L'integrazione mite

Sikh in ItaliaLampedusa: circa un anno fa, a reti unificate, si annunciava l'inizio dell'invasione dei migranti provenienti dalla Tunisia (204 al primo sbarco). La primavera araba, le furbizie politiche, i ricatti dei dittatori nordafricani e la prospettiva di un futuro migliore erano il motore del fenomeno. La gestione italiana del flusso migratorio ha reso un rivolo d'acqua una fiumana. Si è voluto infondere timore per poi rassicurare. La realtà è un'altra. Gli immigrati che giungono sulle nostre coste via mare sono solo il 10%. Per il restante 90% il processo di integrazione è spesso diverso. Invisibile e lento, contribuisce al sistema e garantisce la sopravvivenza di tipicità italiane. La loro è un'integrazione mite.
autore Giuseppe Marino - inserito mercoledì, 8 febbraio 2012

In inverno gli sbarchi diminuiscono. Lampedusa, già invisibile su ogni mappa italiana ed euromediterranea, diventa ancora più piccola di quanto non sia. Il mare mosso, troppo, i venti forti, le correnti. Tutto rassicura chi abitualmente chiude la porta di casa con tutte le mandate possibili.
Ma, per omaggiare la cultura popolare, è il caso di dire che occhio non vede, cuore non duole. La percezione della realtà e la realtà stessa sono due amiche di vecchia data che in questo periodo si tengono a notevole distanza. L'una non ha bisogno dell'altra.
I migranti che arrivano in Italia ogni giorno usano i relitti del mare solo in bassissima percentuale. Aerei, treni, grandi navi portacontainer, furgoni e TIR che valicano le Alpi sono la via privilegiata per l'arrivo nello Stivale. La maggioranza degli stranieri presenti nelle piazze, nelle strade e negli uffici amministrativi italiani non è arrivata in barca, non è passata da Lampedusa, non è così visibile come quegli altri. Eppure per loro la via è un po' diversa. Ricoperti di questo sottile velo di invisibilità, cominciano un cammino lento, darwiniano, di integrazione. Sono humus. Sono il frutto, anch'essi, di un processo di decomposizione e rielaborazione della sostanza organica di un terreno, di una terra. E, per tenere la similitudine, sono forse la parte più utile al sistema.
Loro non vengono ammassati nei centri di accoglienza, o di commiato. Non vengono schedati, catalogati, separati e spediti, al mittente o in altri luoghi. Non partono per altri centri in cui, in base alle risorse economiche disponibili, sono stipati in mille con le forze dell'ordine a guardarli o seguiti in rapporto cinque a uno (cinque "assistenti" per un migrante) con tanto di tessera per il cinema e sacchetti per imparare da subito a differenziare i rifiuti, corsi per l'apprendimento dei congiuntivi e documenti per entrare a pieno regime nell'efficienza del sistema contributivo, without representation ovviamente.
L'immigrazione invisibile duole meno a chi pende dalle labbra catodiche delle tivù generaliste o da frustrazioni politiche. L'immigrazione invisibile attiva un processo naturale, quindi lento e quindi forse più duraturo di quelli indotti e intensivi, che si trasforma in multietnicità sociale. Si trasforma in integrazione.
Un recente rapporto del Ministero dell'Interno italiano stima intorno al 10% la quantità di migranti che illegalmente arrivano nel nostro paese via mare. Il 60% del totale lo fa in economy, sorvolando i nostri cieli e le nostre telecamere puntate. Sono gli overstayers appunto. Sono anch'essi migranti, anch'essi irregolari e anch'essi sottoposti alle leggi vigenti in Italia.
Come ci arrivano? Per molti paesi, soprattutto dell'est Europa, dell'Asia o delle Americhe Latine ottenere un visto turistico (a scadenza trimestrale) non è poi così difficile. La scadenza però non è rispettata. Quel visto è quasi sempre accompagnato da un volo di sola andata per Milano, Roma, Palermo, Bari.
Arrivati qui, grazie ad una fitta rete di amici e parenti, soprattutto i pionieri del sistema, riescono a trovare un lavoro, che noi italiani gli offriamo a nero, una casa, che noi italiani gli affittiamo a nero, e attendono il successivo decreto flussi per uscire dal sommerso. Dal terreno. Dal buio. Dal nero.
