogni scambio economico. La scoperta che non solo gli esseri umani ma anche le altre specie si comportano in modo altruistico, e che un topo sceglie innanzitutto di liberare il suo simile imprigionato e poi di mangiare con lui la cioccolata che avrebbe potuto mangiare prima da solo, come ha dimostrato Decety, cambia il significato stesso dell’altruismo. Intanto, come per la razza, l’egoismo avido non ha alcuna giustificazione genetica. È un’invenzione storica che sostenuta dall’educazione e dai valori dominanti ha finito per prevalere fino ad apparire naturale. I suoi guasti sono sotto gli occhi di tutti. Ma soprattutto pare essenziale riconoscere che l’altruismo non è la negazione dell’attenzione a se stessi e al proprio interesse; è un modo di riconoscere che il bene comune con l’altro è la prima condizione per il bene individuale. Un orientamento decisivo per chi educa, lavora e vive nel nostro tempo.
inviato da Giampiero Girardi il 08.12.2011 23:29
La mia convinzione di fondo è che sia fondamentale la formazione di persone responsabili, coscienti, convinte. Serve un lavoro di base che faccia crescere i giovani (ma non solo) nelle varie dimensioni della responsabilità sociale e politica. Solo così si può sperare di far emergere decisori (politici, economici, sociali) che sappiano mettere al centro la persona e dare concretezza ai valori della solidarietà e della pace. I sistemi sociali sono composti da donne e uomini concreti: solo loro a doverne determinare il senso e la direzione. Non viceversa.
inviato da Michele Nardelli il 08.12.2011 16:40
Il tema posto da Giampiero Girardi è di straordinaria attualità. Lo voglio dire proprio in questi giorni di grande preoccupazione per gli effetti della manovra del governo Monti su tante persone che vivono del loro lavoro e della loro pensione. Sulla quale non intendo soffermarmi se non per dire che mi sarei aspettato qualcosa di diverso e di più intelligente, pur sapendo bene che questi signori si trovano a dover fare i conti con una maggioranza parlamentare che fino a ieri esprimeva il cavaliere.
Come si può non vedere la fatica ad arrivare alla fine del mese, il crescente impoverimento anche intorno a noi? E ciò nonostante dobbiamo dirci – per riprendere il concetto proposto da Giampiero – che complessivamente viviamo al di sopra delle nostre possibilità. Potremmo anche spalmare la ricchezza di pochi attraverso politiche redistributive, cosa comunque necessaria se intendiamo parlare e praticare giustizia sociale, ma il problema rimane. Non solo nel nord ma ovunque, perché – come ho avuto modo di scrivere in “Darsi il tempo” – inclusione ed esclusione sono a-geografiche, nord e sud si confondono.
In altre parole, il tema posto da Giampiero Girardi riguarda gli inclusi ma anche gli esclusi. La giustizia sociale e la cultura del limite. Perché se continuerà a prevalere la cultura dello sviluppo senza limiti, il modello insostenibile che ha provocato questa situazione entrerà (è già entrata) nell’immaginario degli esclusi mentre per gli inclusi prevarrà l’idea di avere una sorta di diritto naturale che li autorizza a prelevare le risorse là dove ci sono, con tutte le conseguenze del caso.
Va detto poi che il limite fra inclusione ed esclusione non è solo misurabile in ricchezza materiale, lo si misura anche sul piano della cultura e dei valori. Tant’è che sono i soggetti più prossimi alla vulnerabilità ad esprimere il grado maggiore di aggressività verso i diritti di cittadinanza degli altri.
Voglio dire che il tema della sostenibilità e della sobrietà riguarda tutti, a prescindere dalla latitudine e dalla collocazione nella gerarchia sociale. Investe l’idea stessa di futuro, il nostro rapporto con le risorse, la sostenibilità delle produzioni, la cura verso le biodiversità, le relazioni che costruiamo con gli altri esseri viventi e con la natura, il dovere etico prima ancora che politico di mettere al bando la guerra.
Per questo, avendo da tempo oltrepassato il limite, è necessario che tutti mettiamo in discussione qualcosa, anche quando lo consideriamo un diritto acquisito e non negoziabile. E’ la cultura della responsabilità, che investe il nostro vissuto quotidiano come le scelte di una comunità, locale, nazionale o sovranazionale che sia.
inviato da yam daabo il 07.12.2011 09:28
Moderazione, sobrietà, frugalità sono parole che andrebbero riscoperte e valorizzate nella loro dimensione moderna e sostenibile. Fino a a quando la sobrietà non solo farà rima con povertà ma ad essa verrà intimamente connessa non si riuscirà a educare i giovanissimi a stili diversi di vita, orientati non tanto al non-consumo, ma a un consumo fondato su nuove forme di status, più attente ai valori, al "bello", al naturale, al sociale.
