Una lettura "insider"
Per una lettura "insider" delle dinamiche politiche statunitensi si segnala "The Politico" (http://www.politico.com). Per una voce classica del mondo liberal, anche se a volte quasi neocon sulla politica estera, si veda "The New Republic" (http://www.tnr.com)
Commentatori
Tra i migliori e più arguti commentatori della politica statunitense vi sono Dana Milbank (http://www.danamilbank.com) e Rui Teixeira (http://www.americanprogress.org/experts/TeixeiraRuy.html)
Tematiche economiche
Sulle tematiche economiche, sono assai utile le analisi di una think tank liberal-progressista come il "Peterson Institute for International Economics" (http://www.piie.com)
Liberal-centrismo
La think tank liberal-centrista che probabilmente influenza di più le posizioni di Obama e dei democratici è la Brookings Institution (http://www.brookings.edu). Le analisi sui temi sociali (in particolare la questione urbana) si fanno preferire alle riflessioni sulla politica estera e di sicurezza.
Neoconservatorismo
Due voce radicali del neoconservatorismo statunitense, che vale sempre la pena di seguire, sono quelle dell'American Enterprise Institute (http://www.aei.org) e del "Weekly Standard" (http://www.weeklystandard.com)
Politica estera
Sulla politica estera si segnalano i blog di "Foreign Policy" (www.foreignpolicy.com), in particolare quelli di Stephen Walt e di Daniel Drezner
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Verso il declino Usa?
Dal 1941 a oggi,
gli Stati Uniti sono stati il principale soggetto del sistema internazionale.
L'unico capace di proiettare globalmente la propria influenza e di soddisfare i
propri interessi; quello che maggiormente dettava le regole di tale sistema e
meno ne vedeva limitata la propria sovranità; il solo capace di esprimere una
potenza davvero multidimensionale - militare, economica, culturale - e quindi
pervasiva se non, come ha affermato la storica Victoria De Grazia, addirittura
"irresistibile". Il loro status è destinato a cambiare nel nuovo scenario internazionale?
Questo primato degli Stati Uniti è stato modulato con modalità diverse, a seconda dei periodi e degli interlocutori: più mediato e negoziato con i partner europeo-occidentali; maggiormente unilaterale, e finanche imperiale, con molti paesi latino-americani o asiatici. Ed ha avuto a lungo un'alternativa parimenti universalistica e globale, quanto meno nelle ambizioni, quale quella rappresentata dal socialismo sovietico. Sfida sempre meno credibile, questa, infine implosa con il tracollo dell'Urss e del blocco comunista. Ma sfida capace di assorbire impegno, energie, risorse di una potenza dai mezzi sì unici, ma non illimitati. Ecco quindi che l'era del primato, per molti aspetti unipolare, degli Stati Uniti è stata anche un'era caratterizzata dall'interrogativo sulla capacità effettiva degli Usa di preservare tale primato: di non essere logorati dall'impegno globale cui si era chiamati; di evitare quella "sovraestensione imperiale" (la definizione è di Paul Kennedy) che aveva contraddistinto l'esperienza di altri grandi potenze del passato.
L'era americana - perché anche questo sono stati gli ultimi settant'anni - è stata pertanto contraddistinta da frequenti ondate "decliniste": stagioni di studio e dibattito politico centrate sull'idea che il primato degli Stati Uniti fosse a termine, il declino dietro la porta e l'ascesa di altri soggetti - su tutti il Giappone e la Germania - inevitabile. Ecco perché le analisi correnti sulla crisi degli Stati Uniti, l'ascesa della Cina e la fine dell'era unipolare alimentano, nello storico, un istintivo scetticismo. Suonano di stantio e già sentito; se sostituite la parola "Giappone" con "Cina", molte delle riflessioni correnti vi sembreranno una semplice fotocopia di quelle di trent'anni fa.
