La vera lezione di Auschwitz
di Tony Judt
Un testo tratto dal discorso tenuto dall'autore a Brema, in occasione
del ricevimento del premio Hannah Arendt, traduzione di Paola
Mazzarelli.
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Memoria
David Bidussa, storico sociale delle idee, interviene sul tema della Memoria su Moked, il portale dell'ebraismo italiano.
Il Mein Kampf di Adolf Hitler. Le radici della barbarie nazista
Questa riedizione del Mein Kampf curata da Giorgio Galli (Kaos edizioni) ha un triplice significato. Il rifiuto etico-intellettuale di ogni tabù e di qualunque forma di censura. La storicizzazione di un testo la cui lettura deve rappresentare un imperituro monito. La denuncia di rimozioni e mistificazioni all'ombra delle quali si vorrebbero legittimare disinvolti quanto pericolosi revisionismi storiografici. ..."
Endlösung. Soluzione finale
Edouard Husson (ed. San Paolo, 2007)
Il volume ripercorre la storia della persecuzione degli ebrei nella Germania nazista dal 1939 alla conferenza di Wannsee (20 gennaio 1942), nel corso della quale, secondo la maggior parte degli storici, venne presa la decisione definitiva di procedere all'olocausto. Mettendo a confronto le tesi degli storici "intenzionalisti " (il genocidio era già previsto fin dall'inizio) con quelle della scuola "funzionalista " (fu il precipitare gli eventi a portare all'implementazione della soluzione finale), l'autore dimostra che l'intenzione di mettere definitivamente in atto lo sterminio era già presente prima della conferenza di Wannsee.
L’inferno di Treblinka
di Vasilij Grossman
Oggi sappiamo praticamente tutto sui
campi di sterminio nazisti. Abbiamo visto immagini e fotografie, abbiamo
ascoltato o letto le testimonianze dei sopravvissuti, dei testimoni e
dei colpevoli, eppure leggere "L'inferno di Treblinka" di Vasilij
Grossman riesce a scuotere anche chi su quell'abominio ha visto e letto
molto.
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La memoria fragile
Giovedì 26 gennaio: partenza con centinaia di giovani trentini e sudtirolesi per raggiungere Cracovia. Il Treno della Memoria ci condurrà sui luoghi simbolo dell'Olocausto. Prima di partire, metto nero su bianco alcune riflessioni che porto avanti da tempo su un tema, quello della memoria, che ho sempre considerato urgente. Il cuore di questo contributo è il valore del ricordare non come ossequio alla storia, ma come necessità imposta dall'agire politico nel presente. Lo sguardo storico non si accontenta di una rapida rotazione del capo: presuppone profondità e pazienza. La complessità del presente ci pone di fronte la sfida della comprensione del passato. Questo articolo si pone come spunto per le riflessioni che nasceranno nel corso di questa esperienza collettiva, e che condividerò nello spazio dei commenti.
La storia della barbarie non si è fermata ovviamente quel 27 gennaio: quanto debole fosse la memoria delle atrocità commesse dall'uomo in quel recente passato, è testimoniato da un lungo e ininterrotto filo di violenza che, passando dalle macerie di Hiroshima e Nagasaki, attraversa snodandosi tra luoghi, realtà e dimensioni diverse, gli anni che ci separano dall'Olocausto. L'umanità, che pur decise di ricordare, ha finito irrimediabilmente per rivivere le tragedie che si è imposta di non dimenticare.
Mi ostino a pensare che alla base del "ricordare" non ci possa che essere il "capire". Capire quali dinamiche portarono l'Europa, centro dello sviluppo e del progresso e cuore della cultura occidentale moderna, a diventare lo scenario della più sistematica operazione di eliminazione fisica di intere componenti della società; capire come poterono certe idee, etichettate già allora come "aberranti", non solo diventare maggioritarie nella Germania nazionalsocialista, ma determinare il senso comune in fasce ampissime della società europea; capire insomma dove si annidano le cause di una degenerazione, non isolata, della cultura occidentale, degenerazione di cui l'ideologia ripugnante del Mein Kampf non rappresenta una causa, ma un effetto, per quanto osceno.
Forse rassicurati da una distanza temporale che ci fa guardare alle immagini di allora come a bianco e neri sbiaditi, da conservare con cura ma per nulla utili nel dipanarsi delle nostre attività quotidiane, viviamo la storia riducendola alla sua funzione consolatoria: una storia che rimane memoria, abbandonando ogni capacità di diventare coscienza critica. Ricordare quindi come forma di auto-assoluzione: ricordiamo determinate vicende certi di non poterne essere noi gli attori protagonisti, esorcizzando la paura che ciò che vediamo nel passato parli di noi.
Qui credo si possa intravedere il rischio più grande di una memoria scritta solo sulla carta patinata delle celebrazioni: l'incapacità di scorgere non solo nella storia, ma nel presente in cui viviamo, i segnali di una crisi che non è certo assimilabile a contesti storici originali e irripetibili, ma che cova in grembo virus di odio e intolleranza che si preservano in forma endemica nel tessuto della nostra società. E' stato e continua ad essere superficialmente semplicistico racchiudere l'esperienza del nazionalsocialismo negli schemi dell'irrazionalità, o descrivere il suo svilupparsi come la concretizzazione della volontà di una personalità eccezionale come quella del Führer, coadiuvato dal suo gruppo di sodali. Una spiegazione utile solo, a guerra finita, a dare una risposta facilmente digeribile ad una società che desiderava con forza non tanto comprendere, ma superare un evento dai contorni indefiniti, in cui responsabilità, colpe e cause profonde si confondevano e si attorcigliavano in modo contorto ad ogni livello della vita istituzionale, politica, sociale, fin nella sfera dell'agire individuale.
