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La crisi europea

Crisi EuropaL'Europa, la costruzione sovranazionale, sembra non essere stata in grado di resistere al suo primo vero scossone economico. L'economia doveva fare l'Europa, l'economia la affonderà, potremmo affermare. La crisi dell'Unione Europea viene in realtà da molto più lontano. Viene dalla creazione dell'Euro, e fin qui nulla di nuovo, ma soprattutto viene da oltre 20 anni di inerzia politica, tentennamenti e compromessi. Fanno quasi sorridere i politici europei che ora sostengono che si è perso tempo nel creare un'unione fiscale: dov'erano questi stessi politici fino ad un paio di anni fa?

autore Alberto Dal Poz - inserito domenica, 11 dicembre 2011

L'Europa, la costruzione sovranazionale, sembra non essere stata in grado di resistere al suo primo vero scossone economico. L'economia doveva fare l'Europa, l'economia la affonderà, potremmo affermare. Così si susseguono richieste francesi, tedesche, italiane persino, di riforma della struttura comunitaria. Riforma dei trattati, per costruire una vera unione fiscale e armonizzata dei bilanci nazionali. Un'ulteriore cessione di sovranità, ma sempre diluita nel tempo e il più possibile occultata con lunghi e "rivoluzionari" processi (ricordate la presentazione della Costituzione? O del Trattato di Lisbona?).

In realtà la crisi dell'Unione Europea viene da molto più lontano. Viene dalla creazione dell'Euro, e fin qui nulla di nuovo, ma soprattutto viene da oltre 20 anni di inerzia politica.
Fanno quasi sorridere i politici europei che ora sostengono che si è perso tempo nel creare un'unione fiscale: dov'erano questi stessi politici fino ad un paio di anni fa?

Quando nel 1992-1993 col Trattato di Maastricht si decise di procedere all'unione monetaria si fece una grande scelta "strategica": fra la teoria del coronamento, per la quale l'Euro avrebbe dovuto completare un'integrazione già politica, e la teoria della locomotiva, secondo cui la moneta unica avrebbe trainato l'unione politica, si optò per quest'ultima (sostenuta in particolare dalla Francia).

Come sempre accade negli affari internazionali, i capi di governo dovettero però ottenere un compromesso, concedendo anche ai sostenitori della teoria uscita sconfitta (Germania, Paesi Bassi...) alcuni punti cruciali nella nuova architettura europea: primo fra tutti, l'indipendenza e le funzioni della BCE, la quale per placare i timori tedeschi ebbe come primo e fondamentale ruolo il controllo dell'inflazione. Controllo talmente vincolato da essere persino più stringente di quello della Bundesbank e prevedere solo come funzione residuale il supporto alle politiche economiche comunitarie (all'opposto, ad esempio della FED).

Come quasi sempre, ai proclami politici non sono seguiti i fatti: volenti o nolenti, i leaders europei avevano scelto una strada che nei decenni successivi si son ben guardati dal perseguire sino in fondo, tramite un rigido controllo di bilancio degli Stati membri ed un'unione fiscale. Ciò avrebbe palesemente significato una perdita di sovranità nazionale, alla quale nessuno dopo il dramma e il caos nell'Ex-Jugoslavia pensava seriamente di rinunciare (e, col senno di poi, neppure dopo le crisi in Kosovo, Iraq, Libano...). Ciò avrebbe significato troncare sul nascere la crescita economica della "Tigre Celtica" o della Spagna, un'eresia per un'Unione sovranazionale nata sul presupposto della crescita economica. Avrebbe significato imporre sanzioni per gli sforamenti al patto di stabilità di Francia e Germania!

Probabilmente avrebbe anche richiesto di rinunciare all'allargamento ad est... forse, un prezzo troppo grande da pagare in un momento in cui il modello europeo poteva ambire a pacificare l'intero continente. Ottenendo un risultato che neanche Carlo V o Napoleone riuscirono; superando definitivamente la frattura psicologica del Muro.

No, quella che ora investe l'Unione Europea non è una "tempesta perfetta", un evento praticamente imprevedibile che anche volendo non avremmo saputo affrontare.

La crisi odierna è il frutto di anni di inattività, tentennamenti e compromessi.

Non a caso ormai molti riconoscono come il vero Stato "sotto attacco" in questi mesi sia di fatto la Germania: solo la spinta della Germania può determinare un nuovo passo verso una più compiuta Unione politica e fiscale. In questo Sarkozy ha ragione: l'Europa o progredisce o muore.

In fin dei conti lo ammetteva già Jacques Delors dicendo che nel caso europeo l'essenziale non è sapere dove andare, ma andarci: sebbene nessuno sappia ancora qual è il destino dell'UE, nel momento in cui questa si fermasse senza essere completa, crollerebbe.

Così, dal 1992 al 2008 si sono susseguiti Trattati su Trattati, riforme su riforme senza una chiara idea del destino comune: per quanto notevoli, la Carta di Nizza sui Diritti Fondamentali, il Trattato di Lisbona non hanno inciso nulla sul problema fondamentale -problema che gli Stati avevano deciso di porre alla base della costruzione- dell'unione fiscale. Piuttosto, si è preferito parlare di diritti, senza renderli effettivamente giurisdizionalibili, si è preferito riformare la burocrazia sovranazionale, senza darle contenuti. Si è lasciato spazio allo scetticismo ed alla noia.

Così, la crisi internazionale chiede tacitamente ora alla Germania ed a tutti gli "euroscettici" (o "euro-annoiati", per riprendere la definizione di Lucio Caracciolo) fino a che punto siano disposti a spingersi, fino a quanto credano in questa Unione, nel suo futuro non più solo "sovranazionale", ma comune.