Eppure qualcosa di nuovo pare davvero esservi. Non è forse il declino degli Stati Uniti, ma il segnale che siamo entrati entro una transizione post-egemonica al termine della quale si dovrà giungere a un nuovo assetto internazionale, nel quale gli Stati Uniti rimarranno la principale potenza globale, ma avranno perso o quantomeno rinegoziato alcuni dei privilegi e delle deroghe goduti in passato. Perché le fragilità americane oggi sono in una qualche misura strutturali: si legano alle modalità con cui gli Usa hanno ripensato e rilanciato la propria egemonia, dopo la crisi degli anni Settanta, e ai vincoli che ciò ha posto (e pone) alla loro libertà d'azione e sovranità.
Prendiamo i tre pilastri del primato statunitense, quelli che per convenienza potremo chiamare le armi (il potere militare), i dollari e il mercato (quello economico), e le parole (quello ideologico).
Da un punto di vista militare lo scarto tra gli Usa e il resto del mondo è, oggi, probabilmente senza precedenti. Il bilancio della difesa degli Stati Uniti è più o meno equivalente a quello del resto del mondo; il gap tecnologico si è probabilmente intensificato; gli Usa rimangono l'unica potenza capace di un raggio d'azione globale. A questo potere militare si aggiunge quello economico-finanziario. A dispetto di conti correnti disastrati, gli Usa continuano a essere la destinazione principale dei capitali mondiali: per il primato del dollaro; la centralità del mercato finanziario statunitense; l'interesse degli altri paesi, in particolare le economie export-led, a sussidiare la capacità di consumo degli Stati Uniti. Il vorace e bulimico mercato statunitense, spesso lo dimentichiamo, ha trainato la crescita globale dell'ultimo trentennio ed è stato vettore fondamentale della rinnovata egemonia degli Stati Uniti, trasformatisi da "impero della produzione" - modello realizzato di iper-produttiva modernità industriale - in "impero dei consumi", soggetto primariamente consumatore, di capitali e beni spesso importati. Questa transizione imperiale, dalla produzione ai consumi (in questo caso la definizione è di un altro storico, Charles Maier) è stata accompagnata dall'affermazione di un discorso neo-liberale più o meno radicale, contestato sì, ma dotato di una straordinaria capacità di diffusione.
Preso singolarmente, però, ognuno di questi pilastri rivela contraddizioni, ambiguità e fragilità. Le armi si rivelano poco spendibili in conflitti di tipo asimmetrico e con un'opinione pubblica sempre più refrattaria ad accettare i costi umani e materiali di conflitti che, per essere combattuti, devono risultare vieppiù occultati e addirittura appaltati a contractors e nuovi mercenari (la coscrizione obbligatoria, unica soluzione possibile, non è politicamente praticabile). Abbinati a uno stato sociale farraginoso e parziale, ma anche incredibilmente oneroso - Medicare, il programma pubblico di assistenza medica agli anziani si porta via da solo quasi il 4% del Pil - i costi della potenza militare appaiono sempre meno sostenibili, anche alla luce della loro crescita esponenziale e delle spese straordinarie sostenute dopo l'11 settembre 2011.
Il mercato e i consumi, vera architrave dell'egemonia post-anni Settanta, paiono aver raggiunto anch'essi un livello di saturazione. Con una percentuale del risparmio privato rispetto al reddito scesa drammaticamente nell'ultimo trentennio, e una conseguente crescita dell'indebitamento pubblico e privato, non sembrano esservi margini ulteriori per continuare a svolgere il ruolo di "impero dei consumi" e di consumatore di ultima istanza. Gli appelli alla Cina affinché consumi di più, si faccia maggiormente carico della crescita globale e accetti, in primis attraverso una rivalutazione della propria valuta, un'alterazione dei macroscopici squilibri commerciali correnti rivelano la piena consapevolezza che un'epoca sta volgendo al capolinea.