George Mosse ci ha ricordato come razzismo e intolleranza non furono patrimonio esclusivo dei fanatici nazionalsocialisti, né tanto meno invenzione di questi: fu piuttosto una sorta di pulviscolo che copriva in modo indifferenziato la società, anche chi si diceva estraneo, lontano e antitetico rispetto alle teorie xenofobe e antisemite di una destra estrema che stava pian piano conquistandosi uno spazio maggioritario nella politica e nella comunità. Una delle principali vittorie dei nazisti prima della loro ascesa al potere- è sempre Mosse ad intuirlo con grande precisione- fu l'imporre e il "dirigere il dibattito sul futuro nazionale: la sinistra e il centro dovevano discutere sul terreno occupato dalla destra razzista".
Senza cadere in discutibili anacronismi, penso che una lezione di questa portata ci interroghi in modo diretto sul presente e sul futuro della società in cui viviamo: perché se è vero che i simboli con cui l'iconografia della memoria rappresenta la barbarie nazifascista sono oggi fenomeni di squallido folklore, e chi li sventola una minoranza- pur pericolosa e capace ancora di portare morte e violenza- è altrettanto vero che il livello su cui il discorso pubblico colloca la maggior parte delle questioni che la storia ci mette di fronte è un livello che non si discosta molto da quello in cui germogliarono i semi della violenza in un passato tutt'altro che remoto: il livello che privilegia l'univocità, la conservazione di un sé individuale e collettivo non meglio definito, la chiusura e la difesa dei propri confini culturali, e che genera- spesso in forme grottesche- i dibattiti politici sulla sicurezza, sul controllo del territorio, sulle problematiche dell'inclusione.
È l'accettazione ormai incondizionata di questo livello di discussione la cifra dell'incapacità della nostra società di affrontare i grandi temi usando la memoria come componente attiva della riflessione pubblica, non come orpello da utilizzare in forma neutra in occasione delle celebrazioni, ormai sempre più passaggi obbligati per la liturgia del passato e sempre meno spunto di dibattito sulle nuove forme di un cancro, quello dell'intolleranza e del razzismo, la cui diagnosi va effettuata costantemente "nelle nostre nazioni e persino in noi stessi".
Mi stupisce il ragazzo che guarda la foto di un sopravvissuto, a Birkenau, e urla che assomiglia a un suo amico, sghignazzando? Mi scandalizza che la visita ad Auschwitz 1 assomigli alla fila alla cassa di un supermercato? Mi lascia perplesso la foto ricordo davanti al forno? Un po’ sì, è inevitabile. Poi penso che questi luoghi sono solo un’opportunità, speciale ma non esclusiva, per capire e ricordare. Sta ad ogni cittadino sfruttarli nella maniera più efficace possibile. Sta a chi ha oneri educativi e formativi nei confronti dei più giovani offrire loro gli strumenti più solidi per affrontare la sfida della storia. Sta alle Istituzioni investire senza sosta per garantire adeguate risorse alla ricerca, unico mezzo di preservazione della memoria attraverso il suo continuo rinnovamento. Tutto questo per evitare che, tra qualche decennio, Auschwitz e Birkenau non diventino, disumanizzate dal tempo e da una trasmissione liturgica della storia, un “capolavoro dell’arte organizzativa”.
L'assemblea si e' sviluppata intorno ad alcuni temi. Al cuore, la necessita' di non essere "zona grigia", di essere attivi e partecipi, di non essere indifferenti. Il percorso proposto e' "storia, memoria, testimonianza, impegno". Gli interventi dei ragazzi e dei conduttori sono state variazioni su questo tema, e i fattori non sono stati mai invertiti.
Ho riflettuto molto dopo l'assemblea, per capire ed elaborare le mie sensazioni. Pongo qui solo alcune riflessioni, sperando siano di interesse generale.
Innanzitutto, io non credo che il problema sia la "zona grigia". Sarebbe forse troppo generoso e la soluzione semplice: la colpa dell'indifferenza sarebbe sanabile con l'indignazione, l'ignavia con l'impegno. Ma non basta ancora. Dietro ogni costruzione umana c'e' attivismo e volontà. Chi si muove e opera e agisce lo fa perché crede giusto ciò che fa. Ci crede molto, ci crede poco, ma in fondo ci crede. Forse si lascia convincere, convinto non lo e' del tutto, in condizioni diverse si farebbe convincere da altro. Ma ci crede. L'Idea gli calza bene. La nazione, la patria, il popolo, i confini, l'identità. L'Idea viene costruita, diffusa e recepita. Senza quest'ultimo passaggio e' impossibile capire le dimensioni di un evento come l'Olocausto. L'Idea viene recepita, poi nasce la mobilitazione.
Il problema dell'oggi non e' la volgare indifferenza, e se l'appello all'indignazione e' sterile, anche un generico richiamo all'azione suona debole. Agire si', ma come e per cosa? Perché la gente pensa, ha sempre pensato: non c'e' sospensione del pensiero, non c'e vuoto della ragione. Ci sono pensieri e ragioni più o meno forti che prendono il sopravvento e diventano pensiero comune. Il sostrato culturale dell'intolleranza non e' affatto l'indifferenza o l'apatia: e' al contrario un pensiero attivo, che può permanere anche nel più partecipe dei cittadini.