inviato da Paolo il 05.12.2011 10:03
Stiamo parlando di decrescita? Io spero che in questo articolo quelli di MDF si sbaglino e che le forze politiche, almeno quelle di sinistra, non dormano:
http://decrescitafelice.it/content/la-razzia-arrivo-acqua-e-tav-nucleare-e-inceneritori
Personalmente concordo quasi in tutto con il pezzo citato, tranne che sugli inceneritori, che sono il male minore, meno inquinanti che le discariche. Certo, sarebbe meglio riciclare al massimo, ma se neppure le persone più sensibili lo fanno con cura... speriamo nella gioventù: che educata sia più attenta a preservare il mondo in cui vivrà.
inviato da andrea dal prà il 03.12.2011 00:43
Non credo che con il volontarismo si vada lontano. La crisi è la ristrutturazione di un sistema in movimento, e come tale va analizzata. Il sistema svolge al meglio la sua tabella di marcia, e non si cura di questioni come sostenibilità, umanità, ridistribuzione del reddito, ecc. Le persone devono essere messe in condizione di comprendere che esiste un sistema antiumano e violento che opera sulle contraddizioni lavoro/non lavoro, consumo/non consumo, spettacolo/vita.
Questa consapevolezza è necessaria per contrastare due rischi: il binario morto della minorità politica (es. le comuni degli anni 60, il consumerismo, ecc.) e l'autoritarismo di destra. Inoltre, oggi non è più in discussione solo lo scambio ineguale nord/sud, ma l'intero modello di vita delle generazioni del nord dal secondo dopoguerra ad oggi. Il capitale fugge da società dove ha prodotto per 50 anni merci+ reddito+ consumo+ debito, con la zavorra del welfare, per andare dove si ricrea con più intensità e velocità
il solito giochetto. Sarà bene che l'immensa cultura politica europea produca velocemente delle risposte non deboli prima che sia troppo tardi.
inviato da Silvano Bert il 02.12.2011 09:34
E' suicida il progetto della Destra liberista che pretende di "mantenere il nostro standard di vita smodato, come in passato, a spese del resto del mondo", ed è suicida il progetto della Sinistra socialista, il "tentativo di estendere al resto del mondo gli standard di vita occidentali". E' questa la tesi di C.Lasch (1991), citata da Marco Revelli nel suo "Destra e sinistra" (2007), il libro più lucido (ma pessimista) che io ho letto in questi anni. Quando nella Comunità di S.Francesco Saverio discutiamo di progresso un mio amico sociologo, Pier Giorgio Rauzi, traduce così: se tutto il mondo pretendesse di pulirsi il sedere come facciamo noi in Occidente, non ci sarebbe futuro per nessuno. Però continuiamo imperterriti, e sensibilizzati così, a pulirici il sedere...a spostarci sul cavallo d'acciaio...a produrre rifiuti in modo illimitato.
Sarà "questa" crisi a costringerci all'austerità? C'è da dubitarne, perchè l'austerità è la parola che combattono con foga i miei economisti di riferimento, da Silvano Andriani a Paolo Leon, perchè è l'austerità che ci vorrebbe imporre a salvezza la BCE. "Crescita" è infatti la parola taumaturgica da Emma Marcegaglia a Susanna Camusso, da Mario Monti a Stefano Fassina, all'ex ministro Brunetta. (sia pure con contenuti diversi, che non sottovaluto).
Quando, tanti anni fa, fu Enrico Berlinguer a parlare di austerità, trovò a contraddirlo nientemeno che Norberto Bobbio, che si rifiutava di tornare al pauperismo francescano. Questa fu l'interpretazione che passò. Non se ne fece nulla, nè nel Pci nè altrove.
E tuttavia io "spero": la storia si muove spesso attraverso l'eterogenesi dei fini. Non è il senso del limite che "questa" crisi ha in mente, ma noi (in tanti? in pochi? parecchi lo praticano già senza vergognarsi nè sentirsi più poveri)possiamo limitarci nella vita quotidiana, a testimonianza. E intanto dobbiamo continuare a parlarne a livello culturale, ma anche politico, perchè il lumicino della consapevolezza continui a fumigare. Il "Sinodo dei laici" che, su iniziativa delle Acli, tornerà a riunirsi a Trento sabato 17 ha scelto come tema della giornata proprio "Limite e possibilità". Sono chiamati a confrontarsi, senza senso del limite, aclisti e ciellini, focolarini e cislini, e cento altri ancora, fino alle riviste Il Margine e l'Invito. Buon lavoro a noi.
inviato da Marco Valdo il 01.12.2011 07:23
"Non è la crisi economica a costringerci a limitare i nostri bisogni, ma la volontà di ridurre la nostra impronta ecologica, la decisione di farci carico delle difficoltà di chi fa fatica, la determinazione di entrare in dialogo con chi è diverso da noi." Apprezzo l'ottimismo di Girardi, ma la strada che ha preso il pianeta, ormai da secoli, è segnata da "stop and go" assai più grevi e prosaici, mi pare. Mi accontenterei di una costrizione dovuta alla crisi, se questa fosse davvero l'anticamera di un orizzonte più giusto e solidale per tutto il pianeta. Proprio come, del resto, sarebbe un'altra crisi, quella climatica, a indurre stati e industrie a produrre in modo diverso, non uno spontaneo mutamento di rotta nei confronti delle sorti del pianeta.
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