Nel mentre, lo stesso primato ideologico degli Stati Uniti appare più fragile e vulnerabile. A una contestazione sempre più forte del discorso neo-liberale corrisponde una crescente irritazione, deflagrata negli anni di Bush, verso le modalità iper-nazionalistiche di mobilitazione interna del consenso a sostegno di una politica estera pro-attiva, globale e interventista. In altre parole si è fatto sempre più complicato mettere in asse i due discorsi necessari alla potenza egemone per avere il consenso e l'appoggio sia dell'opinione pubblica interna sia di quella internazionale. È una contraddizione che si sta manifestando con forza in queste settimane, durante le primarie repubblicane che sceglieranno l'avversario di Obama il prossimo novembre. Una campagna, quella repubblicana, contraddistinta non solo da ideologia e approssimazione, ma anche da uno scoperto nazionalismo, che assume talora i tratti dell'eurofobia, come nelle ultime dichiarazioni del favorito, l'ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, sul welfare state europeo, presentato quasi come espressione di un leviatano autoritario e intrusivo, che limiterebbe e opprimerebbe le libertà individuali. Come abbiamo visto nel primo mandato di Bush Jr. quest'America non solo non affascina più, ma spesso irrita, preoccupa e spaventa.
Presentare la politica mondiale come un gioco a somma zero, dove alla crescita della potenza relativa di uno stato corrisponde ipso facto l'automatica diminuzione di quella di un altro, è un modo assai semplicistico di leggere le relazioni internazionali. Per questo molte letture "declinistiche" lasciano il tempo che trovano in un'era contraddistinta da forme plurime di interdipendenza, tra le quali si distingue proprio quella tra Cina e Stati Uniti. In altre parole un declino statunitense non si traduce automaticamente in una crescita dell'influenza cinese, tutt'altro. E però l'era americana sta passando un tornante decisivo, che ne altererà almeno in parte la natura e le caratteristiche.
Detto questo, qualsiasi indicatore utilizziate per misurare la potenza, lo scarto tra gli Usa e il resto del mondo rimane assai significativo. Non dico che sia un bene o un male, lo rilevo solamente. Gli storici questo cercano di fare: rilevare complessità e contraddizioni, sottraendosi a semplificazioni come quelle che sembrano piacer tanto al nostro Stefano (per inciso, non credo di averti proprio dato dell’“anti-americano”, categoria che per varie ragioni detesto e che, pensa un po’, spesso è stata usata nei miei confronti, in Europa come negli Stati Uniti). Non si fanno, per l’appunto, “abbagliare” o “intossicare” (se non, di tanto in tanto, dal vino: vada per l’Amarone, dunque…; la data della tua fine del mondo è quindi il 2014, giusto?). Gli Stati Uniti, e la loro indiscutibile potenza, sono realtà ricca di contraddizioni: un groviglio di contraddizioni. Questo ho cercato di evidenziare nel breve spazio del mio commento. Hanno una potenza militare impareggiabile e devastante; ma ne possono fare limitato uso. Hanno conti pubblici disastrati, ma continuano a vendere i loro bonds a tassi bassissimi. De-industrializzano, ma continuano a preservare una straordinaria capacità d’innovazione. Hanno un settore immobiliare straordinariamente in crisi, ma sono cresciuti di quasi il 3% nell’ultimo quadrimestre; hanno un congresso ostaggio di una destra che più radicale non si può, ma sono comunque riusciti a promuovere iniziative di stampo keynesiano che in Europa sembriamo oggi sognarci. Hanno scuole pubbliche non di rado disastrare, ma università straordinarie. Invecchiano, ma grazie agli immigrati preservano un’età media minore di quella dell’Europa o del Giappone, e conseguenti equilibri demografici più tollerabili rispetto alla stessa Cina. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito.