Qual e' allora il tarlo? Cosa fa di un buon cittadino un esecutore, un attivista, un volenteroso carnefice? Cattiveria? Citando Grossman, e' difficile pensare che la cosa più ripugnante nella gente che commette le peggiori atrocità non e' la cattiveria del loro animo, ma ciò che di buono c'e' in loro. E' difficile ma necessario."Questo appunto e' il terribile: molto, molto di buono v'e' in loro, nella loro stoffa umana". Il confine tra noi e loro si fa labile. Indifferenza? Al massimo questa e' una reazione manifesta, non intima e condizionante. Sono le convinzioni che possono condizionare le azioni. L' Idea. La zona grigia pensa e agisce seguendo un'Idea. La zona grigia, in fin dei conti, e' un espediente letterario. Io ho avuto paura, visitando Auschwitz, ha detto un ragazzo. Paura di pensare che sarei stato un persecutore, all'epoca, non una vittima. Un persecutore, non un indifferente. Cittadino attivo, non zona grigia.
Credo che questo modo di affrontare il tema sia quello giusto, nel senso che stabilire il significato e l'uso della memoria da senso politico, nel significato pieno e potrei dire nobile della parola, alla discussione avendo però l’umiltà e la consapevolezza di sapere che mentre è abbastanza semplice una conoscenza dei fatti non sempre è possibile una piena comprensione se non attraverso la testimonianza dei protagonisti che, ovviamente, diventano sempre più rare col tempo e tenendo presente quanto afferma uno dei componenti della Commissione operante nel Sudafrica, di cui dirò più avanti, sulla differenze della memoria sintetizzata da una sua frase: “I torturatori ricordano il bene, i torturati ricordano tutto”.
Elie Wiesel, uno che ha vissuto direttamente il dramma dell’olocausto e che ha passato la vita a ricordarlo in maniera pedagogica e a cercare di comprenderne le ragioni più intime, ha cercato con intensità le ragioni ma, quasi suo malgrado, riporta, in un libro, un episodio emblematico. Infatti egli chiede ad uno dei giudici del processo Eichmann “..Voi avete studiato tutti i documenti, letto tutti i rapporti segreti, interrogato tutti i testimoni: rispondetemi: voi capite questo frammento di passato, queste poche pagine di Storia”. La risposta che Wiesel riporta è una confessione quasi di impotenza “..Conosco i fatti e gli avvenimenti; conosco lo svolgimento della tragedia attimo per attimo, ma questa conoscenza, venendo dall’esterno, non ha nulla a che vedere con la comprensione…Per fortuna del resto…Chissà, forse è questo il dono che Dio, in un momento di grazia, fece all’uomo: gli impedisce di capire tutto; così lo salva dalla follia…”
Pur con questo limite Wiesel, che ha mantenuto la sua fede religiosa, non smise mai di ricordare e farci ricordare proprio per la necessità di non ripetere oggi, avendo sempre chiaro il ruolo della vittima e quella del carnefice, non confondendo quindi mai le responsabilità; infatti parla di memoria anche come difesa dei morti.
Questa è forse la funzione più importante della memoria anche se nella storia si sono incontrate spesso due necessità: la prima è il ricordare anche per stabilire delle colpe, i ruoli, appunto, di vittime e di carnefici, affinché non possa succedere che, come dice Tommaso, si trovi “una spiegazione utile solo a dare una risposta facilmente digeribile ad una società che desiderava con forza non tanto comprendere , ma superare un evento dai contorni indefiniti, in cui responsabilità, colpe e cause profonde si confondevano e si attorcigliavano in modo contorto”. La seconda è cercare di superare i conflitti per arrivare ad una possibile pacificazione. E’ evidente che i due obiettivi (necessitati entrambi) sono in contraddizione. La memoria e il suo uso può aiutare.
Due sono gli eventi diversi che possono essere utili come spunto di riflessione
Il primo si colloca molto lontano. Nella Atene del 403 a.c., dopo la tirannide dei Trenta, in cui le due parti siglano i patti di riconciliazione attraverso l’amnistia, che nel suo significato letterale significa “non mi ricordo”, insomma l’oblio. Come dice un autore che commenta l’episodio “l’amnistia propugnava la necessità per i cittadini democratici che erano stati duramente provati dalla tirannide dei Trenta, di non ricordare il male subito e, di conseguenza, di perdonare ai nemici le colpe commesse, in nome di un superiore ideale di concordia civica, ritenuto di primario interesse per la città, permettere l’esercizio della violenza avrebbe infatti scatenato una spirale di violenza e di contese giudiziarie difficilmente arginabile”. In questo caso delle due necessità viene data prevalenza ad una negando l’altra. L’oblio è una memoria mancata e, vedendo il seguito della vita politica di Atene, non ha funzionato (e probabilmente non poteva funzionare) secondo quelle che erano le intenzioni.
L’altro esempio è più vicino a noi e si riferisce al Sudafrica del dopo apartheid. Nel 1995 fu istituita la “Commissione per la verità e la riconciliazione” presieduta dal vescovo anglicano Desmod Tutu. In questo caso la memoria e il riconoscimento dei fatti fu un elemento fondamentale. Lo ricorda Gustavo Zagrebelsky in un suo libro. “Secondo la legge istitutiva della Commissione, il riconoscimento pieno delle responsabilità e delle colpe dei criminali dava luogo all’applicazione dell’amnistia, cui seguivano misure di riparazione delle vittime di cui doveva farsi carico il governo. Il riconoscimento di responsabilità avveniva spontaneamente e pubblicamente di fronte alla Commissione, e ciò costituiva un alleggerimento, al tempo stesso, della coscienza dei criminali e della pena della vittima. Il conseguente esonero da sanzioni, sia penali sia civili, non comportava oblio, com’è invece secondo la nostra nozione di amnistia, ma, al contrario, memoria ed elaborazione del male commesso e subito”.