Così, la rincorsa a modificare i Trattati per iscrivervi chissà quale formula magica (come vorremmo fosse il pareggio di bilancio nelle Costituzioni nazionali), la rincorsa verso gli eurobond, i continui ritocchi al Fondo di Salvataggio, i piccoli-grandi screzi alla BCE si spiegano in una lunga prospettiva. Quella dell'inezia che costringe ora alla corsa folle.

Gli strumenti proposti, per quanto utili -anzi, necessari- per salvare l'Unione allo stato attuale, possono poco di fronte a decenni di tentennamenti e mezze verità non dette sul destino politico dell'Europa. Riforme necessarie, ma che non ci preserveranno da una nuova crisi senza un radicale ripensamento politico. L'economia ha fatto già la sua parte nella costruzione dell'UE, ora deve farla la politica, una vera politica europea, come furono quelle nazionali del 1800.

Considerazioni del genere valevano anche nel 2008 per il Trattato di Lisbona, quando Barroso affermava che non c'è un piano B, quando il futuro dell'Unione dipendeva da compromessi opt-in / opt-out, da "passerelle", da "cooperazioni rafforzate", da referendum sul filo di pochi voti (ma radicali). Cosa è cambiato da allora?

Purtroppo, sappiamo che per fare grandi scelte occorrono grandi politici: lungimiranti, coraggiosi, disposti persino a rischiare di perdere una tornata elettorale, come furono Adenauer, Schumann e De Gasperi, come nel 1992 Mitterand e Kohl. Politici costituenti. Come, oggi lo vediamo, non è Angela Merkel: troppo spesso giustificata nei suoi tentennamenti dalle tensioni interne del governo (prima l'SPD, poi i liberali, poi i bavaresi della CSU...) e negli ultimi anni sempre salvata dall'opposizione nelle scelte chiave di politica europea.

È triste ripensare all'affermazione brechtiana beato quel popolo che non ha bisogno di eroi e domandarci quanto disperatamente all'Europa servirebbe un eroe. Un politico convintamente europeista, che traini gli Stati verso un'Unione veramente compiuta (potrebbero esserlo Monti o Draghi? Sarkozy o Hollande? Cameron o Milliband? Rajoy?).

Ma questo non può essere un prodotto dell'economia: proprio Delors, interrogato su cosa rifarebbe e cosa cambierebbe nella costruzione dell'UE rispose "comincerei dalla cultura".

 

inviato da Alberto Dal Poz il 22.01.2012 18:41
Apprezzo la chiarezza delle domande poste da Steven Forti.
Chiarezza che mi pare lampante, manca totalmente alle classi dirigenti europee (forse, giusto Cameron ne ha un pò...).
In fin dei conti, tacito motto dell'Europa è stato quel "l'essenziale non è sapere dove andare, ma andarci" di Jean Monnet: continuare, a testa bassa e alla cieca, un processo di integrazione senza linee direttrici ben definite. Processo che, Monnet ben lo intuiva, rischiava di crollare sotto il peso del minimo dubbio.
Tante, troppe sono ancora le diffidenze nazionali: forse non nei cittadini, ma senza dubbio nei politici (ed il comportamento della Kanzlerin Merkel in questa crisi ce lo mostra bene).
Le proposte di Fonseca citate nel commento vanno, a mio avviso, nella direzione giusta: purtroppo l'Europa è in stallo perchè sono fermi i consumi nazionali e soluzioni drastiche come quelle imposte alla Grecia (e all'Italia) non risolvono la situazione, bensì la aggravano.
La disponibilità di liquidità della BCE per le banche si sta infatti dimostrando inutile, fino a che il mercato non riprenderà a girare. Per ottenere questo, è condizione imprescindibile che i cittadini abbiano nuovamente fiducia e denaro.
Per fare questo, anche l'Europa ha alcuni strumemti preziosi: gli "eurobond", per esempio, per bilanciare lo spread e dare un chiaro segnale di decisione ed unità agli investitori internazionali; i fondi comunitari, per consentire l'immediata ripresa di alcune attività economiche.
Alcune alternative necessarie sono ormai chiare anche in Germania (http://www.zeit.de/wirtschaft/2011-12/euro-krise-europa).
Concordo con la conclusione, più Europa, ma soprattutto un'Europa migliore. Un'Europa più percepibile dai cittadini, più vicina ai singoli e più efficace nelle proprie risposte ai problemi. Un'Europa con alcuni strumenti forti ed una legittimazione altrettanto forte.
Provo poi a rispondere anche a Stefano Fait: se il problema dell'integrazione europea è quello delle dimensioni, è un falso problema. Per me, si tratta piuttosto di uno schermo dietro il quale nascondere la volontà di non "assoggettarsi" ad altri poteri. Per due ragioni:
primo, perchè solo con "Stati" od Unioni grandi si possono affrontare gli altri Paesi del mondo alla pari, si può partecipare alla negoziazione e soluzione delle questioni globali in una posizione che venga considerata. Per quanto efficiente da sola, la Svizzera non conta nulla nella decisione su Kyoto, sull'Afghanistan, sulla Libia. Putroppo l'Europa non può (per molteplici ragioni) ridursi all'insignificanza geopolitica.
Secondo, la dimensione del "governo centrale" (se mai l'Europa divenisse tale), non impedisce la formazione di enti locali (macroregioni) ben funzionanti e con compiti chiave. Macroregioni che, per quanto il discorso di Bossi al "parlamento" di Vicenza fosse in sé folle, potrebbero anche essere Transnazionali.
inviato da Steven Forti il 07.01.2012 20:12
A distanza di tempo, e con la lunga pausa natalizia nel mezzo, tento di riprendere il dibattito.