Il punto è che difficilmente potranno preservare la condizione di indiscusso primato di cui hanno goduto nell’ultimo trentennio. Su questo il breve commento di Marco tocca un punto importante, la definizione di egemonia. Che non è affatto proiezione “monocorde” di potenza a una dimensione. E che si lega – perdonate qui il riferimento d’obbligo a Gramsci – al formarsi di un nuovo blocco sociale dominante all’interno degli Usa. Non è un caso che il ripensamento dell’egemonia statunitense post-anni Settanta avvenga in coincidenza con la crisi del settore manifatturiero, la definitiva affermazione della Sunbelt e del sud-ovest, la mobilitazione anti-fiscale e l’ascesa della Nuova Destra. Credo, e di nuovo ho argomentato altrove, che questo modello egemonico contenesse fin da principio contraddizioni che prima o poi sarebbero dovute emergere, come è avvenuto negli ultimi anni. Gli Usa, va da sé, non si “dissolveranno”; dovranno cercare – auspicabilmente in modo non unilaterale – di fare i conti con queste contraddizioni e di accettare una riduzione della loro preminenza globale. Questo s’intende per transizione post-egemonica. Cosa non facile: per ragioni (e resistenze) politiche e culturali interne; per la fragilità degli altri soggetti del sistema internazionale; perché riequilibrare questo gap di potenza richiederà molto tempo; perché alla sostanza dell’interdipendenza corrisponde una sua ancor fragile e parziale istituzionalizzazione (pensate solo a come funziona ancor oggi l’Onu).
Non sono un esperto di Cina, infine. Molti studiosi e colleghi rilevano le fragilità (soprattutto politiche e sociali) cinesi, sostengono l’insostenibilità ultima del percorso intrapreso dagli anni Settanta a oggi ed evidenziano lo straordinario scarto che ancora separa Pechino dagli Usa (in termini di reddito pro-capite, capacità militari, ecc.). La Cina ha investito molto, in Africa e in America Latina, e lo ha potuto fare anche perché non vincolata dalle tante condizionalità imposte invece a eventuali investimenti statunitensi ed europei. I risultati mi par di capire essere ancora ambigui. Faccio però molta fatica, e lo dico in risposta ad Alberto, a immaginare un’egemonia culturale cinese o indiana alle porte. Di certo non è all’esempio dell’Urss che si possono appellare, visto che proprio su quel terreno essa subì la sconfitta più forte nella competizione con il modello di modernità incarnato e proiettato dagli Usa (resse, in questa competizione ideologica, solo fintanto che durò il mito staliniano e quello dell’eroica lotta contro il nazi-fascismo; dagli anni sessanta in poi fu in grado di offrire davvero molto poco, primariamente assistenza militare).
Vi ringrazio molto per la discussione, Mario
Ps: ci vuole non poco coraggio, e una conoscenza decisamente approssimativa della letteratura americana, per presentare Whitman come un’anti-imperialista. Ma la letteratura statunitense offre numerosi, grandi esempi di autori anti-imperialisti, a cominciare da Mark Twain e William V. Moody, dai quali – caro Stefano – ti consiglierei di partire.
Non vedo perché dovrebbe succedere solo a me: è un difetto universale. Può succedere anche a Mario Del Pero.
Aggiungo che ho incontrato un mucchio di "persone ordinarie" più preparate di me in campi in cui credevo di essere molto ferrato, per via dei miei studi. Proprio la mia sensazione di essere un esperto nelle “mie” materie mi aveva spinto a trascurare i necessari approfondimenti.
Fortunatamente il mondo riserva sempre (s)piacevoli ed istruttive sorprese. Magari persino la dissoluzione del proprio oggetto di studio. Chi può dirlo?
Io ci scommetterei tranquillamente una cassa di birra e penso che la cosa si possa organizzare: i testimoni ci sono e sono degni di fede.
Parto avvantaggiato (ho la vittoria in tasca?), tenuto conto di quegli indicatori socio-economici che ho linkato e che meritavano attenzione, ma sono stati ignorati:
http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/la-zombificazione-degli-stati-uniti-e-pensano-di-potersi-permettere-unaltra-guerra/#axzz1kCdOYnV5
delle previsioni del FMI:
http://www.corriere.it/economia/11_dicembre_16/lagarde-rischio-grande-depressione_7fddfd50-27cc-11e1-a7fa-64ae577a90ab.shtml
e della banca Mondiale:
http://www.lettera43.it/economia/macro/36790/banca-mondiale-stop-a-crescita-nel-2012--012.htm
delle decisioni dell’India (e degli altri paesi asiatici che, come detto e come spiega l’articolo, stanno abbandonando il dollaro, ossia la gruccia su cui si regge l’egemonia americana):
http://www.zerohedge.com/news/india-joins-asian-dollar-exclusion-zone-will-transact-iran-rupees
È certamente molto conveniente tacciare di americanofobia o di manicheismo chi offre una prospettiva diversa ed informata: se si critica Israele l’accusa automatica è antisemitismo – se si critica l’Occidente si è anti-democratici – se si critica Monti si è berlusconiani, anti-italiani, leghisti, comunisti, ignoranti, avvinghiati ai propri privilegi, ecc. – se si criticano le ONG e il terzomondismo si è imperialisti o egoisti – se si critica il modello di progresso prevalente si è reazionari, utopisti, romantici, ecc.