Due esempi come la memoria possa essere usata in modo positivo o negativo e che diventa strumento di azione politica successiva. (Per completezza: da ricordare, però, che in entrambi i casi il “perdono” non coinvolgeva tutti i responsabili, alcuni livelli di responsabilità non potevano essere ignorati).
Ieri abbiamo visitato una mostra permanente sull'occupazione nazista di Cracovia, allestita come percorso multimediale nella fabbrica di Schindler. Coraggiosa e densa, scava in profondità ma si propone in modo diretto e comprensibile ad ogni visitatore. La dimostrazione che questo paese non ha sublimato la memoria nel nazionalismo o nella religione cattolica, come pregiudizialmente si potrebbe pensare, ma tenta di riflettere, anche in modo contraddittorio, sul suo percorso lungo quel Novecento di cui ha subito in pieno ogni tragedia.
Guarda questo video su YouTube:
Gam gam-Versione di Morricone-giornata della memoria
http://www.youtube.com/watch?v=emKGBpLzkwQ&feature=youtube_gdata_player
Leggi quest'intervista a Ellen Siegel, infermiera ebrea americana:
« In cima all'edificio soldati israeliani guardavano verso i campi con i binocoli. Miliziani libanesi arrivarono in una jeep e volevano portare via un'assistente sanitaria norvegese. Ci rivolgemmo ad un soldato israeliano che disse ai miliziani di andare via. Infatti partirono. Alle 11.30 circa gli israeliani ci condussero a Beirut Ovest. Sedetti sul sedile anteriore di una jeep della IDF. L'autista mi disse: «Oggi è il mio Natale (intendendo la festività ebraica del Rosh haShana). Vorrei essere a casa con la mia famiglia. Credete che mi piaccia andare porta a porta e vedere donne e bambini?» Gli chiesi quante persone avesse ucciso. Rispose che non era affar mio. Disse anche che l'armata libanese era impotente, erano stati a Beirut per anni e non avevano fatto nulla, che Israele era dovuta arrivare per fare tutto il lavoro. »
http://www.webcitation.org/query.php?url=http://www.geocities.com/bandiera_rossa_online/sabraeshatila.htm
http://baruda.net/2008/09/16/il-peggiore-dei-massacri/
http://www.presseurop.eu/it/content/article/1447121-che-avete-visto-ad-auschwitz
Se la lettura di questo articolo vi irritasse, sullo stesso sito: http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/1446651-il-giornale-dell-europa-di-domani
Cracovia è una città affascinante e cupa, molto fredda in gennaio, un freddo strano, che avverti profondo: anche i trentini più orgogliosi si rifugiano nel primo negozio a comprare guanti e berretti. La storia sembra essersi incrostata sui muri dei palazzi e sulle strade. L'effetto del balzo nel passato è forse fin troppo scontato per diventare una considerazione intelligente, ma di primo acchito è difficile evitarla. Quanto è facile relativizzare le chiavi di lettura di un luogo e la percezione del tempo. Poi il presente ti investe di prepotenza, e vedi un paese giovane che sta mettendo sulla piazza d'Europa una generazione determinata e fiduciosa. Noi siamo venuti per guardare all'indietro e forse, dietro le incrostature, sarà più difficile del previsto.
"Ma il treno corre, sferragliando, con una sorta di maligna, sempre crescente velocità. Una velocità che appiattisce, schiaccia lo spazio e il tempo" ...
Intendiamoci, iniziative come il Treno della memoria sono utilissime e da sostenere. Però fa bene Tommaso Iori a cercare i modi per trasmettere ai giovani partecipanti la voglia di "capire", insieme a quella di "ricordare". Perché un'emozione, come quella del viaggio, è importante per aprire all'ascolto, ma se lasciata sola resta pura emotività. Ho incontrato molte persone che viaggiando per i Balcani sono rimaste colpite dai cimiteri, dalle case ancora distrutte, dalle lapidi ai bordi delle strade. "Poverini, loro hanno sofferto tanto". Ma senza fermarsi a capire chi fossero quei loro, e cosa ci fosse di me, di noi (italiani, europei, occidentali...) in quel "loro", in quella guerra, in quella sofferenza.
Non sono mai stato ad Auschwitz, ma ho lavorato per un paio d'anni a Srebrenica, luogo del crimine forse peggiore nelle guerre jugoslave. E l'immagine che mi sono portato via è quella di un immenso teatro a cielo aperto. Dove ogni anno l'11 luglio, e più in piccolo ogni giorno, si mette in scena la rappresentazione di ciò che è stato. Cosa importante e utile, perché le vittime abbiano una celebrazione e i sopravvissuti una voce. Ma anche cosa terribile per chi lì ci deve vivere, giorno dopo giorno. I figli delle vittime e quelli dei carnefici, bloccati nel dovere dell'opposto ricordo. E chi arriva da fuori, noi spettatori, a confermare e rinforzare il ruolo delle parti. Compatendo gli uni, biasimando gli altri, di fatto guardandoli solo come figli del genocidio, persone senza futuro. Cosa altro si può fare se non compiangere ottomila lapidi bianche nel cimitero di Potocari, tutti uomini dai 12 agli 80 anni catturati e uccisi in pochi giorni. Come non emozionarsi davanti alle guide del memoriale, sopravvissuti loro stessi di quel massacro o figlie e vedove di caduti?
