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Stili di vita e giustizia globale
L'attuale crisi economica è uno degli
aspetti della "crisi di civiltà" dentro cui ci troviamo, ma la mancanza di equità
e giustizia nella distribuzione della ricchezza a livello mondiale è un aspetto
ancora più importante. Serve un ripensamento radicale del nostro
modello di sviluppo.
Bisognerà mettersi nell'ordine di idee di "perdere" qualcosa in termini di
benessere per condividerlo.
Servono donne e uomini che
improntino la loro esistenza all'equità, alla solidarietà, alla sobrietà. Non è
la crisi economica a costringerci a limitare i nostri "bisogni" ma è la volontà
di ridurre la nostra impronta ecologica, la decisione di farci carico delle
difficoltà di chi fa fatica, la determinazione di entrare in dialogo con chi è
diverso da noi.
Inquietudine, paura, angoscia... di fronte a ciò che sta succedendo in questi giorni non si può non essere assaliti dallo scoramento e dell'inquietudine. Eppure lo sapevamo da un pezzo che prima o poi sarebbe successo, perché sapevamo di vivere al di sopra delle nostre possibilità (complessive) e, soprattutto, al di là ogni reale sostenibilità. E questo non solo in termini ambientali ma anche socio-politici. Stiamo distruggendo il pianeta consumandone le risorse, e lo facciamo perché il benessere del nord del mondo si basa sulla povertà del sud del mondo.
L'attuale crisi economica è solo uno degli aspetti della "crisi di civiltà" dentro cui ci troviamo. La mancanza di equità e giustizia nella distribuzione della ricchezza a livello mondiale è un aspetto ancora più importante. E se le due cose fossero collegate? È vero che la crisi economica è soprattutto finanziaria ed è dovuta al collasso delle sovrastrutture finanziarie rispetto all'economia reale. Ma anche questo è un aspetto del drenaggio globale della ricchezza verso il nord del mondo.
L'iniqua distribuzione della ricchezza è il problema del nostro tempo, per il semplice motivo che essa non è più accettata dai popoli che a causa di essa vivono nella povertà, nel sottosviluppo, nella mancanza di tutto. Lo sviluppo dei sistemi di comunicazione, la diffusione dell'istruzione, la globalizzazione della cultura rendono evidenti a tutti le possibilità che, però, sono riservate solo ai popoli del nord. Ciò crea una legittima aspettativa di sviluppo, di crescita, di benessere che è permanentemente frustrata e di fronte alla quale le persone trovano chiusure, barriere, spesso anche la morte, come la cronaca ci ha tristemente abituati a vedere.
Gli scenari che si profilano sono apocalittici: che ne sarà delle masse enormi di diseredati che premono ai confini del mondo ricco? Non sarà sufficiente rispondere con i respingimenti e le chiusure, come si sta facendo con quelle che non sono che avanguardie di popoli in movimento. Come non ricordare i rivolgimenti che spesso la storia ha conosciuto, con spostamenti di popoli e cambi di civiltà, guerre e conquiste ma anche scambio e integrazione?
Serve un ripensamento radicale del nostro modello di sviluppo, che andrà "aperto" a tutti coloro che ne sono esclusi. Bisognerà mettersi nell'ordine di idee di "perdere" qualcosa in termini di benessere per condividerlo. Dobbiamo prendere coscienza di essere storicamente responsabili della rapina perpetrata a danno dei paesi del sud: è il momento di entrare nella logica della "restituzione".
E questo va fatto in fretta, perché l'equilibrio su cui si basa il mondo oggi è assolutamente precario. Non saranno le guerre portate in giro per il mondo dagli Usa a contenere uno stato di cose in ebollizione. Anzi: i fondamentalismi religiosi e politici non fanno che gettare benzina sul fuoco e orientano una giusta richiesta verso una strada sbagliata, che perpetua la violenza e la guerra.
Che fare? Partire dal basso, dalla gente, dalla sua testa e dal suo cuore. Bisogna aumentare la coscienza nelle persone, affinché sappiano farsi carico di queste problematiche. E siano in grado di prendere decisioni congruenti nelle loro scelte personali, sociali, politiche. Servono donne e uomini che improntino la loro esistenza all'equità, alla solidarietà, alla sobrietà. Non è la crisi economica a costringerci a limitare i nostri "bisogni" ma è la volontà di ridurre la nostra impronta ecologica, la decisione di farci carico delle difficoltà di chi fa fatica, la determinazione di entrare in dialogo con chi è diverso da noi.
E tutto questo non è solo saper dire dei NO, ma è anche e soprattutto, in positivo, acquisire un equilibrio personale e sociale che ci faccia tornare a cogliere la bellezza delle cose nella loro essenzialità.