La cosa è abbastanza stucchevole, ma voglio sfruttarla per divertirmi un po’, citando due insigni manichei americanofobi.
Uno è Walt Whitman che, nel 1871, scriveva: “Nel mondo degli affari, l’unico obiettivo, a qualsiasi costo, è il guadagno. Il serpente dello stregone, nella favola, divorava tutti gli altri serpenti; il nostro serpente magico oggi è far quattrini, ormai unico padrone del campo. La classe migliore che possiamo esibire è altro che una plebaglia ben vestita di speculatori volgari. È vero peraltro che dietro questa fantastica farsa, rappresentata sulla scena visibile della società, si scopriranno cose solide e fatiche meravigliose che esistono per ora allo stato rozzo e si muovono dietro le quinte per farsi avanti e presentarsi quando sarà il momento. Nondimeno, le verità sono terribili. Io dico che la nostra democrazia del Nuovo Mondo, per quanti successi abbia avuto nel sollevare le masse dalla loro degradazione, nello sviluppo materialistico, nella produzione e in certa molto ingannevole e superficiale intellettualità popolare, è oggi come oggi un fallimento quasi completo nei suoi aspetti sociali e in tutti i risultati più grandi, quelli religiosi, morali, letterari e estetici. Invano marciamo a passi mai visti verso un impero tanto colossale da oscurare quelli dell’antichità, l’impero di Alessandro e le più audaci conquiste di Roma. Invano ci siamo annessi il Texas, la California, l’Alaska, e ci spingiamo a Nord verso il Canada, a Sud verso Cuba. È come se fossimo in qualche modo dotati di un corpo vasto e sempre meglio equipaggiato, ma cui fosse rimasto solo un poco, o niente affatto anima” [Walt Whitman, Prospettive democratiche, il melangolo, Genova, 1995, p. 45]
L’altro è Zbigniew Brzezinski, nume tutelare di diversi presidenti americani, che, alla fine degli anni Novanta, ci spiegava che le guerre americane non servono a sanare l’economia americana ma esclusivamente a riaffermare l’egemonia statunitense mondiale e che solo un qualche tipo di Pearl Harbor consentirebbe di occupare militarmente l’Asia Centrale, il centro geostrategico del globo (l’11 settembre è arrivato circa 4 anni dopo la pubblicazione del libro):
http://www.amazon.com/Grand-Chessboard-American-Geostrategic-Imperatives/product-reviews/0465027261/ref=dp_top_cm_cr_acr_txt?ie=UTF8&showViewpoints=1
Riferendosi alle nazioni centrasiatiche, Brzezinski usava volutamente termini come: “vassalli”, “tributari” e “barbari”.
Tuttavia era ed è rimasto contrario alle guerre, che considera troppo dispendiose rispetto ai benefici che possono apportare, e quindi suggeriva di optare per la soluzione dell’insorgenza anti-governativa, ossia cambi di regime per mezzo di insurrezioni popolari programmate.
Brzezinski è rimasto coerentemente all’opposizione durante le campagne asiatiche del dopo-11 settembre ed è ostinatamente contrario alla guerra in Iran, che reputa una catastrofe per gli Stati Uniti e per il mondo, preferendo continuare le operazioni in Pachistan:
http://www.dawn.com/2011/12/14/us-at-risk-of-sliding-into-war-with-iran-brzezinski.html
Anzi, poiché non sono un grande amante della birra, invece della cassa mi va bene una bottiglia di Amarone.
Questo ovviamente ha causato uno squilibrio commerciale che ora gli USA pagano fortemente e che ora è sicuramente fra le cause del declino in corso.