Ma una memoria solo emotiva, che perpetua il passato senza darne una spiegazione, rischia di costruire uno stereotipo più che aiutare a capire. Situazioni come l'Olocausto o Srebrenica, di per sé, sono assolutamente incomparabili con la vita quotidiana di un abitante medio europeo. E' solo scavando dentro quel grande Male assoluto, guardandone la complessità e le sfaccettature magari secondarie, che si possono cogliere i richiami all'oggi, alla piccola normalità delle violenze quotidiane. Magari è scoprire che quella guida che ti commuove tanto per l'umanità della sua storia, è la stessa che è stata respinta dal tuo paese perché extra-comunitaria.
O che a fianco delle grandi storie come Auschwitz ci sono anche quelle piccole, ma vicine. In Trentino sono ancora in vita testimoni diretti della guerra, magari non vittime delle atrocità più gravi ma passati per le violenze e gli abusi "ordinari". E ci sono i testimoni delle nuove guerre, quelli arrivati con i barconi nel Mediterraneo o espulsi dalle nostre città perché diversi, come i rom. Sarebbe bello renderli una risorsa, al pari del viaggio lontano, per entrare nella memoria di ieri e capire le paure di oggi.
Intanto, buon viaggio.
mi complmento con chi ha scelto il tema di questi giorni. Mercoledì 25 l'Adige ha pubblicato un mio intervento, che mi sembra attinente alla discussione in corso e che mi permetto di riproporre in questa sede.
"Sono nata in Lombardia e senza per nulla rinnegare le mie radici, oggi sono fiera di appartenere a questa terra, dove il tema della Memoria è centrale nel dibattito culturale. Sono fiera di vivere in una terra dove si pratica la solidarietà, dove parole come intolleranza e razzismo sono bandite, dove il volontariato è ancora un valore. Una terra che ha scelto di trasmettere ai giovani il concetto di “Memoria” come momento fondante per la costruzione di coscienza e conoscenza. Iniziative come il “Treno della Memoria” e tutte le miriadi di commemorazioni in ogni vallata, fanno onore al Trentino. Sono fiera di vivere in una terra che investe nella scuola, nell’università, nella ricerca, una terra che accoglie con generosità, una terra che sa coinvolgersi sul terreno dei valori.
Ma il contesto sociale europeo non è favorevole, viviamo un’epoca di forti contrasti, il capitalismo è morto e non abbiamo ancora trovato nuove formule di scambio economico e di convivenza civile e pacifica tra i popoli. E se a parole, condanniamo ogni forma di discriminazione, nei fatti qualche fastidio, qualche mugugno, un disagio strisciante fatica a cedere il passo anche in Trentino, magari più come eco padana, che come difficoltà reale, ma resta di sottofondo un brusio latente. Se la situazione economica generale dovesse malauguratamente precipitare, passare da questo alla ricerca di un capro espiatorio, di un colpevole pur che sia, sarebbe un rischio concreto in molte parti d’Europa, un’onda anomala alla quale temo nessun territorio potrebbe sfuggire, nemmeno un fazzoletto di terra pacifico e solidale come il Trentino.
Nella Germania del 1929 accadde proprio questo, erano condizioni diverse, si usciva da un conflitto mondiale che aveva seminato fame povertà, ma oggi abbiamo altri nemici occulti altrettanto infidi: la finanza ed il mercato. Entità senza volto e senza patria, che dopo aver indotto le Società e gli Stati a indebitarsi, ora chiedono di saldare un debito che non si potrà onorare, perché il debito non si fonda sulla solidità economica di chi lo ha contratto ma su proiezioni, un’ipoteca del futuro senza garanzie.
Solo se sapremo andare oltre la finanza ed il mercato per ritornare al lavoro, se sapremo andare oltre le nostre granitiche certezze, il nostro “status” garantito, oltre le nostre paure, oltre la diffidenza, la chiusura, riusciremo a mantenere la pace. Solo se sapremo inventare una società diversa, formule di confronto nuove, non cadremo nella trappola dell’odio, del tutti contro tutti. Anche per questo oggi sfiliamo in silenzio davanti al muro della Memoria in piazza Italia a Trento, per individuare un altro cammino, un nuovo patto di cittadinanza, che nel cambiarci dal profondo, ci distolga per un attimo dalla follia parossistica delle borse, giusto il tempo per passare da entità economiche a identità umane".
Leggendo il suo intervento, ci sono quattro questioni su cui vorrei riflettere e su cui vorrei che si riflettesse nel dibattito:
1. quello che Tommaso definisce "il rischio più grande di una memoria scritta solo sulla carta patinata delle celebrazioni". E qui entra in ballo un doppio ordine di fattori. Il primo è quello di quali e quante celebrazioni, ossia del cosa si ricorda e del come lo si ricorda. E di chi lo ricorda. Il secondo ordine di fattori è quello di legare, appunto, la memoria al presente e le celebrazioni all'attualità, altrimenti la funzione stessa della celebrazione svanisce.
In Spagna, ad esempio, la questione è all'ordine del giorno. E ciò si deve anche alla particolare maniera in cui è terminata la dittatura franchista: non con un dittatore appeso per i piedi dai partigiani a Piazzale Loreto, ma con un dittatore morto "nel suo letto". Con annessi e connessi, logicamente. La transizione spagnola alla democrazia iniziata alla metà degli anni Settanta si è basata su quello che si è chiamato "pacto del olvido" (patto dell'oblio), secondo il quale era più utile per il futuro di un paese uscito da una lunga dittatura e per non aprire vecchie ferite stendere un velo di silenzio sulla guerra civile del 1936-39 e i crimini del regime. Dunque, ci vollero oltre trent'anni per riuscire a far togliere la statua di Franco a cavallo dalla piazza centrale di Santander e ancora oggi l'ex dittatore continua a "riposare in pace" nel Valle de los Caídos, mausoleo che si fece costruire dopo il 1939 dalle migliaia di prigionieri repubblicani, allo stile dei faraoni egiziani. In Spagna, tra mille difficoltà, comunque, si riflette, si propone, si tenta di porre all'ordine del giorno la questione della memoria nell'opinione pubblica. E in Italia? Cosa si è fatto e cosa si sta facendo?