Credo che sia proprio chiave capire fino a che punto crediamo in questa Europa, come ha detto Alberto. E qui sta il punto. Di che Europa parliamo? Che Europa vogliamo? E qui ritornerebbe una riflessione su ciò che si è detto e su ciò che si è taciuto in questi ultimi vent'anni. Una riflessione che si è fatta poco e male. E, quando si è fatta, è stato solo alla luce (e per necessità) della crisi economica che ha messo sotto sopra la UE. Penso alla vulgata del "Che si faccia l'Europa, qualunque essa sia!" che da Maastricht a Lisbona ha avuto - almeno in Italia ed in Spagna - pieno appoggio nelle istituzioni pubbliche e nei mass media. Insomma, è l'Europa delineata in questi trattati quella che vogliamo? Mi auguro di no, perché su quella strada non si va molto avanti verso un mondo più giusto.
Proprio per questo credo che sia imprescindibile dimostrare come vi siano altre alternative. E lasciamo stare la diatriba sull'uscita o meno dall'euro. Il fatto comunque che qualcuno ora ne parli (e che qualcuno ora lo pubblichi) significa che o la si agita solo come spauracchio o che ha un minimo di ragione d'essere... Personalmente non ne sono convinto: credo che dovrebbe essere solo l'ultima spiaggia, dopo aver tentato un rimodellamento dell'esistente.

E qui è dove, kantianamente, si devono pensare delle alternative alle ricette neoliberali che vengono imposte con il beneplacito di molti. Sono queste le alternative di cui parlavo. Perchè la strategia franco-tedesca attuata in questi ultimi mesi non può portare ad altro che alla distruzione del Welfare State in Europa, in una forma drammaticamente simile all'Argentina del 2000-2001, come ha messo in luce l'economista dell'Università Complutense di Madrid, Jorge Fonseca, in un recente articolo (http://blogs.publico.es/dominiopublico/4376/camino-neoliberal-al-abismo/). Secondo Fonseca, l'alternativa è svalutare l'euro per favorire la competitività e frenare la distruzione di attività economiche e di posti di lavoro e cancellare i tagli, aumentare gli stipendi - o almeno non ridurli - per creare domanda e, infine, rinegoziare il debito, dopo una serie di controlli gestiti da un istituto indipendente.

Delle alternative che mettono in luce con estrema chiarezza anche Vincenç Navarro, Juan Torres López y Alberto Garzón Espinosa in un agile testo intitolato appunto "Hay alternativas". Delle alternative che puntano sulla definanziarizzazione dell'economia, sull'aumento degli stipendi e della spesa pubblica e sul rinforzamento del Welfare State - contrariamente a quelli che vedono nelle privatizzazioni, nei bassi salari e nel limite della spesa pubblica la panacea a tutti i mali -.
Un'alternativa che non pecca di estremismo, come si vuol far credere, ma che si basa nelle ricette di Keynes e che concorda con due lucidi economisti come Stiglitz e Krugman.
E proprio Krugman su La Repubblica del 3 gennaio ("La recessione, i tagli e la lezione di Keynes": http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-recessione-i-tagli-e-la-lezione-di-keynes/) notava gli errori di questa "ossessione dell'inflazione" - come l'ha definita qui Mario Del Pero -, di cui l'Irlanda è stato il drammatico laboratorio. Una fine quella della "tigre celtica" negli ultimi due decenni che dimostra dove porta la dottrina neoliberale del reaganiano e thatcheriano "più mercato, meno Stato". Un'ossessione di cui si lamentava addirittura un moderato come il commissario europeo Laszlo Andor in una recente intervista, successiva all'incontro europeo di inizio dicembre (http://www.publico.es/dinero/411872/la-cumbre-agrava-el-riesgo-de-recesion-en-europa).