Stare nella cerchia di amici e parenti è necessariamente e comprensibilmente il primo passo. Ci si sente protetti, attaccabili ma non del tutto, ci si costruisce un habitat simile a quello di appartenenza ma in un altro posto. Al lavoro poi si conosce qualcuno che ricambia il saluto e che dopo un po' ti chiede da dove
vieni e se hai una famiglia. Poi per chiamare i tuoi parenti vai in uno di quei locali gestiti solitamente da pakistani e lì si conoscono altri come te. Accendi la tv, all'inizio, solo per metterci dentro i tuoi dvd, quelli musicali in cui c'è l'omone che canta e la schiera di ballerine che ballano ininterrottamente, o collegarti tramite satellite al telegiornale del tuo paese o alle novelas preferite.
Dal cremonese, tempo fa, è rimbalzata una notizia che racconta la nuova Italia. Il sindaco di Pessina Cremonese, Daligo Malaggi, apriva un'intervista con: "I Sikh hanno salvato l'economia di questa terra. Tutto stava andando a rotoli. Nessun giovane ha voglia di lavorare con le mucche qui, soprattutto con degli orari di lavoro che ti bruciano le serate e le domeniche".
I Sikh sono indiani del Punjab. E se si scorre un elenco telefonico della provincia di Cremona, oltre ai cognomi tipici locali come Ferrari e Galli, spunta anche Singh, un tipico cognome sikh. Insediatisi nella zona negli ultimi vent'anni - e c'è da scommettere che qualcuno ne abbia avuto uno accanto in una di quelle carrette del mare che arrancano nel Mediterraneo - ed esperti nell'allevamento delle mucche, hanno preso il posto degli allevatori cremonesi prossimi alla pensione, dando continuità a ciò che è alla base del processo produttivo di uno dei formaggi più diffusi in Italia: il grana padano.
Dopo vent'anni, questi lavoratori sono diventati mariti, non sempre di donne sikh, e padri dei vicini di banco dei figli dei cremonesi. È difficile non vedere in questo processo lento la migliore forma di integrazione possibile, umana.
Nell'ultimo film di Yasemin Samdereli, "Almanya - La mia famiglia va in Germania", si racconta la storia di migrazione e integrazione di una famiglia turca in Germania. In film si chiude con questa frase: "Volevamo lavoratori e sono arrivate persone".
La Germania di oggi ha diversi rappresentanti politici turchi, principalmente nei parlamenti regionali e soprattutto nelle aree dei Verdi. La storia dell'immigrazione turca è da considerarsi un successo. La vita a fianco tra "indigeni" e immigrati procede bene. In un certo senso i turchi hanno cambiato il volto della Germania.
L'Italia ha una storia diversa, più giovane dal punto di vista dell'immigrazione. È geograficamente un braccio steso nel Mediterraneo e inevitabilmente qualcuno a quel braccio ci si attacca.
La gestione del fenomeno? Frammentata, indecisa, di propaganda, populista. La gestione dell'immigrazione italiana è la rappresentazione dell'intero paese, in cui ognuno alla fine pensa al suo orto. Le aree più piccole del paese gestiscono i flussi in maniera superefficiente (secondo il modello europeo), seppure i migranti arrivino col contagocce. I porti più famosi, Lampedusa in testa, sono costretti a sopportare e supportare uno sforzo immane, che inevitabilmente porta all'intolleranza verso chiunque, soprattutto per i flussi migratori che arrivano a secchiate.
E nei momenti di crisi si chiede l'intervento dell'Europa, che ovviamente fa anche orecchie da mercante, perché in un paese con 60 milioni di abitanti 50 mila persone in più non dovrebbero nemmeno notarsi.
La crisi economica in corso ha poi reso più difficile ogni buon proposito di armonizzazione: e se in alcuni paesi europei si adotta una politica più aperta, temendo di essere obbligati a ricevere un numero ancora più elevato di domande di accoglienza, in altri, come la Grecia, ci si rifiuta semplicemente di accogliere nuove richieste d'asilo.