2. Riferendosi all'iniziativa del treno della memoria, Tommaso non poteva fare altro che parlare del nazismo, del "Mein Kampf" e della barbarie di Auschwitz. Anzi, come ha messo bene in luce, a quella razionalissima barbarie della modernità tecnologica - che di irrazionale e di arcaico non ha proprio nulla - e che è figlia del neodarwinismo, dello sviluppo industriale e tecnologico e di un eccesso di razionalità, come ha spiegato bene Ferran Gallego ("De Múnich a Auschwitz. Una historia del nazismo, 1919-1945", Barcelona, Plaza & Janés, 2006). Ma, noi italiani, che "siamo un popolo di eroi e di grandi inventori
e discendiamo dagli antichi romani", come cantava qualche decennio fa Edoardo Bennato, viviamo troppo spesso della storiella del mito del buon italiano. Si è finito tutti - per autocommiserazione, per pigrizia, per paura o per vergogna - a credere che l'italiano medio non era cattivo come il tedesco medio, che il fascismo fu un regime da operetta, che il confino fascista era una villeggiatura, che le leggi razziali furono applicate solo per fare un favore ad Hitler e che non vennero praticamente applicate in Italia e che Mussolini, in fin dei conti, era... buono. In Italia, purtroppo, è mancata una riflessione su ciò che il fascismo è stato per il nostro paese, prima accettando comodamente per troppo tempo l'idea crociana del fascismo come parentesi nella storia d'Italia, poi dimenticandosi delle efferatezze compiute dagli italiani in quei lunghi vent'anni per finire, nel post 1989, a dire che eravamo tutti fratelli, quelli che stavano a Salò e quelli che stavano a Montefiorino...
3. la questione della relazione tra storia e memoria. O più che una relazione, un groviglio, come oltre un decennio fa metteva bene in luce il compianto Juan José Carreras. Dove finisce la memoria e dove inizia la storia? Storia e memoria sono sovrapponibili? Il rischio è quello di un "grand nivellement", come lo definì Regine Robin ne "La mémoire saturée" e ancora maggiore è la responsabilità degli storici e dei poteri pubblici, che sono appunto “imponenentes máquinas de memoria o de olvido institucionalizado, decretando el recuerdo, el olvido, la amnistía [...], la amnesia, la condena o el perdón” (Josefina Cuesta Bustillo, “Memoria e Historia: un estado de la cuestión”, Ayer, n. 32 (1998), p. 209). Un "grand nivellement" che è presente con sempre maggiore frequenza nei libri, sulla stampa, tra l'opinione pubblica e secondo il quale non c'è differenza tra chi fece parte delle Brigate Nere di Salò e chi rischiò da partigiano la vita sugli Appenini o tra chi lottò con Franco per l'instaurazione di un regime fascista in Spagna e chi la vita la perse per difendere la Repubblica democratica spagnola. Opporsi a tale "grand nivellement" è un dovere e una necessità.
4. E qui, legata al "grand nivellement", entra l'ultima riflessione: il rischio, reale e tangibile, di convertire la memoria in una memoria unicamente delle vittime. Le vittime ci furono e vanno ricordate. Ma ricordiamo anche chi in vita non si considerava tale. È un errore e una mistificazione convertirlo in una vittima. In questo modo non si fa altro che ridurre la storia del Novecento, che tanto ha dato al pensiero e alla politica, “a una catastrofe umanitaria o a un esempio del carattere malvagio delle ideologie”, come ricordava Enzo Traverso. Trasformare un "attore" in una "vittima" comporta tergiversare la memoria di ciò che è successo e, come nota ancora Traverso, “una democrazia smemorata" è "inevitabilmente fragile, soprattutto in un continente che ha conosciuto il fascismo” (Enzo Traverso, A ferro e fuoco. La guerra civile europea 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 15). Non basta ricordare, insomma, ma ricordare "bene".
Grandissimi consigli di lettura!
