L'eredità di Marco Biagi oltre i conformismi vecchi e nuovi
di Pietro Ichino (Corriere della Sera, 19 marzo 2010)
Scarica il PDFRegole chiare per i salvataggi
di Lorenzo Bini Smaghi (Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2010)
Le lezioni sbagliate della formica tedesca
di Martin Wolf (Il Sole 24 Ore, 17 marzo 2010)
Bobbio, chi ha tradito quei giovani eroi?
di Franco Sbarberi (la Stampa, 15 marzo 2010)
Non esiste libertà senza regole
di Claudio Magris (Corriere della Sera, 15 marzo 2010)
Quelle inutili nostalgie (la prima repubblica va rimpianta?)
di Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 15 marzo 2010)
Da cittadini a clienti globali
Federico Rampini intervista Benjamin Barber (la Repubblica, 15 marzo 2010)
Unire le forze per affrontare le sfide del Mediterraneo
di Mario Mauro e Gianni Pittella (Europa, 26.02.2010)
Solo online i dieci film sulla democrazia che le tv italiane hanno ignorato
Da: Corriere della Sera, 7 maggio 2008, pp. 45
A più voci
Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi
a cura di Luigi Bobbio (2004)
La qualità della democrazia in Italia. Capitale sociale e politica
di Marco Almagisti (Carocci, Roma, 2009)
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Democrazia senza qualità
Una
democrazia che funziona deve essere in grado di imparare dai suoi errori e di aggiornare
e riformare le istituzioni e le pratiche decisionali in modo tempestivo e
concertato.
Oggi
il problema non è solo quello di quanta democrazia vi è nelle nostre
istituzioni rappresentative. Il problema è anche quella della sua qualità.
"Democrazia è la parola per qualcosa che non esiste", diceva Karl Popper. Per essere qualcosa che non esiste, essa ha fatto (e farà ancora) discutere molto. La democrazia è un obiettivo per molti paesi (si pensi a ciò che è avvenuto a cavallo degli anni Ottanta e Novanta nell'Europa dell'Est), ma, anche per i paesi stabilmente democratici, è fonte di sfide e opportunità. La globalizzazione, l'integrazione europea, il rafforzamento dei poteri delle regioni e delle istituzioni locali pongono nuovi problemi alla democrazia. Sono cambiati i luoghi della decisione, gli attori, i vincoli istituzionali, il contesto e quindi il rendiconto. Dove vengono prese le decisioni? Chi è responsabile di cosa? Come si può fare (democraticamente) sintesi delle diverse proposte e dei diversi interessi? Quali strumenti hanno oggi i cittadini per premiare o sanzionare le scelte pubbliche? Queste sono domande a cui urge trovare una risposta a livello nazionale, sovranazionale (l'Unione europea) e locale. Una democrazia che funziona deve essere in grado di imparare dai suoi errori e di aggiornare e riformare le istituzioni e le pratiche decisionali in modo tempestivo e concertato. Per questo, Robert Dahl scriveva che "Qualsiasi forma assuma, la democrazia dei nostri successori non sarà e non potrà essere la democrazia dei nostri predecessori". Il futuro della democrazia, quindi, non dipende tanto dalla capacità di rafforzare e perpetuare le istituzioni formali e le pratiche informali esistenti ma dalla capacità di cambiarle. Non è la prima volta che la democrazia si trova ad affrontare nuove sfide: è sempre stato così. Le "vecchie" sfide hanno prodotto ciò che oggi ci pare inevitabile e necessario: la sovranità dei cittadini è una conquista relativamente recente, così come il diritto di voto garantito a tutti gli uomini e donne indipendentemente dal salario, da diritti ascritti e dalla posizione sociale ricoperta. Allo stesso tempo, l'ampio ventaglio delle politiche associate allo stato sociale è diventato solo recentemente ambito di azione della democrazia. Oggi il problema non è solo quello di quanta democrazia vi è nelle nostre istituzioni rappresentative. Il problema è anche quella della sua qualità. In una qualche misura, insomma, possiamo dare per scontata la lezione di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, secondo i quali la democrazia è prima di tutto un insieme di regole che consentono la libera scelta dei governanti da parte dei governati. Oggi dobbiamo anche guardare al rispetto e alla bontà delle procedure decisionali, al contenuto delle decisioni (ovvero all'ambito di riferimento delle politiche pubbliche) e al risultato delle decisioni prese (espressa in termini di soddisfazione dell'elettore/cittadino). Se questo è vero, come aumentare la qualità di una democrazia? Quali raccomandazioni si possono fare? Delineare una mappa delle soluzioni adottate nelle diverse democrazie consolidate è cosa difficile, soprattutto perché è stata adottata una amplissima varietà di strumenti. Essi vanno dal conferimento del diritto di voto a tutti i legittimi detentori dello status giuridico di cittadino fin dalla nascita, alle "lotterie" per gli elettori; dall'istituzione di organismi rappresentativi volti a fornire consulenza alle autorità in merito a questioni specifiche, all'attivazione di sportelli democratici; dall'istituzione di commissioni consiliari dei residenti, al sostegno elettronico a candidati e parlamenti (smart voting). La lista potrebbe continuare. Solo se le democrazie sapranno autoriformarsi e si sapranno dare un nuovo contenuto qualitativo riusciranno a ritrovare la fiducia dei cittadini e incrementare la legittimità delle loro istituzioni e processi decisionali. Perché, come dice Maurice Duverger, le sorti della democrazia si fondano (anche) sulle credenze radicate nel cuore delle persone.