Un punto di partenza possibile? Sicuramente quella legge 91/'92 che sancisce lo ius sanguinis. Già vecchia ai tempi della sua approvazione, in quanto il flusso migratorio verso l'Italia era già presente e non irrilevante - ricordiamo l'attracco della Vlora nel porto di Bari l'8 gennaio del 1991 e gli oltre ventimila migranti giunti allora -, oggi può considerarsi una norma anacronistica. Una fetta della popolazione non è rappresentata e i minori soprattutto vivono in un limbo che li rende estranei sia al diritto di essere cittadino italiano, con ciò che ne deriva, che ai doveri di appartenenza. Se proprio si fa fatica a ripensare al concetto di cittadinanza per gli adulti, nati e cresciuti oltre quelle linee bianche di cui ci siamo dotati per confinarci in qualcosa che in realtà non ci appartiene, si può cominciare dai più piccoli. Da quelli che già oggi rappresentano la nuova Italia.

inviato da Federico Zappini il 21.02.2012 09:04
Una riflessione a commento del tema da:
ROTTE DIVERSE.

Le rotte dell’immigrazione stanno cambiando? Sotto la spinta di mutamenti epocali e di una crisi economica che sta sconvolgendo gli equilibri globali non è più scontata la direzione sud-nord dei viaggi e il ruolo dell’occidente come punto d’arrivo dei flussi migratori. Già si notano inversioni di tendenza, magari ancora numericamente non rilevanti, che mostrano questa nuova prospettiva. Annualmente – forse non per scappare da una guerra, ma sicuramente per costruirsi un futuro diverso – centinaia di migliaia di cittadini europei escono dai confini del proprio paese d’origine spostandosi temporaneamente o definitivamente. Lo stesso discorso vale per il continente americano o per l’Asia. Sono saltati i confini che definivano chiaramente i luoghi di partenza e luoghi di arrivo, così come è molto meno chiara la fisionomia del potenziale migrante. Tutti il pianeta si muove e ed un fenomeno che nessuno può fermare. Inoltre, oggi più che mai, è un fenomeno che non può essere guardato solo concentrandosi sulla particolarità statuale – nel nostro caso quella italiana -, ma coinvolgendo una molteplicità di attori che ne sono protagonisti.
OCCASIONI PERSE. Le poche decine di migliaia di arrivi a Lampedusa, nella primavera scorsa, uniti ai moti della primavera araba sarebbero potuti essere spunto di riflessione importante sul tema ben più ampio e articolato delle migrazioni a livello mondiale e dei motivi che le generano. L’Italia, oltre che braccio teso dentro il Mediterraneo sarebbe potuta essere anche cuore pulsante di un nuovo modo di intendere la circolazione delle persone, non più limitata al controllo dei propri confini o alla descrizione di un problema sociale. Ciò avrebbe sicuramente favorito una discussione che uscisse dal pantano dell’emergenzialità – approdo sicuro per ognuno, nessun escluso - scegliendo di affrontare in maniera seria e articolata nell’immediato l’accoglienza e sul medio/lungo periodo le più ampie politiche migratorie. Ovviamente così non è stato. Si è ripulita in tutta fretta Lampedusa offrendo da un lato permessi umanitari (per 25mila tunisini) a mo’ di sanatoria-lampo e suggerendo dall’altra percorsi di richiesta d’asilo (per altri circa 25mila) anche dove i requisiti non sussistevano, al fine di posticipare il tempo delle scelte. Ad oggi, a mesi di distanza da quei giorni di tensione, ancora nulla è stato deciso e lo stato di emergenza è stato derogato fino alla fine del 2012, con un esborso milionario da parte dello Stato per progetti d’accoglienza che riguardano una fetta ridotta degli stranieri presenti sul territorio italiano, ormai (con o senza permesso di soggiorno) ampiamente sopra quota cinque milioni.
