Il Sud verso lo "tsunami demografico", nei prossimi anni emigrerà un giovane su 4
L'allarme del Rapporto Svimez 2011: nel Mezzogiorno la disoccupazione reale al 25% alimenta le partenze e nel 2050 quasi un abitante su cinque avrà più di 75 anni. La fuga dalle città colpisce soprattutto Napoli, Palermo, Bari e Caserta. Il 45% di chi va via ha laurea o diploma. Di Flavio Bini. Leggi tutto, su Repubblica.it
Quali sono le richieste del Movimento dei Forconi
L'inchiesta. Perché l'Italia non cresce 3 / Il ritardo del Sud? Un Nord al cubo
(...)
La tesi del Sud come freno a un Nord scalpitante è ammaliante e a prima
vista convincente. Eppure la storia economica e le dinamiche recenti la
confutano.
Leggi tutta l'inchiesta di Luca Paolazzi, sul sito de Il Sole 24 Ore
Sviluppo, rischio e conti con l'esterno delle regioni italiane
Lo schema di analisi della "pentola bucata", di Riccardo De Bonis, Zeno Rotondi, Paolo Savona
(Laterza, 2010)
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Dietro ai Forconi
La crisi ha raggiunto un'intensità fortissima al sud, dove si
intensificano pulsioni e malcontenti spesso ignorati dai media. Il
sottaciuto malessere meridionale ha assunto in Sicilia una forma esplicita e clamorosa.
Nel gennaio scorso un blocco stradale operato da migliaia di persone ha messo
in ginocchio l'economia della regione piu vasta d'Italia (terza come
popolazione). In breve tempo il carburante si è esaurito e i supermercati
svuotati. I media tradizionali hanno prima ignorato il fenomeno e solo dopo alcuni giorni vi hanno posto attenzione, oscillando tra minimizzazioni e criminalizzazioni.
Chi sono i protagonisti di quel blocco? Cosa chiedono? Che
ripercussioni possono avere i fatti siciliani sulla politica nazionale?
Qual'è il rapporto economico che lega il nord e il sud
Italia? La visione più diffusa è la seguente: il nord sostiene con il trasferimento di proprie risorse il sud, un
sud che non riesce a svilupparsi e che, anzi, con il proprio immobilismo
rischia di danneggiare irrimediabilmente l'economia settentrionale. A un osservatore smaliziato tale interpretazione dovrebbe
suscitare qualche perplessità: per quale motivo tale trasferimento continua
imperterrito da anni nonostante non si raggiungano risultati decisivi?
Una recente ricerca del servizio studi di Unicredit Banca
risponderebbe a tale domanda. Lo studio
mette in risalto come ogni anno vengono trasferiti circa 45 miliardi di
euro dal centro-nord verso il sud, ma il percorso inverso viene fatto (sempre
annualmente) da circa 63 miliardi di euro, con un saldo positivo per il centro
nord, dunque, di circa 18 miliardi. Ciò è spiegabile con il fatto che i
consumatori meridionali (una popolazione di circa 20 milioni di persone)
acquistano in una percentuale altissima prodotti del centro-nord Italia. Alla
luce di un'analisi attenta, si potrebbe quindi affermare che il sistema
economico italiano trova il suo fondamento in un dualismo che vede un nord ricco che produce e un sud povero
che consuma i prodotti del nord; inoltre, la distribuzione clientelare delle
risorse al sud sembrerebbe funzionale alla logica di tale sistema (ovviamente
si tratta di generalizzazioni: il nord non è certo il paese di Bengodi e il sud
non è tutto povero e clientelare).
Negli ultimi decenni tale modello è entrato in crisi. Nel nord Italia si è avuta una forte diffusione di un partito che fa della critica (con minacce secessioniste) dei trasferimenti verso il sud una delle sue linee guida.
D'altro canto, la recente crisi economico finanziaria che ha impattato in tutta Italia ha raggiunto un'intensità fortissima al sud, dove si intensificano pulsioni e malcontenti pressoché ignorati dai media nazionali. Il sottaciuto malessere meridionale ha assunto in Sicilia una forma esplicita e clamorosa. Nel gennaio scorso un blocco stradale operato da migliaia di persone ha messo in ginocchio l'economia della regione piu vasta d'Italia (terza come popolazione). In breve tempo il carburante si è esaurito e i supermercati svuotati. I media nazionali (quelli tradizionali) hanno ignorato inizialmente il fenomeno e solo dopo alcuni giorni vi hanno posto attenzione, spesso oscillando tra tentativo di minimizzare e tentativo di criminalizzare.
Chi sono i protagonisti di quel blocco? Cosa chiedono? Che ripercussioni possono avere i fatti siciliani sulla politica nazionale? Le intepretazioni che vedono il blocco come un'abile manovra di Forza Nuova sono abbastanza ridicole. Questa organizzazione estremista nell'isola ha una rilevanza quasi inesistente. Da prendere più seriamente sono le segnalazioni di infiltrazioni mafiose, che non si possono escludere a priori e dunque il problema va esaminato con attenzione dalle forze dell'ordine. Credere però che migliaia e migliaia di persone siano state mobilitate da cosa nostra non sembra un'ipotesi veritiera; non è un caso che alcuni che avevano avanzato tale accuse abbiano poi fatto marcia indietro e che i primi a testimoniare la professionalità (estrema, a onor del vero) di polizia e carabinieri siano gli stessi protagonisti della serrata.