Insomma, delle alternative ci sono. Il problema è che se ne parli. E che si tenti di metterle in pratica. Partendo proprio dall'Europa. Come? Credo che queste parole di Navarro, Torres Lopez e Garzon Espinosa sono un buon punto di partenza: “La Unión Europea debería reestructurarse según una estructura federal que permitiera un pacto social capital-trabajo a nivel europeo”. Insomma, più Europa. Ma un'Europa diversa: più giusta, più coesa, più attenta al sociale, più equilibrata. E meno neoliberale.
inviato da stefano fait il 29.12.2011 11:17
Io, comunque, resto contrario ad ogni ulteriore disegno che preveda un maggiore accorpamento ed accentramento per delle ragioni che mi paiono molto valide, anche se ho cominciato a considerarle relativamente tardi (essendo stato un europeista militante fino a un paio di anni fa).
Partirei dalla domanda che ho posto sul mio blog:
"Perché dovremmo ridurci a far nostra un’unica fede (l’europeismo) ed un unico governo (europeo) proprio quando la maggioranza di noi si è resa conto che le organizzazioni politiche centralizzate non funzionano, partoriscono oligarchie, moltiplicano gli sprechi, accrescono le distanze tra elettori ed eletti, sferzano la popolazione con imposizioni tecnocratiche e burocratiche che ignorano le specificità ed esigenze locali? Che genere di comportamento schizofrenico è mai questo? Non è forse evidente a tutti che i paesi meglio organizzati ed amministrati sono piccoli?"
http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/no-agli-stati-uniti-deuropa-le-ragioni.html
inviato da Alberto Dal Poz il 23.12.2011 11:37
Gli spunti dati da Stefano Fait sono sicuramente importanti: se fossero tutti veri, sarebbero dirompenti. In sostanza, staremmo assistendo al crollo di un modello economico.
Non sono tuttavia in grado di valutare la correttezza delle analisi citate. Quello che mi sentirei di dire è che nel caso prospettato, anche un'Europa più forte ed unita potrebbe fare poco: innanzitutto, perché la crisi parrebbe inarrestabile; in secondo luogo, perché riprogettare un modello economico richiederebbe un'unità di visioni politiche che non abbiamo. Inoltre, un simile tracollo coinvolgerebbe senza dubbio anche i rapporti politici e le istituzioni: difficilmente l'UE sopravviverebbe, almeno per come la conosciamo attualmente.
Vero che la sinistra europea ha attraversato un ventennio di stasi, senza essere in grado di proporre soluzioni alternative. Conseguenza di ciò, è probabilmente proprio la fine del modello europeo di welfare, anche perché un ripensamento in chiave di "flexsecurity" al momento è impossibile: i costi ne sarebbero insostenibili.
Apprezzo molto, infine, la conclusione sul "complotto", che personalmente mi richiama alla mente l'analisi di Pasolini negli anni '70 quando chiedeva un "processo per i gerarchi DC" (in "Lettere Luterane").
Ringrazio Mario Del Pero per l'analisi di Milward citata nel suo commento, che non conoscevo e che mi sembra di dover ricollegare all'articolo di Lucio Caracciolo apparso sulla Repubblica del 22.12:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/12/22/europa-quella-identita-condivisa-che-manca-allunione.html
Giustamente, il processo d'integrazione europea secondo la logica funzionalista è stata sicuramente proficua all'inizio del processo, ma mostra ora tutti i suoi limiti nel momento in cui si debbono risolvere alcune questioni di fondo (giustamente si fa riferimento alla politica estera).
La simultanea tutela degli Stati, delle culture e delle identità nazionali (e regionali) è stata, a mio avviso, piazzata a livello europeo come garanzia contro l'uniformazione temuta da alcuni: ancora una volta, un compromesso diplomatico che mostra i suoi limiti.
Lo Stato-nazione (TRUDI: http://books.google.it/books/about/Transformations_of_the_state.html?id=2WfGxz5SmnYC&redir_esc=y) poteva rispondere ad alcune necessità tramite un modello organizzato entro limiti territoriali e culturali (Böckenförde) ben precisi, ora sappiamo che quei limiti non sono più applicabili per effetto delle interdipendenze globali, ed il modello deve essere ripensato. Purtroppo, anche qui, la politica non ha la stessa rapidità di reazione dei cambiamenti sociali (anzi, ne ha alimentato molte resistenze, pensiamo alla Lega Nord, ad Orban ed ai referendum nazionali sui trattati europei).
Concordo anche sul secondo punto del commento: la retorica federale è stata spesso usata banalmente, senza conoscere la realtà dell'Unione ed illudendosi che un simile traguardo fosse dietro l'angolo.
Ho qualche riserva invece sulla critica all'Europa come potenza benevola: l'Europa si è fatta portatrice di alcuni valori (democrazia, stato sociale, stato di diritto) che è stata parzialmente in grado di diffondere nel continente tramite quella che potremmo definire una "moral diplomacy": imporre condizioni legate alla rule of law per accedere al mercato ed alle istituzioni europee (pensiamo ai Balcani, mentre Caracciolo fa giustamente notare l'abisso che corre fra le reazione all'Austria di Haider e l'Ungheria di Orban).
Il tifo fra il velleitarismo francese e la rigidità tedesca, credo avremmo dovuto bloccarlo già in anni passati: nel momento stesso in cui si è scelto di procedere alla creazione dell'Euro. Ora non credo si tratti di tifare, ma di trovare soluzioni rapide e -aggiungerei- radicali, se non vogliono essere velleitarie.
Mi sbilancio a dire che il terrore delle classi dirigenti europee per l'inflazione è dato dalla circostanza che da decenni in Europa la crescita economica latita: se in condizioni di crescita l'inflazione è tollerabile, quando v'è stagnazione diventa insopportabile. Non riuscendo ad incidere sul primo fattore, i politici cercano di limitare il secondo.
Sicuramente la "globalizzazione" economica ha trainato con sé (oggi lo vediamo) anche una maggiore globalizzazione politica: si è detto e ripetuto che la crisi richiede risposte globali, perchè è una crisi globale. Le interdipendenze che le aziende multinazionali volevano solo economiche finché v'era crescita, si sono immediatamente rivelate politiche quando l'economia è andata in tilt. Questo dovrebbe spingerci a riflettere seriamente sull'opportunità di ridefinire anche la governance globale (ma qui mi rendo conto di essere almeno un pò "ideologico").
inviato da stefano fait il 20.12.2011 12:30
Mi pare che nel dibattito siano assenti delle informazioni cruciali.
Non posso essere esauriente ma spero comunque di essere utile.
Tra il 2008 ed il 2010, 30 multinazionali americane hanno speso più soldi per influenzare il Congresso di quelli che hanno pagato in tasse, nell’ordine di 400mila dollari al giorno, inclusi i giorni festivi:
http://www.ibtimes.com/articles/264481/20111209/30-major-u-s-corporations-paid-lobby.htm
Recentemente è emerso che il Ministero delle Finanze irlandese ha pagato i Rothschild la bellezza di 6 milioni e 200mila euro per una consulenza sulla crisi:
http://richardboydbarrett.ie/2011/12/15/we-paid-millions-to-bondholders-to-advise-us-not-to-burn-bondholders/
La Cina, la locomotiva del mondo, è sull’orlo del precipizio:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9521
Il Regno Unito è virtualmente spacciato:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/il-regno-unito-e-indiscutibilmente.html
Il più recente G20 ha compilato una lista delle 29 banche che sono così importanti per il sistema creditizio globale da non poter essere lasciate fallire (“too big to fail”). Qualche giorno fa il rating Fitch di otto di queste superbanche è stato abbassato:
http://www.businessinsider.com/29-systematically-important-banks-2011-12?utm_source=dlvr.it&utm_medium=social&utm_campaign=moneygame
E' altamente probabile che Unicredit, Commerzbank e Credit Agricole siano spacciate.