Semplicismo? Illusione? Utopia? Può darsi. Ciò che voglio esprimere è la convinzione che i cambiamenti epocali avvengono e vanno in una direzione piuttosto che in un'altra se sono sostanziati dalla volontà e dalla determinazione di chi ci vive dentro e vuole giocare la sua responsabilità fino in fondo.Un posto invece ove c'è la scelta, la relazione, la bellezza della cornice è il mercato contadino del sabato mattina in Piazza Dante. C'è chi ci mette una vita a fare la spesa. Chi si gode quegli attimi. Peccato, come a teatro, si abbia l'occasione di essere eleganti una sola volta a settimana.
Guardando indietro il buio che abbiamo attraversato e ancora stiamo attraversando nell’ultimo quarto di secolo, come l’Angelo della storia di Paul Klee, possiamo constatare, tra le altre cose, la parabola dell’altruismo. Se lo facciamo ne ricaviamo un orientamento di valore decisivo per il presente; una bussola per le difficili scelte che abbiamo davanti nelle nostre società locali e nelle nostre stesse vite. A orientarci ci può aiutare la ricerca scientifica, che sta cambiando decisamente i connotati al significato stesso di essere umani. Aveva iniziato Michael Tomasello all’MIT di Boston e al Max Planch Institut di Antropologia evolutiva a Leipzig in Germania, nel duemilanove, a mettere in evidenza un modo originale di intendere l’altruismo. Ora si ricevono conferme di portata decisiva dalle ricerche condotte presso l’Università di Chicago, dal neurobiologo Jean Decety e dal suo gruppo. Quello che emerge è che parlando di altruismo noi ci troviamo di fronte a tre questioni e non a due, come a lungo abbiamo pensato e tuttora pensiamo nella maggior parte dei casi. Si ritiene, infatti, che, o si è avidi egoisti che perseguono solo ed esclusivamente la massimizzazione dei propri interessi, o si è “francescani” che abbandonano le ricchezze e gli interessi in nome di ragioni di ordine superiore e, comunque, eccezionalmente. Queste due posizioni sono note e la prima ha un amplissimo consenso che va dal modello di uomo alla base delle discipline economiche, con qualche eccezione recente che rimane minoranza, fino alla vulgata cinematografica del Gekko di Wall Street, film che forse avremmo dovuto considerare più attentamente e criticamente, prestando attenzione al Gekko che è in noi. In questa prospettiva l’altruismo è materia per anime belle, o quel marginale stato d’animo che induce a distribuire le briciole. Ma allora qual è la terza possibilità? È quella che la ricerca evidenzia sempre più chiaramente; quella che ci consente di riconoscerci esseri relazionali e sociali che nell’altro trovano la fonte del significato di se stessi e delle proprie possibilità. Quella che ci permette di comprendere che senza l’altro semplicemente non possiamo definirci e che l’altro è l’altra metà del mio cielo. Non perché moralisticamente gli concedo uno spazio o la mia carità, o perché egoisticamente mi serve per i miei scopi, in quanto dipendente, cliente e consumatore; ma perché nella relazione con lei o con lui risiede il senso di ciò che faccio, la mia stessa individuazione e le condizioni fiduciarie per far funzionare ogni scambio economico. La scoperta che non solo gli esseri umani ma anche le altre specie si comportano in modo altruistico, e che un topo sceglie innanzitutto di liberare il suo simile imprigionato e poi di mangiare con lui la cioccolata che avrebbe potuto mangiare prima da solo, come ha dimostrato Decety, cambia il significato stesso dell’altruismo. Intanto, come per la razza, l’egoismo avido non ha alcuna giustificazione genetica. È un’invenzione storica che sostenuta dall’educazione e dai valori dominanti ha finito per prevalere fino ad apparire naturale. I suoi guasti sono sotto gli occhi di tutti. Ma soprattutto pare essenziale riconoscere che l’altruismo non è la negazione dell’attenzione a se stessi e al proprio interesse; è un modo di riconoscere che il bene comune con l’altro è la prima condizione per il bene individuale. Un orientamento decisivo per chi educa, lavora e vive nel nostro tempo.
Come si può non vedere la fatica ad arrivare alla fine del mese, il crescente impoverimento anche intorno a noi? E ciò nonostante dobbiamo dirci – per riprendere il concetto proposto da Giampiero – che complessivamente viviamo al di sopra delle nostre possibilità. Potremmo anche spalmare la ricchezza di pochi attraverso politiche redistributive, cosa comunque necessaria se intendiamo parlare e praticare giustizia sociale, ma il problema rimane. Non solo nel nord ma ovunque, perché – come ho avuto modo di scrivere in “Darsi il tempo” – inclusione ed esclusione sono a-geografiche, nord e sud si confondono.