Non è facile dire se questa rinnovata previsione di declino sia quella corretta, ma in fin dei conti rimane vero il detto di Walter Benjamin: "progresso e declino sono due facce della stessa medaglia".
Dopo aver raggiunto l'apice globale fra gli anni '90 ed il 2008, gli USA sono giunti al punto di dover affrontare alcuni problemi radicali.
Pertanto, mi pare inevitabile accettare che l'equilibrio mondiale subirà alcuni riassestamenti.
Nessun paese (Cina, Brasile, Russia, India) intende veramente affrontare direttamente la supremazia americana, ma tutti questi hanno interesse a ritagliarsi una propria area d'influenza significativa (non a caso, la Cina sviluppa portaerei nucleari e l'India si sta riarmando).
Questo riassestamento probabilmente richiederà ancora diversi anni, perchè (come mette in luce Franz Libero Bonomo) la supremazia del dollaro nelle riserve monetarie spinge gli Stati emergenti ad essere molto cauti, per non subire essi stessi pesanti ripercussioni.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare come i due giganti asiatici stiano investendo moltissimo in Africa (vedere Le Monde Diplomatique), acquistando in quel continente un grandissimo vantaggio in termini diplomatici e di risorse per gli anni a venire.
Vantaggio che potrebbe riverberarsi anche negli aspetti culturali: come per i paesi alleati dell'URSS il russo era lingua fondamentale per fare carriera, potrebbe divenirlo il cinese o l'hindi.
Credo infatti che il discorso valga anche per la cultura: la Cina investe molto nel diffondere "istituti Confucio" in tutto il mondo e, per quanto la cosa richiederà tempo, potrebbe rompere alcuni equilibri.
Caro Stefano, temo che io e te non andremo d’accordo neanche nell’ordinare una birra … trovo, e lo dico senza intento polemico, un pelo offensivo dire che io sarei “abbagliato” dal mio oggetto di studio. Diciamo che, avendolo studiato per una vita, ho forse una visione un po’ meno binaria e manichea della tua. E - posto che certi confronti storici lasciano davvero il tempo che trovano, visto che ognuno è figlio della propria epoca – mi permetto di far presente che i padri fondatori, schiavisti e imperialisti, non erano certo modelli, anche se valutati con gli standard dell’epoca. I latinos starebbero abbandonando gli Usa??? Ma gli hai visti i dati dell’ultimo censimento (http://2010.census.gov/2010census/)? Guarda che proiezioni e tendenze cinquantennali sono un pelo più indicative di un articolo di Rampini. Infine, le previsioni non sono il forte degli storici, ma non credo che il primato statunitense terminerà nel 2014. E su questo sono più che disposto a scommetterci la birra di cui sopra.
Penso che Del Pero sia fin troppo generoso nei confronti del suo oggetto di studio, forse abbagliato dall’ammirazione per una civiltà che ha segnato nel bene e nel male la storia del mondo per oltre un secolo. Purtroppo i padri fondatori si vergognerebbero della loro figlia, che da modello per il mondo è diventata uno squalo pronto ad intimidire e fare a pezzi chiunque interferisca con le sue brame.
Questa è l’idea che mi sono fatto io in questi ultimi anni della parabola statunitense.