Una seria regolamentazione del sistema bancario-finanziario è stata prorogata a data da destinarsi da politici compiacenti. Il mercato dei titoli tossici è più che mai fiorente, se possibile ancora più pericoloso del periodo che ha preceduto l’inizio della crisi nel 2008 e quindi preannuncia ulteriori disastri. Le guerre si susseguono o addirittura accavallano, le valute si indeboliscono, le grandi potenze si sono rimesse sul cammino dell’escalation degli armamenti, le popolazioni di tutto il mondo sono in fermento, sempre più indocili.
I primi ministri riottosi o impresentabili vengono rimpiazzati d’imperio da tecnocrati. Il settore finanziario attacca le nazioni più vulnerabili quando le decisioni politiche non piacciono alle banche creditrici o non sostengono con soldi pubblici le banche debitrici.
La Francia sta per perdere la tripla A e anche la tripla A tedesca è a rischio, perché la Germania sarà costretta a ricapitalizzare le proprie banche indebitate ed insolventi, cosa che finora ha evitato di fare, e il suo debito pubblico è perciò destinato a crescere. Il che significa che farà fatica a contribuire al bail-out europeo. Le banche sono allo stremo e molti titolari di conti correnti inglesi, irlandesi, portoghesi e greci hanno cominciato la diaspora dalle loro banche, nel silenzio dei media, istruiti a dovere su cosa sia opportuno pubblicizzare e cosa debba essere nascosto.
Continuando ad ipotecarsi a vicenda i rispettivi bond europei per creare liquidità (fittizia), le banche hanno creato una bolla che, una volta esplosa, produrrà un effetto domino, amplificato a tutti i settori dell’economia – a partire da quello assicurativo – dalla concatenazione e dall’interconnessione globale tra i compartimenti economici. La gente non avrà neppure il tempo di ritirare i propri risparmi.
I debiti sono ormai inesigibili: non si possono pagare i debiti contraendo altri debiti se non c’è una crescita economica sostenuta e la prospettiva è quella di una recessione, anche e soprattutto a causa delle misure draconiane prese dai governi europei.
Questa crisi generata sta spazzando via lo stato sociale e la democrazia dall’Europa, dopo che la socialdemocrazia si è suicidata proprio quando aveva sconfitto il comunismo e poteva governare la nuova Europa – Blair è stato assunto da JP Morgan, Schroeder da Gazprom, D’Alema ha lodato Opus Dei e per anni si è rifiutato di dire alcunché di sinistra, la sinistra francese ha proposto solo candidati perdenti in partenza e Zapatero ha lasciato che la bolla spagnola seguisse il suo corso mentre celebrava la sua apertura mentale. Queste persone sono responsabili di aver completato la svolta neo-liberista dei loro rispettivi partiti, ingannando i propri elettori.
Si può legittimamente pensare ad un complotto, oppure osservare che se ci fosse stato un complotto i risultati non sarebbero stati comunque sensibilmente diversi.
inviato da Mario Del Pero il 17.12.2011 18:46
Alcuni commenti rapidi rapidi, complimentandomi per l’articolo.
1) Da anni la storiografia più avvertita (penso in particolare agli straordinari studi di Alan Milward) ha rovesciato le tradizionali, e assai stereotipate, letture – funzionaliste e federaliste - del processo d’integrazione europea. L’enfasi è stata invece posta sul legame strettissimo, ancorché potenzialmente contraddittorio, tra integrazione europea e difesa dello stato-nazione. Che solo dentro meccanismi integrativi e sovranazionali poteva sopravvivere, difendersi e recuperare la lealtà perduta dei propri cittadini. Con un percorso virtuoso (o vizioso, a seconda dei punti di vista), questo processo però attivava dinamiche che trasformavano i medesimi stati, la loro legislazione, la loro economia, in una certa misura anche la loro cultura (su questo il dialogo tra storiografia e scienza politica, in particolare gli studi su interdipendenza e integrazione degli anni settanta, è stato per un certo periodo assai fecondo). Ahimé questa logica frena il processo integrativo quando le due dimensioni – integrazione e difesa stato-nazione – entrano o sembrano entrare in rotta di collisione. È stato questo il caso di gran parte della storia comunitaria post-Mastricht. Pensate solo ai tanti flop della politica estera e di sicurezza, da St. Malò in poi
2) La retorica di un certo eccezionalismo europeo – Europa potenza civile, benigna, benevola, ecc ecc – che io da storico trovo terrificante, e che la gran parte dei miei studenti invece adora, bene non ha fatto. Come bene non fanno superficiali e frequenti proclami federalisti. Conoscere la storia aiuta a evitare il velleitarismo, che è il nemico più grande della politica.
3) I problemi europei sono, nella rete globale d’interdipendenze odierne, problemi mondiali, che richiedono soluzioni globali. Se vi ha fatto impressione, e magari turbato, vedere il vice-presidente Biden e il segretario del Tesoro Geithner fare il giro d’Europa, per cercare d’influenzare decisioni e scelte, avreste dovuto assistere all’ultima sessione della commissione agricoltura et al del Senato statunitense, in cui un pezzo da novanta come Jon Corzine – ex CEO di Goldman Sachs, nonché senatore e governatore del New Jersey – è stato torchiato per ore sugli investimenti in bonds europei della sua broker firm MF Global. Ora come ora, una crisi come quella europea ha inevitabili riverberi pandemici globali, economici, ma anche politici.
4) Un giorno qualcuno dovrà ben studiare, e spiegare, questa ossessione verso l’inflazione delle elite europee. Va bene la lezione degli anni settanta; va bene che l’inflazione preoccupa di più chi ha alti tassi di risparmio privato (quasi tutti in Europa, a parte i britannici). Ma vi è un meccanismo culturale perverso dietro la paura di avere un’inflazione a livelli che avremmo sognato (e per cui avremmo fatto la firma) trent’anni fa.
5) Pensiamoci due volte, prima di metterci a fare il tifo tra l’ottuso velleitarismo francese, l’irresponsabile rigidità tedesca e il dogmatico euroscetticismo britannico (l’acuta fase di follia di una parte del mondo politico statunitense meriterebbe trattazione a parte).
inviato da Alberto Dal Poz il 14.12.2011 13:08
Anche nel video "La Repubblica di domani" del 13/12 il direttore del quotidiano La Repubblica Ezio Mauro da una lettura concorde della situazione.
Una serie di proposte di riforma economica dell'Unione si trova nell' "Appello europeo da Firenze" qui: http://sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Un-appello-europeo-da-Firenze-11779
firmato fra gli altri da Rossanda, Ferrajoli, Landini, Ginsborg..
inviato da Alberto Dal Poz il 13.12.2011 10:25
Grazie a tutti per i commenti.
Cercando di Rispondere con ordine:
Franz, io non intendo assolutamente affermare che la crisi nasca dalla formazione dell'Unione Europea: le cause primarie sono altrove. Ma la CRISI EUROPEA dipende in grande misura dall'Europa, da come la si è voluta costruire.
Il ruolo della BCE: Sono d'accordo con quanti dicono che dalla crisi economica in generale si esce solo con un'Europa più unita; così come condivido i tuoi timori sulla "mission" della BCE: è stato un obolo pagato agli "sconfitti", che andrebbe rivisto. Andrebbe rivisto, perchè abbiamo capito che i compromessi alla fine non pagano: le paure tedesche sono comprensibili, ma ogni giorno che passa ci rendiamo conto che la "grande Bundesbank" non è in grado di rispondere alle esigenze dell'Unione. La tolleranza verso sforamenti dei Criteri di Maastricht o dell'inflazione sarebbe sicuramente più accettabile se vi fosse un maggiore coordinamento politico a livello continentale (anche a livello di salari).
La crisi nel suo complesso: ha sicuramente aspetti che travalicano l'Europa (di sistema, come scritto) e va risolta con correttivi globali "forti" come la definanziarizzazione del sistema economico. In sintesi, occorre ridurre le diseguaglianze complessive, favorire la partecipazione dei cittadini e aumentare il controllo sui grandi poteri non democratici.