In altre parole, il tema posto da Giampiero Girardi riguarda gli inclusi ma anche gli esclusi. La giustizia sociale e la cultura del limite. Perché se continuerà a prevalere la cultura dello sviluppo senza limiti, il modello insostenibile che ha provocato questa situazione entrerà (è già entrata) nell’immaginario degli esclusi mentre per gli inclusi prevarrà l’idea di avere una sorta di diritto naturale che li autorizza a prelevare le risorse là dove ci sono, con tutte le conseguenze del caso.
Va detto poi che il limite fra inclusione ed esclusione non è solo misurabile in ricchezza materiale, lo si misura anche sul piano della cultura e dei valori. Tant’è che sono i soggetti più prossimi alla vulnerabilità ad esprimere il grado maggiore di aggressività verso i diritti di cittadinanza degli altri.
Voglio dire che il tema della sostenibilità e della sobrietà riguarda tutti, a prescindere dalla latitudine e dalla collocazione nella gerarchia sociale. Investe l’idea stessa di futuro, il nostro rapporto con le risorse, la sostenibilità delle produzioni, la cura verso le biodiversità, le relazioni che costruiamo con gli altri esseri viventi e con la natura, il dovere etico prima ancora che politico di mettere al bando la guerra.
Per questo, avendo da tempo oltrepassato il limite, è necessario che tutti mettiamo in discussione qualcosa, anche quando lo consideriamo un diritto acquisito e non negoziabile. E’ la cultura della responsabilità, che investe il nostro vissuto quotidiano come le scelte di una comunità, locale, nazionale o sovranazionale che sia.
http://decrescitafelice.it/content/la-razzia-arrivo-acqua-e-tav-nucleare-e-inceneritori
Personalmente concordo quasi in tutto con il pezzo citato, tranne che sugli inceneritori, che sono il male minore, meno inquinanti che le discariche. Certo, sarebbe meglio riciclare al massimo, ma se neppure le persone più sensibili lo fanno con cura... speriamo nella gioventù: che educata sia più attenta a preservare il mondo in cui vivrà.
Questa consapevolezza è necessaria per contrastare due rischi: il binario morto della minorità politica (es. le comuni degli anni 60, il consumerismo, ecc.) e l'autoritarismo di destra. Inoltre, oggi non è più in discussione solo lo scambio ineguale nord/sud, ma l'intero modello di vita delle generazioni del nord dal secondo dopoguerra ad oggi. Il capitale fugge da società dove ha prodotto per 50 anni merci+ reddito+ consumo+ debito, con la zavorra del welfare, per andare dove si ricrea con più intensità e velocità
il solito giochetto. Sarà bene che l'immensa cultura politica europea produca velocemente delle risposte non deboli prima che sia troppo tardi.
Sarà "questa" crisi a costringerci all'austerità? C'è da dubitarne, perchè l'austerità è la parola che combattono con foga i miei economisti di riferimento, da Silvano Andriani a Paolo Leon, perchè è l'austerità che ci vorrebbe imporre a salvezza la BCE. "Crescita" è infatti la parola taumaturgica da Emma Marcegaglia a Susanna Camusso, da Mario Monti a Stefano Fassina, all'ex ministro Brunetta. (sia pure con contenuti diversi, che non sottovaluto).
Quando, tanti anni fa, fu Enrico Berlinguer a parlare di austerità, trovò a contraddirlo nientemeno che Norberto Bobbio, che si rifiutava di tornare al pauperismo francescano. Questa fu l'interpretazione che passò. Non se ne fece nulla, nè nel Pci nè altrove.
E tuttavia io "spero": la storia si muove spesso attraverso l'eterogenesi dei fini. Non è il senso del limite che "questa" crisi ha in mente, ma noi (in tanti? in pochi? parecchi lo praticano già senza vergognarsi nè sentirsi più poveri)possiamo limitarci nella vita quotidiana, a testimonianza. E intanto dobbiamo continuare a parlarne a livello culturale, ma anche politico, perchè il lumicino della consapevolezza continui a fumigare. Il "Sinodo dei laici" che, su iniziativa delle Acli, tornerà a riunirsi a Trento sabato 17 ha scelto come tema della giornata proprio "Limite e possibilità". Sono chiamati a confrontarsi, senza senso del limite, aclisti e ciellini, focolarini e cislini, e cento altri ancora, fino alle riviste Il Margine e l'Invito. Buon lavoro a noi.