Andiamo ai fatti: il blocco stradale non è nato da una protesta spontanea e improvvisa; è stato organizzato, pianificato e molto pubblicizzato prima di essere effettuato. Le principali organizzazioni impegnate nella protesta sono due: "Forza d'urto", movimento di autotrasportatori che gravita intorno al sindacato AIAS che ha come leader Giuseppe Richichi, e il movimento dei Forconi, movimento di contadini che conta tra i leader piu influenti Mariano Ferro. Ad essi si aggiungono gli addetti alla pesca, partecipazioni individuali e di organizzazioni meno rilevanti numericamente, ma in alcuni casi il blocco si è configurato come protesta di un'intera comunita (come ad Avola, Pachino, ecc.).
Dietro la serrata c'è la crisi, una crisi durissima. Protagonisti della protesta sono soprattutto le categorie maggiormente in difficoltà: contadini e autotrasportatori. Credo sia interessante esaminare le loro istanze, che assumono un significato che va che oltre la semplice ottica regionalistica.
Tra le varie richieste (oltre a quelle di chiara natura populista) quelle che meglio, a mio parere, fanno cogliere la natura della protesta sono due: maggiore presenza di prodotti agricoli siciliani nei supermercati dell'isola e diminuzione del costo dei carburanti. La prima istanza non è da interpretare come pretesa di localismo ma è una richiesta di un parziale riequilibrio dei rapporti commerciali (nel ristretto ambito agricolo) intercorrenti tra nord e sud, una limitazione del dualismo italiano dove il nord produce e il sud consuma i prodotti del nord. La seconda richiesta, la diminuizione dei prezzi del carburante non è da intendere come dettata da una mentalità abituata a chiedere regalie e esigerle con arroganza. Essa si collega alla richiesta di attuazione del federalismo fiscale. Infatti la Sicilia raffina circa il 40% dei carburanti consumati in Italia, i costi ambientali sono enormi e gli effetti sulla salute delle popolazioni impattate è devastante, le aziende che raffinano il petrolio versano le relative accise allo stato centrale, l'importo di tale accise varia dai 7 ai 10 milardi di euro. Viste le cifre e il fabbisogno regionale di carburante tale importo rende possibile una diminuizione dei costi dello stesso e un aumento della ricchezza regionale che affrancherebbe l'isola dalla dipendenza dei trasferimenti del nord (per la gioia dei contribuenti). I movimenti siciliani (e non solo loro) chiedono la realizzazione del federalismo tramite la piena attuazione dello statuto regionale. Si noti che le leggi attuative che permetterebbero il trasferimento delle funzioni fiscali dallo stato centrale alla regione si attendono da oltre mezzo secolo (avete letto bene: piu di 50 anni).
Oggi è difficile prevedere quali saranno gli sviluppi delle vicende siciliane. La sordità del sistema politico rischia di estremizzare la protesta, facendola percorrere vie poco chiare e in definitiva perdenti. È peraltro probabile che una parte dei movimenti porti voti e consensi al movimento autonomistico del presidente della regione Raffaele Lombardo.
Se di certo vi è ancora poco, alcune riflessioni di portata nazionale alla luce di questi accadimenti è possibile farle. La prima rigurda la natura politica della dirigenza leghista, che se fosse davvero animata da spirito federalista avrebbe appoggiato entusiasticamente le iniziative isolane. Invece pare che la richiesta federalista e la minaccia della secessione vengano brandite solo in chiave volgarmente anti meridionale; un'altra riflessione riguarda le altre forze politiche: in maniera esplicita una parte della società meridionale chiede un profondo cambiamento del "sistema Italia". Tali richieste potrebbero rappresentare un'opportunità per tutte le forze politiche interessate sul serio alla riforma dello Stato e dell'economia nazionale, in particolare alle forze progressiste. Basterebbe avere il coraggio di ascoltarle.
si descrive qui una Sicilia che chiede maggiore presenza di prodotti agricoli siciliani nei supermercati dell'isola. L'articolo afferma inoltre che la maggior presenza di prodotti agricoli siciliani non è da interpretare come pretesa di localismo ma è una richiesta di un parziale riequilibrio dei rapporti commerciali (nel ristretto ambito agricolo) intercorrenti tra nord e sud. Bene, in merito a questo tema le consiglierei di rivedere perchè, ad esempio in tema di produzione di citrici, la Sicilia sia stata surclassata da Regioni di Paesi como Spagna e Marocco. Basicamente perchè il modello produttivo non era redditizio. Il mercato richiedeva qualcosa di diverso, a cui i produttori siciliani non si sono (o non hanno voluto) adattarsi, ed evidentemente lo Stato non può intervenire al riscatto di imprese o interi mercati messi fuori gioco dal libero mercato.