Anche in questo caso, sono correttivi che richiedono una forte volontà politica, una capacità di interferire con il libero corso dell'economia, cosa che suscita non poche ritrosie (come saprai benissimo). Quindi, richiede una forte pressione sociale ed una forte leadership in grado di percepire tali richieste ed attuarle assumendosene il rischio.
Io però mi sono concentrato sulla situazione specifica dell'UE, perchè aldilà degli equilibri economici, qui si gioca il futuro geopolitico di un continente (e della Russia, della Turchia, persino del Medio Oriente, dei Balcani e del Mediterraneo). Il punto, intuito da Steven, è che l'Europa deve superare la sua "infanzia" come struttura sovranazionale economica e cominciare ad immaginarsi come unità culturale e politica matura.
Non so se condividere la ricerca di alternative evidenziata da Steven: già oggi è concesso agli Stati uscire dall'Unione senza grosse crisi, ovviamente dalla moneta è più complesso, ma nulla lo vieta. Il problema è piuttosto capire fino a che punto crediamo (noi, e la Germania) in questa Europa, in questo futuro comune: se ci crediamo "al 50%", solo per convenienza, allora massima libertà di entrata ed uscita. Ma se la vediamo come un futuro, un destino comune, allora dobbiamo avere il coraggio di dire "tutti o nessuno" e salvarci tutti assieme: o si sceglie più Europa, convinti che sia la via giusta per 400 milioni di cittadini, o si scegli meno Europa, convinti che sia solo una questione di opportunità. Ma è ora di scegliere (vedere l'articolo di Caracciolo, del 2008).
L'idea dell' "eroe europeo", temo sia stata un pò fraintesa: condivido l'idea di Ruggero secondo la quale le classi dirigenti si formano col tempo e con la pratica "dal basso", così come mi piace molto l'idea (arendtiana, se posso permettermi) di Steven di una "politica" partecipata, costruita dai cittadini. Non metto in dubbio nessuna di queste affermazioni, né mi auguro l'arrivo di qualche "capo carismatico" a trascinarci tutti fuori dal pantano (la citazione di Brecht è illuminante in tal senso).
Molto più semplicemente, ribadisco che qui ed ora, nell'attesa che una classe di cittadini e politici culturalmente europei si formi (come rimpiange Delors), serve qualcuno che abbia il coraggio di "buttare il cuore oltre l'ostacolo".
Il problema soffre di circolarità: non si può avere una cultura europea senza istituzioni, formazione europee; e queste ora non si possono avere senza una politica europea; la quale a sua volta abbisogna di cittadini e politici europei.
Come per gli Stati nazionali del 1800: qualcuno deve "immaginare" una vera Comunità -una POLIS- europea e costruirla. Questo è il senso delle riflessioni di Böckenförde sull'Europa e sulla cittadinanza; questo è quando Benedict Anderson ("communità immaginate") spiega è accaduto con gli Stati: qualcuno li ha "immaginati", ha forzato -se vogliamo- la loro costruzione impegnandoli nell'impresa di un futuro comune (Ortega y Gasset, "la ribellione delle masse").
Questo, per fare un esempio più recente, è anche quanto accaduto in Sudafrica dopo l'apartheid (Andrea Lollini "costituzionalismo e giustizia di transizione"): all'Europa serve un vero costituzionalismo.
inviato da Enrico Zanon il 13.12.2011 06:00
Caro Alberto,
ho letto con interesse il tuo articolo.
Io però non sono uno che ama guardare indietro con rimpianto. Quello che si poteva o non si poteva fare ormai è passato e alle volte è azzardato criticare certi compromessi.
Ricordati però che si impara efficacemente a nuotare quando l'acqua arriva alla gola: è sempre cosi.
Sono d'accordo con te sul giudizio che dai ai politici europei: non si tratta di leader, ma di follower. Sono persone che seguono la massa, che non la sanno guidare. Non sanno correre dei rischi, buttare il cuore di là dell'ostacolo. Ma quando l'acqua sarà di nuovo alla gola, si farà di nuovo quel passo.
Io vivo in America e qui si fa il tifo per l'Europa, anche perchè c'è bisogno di un alleato per combattere pericolosi concorrenti: la Cina e i Brics. Forza, Europa, alza la testa! Un abbraccio, Enrico.
inviato da Franz Libero Bonomo il 12.12.2011 20:47
Concordo con l'intervento di Luciano Imperadori in merito alla valutazione dello spessore politico di Obama (almeno per quanto riguarda politica interna e politica economica) e sulla critica all'esasperata finanziarizzazione dell'economia mondiale. La globalizzazione come l'abbiamo fino ad oggi conosciuta non sembra un fenomeno sostenibile.
Per quanto rigurda la Bce, a mio parere, bisognerebbe guardare al modello della Fed, ma solo nel senso che la Banca Centrale Europea dovrebbe essere abilitata ad effettuare tutte le operazioni necessarie e utili al buon andamento dell'economia e della finanza; il suo ruolo attualmente sembra essere troppo vicino a quello che fu quello della Bundesbank, dedita essenzialmente al contenimento dell'inflazione senza avere alcun ruolo attivo nell'economia.
Il vecchio spauracchio tedesco verso le tendenze inflattive ha forse radici storiche ben fondate e profonde (repubblica di
Weimar), però di fatto tale tendenza a me sembra essere il limite della Bce attuale.
I debiti sovrani dei paesi europei devono essere "domati" con una politica di tagli ma anche di sviluppo e sopratutto con una
tolleranza verso tassi di inflazione più alti da quelli decisi a tavolino nei trattati europei (dando per scontato che i salari dovrebbero essere indicizzati seriamente all'inflazione). La rinuncia ad altre politiche finanziare se non quelle miranti il contenimento inflattivo rischiano di far pagare tutto il peso della crisi alla maggiorparte della pololazione europea cioè
quella che non può contare su redditi alti.
Criticabile ancor di più è l'atteggiamento della Bce per quanto
riguarda la politica Italiana, all'Italia viene permessa una politica inflattiva (aumento dell'iva) senza però una salvagurdia del potere d'acquisto dei salari (cioè macelleria sociale pura) e solo perchè l'inflazione tedesca è, per ora, sottocontrollo.
Spero che dietro le parole roboanti e inneggianti al puro rigore, si avvii una politica economica finanziaria meno dogmatica e più lungimirante.
inviato da Leonardo Sivieri il 12.12.2011 19:02
Mi trovo d'accordo su questa analisi, e purtroppo anche nella costatazione che non ci sono leader politici in grado di dare una svolta all'Europa. Troppe le cose che non funzionano, non da ultimo la mancanza di poter decidere se non a maggioranza assoluta degli stati, e inoltre la possibilità, per ogni stato, di non aderire a questo o quel provvedimento, vedi Danimarca, Inghilterra e altri. 50 anni or sono a 18 anni firmai un appello per la creazione dell'UE purtroppo l'unione c'è stata ma non ci sono gli Europei.
inviato da Steven Forti il 12.12.2011 18:51
La prima parte dell'articolo di Alberto Dal Poz mi trova completamente d'accordo. Le scelte fatte negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta sono cruciali per comprendere l'attuale situazione politica, economica e sociale della UE. E sono d'accordo con Luciano Imperadori che considera necessaria "una drastica definanziarizzazione dell'economia mondiale". Qui, appunto, sta il nocciolo della questione. È necessaria una chiara volontà politica per fare questo. C'è tale volontà politica? No, purtroppo. E ciò è palese ogni giorno di più, soprattutto dall'inizio di questa crisi nel settembre del 2008. Le ragioni sono ancora nella storia dell'UE. Sarebbe a dire, nella scelta di un'unione europea chiaramente schiava dell'ortodossia neoliberale, ben evidente nel Trattato di Maastricht e confermata con Schengen e con Lisbona.