Elias Canetti diceva che “Il segreto sta nel nucleo più interno del potere”: il potere, in altre parole, ha una tendenza irresistibile a nascondersi. E’ compito della democrazia rovesciare questa (innata) tendenza del potere, impedendo che si vada verso una autocrazia. “La rappresentanza può svolgersi solo nella sfera della pubblicità. – diceva Carl Smith – Non c’è nessuna rappresentanza che si svolga in segreto e quattr’occhi”. Ovviamente, ciò non significa che alcuni elementi di segretezza non siano indispensabili. Ma c’è una tensione forte tra la dinamica tipica del potere a nascondersi e l’esigenza che tutto sia pubblico. Come risolverla? Difficile dirlo in poche righe. Solo alcune indicazioni di massima: favorire la circolazione delle élite, risolvere i problemi di conflitto di interesse, favorire la capacitazione degli elettori attraverso la partecipazione ai processi decisionali, creare istituzioni che si controllano l’un l’altra … Potrei continuare, ma mi fermo qui. Ne discuteremo ancora a lungo, qui o in altre sedi.
Mi colpì allora la complessità della valutazione finale che ci faceva accorti di alcuni problemi, tipici di una democrazia "in transizione" ma anche di una terra particolare, connotata da una fitta rete di presenze associative e quindi da una società civile potenzialmente ricca, e tuttavia infiacchita da corporativismi e commistioni con il potere politico.
Prendo una frase di quel rapporto:
"Invece di essere uno strumento dell’auto-governo, l’associazionismo può diventare uno strumento del governo (in carica)".
Una frase fortissima, che avrebbe meritato uno stop e un serio esame di coscienza collettivo e personale. Forse qualcuno l'ha fatto ... Non so se l'abbiamo socializzato abbastanza. Ma c'è sempre il tempo per farlo, anche attraverso questo nostro bel sito.
E del resto sono trascorsi due anni, due anni importanti.
Saremo cresciuti nella capacità di autogoverno? Nella capacità di sovranità, che implica un sapere dove si vuole andare insieme?
Talvolta ho timore che la nostra capacità di autonomia inizi e si fermi alle porte dell'ente autonomo provincia, alla quale siamo bravi nel chiedere di difenderci, meno nell'offrirci ad aprire nuove frontiere.
Cito ancora il Rapporto
"... la qualità della democrazia trentina dipenderà da un insieme di fattori e di ambiti, sarà il risultato di buone regole e di una buona classe politica. Ma soprattutto dovrà aiutare i suoi cittadini ad individuare il loro interesse comune".
Se abbiamo alle spalle il tempo in cui l'interesse comune era legato ai bisogni della propria sopravvivenza, potrà cominciare il tempo il cui lo sguardo si alza ad un ulteriore interesse comune, forse legato al vivere - semplicemente e umanamente, ossia fraternamente, e in dimensione planetaria.
Due giorni fa ero a Napoli. Nel centro storico neanche un manifesto elettorale del PD, solo PDL e UDC. Ho incontrato un piccolo imprenditore e gli ho chiesto un parere sulla situazione politica alla vigilia delle elezioni regionali. Mi ha detto che Bassolino ha creato un sistema clientelare formidabile. "Se non sei dei suoi non lavori", ha concluso.
Si tratta di due voci raccolte dal basso. Non sono evidentemente un campione statisticamente rilevante, ma la coincidenza di opinioni fa riflettere. Sembrerebbe che chiunque sia al governo adotti lo stesso metodo. La questione quindi non è quale schieramento, bensì quale etica e prassi politica.