"È noto che gli uomini che agiscono in seguito a comandi sono capaci delle azioni più orribili. Quando l’autorità che li comandava viene abbattuta e li si costringe a guardare da vicino ciò che hanno fatto, essi non si riconoscono. «Io non ho fatto questo», dicono, e non è affatto vero che siano sempre consapevoli di mentire. Quando poi si portano dinanzi a loro dei testimoni, quando cominciano a vacillare, continuano a dire: «Io non sono così, io non posso averlo fatto». Cercano dentro di sé le tracce di quell’azione e non possono trovarle. È sorprendente: ne sono rimasti intatti. La loro vita successiva è davvero diversa, per nulla improntata dalla azione che commisero. Essi non si sentono colpevoli, non si pentono di nulla. Quell'azione non è entrata in loro. Sono uomini perfettamente capaci, in altre circostanze, di valutare il proprio comportamento. Ciò che fanno di loro iniziativa lascia in cui tracce che non dimenticano. Si vergognerebbero di uccidere una creatura sconosciuta e indifesa che non li ha provocati. Proverebbero disgusto a torturare qualcuno. Non sono migliori ma neppure peggiori degli altri fra cui vivono. Alcuni che quotidianamente li frequentano da vicino sarebbero pronti a giurare che li si accusa ingiustamente. Quando poi avanza la lunga fila dei testimoni, delle vittime, che sanno benissimo di cosa parlano, - quando l’uno dopo l’altro riconoscono il colpevole e gli richiamano alla memoria, in ogni particolare il suo comportamento, allora ogni dubbio diviene assurdo e ci si trova dinanzi a un enigma inesplicabile. Ma per noi non c’è in ogni caso nessun enigma, giacché conosciamo la natura del comando. Per ogni comando che il colpevole ha eseguito, è rimasta in lui una spina. La spina è però estranea così come lo era il comando stesso nell’istante in cui veniva impartito. Per quanto a lungo la spina resti confitta nell’uomo, continua ad essere un corpo estraneo: egli non l’assimila mai. È anche possibile - come in precedenza abbiamo mostrato – che più spine si adunino insieme, costituendo un complesso mostruoso in chi le porta in sé; ma esse restano sempre nettamente isolate dall’organismo in cui stanno infisse. La spina è un intruso che non può mai acquistare diritto di cittadinanza; è indesiderata: ci si vuol sempre liberare di essa. Essa è ciò che si ha commesso: ha esattamente la forma del comando. La spina continua a vivere come istanza estranea in chi ricevette il comando, e gli toglie ogni senso di colpa. Il colpevole non accusa se stesso ma la spina, l’istanza estranea, il vero colpevole – per così dire - , che egli porta sempre con sé. Quanto più il comando fu estraneo, tanto meno ci si sente colpevoli per averlo eseguito, tanto più esso resta separato – come spina – dal suo esecutore. Il comando è dunque testimone perenne del fatto che non fu quella certa persona il colpevole dell’uno o dell’altro delitto. Chi eseguì il comando considera se stesso la vittima, e perciò generalmente non prova alcun sentimento per la vittima vera e propria. È dunque vero che uomini che abbiano agito in seguito a comandi si considerino perfettamente innocenti. Posti in grado di aprire gli occhi sulla loro condizione, essi possono restare stupefatti constatando in quale misura furono in balìa del comando. Ma anche questo giusto moto dell’animo è senza valore, poiché giunge troppo tardi, quando tutto è ormai finito da tempo. Ciò che è accaduto potrà accadere di nuovo, in essi non si costituisce alcuna difesa contro situazioni che siano identiche a quelle trascorse. Essi restano esposti senza difese al comando, solo molto oscuramente coscienti dei suoi pericoli. Nel caso più esplicito, che per fortuna è raro, essi riconoscono nel comando una fatalità e ripongono il loro orgoglio nel fatto d’esserne stati ciechi strumenti, quasi fosse una peculiarità della condizione umana arrendersi a tale cecità. Da qualunque parte lo si consideri, il comando nella sua forma compatta, compiuta, che oggi gli è propria dopo secoli di storia, è divenuto l’elemento singolo più pericoloso della vita collettiva degli uomini. Bisogna avere il coraggio di opporvisi e di spezzare la sua sovranità. Si devono trovare mezzi e vie per liberare da esso la maggior parte degli uomini. Non gli si può permettere altro che di scalfire la pelle. Le sue spine devono diventare solo più lappole di cui ci si sbarazza con un gesto”.
Elias Canetti, Masse e potere, pp. 364-366
Ma io vorrei parlare del futuro dell'Olocausto e di come la memoria non insegni nulla a chi non vuole imparare le lezioni del passato.
Inizierò con altre tre citazioni.
"«I significati dell'Olocausto,» rispose lui con voce grave, «devono essere determinati da noi, ma una cosa è certa: il suo significato non sarà meno tragico di quanto lo è oggi se ci sarà un secondo Olocausto, e se la progenie degli ebrei europei che evacuarono l'Europa per un asilo in apparenza più sicuro dovesse andare incontro alla distruzione collettiva in Medio Oriente. Un secondo Olocausto non avrà luogo sul continente europeo, perché questo è stato teatro del primo. Ma un secondo Olocausto, qui, potrebbe verificarsi fin troppo facilmente e, se lo scontro tra arabi ed ebrei dovesse continuare ad aggravarsi, si verificherà: è inevitabile. La distruzione di Israele in un conflitto nucleare è oggi una possibilità assai meno remota di quanto lo fosse l'Olocausto cinquant'anni fa»".
Philip Roth, “Operazione Shylock”, Mondadori, 1993.
http://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Shylock:_una_confessione.
"La prima istintiva reazione israeliana alla dichiarazione del primo ministro Benjamin Netanyahu che tutto Israele ha bisogno di essere circondato da una barriera è la seguente: “Oh no, questa è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno”. Tale risposta sarebbe del tutto comprensibile. Ogni bambino israeliano, e anche ogni bambino ebreo in tutto il mondo, è nato insieme a immagini di barriere e recinzioni. Le recinzioni dei campi di sterminio della seconda guerra mondiale. Queste immagini vengono automaticamente associate agli sguardi delle persone dietro le recinzioni; lo sguardo negli occhi delle persone che camminano verso le camere a gas e i forni crematori. Pertanto, la proposta di circondare l’intero paese con una recinzione inizialmente suscita una reazione di paura e di rifiuto; la sensazione di un ghetto o di uno Stato fortezza…Un intero paese vive dietro le recinzioni, circondato in tutte le direzioni da oceani di nemici. Il pensiero che questo è il nostro destino può spingere una persona normale verso la follia. E così, stiamo assistendo alla creazione della nuova Sparta qui, la Sparta di oggi; eppure avremmo tanto voluto essere come Atene".