SENZA MODELLI. Il modello dell’integrazione (che sia mite o coattiva in salsa padana), inteso come forma di assimilazione ad una cultura e ad uno stile di vita – il nostro! – non ha portato nelle sue forme organizzate e istituzionali risultati particolarmente positivi. Il modello multiculturale, venato spesso da una certa pietà pelosa, ha contraddistinto gli ultimi decenni facendo diventare da una parte naturale la condivisione di aspetti parziali e a volte superficiali delle culture che volta per volta la nostra società si è trovata ad incontrare ma non ha mai posto l’accento sui nodi fondamentali di quelli che sono gli obbiettivi reali del rapporto con l’altro: la convivenza (alla pari) e l’interazione (alla pari). Ci si incontra spesso per momenti estemporanei e simbolici di socialità ma poi si ritorna nell’ambiente protetto della propria etnia e si preservano le distinzioni tra noi e e gli altri. E’ la quotidianità della vita delle nostre comunità – insieme alla miopia di un’intera classe politica, non solo italiana – a non mostrare ancora la prospettiva del superamento delle distanze che dividono i popoli del mondo da un loro possibile futuro comune. Si devono sottolineare giustamente gli aspetti positivi della giovane storia immigratoria italiana, ma non affrontarne le ombre e riconoscerne le contraddizioni rischia di limitare la nostra curiosità, di congelare il nostro coraggio, di falsare la nostra obbiettività. Al riconoscimento formale della cittadinanza (ma quale rappresenterebbe una vera svolta? quella del singolo Stato? quella europea? quella di libero e responsabile cittadino del mondo?) deve necessariamente corrispondere la costruzione di una cittadinanza sostanziale, fatta di riconoscimento reciproco, di cooperazione e di confronto costante.
STORIE DA RACCONTARE, STORIE DA SCRIVERE. Negli ultimi otto mesi ho avuto l’occasione di lavorare (e vivere) quotidianamente insieme ad alcuni dei circa duecento ragazzi africani accolti in Trentino dopo essere sbarcati a Lampedusa la primavera scorsa. Rimpiango di non essere riuscito una volta al giorno a raccontare una piccola storia condivisa con loro. Storie di speranza e di buon vicinato, ma anche di conflitti e aspre difficoltà relazionali. Momenti positivi e aspri contrasti. Mi auguro di essere ancora in tempo per farlo, sfruttando – almeno con alcuni – la complicità che solo l’incontrarsi e lo scontrarsi ogni giorno garantisce. Credo che in questo momento non servano profeti dalle cui labbra pendere, ognuno di noi nel suo piccolo ha il compito di essere narratore di se stesso e delle proprie esperienze quotidiane. Raccontare piccoli angoli di vita aiuta in questo momento a mostrare la complessità del mondo che ci circonda, renderli patrimonio comune permette di avere più chiaro il contesto dentro il quale camminiamo. Raccontarsi significa conoscersi, e conoscersi è presupposto necessario allo scrivere una storia comune.
inviato da giorgio il 17.02.2012 13:19
Siamo un Paese ipotetico. Le vicende di Lampedusa ci stimolano ad andare al di là del dato di cronaca. Ci stimolano a riflettere non solo sulle dinamiche e sulle problematiche - oltre che sulle speranze, le attese e, spesso, sulla disperazione - che sono alla base di ogni progetto di migrazione. La riflessione va portata soprattutto su un altro livello: quello del significato e delle conseguenze del problema dell’irregolarità nella nostra quotidianità e della sua elaborazione politica, giuridica, giornalistica, culturale. Viviamo in una ben strana Italia, dove per qualcuno la clandestinità è quasi una medaglia da appuntare sul petto ed il clandestino è, né più né meno, la vittima di antiche e sempre rinnovate prevaricazioni. Mentre per altri questa condizione è, semplicemente e immediatamente, sinonimo di delinquenza. Anche in Trentino si fronteggiano queste semplificazioni. Da una parte, una cultura talora irriflessa dell’accoglienza. Una cultura della fraternità radicale, che prima o poi si scontra col fatto che l’Altro può essere anche un opportunista, dimenticando che il valore cristiano dell’attenzione per gli ultimi, espressione estrema dell’etica della reciprocità, non può essere confuso con il dire sempre di sì a tutti quelli che chiedono qualunque cosa. Dall’altra parte, una cultura del sospetto, che vede nella diversità un problema e un disvalore: una cultura che, incapace di guardare le cose per quello che sono