Quanto ha pesato la FIAT sulle decisioni del parlamento italiano, prima ancora che arrivasse Berlusconi (e l'ENI?)? Quanto la Toyota e la Sony in Giappone? Quanto la Nokia in Finlandia (es. leggi sulla privacy)? Quanto la GlaxoSmithKline in UK, produttrice di farmaci e vaccini che assume nel direttivo (a 116.000 sterline all'anno) Sir Roy Anderson, consulente del governo britannico per le emergenze epidemiologiche?
Quanto peso esercita l'industria bellica sulla politica internazionale americana? Chi decide chi sarà il prossimo presidente degli USA? Obama ha speso oltre mezzo miliardo di dollari per essere eletto. Non deve niente a nessuno? Non ci sono legami particolari tra parte del suo staff e i lobbisti delle multinazionali?
Nel Trentino le cose vanno sensibilmente meglio? E in Alto Adige? Non scopriamo ogni 3-4 mesi sulle pagine dei giornali locali di qualche "liaison dangereuse" tra politici ed imprese, senza che il bene pubblico sia al primo posto?
Ha senso parlare di democrazia? O qualcuno è così "più uguale" degli altri che il suo voto vale migliaia di volte il mio?
Chi ha letto "Shock economy" di Naomi Klein è ancora convinto di poter usare il termine "democrazia" senza il virgolettato?
La priorità, mi pare, dovrebbe essere quella di separare il grande capitale (industriale e finanziario-assicurativo) dal potere politico. Solo allora si potrà cominciare a pensare di stabilire dei regimi di democrazia sostanziale e non solo formale/nominale. In un secondo momento si parlerà di migliorarli secondo le validissime indicazioni di Marco Brunazzo.
Scusate i toni perentori ma sono enormemente preoccupato di come stanno andando le cose in Italia ed all'estero.
Risulta molto diffusa, oggi, l’idea che a questa crisi si debba rimediare soprattutto con una maggiore partecipazione, la quale è vista come fattore di incremento tanto quantitativo che qualitativo della democraticità dell’assetto politico ed istituzionale. A mio modesto avviso, dipende.
Se per maggiore partecipazione si intende un maggiore coinvolgimento, nel senso che i partiti giustifichino le proprie scelte di fronte all’elettorato – rectius, forse, di fronte ai cittadini –, credo di poter essere d’accordo: talvolta, anzi, mi sembra auspicabile. Il che peraltro, pone attualmente in Italia il problema, non unico ma sicuramente di primaria rilevanza, della riforma della legge elettorale.
Al contrario, mi riesce onestamente difficile avallare una visione che sostanzi la maggiore partecipazione nel fatto che i partiti debbano cercare di legittimare tutte le loro scelte più importanti, di rilevanza interna o diffusa, passando dal proprio elettorato. Mi spingono a sostenerlo diverse ragioni. Viene in primo luogo in evidenza il ragionamento di Norberto Bobbio – che chi mi conosce sarà stanco di sentire ripetere – secondo il quale ad una maggiore e progressiva complessità dei problemi da affrontare nelle società odierne, una maggiore ricorso all’opinione del quisque de populo è quantomeno paradossale. È in questo senso emblematico il caso, recente, del fallimento del referendum del 2005 sulla legge 40/2004 sulla c.d. fecondazione assistita, rispetto al quale sarebbe arduo non riconoscere che alla forte astensione abbia contribuito la notevole complessità tecnica delle questioni che i requisiti referendari ponevano. In secondo luogo, bisogna prendere atto del dato fattuale per cui l’opinione pubblica si forma oggi prendendo le mosse da un ventaglio di fonti di informazione, la cui ampiezza non si era mai riscontrata. Ebbene questo dovrebbe aumentarne il grado di consapevolezza: ma occorre prendere atto che, al contrario, questo presenta anche il concreto rischio di una manipolazione più diretta e diffusa dell’opinione pubblica stessa.
È impossibile qui approfondire ulteriormente queste opinioni, ed impossibile risulta anche analizzare compiutamente le diverse soluzioni ipotizzabili. Sinteticamente, dovrò limitarmi a dire che probabilmente, invece che ricorrere (spesso fittiziamente, peraltro) all’opinione del «popolo» prima di assumere decisioni, sarebbe opportuno che i partiti riacquistassero un ruolo di guida, e non solo di raccolta di interessi diversi – se non addirittura configgenti. Questo aumenterebbe l’efficienza dei partiti stessi e la loro responsabilizzazione (che però deve essere supportata anche esternamente: ad esempio in Italia, dicevo, con una diversa legge elettorale). Sarebbe un cambiamento importante, in funzione antipopulista, che presupporrebbe la formazione di una classe politica competente. Ciò, a sua volta, rimanda ad un complesso mutamento culturale, sia a livello politico (inteso come partitico), sia, forse, dell’elettorato. Ma sembra un mutamento per nulla semplice da attuare.