Eitan Haber, giornalista e saggista israeliano
http://www.medarabnews.com/2010/01/20/israele-nuova-sparta/
"L’Ombra che si trova in contraddizione con i valori non può essere accettata come parte negativa della propria struttura psichica e viene proiettata, vale a dire spostata, verso l’esterno e vissuta come un elemento esteriore. Viene combattuta, punita e sterminata come “nemico esterno”, e non considerata invece come un nostro elemento personale “interno”. […]. I conflitti psichici inconsci dei gruppi e delle masse si esprimono soprattutto in esplosioni epidemiche, come le guerre e le rivoluzioni violente, in cui le forze inconsce che si erano accumulate nella collettività diventano dominanti e “fanno la storia”. […]. Per la collettività rimane quindi sempre più urgente il bisogno di liberarsi in maniera esplosiva e violenta delle energie aggressive accumulate, per scaricare perlomeno temporaneamente lo stato di tensione e di ingorgo emotivo. […]. Ogni popolo pensa di identificarsi, nell’inflazione della “coscienza immacolata”, con i valori più alti dell’umanità, si identifica con essi e prega in coscienza il “suo” Dio, come quintessenza del lato luminoso, di donargli la vittoria. Quest’inflazione della coscienza a posto non viene in alcun modo disturbata dalla messa in atto di un’Ombra brutale. La frattura tra il mondo etico di valori proprio della coscienza e un mondo sotterraneo inconscio da reprimere e da rimuovere che nega quegli stessi valori, conduce l’umanità a nutrire sensi di colpa e ad accumulare nell’inconscio energie ormai ostili alla coscienza, energie che, manifestandosi con violenza repentina, trasformano il corso della storia umana in un terribile fiume di sangue".
Erich Neumann, “Psicologia del profondo e nuova etica”, pp. 48-55.
Sono sempre più convinto che l’ostinazione israeliana nel voler distruggere il programma atomico iraniano si trasformerà in un boomerang terribile.
I devastanti effetti che si ripercuoteranno sull’intero pianeta:
http://www.informarexresistere.fr/2011/12/24/fukushima-in-confronto-sarebbe-una-bagatella/#axzz1kCdOYnV5
saranno la goccia che farà traboccare il vaso. Un’opinione pubblica internazionale da troppo tempo irretita e repressa nei suoi sentimenti anti-sionisti dall’utilizzo manipolatorio dell’Olocausto rischierà di passare da un estremo di tolleranza ad un estremo di intolleranza:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/10/verso-un-secondo-olocausto.html
Il governo israeliano non sembra avvedersene e continua la costruzione del suo campo di concentramento che, nello scenario peggiore, quello di una guerra regionale che degenera in un conflitto globale:
http://fanuessays.blogspot.com/2011/11/terza-guerra-mondiale-scacchiera-pezzi.html
potrebbe tramutarsi in un gigantesco campo di sterminio per gli Ebrei israeliani e per i Palestinesi (cf. Roth).
Dopo aver costruito il famoso muro nei territori palestinesi occupati, condannato peraltro dall’ONU:
http://www.asianews.it/notizie-it/Il-muro-%E2%80%9Cillegale%E2%80%9D-della-West-Bank-compie-sei-anni.-Palestinesi-e-Onu-contro-Israele-18903.html
Israele sta costruendo recinzioni di acciaio ai confini con Egitto, Libano e Giordania:
“Le ruspe sono già al lavoro. Il ministero della Difesa ha dichiarato che il piano dei costi previsto sarà di circa 272 milioni di euro. Il muro sarà rinforzato da sensori elettronici. I lavori non dovrebbero durare più di un anno”.
http://www.asianews.it/notizie-it/Al-via-la-costruzione-di-un-muro-tra-Israele-ed-Egitto-20056.html
“Il muro con il Libano non è l’unico in programma. Il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato a Capodanno che Israele ha l’intenzione di costruire una barriera lungo la sua frontiera orientale, lungo il confine giordano, simile a quella che è in costruzione attualmente lungo la frontiera egiziana. Il governo israeliano sta investendo 360milioni di dollari Usa in una barriera di acciaio alta cinque metri lungo i 240 km che separano Israele dall’Egitto. L’opera sarà completata nel settembre 2012. “Quando la barriera di sicurezza lungo il confine egiziano sarà finita, una verrà costruita sul confine giordano” ha dichiarato Netanyahu”.
http://www.asianews.it/notizie-it/Israele-costruisce-un-muro-sul-confine-del-Libano.-Ne-progetta-uno-con-la-Giordania-23599.html
L’obiettivo è quello di bloccare l’immigrazione clandestina e l’infiltrazione di potenziali terroristi.
Il risultato sarà però quello di un popolo imprigionato tra il mare e il filo spinato, in un gigantesco campo di concentramento circondato da popoli con i quali non intende arrivare ad alcun accordo di pace.
È chiaramente un suicidio e lo sa bene il Mossad:
http://www.informarexresistere.fr/2012/01/04/la-prova-che-israele-e-in-mano-ad-una-cricca-di-invasati-antisemiti/#axzz1kCdOYnV5
Il post mortem del pensiero post moderno, agonizzante, ma artificiosamente tenuto in vita, nel vuoto pneumatico dell'Accademia all'italiana, e delle sue superfetazioni ideologiche ultra lottizzate, impedisce che queste letture, come Gramsci e Foucault, siano ancora patrimonio comune o almeno condiviso di un lessico minimo o di un diario intimo.
Il razzismo in Europa. Dalle origini all'olocausto
George L. Mosse (Laterza, Bari 2003)
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