Il grosso problema è che questo pochi lo dicono e lo scrivono. E chi lo scrive, fa fatica a trovare qualcuno che lo pubblichi. Perché una critica profonda del sistema di integrazione europea e soprattutto dell'Euro implicherebbe alcune considerazioni che vengono considerate inaccettabili o addirittura folli. Parlo della possibilità dell'uscita dall'Euro, ad esempio. Ora si sente qualcuno che ne parla, ma solo ora, quando la possibilità di una bancarotta europea è diventata possibile, se non probabile. Ma c'è chi ne parlava da tempo, con cognizione di causa, come l'economista Alberto Bagnai (vedasi questo articolo, pubblicato in estate sul "Manifesto" e ripubblicato con aggiunte sul suo blog: http://goofynomics.blogspot.com/2011/11/luscita-delleuro-redux-la-realpolitik.html) o l'economista catalano Arcadi Oliveres, che considera necessaria l'uscita dall'Euro dei paesi del Sud Europa e che punta il dita contro la Germania, colpevole dell'attuale situazione economica dell'UE. Un'analisi simile la fa anche l'Observatorio Metropolitano de Madrid, un gruppo di ricercatori ed attivisti della capitale spagnola, che ha pubblicato recentemente il breve saggio "Crisis y revolución en Europa" (Madrid, Traficantes de sueños, ottobre 2011) e le cui ricerche possono consultarsi qui: http://www.observatoriometropolitano.org/
Quello che, secondo me, si deve controbattere è la visione del "non ci sono alternative". Alternative ce ne sono, basta volerle cercare e volerle applicare, come spiegano molto bene in un altro recente saggio gli economisti Vicenç Navarro, Juan Torres López e Alberto Garzón Espinosa ("Hay alternativas. Propuestas para crear empleo y bienestar social en España", Madrid, Sequitur, ottobre 2011, scaricabile gratuitamente dal blog del Prof. Navarro: http://www.vnavarro.org/?p=6409). Certo è che per fare questo serve volontà politica. E si deve rompere con una visione unica impostaci dal neoliberalismo.