e di cogliervi il potenziale positivo che sempre hanno in sé, si accontenta di generalizzazioni e di retoriche. Entrambe queste posizioni, in sé illusorie, dimenticano un elemento centrale: la prima dimentica che l’accoglienza è faticosa e deve cercare difficili e mai scontate compatibilità; la seconda dimentica che non si tratta di criminalizzare il diverso, ma di chiedere e di garantire reciproco rispetto. Queste posizioni, dal momento che riflettono convinzioni profonde e assunti differenti rispetto a valori fondamentali, sono irriducibili. Per questo motivo, il problema dell’immigrazione va riformulato su un terreno comune, che costituisce, nell’Italia del nostro tempo, un rilevante elemento di fragilità: quello della certezza delle regole. Per gli oltranzisti dell’accoglienza, infatti, tutto sommato é consentito anche commettere qualche illecito purché lo si faccia con un pretesto accettabile, anche se ciò porta a dimenticare che potremmo senza troppi problemi fare a meno di coloro che, ad esempio, hanno precedenti penali qui o in casa propria; gli xenofobi, invece, enfatizzano il valore simbolico della risorsa penale, accreditando un significato talora apertamente vendicativo della giustizia, puntualmente disatteso (e perciò fonte di inevitabile frustrazione) quando un’applicazione del nostro ordinamento per quello che è ci mette di fronte a condanne non sempre esemplari, a rimpatri solo virtuali ed a rapide scarcerazioni. Per questo è necessario ripartire dalle regole e, soprattutto, dalla loro applicazione: perché un sistema di diritto “a sovranità limitata”, nel quale le norme siano invocate, annunciate, adottate, ma rivelino la loro scarsa ed incerta effettività, ha effetti potenzialmente devastanti, dal momento che, nella percezione di qualcuno, legittima l’idea che da noi possa venirci chiunque e fare quello che vuole; e, nella percezione diffusa, apre la strada prima all’insicurezza, poi all’allarme, quindi alla paura, in seguito alle suggestioni della giustizia “fai da te” e, infine, alla più aperta intolleranza. Per questo è interesse di tutti – ed è precisa responsabilità di chiunque creda in una società aperta – ripartire dalla certezza del diritto, dall’effettività dell’applicazione delle norme, dal rispetto delle regole. Non si tratta, in questo caso, di riaffermare il valore della legalità in sé stessa, quanto piuttosto di garantire i presupposti materiali perché le sue condizioni - ma anche le speranza di chi viene qui alla ricerca di un progetto di vita altrove impraticabile - possano realizzarsi concretamente.
inviato da Tommaso il 15.02.2012 12:09
Premetto che non sono un profondo conoscitore delle questioni migratorie, e mi limito quindi ad alcune impressioni senza pretese. Credo che parlare di integrazione mite sia un ottimo modo per riportare il problema ad un livello di discussione che esca dalle retoriche emergenziali che, fino ad oggi, hanno creato intorno al problema dei migranti uno stato di eccezione permanente. Lampedusa ne rappresenta il simbolo più lampante. Credo anche, come sostiene Adel Jabbar, che i processi di integrazione comportino dei problemi non rinviabili. I luoghi hanno una storia, afferma giustamente, e io aggiungo che questa storia conforma ogni aspetto del vivere sociale: le istituzioni, il diritto, le strutture e le politiche assistenziali, le agenzie formative e le forme dell’educazione … tutti questi elementi hanno una storia, stratificata nei secoli. Per evitare di incancrenirsi su logiche identitarie (“le nostre istituzioni”, “le nostre leggi” …) dobbiamo immaginare questa storia come un processo continuo, un divenire costante che scorre con lo scorrere del tempo e muta col mutare dei contesti. Per scongiurare quindi il rischio che il richiamo alla storia sia, citando Magris, un modo per cogliere un’essenza immutabile e per rimuovere la storicità, la presenza di una pluralità di storie diverse (e di istituzioni, e di leggi …) va riconosciuta e fatta propria dal discorso pubblico: su questo riconoscimento esplicito andrebbe costruita una pratica dell’interculturalità fondata sul dialogo tra diversi, che condizioni la storia futura dei luoghi, di chi vi abita e delle regole che questi si danno per vivere in società. Un diritto interculturale, un welfare interculturale, una pedagogia interculturale, per creare uno spazio condiviso il cui fattore unificante sia l’ethos democratico.