Le maggiori potenze asiatiche stanno prendendo le distanze dal dollaro e si profila, sempre più incombente, l’incubo dell’attacco preventivo (e suicida) israeliano:
http://www.investireoggi.it/estero/una-nuova-moneta-di-riserva-sfida-il-dollaro-cosa-sta-succedendo-nello-stretto-di-hormuz/
http://www.informarexresistere.fr/2012/01/12/guardatevi-dalle-idi-di-marzo-come-prevedere-la-data-dinizio-della-terza-guerra-mondiale/#axzz1jQ55HOzR
Una guerra che, inevitabilmente, degenererà in un conflitto globale:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/terza-guerra-mondiale-scacchiera-pezzi.html
E che gli Stati Uniti non si possono permettere:
http://www.informarexresistere.fr/2011/12/30/la-zombificazione-degli-stati-uniti-e-pensano-di-potersi-permettere-unaltra-guerra/#axzz1jQ55HOzR
Né le cose migliorerebbero, anche se si optasse per le vie di pace:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/12/perche-il-debito-usa-e-cosi.html
Lo hanno capito gli immigrati latinoamericani, che stanno prendendo la via del ritorno verso le loro rispettive patrie: "È finito l'esodo dei messicani negli Stati Uniti. Si è ridotta a un rigagnolo l'immigrazione che per un secolo ha plasmato la geografia etnica di molti Stati di confine come California, Arizona, Texas, ma anche di grandi metropoli come New York. È sceso ai minimi storici dagli anni Settanta il numero di ingressi, mentre molti Messicani tornano nel loro Paese. Il cambiamento si riflette anche negli arresti alla frontiera: solo 300mila clandestini fermati, mentre erano 1 milione e 600mila nel 2000" [Federico Rampini, "L'esodo interrotto dei Messicani, La Repubblica, 6 dicembre 2011]
Tutto questo mentre negli Stati Uniti si proseguono le sperimentazioni per creare guerrieri perfetti, ossia per rendere psicopatici degli esseri umani normali:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/i-cyloni-sono-gia-tra-noi.html
Si autorizza l’assassinio di scienziati stranieri (da parte del Mossad?) con azioni che, se compiute da potenze straniere ai danni di scienziati americani, sarebbero condannate come terroristiche:
http://www.ilpost.it/2012/01/11/le-morti-degli-scienziati-nucleari-iraniani/
Si invadono nazioni per esportare la democrazia e i diritti umani:
http://www.informarexresistere.fr/2012/01/03/la-siria-e-linfinocchiamento-perpetuo-ovvero-perche-cosi-tante-persone-si-fanno-fregare-ogni-volta/#axzz1jQ55HOzR
Si formulano progetti di legge e si promulgano leggi a dir poco discutibili:
http://www.informarexresistere.fr/2011/12/17/lo-slittamento-giuridico-verso-la-dittatura-usa-2001-2012/#axzz1jQ55HOzR
http://www.informarexresistere.fr/2012/01/07/ndaa-torneranno-i-campi-di-concentramento-in-america/#axzz1jQ55HOzR
Faccio fatica ad immaginare che gli Stati Uniti, così indeboliti e radicalizzati, possano subire una sorte diversa da quella del bullo che le riceve di santa ragione da una coalizione di vittime determinate a vendicarsi una volta per tutte. Democrazia e diritti umani saranno esportati negli Stati Uniti a suon di bombe, come l’America ha fatto per decenni.
Per tutte queste ragioni, non ritengo sia corretto parlare di “tornante” e di “parziale alterazione” della natura e delle caratteristiche dell’egemonia statunitense. Penso invece che tra 2012 e 2014 assisteremo al crollo fragoroso dell’impero anglo-americano e l’Europa è schierata con i perdenti. Saranno tempi interessanti.
Oggi pochi ricordano che le nazioni emergenti e la Germania sono paesi esportatori e che la loro ascesa, fondamentalmente, non è dovuta a sagge virtù in materia di finanza e bilancio statale, ma al fatto che l'indebitatissimo "consumatore USA" ne acquistava i prodotti. L'interdipendeza tra Stati Uniti e paesi emergenti (e non) è, come giustamente messo in risalto, un fenomeno complesso che rifugge da interpretazioni semplicistiche quanto, spesso, ipocrite.
Detto questo, quello che l'articolo, a mio parere, trascura è l'importanza del "fattore dollaro", non solo perche'esso è la valuta più usata negli scambi commerciali mondiali ma sopratutto perche è la valuta largamente più presente nelle riserve delle banche centrali di tutto il mondo.
Il controllo della valuta statunitense è un fattore fondamentale per spiegare l'attuale supremazia americana e quella futura (almeno nel futuro prossimo) e spiega probabilmente le reiterate diffidenze americane verso l'euro che rappresenta l'unico vero rivale del biglietto verde.
Notizie, commenti e sondaggi
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