Non condivido invece l'idea di un eroe europeo che lancia Alberto alla fine del suo articolo. Credo piuttosto che servano delle proposte dal basso fatte dalla gente senza potere (in primis). Sono le persone che fanno la politica e non la politica che fa le persone. Si deve ritornare al significato delle parole. Politica significa città, luogo d'incontro, luogo di dibattito. E questo lo possono fare solo le persone. E per fare questo serve coscienza e cultura. La cultura, appunto, che è da dove si deve ricominciare.
inviato da Ruggero Bonisolli il 12.12.2011 18:46
domandarci quanto disperatamente all'Europa servirebbe un eroe.
Ed è da qui che parto per dire che non credo a eroi demiurghi ma alla sola possibilità di formare una classe dirigente che guardi oltre, e che riesca a convincere le persone a guardare oltre, a partire da una seria riforma dell'intero sistema del carierismo politico. I politici nascono, crescono, si formano e assumono responsabilità via via crescenti a partire dal piccolo circolo cittadino. E quindi come faremo a sperare in classi dirigenti che risolvano problemi planetari se non cominciamo a selezionare rigorosamente i politici a livello locale?
E' di queste ultime ore la polemica sugli stipendi dei parlamentari. Ma è possibile che anche nel minuscolo trentino non ci siano persone normalmente coraggiose (consiglieri, sindaci, assessori, componenti di CDA) che autonomamente e volontaristicamente prendano metà del proprio stipendio e lo mettano in una fondo comune da utilizzare per contribuire alla grave situazione di molti tra quelli che li hanno votati?
Se la crisi è della politica, quella che cammina sulle gambe e nelle teste dei politici, allora dobbiamo modificare il "modello di sviluppo dei politici" e bisogna farlo ora e subito a partire dagli apparati locali affinchè, quando e se cresceranno, potranno degnamente affrontare incarichi di rilevanza nazionale ed europea.
inviato da Luciano Imperadori il 12.12.2011 16:25
Interessanti riflessioni in gran parte condivisibili. Sono convinto anch'io che bisogna andare avanti nella costruzione politica dell'Europa e lasciare alla BCE il compito di arginare gli attacchi speculativi e sostenere le politiche di sviluppo europeo. Credo però che il problema ormai sia a carattere internazionale. Gli USA non se la passano meglio quanto a debiti! Occorre un radicale ripensamento del modello di sviluppo capitalistico e finanziario che sta fallendo sotto i nostri occhi.Occorre una drastica definanziarizzazione dell'economia mondiale. Tassare gli investimenti speculativi che non vengono fatti solo dai Soros di turno, ma soprattutto dai computer dei grandi fondi pensione che poi condizionano anche le agenzie di rating. Insomma tornare ad un'economia reale e a una minor diseguaglianza dei redditi. Lo dice anche Obama forse uno dei pochi leader mondiali che ha capito che la crisi è una crisi di sistema.
Chissà se arriveremo in tempo a porre i correttivi!
inviato da Franz Libero Bonomo il 11.12.2011 16:01
A mio parere la crisi attuale non nasce dai ritardi e dai tentennamenti del processo di unificazione Europea, ma dall'eccessivo utilizzo di spregiudicati strumenti finanziari. Sicuramente la risposta a tale crisi, viste le dimensioni, puo' venire solo da un'Europa unita (o più unita) e non puo' essere demandata ai singoli stati. Quello che lascia perplessi è che i nuovi accordi sembrano lasciare inalterata "la mission" della Bce, essa infatti avrà sì strumenti giganteschi (finalmente) per fronteggiare la crisi, ma non sembra che gli sarà permesso di andare oltre il tradizionale ruolo di contenimento dell'inflazione. Insomma, una Bce che assomiglia più a una Grande Bundesbank che alla Fed. Sara sufficente e se lo sarà che costi sociali dovranno essere pagati?
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