Quindi i problemi da affrontare - scartata, per noi democratici, la soluzione di ricorrere ad un sovrano illuminato - sono due: uno strategico, e riguarda la conoscenza (e la strada Gelmini non mi sembra la migliore per aspirare ad una società dove la conoscenza sia talmente diffusa fra i cittadini da consentire una reale democrazia e togliere terreno al populismo becero); l'altro tattico, e riguarda la comunicazione, da un lato inventando norme di garanzia sulla gestione dei mass media, dall'altro riappropriandoci di strumenti di comunicazione più diretti (e meno alienanti dei reality televisivi) per i quali, purtroppo, non posseggo il copyright, ma che sostanzialmente, anche attingendo alle nostre memorie passate, possono richiamarsi al concetto di partecipazione e di responsabilità collettiva. Più facile a dirsi che a farsi, lo so: ma proviamoci!
E’ una grande soddisfazione, una grande speranza e una sicurezza avere amici che stanno lavorando per una politica vera e cioè pulita e competente e partecipata (chè ci devono ancora dimostrare che l’altra porta a risultati…)
Politicareresponsabile è un tassello importante, sono con voi!
Ho indicato alcune di queste sfide nella mia tesi. Più in generale, occorre ricordare che perfino Aristotele si chiedeva cosa fosse il buon governo, scrivendo una frase che Maestro Daniele potrebbe condividere: “Quando uno solo, pochi o i più esercitano il potere in vista dell’interesse comune, allora si hanno necessariamente le costituzioni rette; mentre quando l’uno o i pochi o i più esercitano il potere nel loro privato interesse, allora si hanno le deviazioni”. Ora: cosa è l’interesse comune? Chi lo definisce? Lo definisce la politica in un dialogo costante con i cittadini. E’ chiaro che i cittadini devono poter partecipare. Anzi: la loro partecipazione è fondamentale per avere una buona politica. Ma è la politica che poi deve decidere. Alex sostiene che forse pongo l’accento troppo sulla democrazia diretta. Forse ha ragione. D’altro canto, una tesi deve essere anche provocatoria. Ritengo però che occorra anche immaginare nuove strade da percorrere per la democrazia. Il mondo cambia, i problemi cambiano, e la tecnica e la scienza ci danno nuove possibilità. Perché non pensare di integrare le forme tradizionali di democrazia affiancandole (e non sostituendole) e quelle tradizionali? Sono convinto che una riflessione vada aperta. Ma sono anche convinto che la politica sia la vera responsabile dell’azione pubblica. E la responsabilità (nel senso di accountability), ovvero la possibilità di identificare il responsabile delle azioni, è una delle dimensioni essenziali per avere una buona qualità della democrazia.
C’è un’ultima questione che vorrei affrontare. Come si fa ad avere una classe dirigente adeguata alle sfide? Non ho risposte. Non le ha nessuno, ed è per questo che questa domanda rimane centrale nel dibattito politico fin dall’antichità. Direi che una democrazia è tale se la classe politica è relativamente aperta; vi deve essere, in altre parole, una continua (almeno potenzialmente) circolazione delle élite alla guida del governo operata attraverso le elezioni. In una democrazia funzionante, però, questo ricambio deve essere costante, deve avvenire all’interno delle élite partitiche e dirigenziali e deve essere presente a tutti i livelli.
La grafica valorizza con la chiarezza e la semplicità lo spazio del pensiero e del confronto. In questo momento posso garantire diffusione all'iniziativa e qualche incursione per raccogiere idee e contributi per stare in contatto critico e costruttivo con la realtà.
Non posso che concordare con la visione di Brunazzo e auspicare che la politica risorga e diventi sempre più il motore delle scelte delle persone. Spesso non si parla di politica ma di potere, che non sono sinonimi. Mi piace pensare che presto, grazie anche alle associazioni e al web, la politica ritorni ad essere messa come cemento della società, per non far morire la democrazia.
OTTIMA LA PRIMA!
Bellissima la semplicità dell’impaginato, la fruizione dei contenuti e la navigabilità.
Tutto molto bello.
Spero che l’iniziativa possa decollare…
C’è un grande bisogno di politica responsabile e, ancor più, di una nuova etica nel fare politica…
I tempi in cui stiamo viviamo sono davvero un delirio delle coscienze.
Vi sono vicino e vi abbraccio con affetto.
Israele ascolti la voce dell'America
di Avraham B. Yehoshua (la Stampa, 19 marzo 2010)
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