inviato da Adel Jabbar il 13.02.2012 12:05
Mi pare sia una condivisibile impostazione e una necessaria lettura di un dato storico come il movimento migratorio che va al di là della contingenza. Ma va tenuto in considerazione che ogni movimento implica dei cambiamenti i quali alla loro volta producono delle conseguenze nei micro spazi in cui di svolge la vita quotidiana delle persone. Tale conseguenze determinano la necessità di trovare una nuova mappa cognitiva per potersi ricollocare e riconoscere nei nuovi assetti e ciò implica delle difficoltà relazionali che richiedono energie, consapevolezza e notevole capacità di adattamento. Infine credo che ci sia bisogno di un serio impegno al livello istituzionale e al livello delle realtà sociali per creare le necessarie condizioni al fine di elaborare percorsi di coinvolgimento di vecchi e nuovi cittadini e di effettiva partecipazione degli immigrati.
inviato da Marco Valdo il 13.02.2012 08:48
L'altro giorno un'amica rumena mi ha espresso il suo sentimento di orgoglio per il fatto di vivere in Trentino, e questo in relazione alla capacità di affrontare le calamità naturali e al senso di solidarietà, anche nazionale, che pervade le azioni della protezione civile trentina. Ecco, anche questo a me è parso un bellissimo atto di integrazione mite.
inviato da Giuseppe Marino il 11.02.2012 13:19
Il pluriculturalismo esiste a prescindere dalla presenza degli immigrati. In questa fase storica globalizzante accedere a informazioni che riguardano popoli che vivono dall'altra parte del mondo è facile, forse troppo. La distanza, però, alimenta il pregiudizio. Si finisce per credere che in Africa si muoia di fame (ovunque) e che tutti i bambini siano scheletrici col pancione. Che i musulmani siano dei matti e le donne sempre sottomesse. La vicinanza, il rapporto anche fisico, è l'occasione per renderci meno ubbiosi e arricchirci di suoni, profumi, credenze lontani. E per noi che di cristianità ci vantiamo da secoli, è un'occasione per praticarla fuori dai predellini delle chiese. Per ultimo: non ci estingueremo mai o non di certo in questo secolo di flussi migratori. La storia ci insegna quali e quanti fenomeni di questo tipo, anche più cospicui, hanno trasformato popolazioni e culture. Non possiamo credere che i posti al mondo sono "finiti" e che per immettere un nuovo soggetto, bisogna per forza farne fuori un altro.
inviato da Adel Jabbar il 10.02.2012 00:10
È vero che in atto una sostituzione ecologica tra dei vasi comunicanti: società sempre più anziana in Italia e con certi settori occupazionali poco attraenti per la fascia giovanile della popolazione mentre nelle aree contigue siamo in presenza di realtà sociali caraterizzata da una significativa crescita demografica e carenze di offerte di lavoro. Ma non va trascurato il fatto che l'affacciarsi, dei nuovi arrivati, nello spazio fisico di un dato territorio ha delle implicazioni che vanno preso seriamente in considerazione: anzitutto i luoghi hanno una storia e di conseguenza non sono neutri, la presenza di chiunque , in particolar modo lo straniero- immigrato, nel medesimo spazio produce necessariamente delle frizioni che richiedono attenzione e specifica competenza per poterli gestire, la coabitazione di persone con variegate provenienze (non solo culturale ma sociale, ceto, istruzione...) avvicinano i connotati culturali instaurando spesso delle relazione asimmetriche che spesso determinano una dinamica di sostituzioni, in altre parole il prevalere del modello dominante. Con questo brevissimo commento intendo asserire che il tema dello straniero e a maggior ragione lo straniero immigrato pone delle domande molto spigolose che necessitano attenta osservazione e profonda riflessione. Grazie. Adel Jabbar
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