Per quanto riguarda l'autonomia siciliana essa rimane un'autonomia piu formale che sostanziale; l'art. 37 dello statuto siciliano, quello che darebbe la reale autonomia fiscale e quindi economica all'isola, è stato fino ad ora totalmente disatteso.
I fatti verificatisi all'inizio dell'anno sono l'espressione di un malessere diffuso in tutto il sud e non solo in Sicilia, non è un caso che le manifestazioni di gennaio hanno avuto una forte intensità anche in Sardegna, dove tra i maggiori protagonisti si sono contati i componenti del movimento dei pastori sardi, il cui leader Felice Floris ha partecipato ad Avola nella primavera scorsa alla fondazione del movimento dei forconi. Anche in Sardegna tra le varie rivendicazioni, vi è quella che riguarda le accise, essendo presente a Sarroch (provincia di Cagliari) una delle più grandi raffinerie del paese.
Rimanendo sempre nel campo della produzione e raffinazione degli idrocarburi, le manifestazioni di insoddisfazione non sono assenti neanche in Basilicata, dove viene estratta la maggiorparte del petrolio italiano e alla regione viene riconosciuto come royalties il 7%, una percentuale ridicola, basti pensare che oggi i contratti con le compagnie petrolifere vengono rinegoziati (in Venezuela, Bolivia, Ecuador) per portare le royalties oltre il 50%.
Insomma, siamo davanti a un malcontento diffuso, acuito dalla crisi, dinnanzi a tali fatti a me sorge più di un dubbio. Se le ragioni del sud non riescono a entrare nel dibattito nazionale, cosa rischia di essere un eventuale riforma federalista? Le attuali istanze federaliste nascono semplicemente dall'ostilità verso Roma e dunque rischiano di acuire il dualismo italiano? Il federalismo prossimo venturo sarà un federalismo di marca leghista?
il merito è quello di aver focalizzato l'attenzione sugli strumenti di lotta;
quella dei forconi non è stata una protesta simbolica, ma effettiva, che ha toccato nervi scoperti, e ha mostrato che può essere incisiva, se e quando lo si vuole. Se e quando, appunto. Sconfinando nell'antropologia, in Italia non esiste storicamente una cosa chiamata lotta di classe, tanto meno rivoluzione; esistono episodi di rigurgiti verso il governo del momento, rigurgiti disorganizzati e dispersivi. E quello dei forconi non è (stato) da meno.
Sono d'accordo con Giulio Mancabelli per quanto riguarda la critica alla politica miope e dannosa portata avanti dai leader tedeschi e francesi. L'intervento di Marco Valdo mi consente invece di puntualizzare alcuni aspetti della "vicenda forconi" che vale la pena approfondire (e per questo lo ringrazio). La critica che i forconi fanno al sistema politico siciliano è durissima e spesso assume toni populistici. Tale critica non risparmia Raffaele Lombardo e il suo partito; la mia ipotesi, che vede la possibilità che una parte dei movimenti possa rafforzare l'attuale governatore nasce dalla costatazione che per molti versi il partito di Lombardo è quello che più ha insistito sui temi cari ai forconi. Che tale ipotesi risulti veritiera è tutta da verificare e dipenderà dalle prossime evoluzioni. Detto questo, è indubitabile che una grossa fetta dei partecipanti alla protesta abbia avuto come referente quella
parte di politica siciliana che è maggiormente responsabile della situazione
attuale, questa è in realtà la critica che viene spesso fatta dalla sinistra
siciliana ai forconi.
A tal proposito vorrei approfondire un paio di punti. Anzitutto una parte dei manifestanti proviene da quelle che erano le città e province “rosse” dell'isola (quindi bisogna stare attenti alle generalizzazioni) e inoltre: ma perche mai se un sistema clientelare e di potere entra in crisi, la parte progressista non dovrebbe prenderne atto entusiasticamente invece di rinfacciare il passato? Perché la protesta non può essere vista come un’opportunità? Un’opportunità
che da un lato dà la possibiltà di formulare una proposta economica veramente
riformista (riequilibrio dei rapporti commerciali nord/sud) e dall’altro di
raccogliere consensi tra coloro che davano un forte appoggio elettorale ai
partiti di centro destra. Per quanto rigurda le responsabilità delle elite
locali io appartengo a quella sinistra che ha fatto di questa critica uno dei suoi capisaldi; detto questo, però, può reggere l’ipotesi che da 150 anni i meridionali sbagliano a scegliere i propri rappresentanti e che quindi basterebbe cambiare voto per ottenere lo sviluppo agognato? Può reggere l’ipotesi che fondamentalmente le cause dei problemi del sud siano delle popolazioni stesse? A me queste interpretazioni non convincono. Le trovo semplicistiche e ingiuste. Le condizioni del sud Italia, piuttosto, sono spiegabili partendo dal dualismo economico che caratterizza l'Italia,come ho tentato di spiegare nell'articolo.
Chiacchierata con Mariano Ferro (Movimento dei Forconi)
Ne abbiamo viste, lette e sentite tante su questo Movimento dei Forconi che abbiamo voluto incontrare Mariano Ferro per fargli qualche domanda.... (da Youtube)