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L'eredità di Marco Biagi oltre i conformismi vecchi e nuovi

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Quelle inutili nostalgie (la prima repubblica va rimpianta?)

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Da cittadini a clienti globali

Federico Rampini intervista Benjamin Barber (la Repubblica, 15 marzo 2010)

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La UE sul viale del tramonto?

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Unire le forze per affrontare le sfide del Mediterraneo

di Mario Mauro e Gianni Pittella (Europa, 26.02.2010)

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La corruzione e i partiti

di Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 26.02.2010)

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Solo online i dieci film sulla democrazia che le tv italiane hanno ignorato

Da: Corriere della Sera, 7 maggio 2008, pp. 45

Rapporto sulla qualità della democrazia in Trentino

1. Partecipazione e Governance

A più voci

Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi
a cura di Luigi Bobbio (2004)

Frost/Nixon - Il duello

un film diretto da Ron Howard (2008)

La democrazia al cinema

di Giovanni Rizzoni (Meltemi, Roma, 2007)

Imparare democrazia

di Gustavo Zagrebelsky (Einaudi, Torino, 2007)

La democrazia in trenta lezioni

di Giovanni Sartori (Mondadori, Milano, 2008)

Il futuro della democrazia

di Norberto Bobbio (Einaudi, Torino, 2005)

La qualità della democrazia in Italia. Capitale sociale e politica

di Marco Almagisti (Carocci, Roma, 2009)

Tutti i temi

Democrazia senza qualità

Malinconia - DurerUna democrazia che funziona deve essere in grado di imparare dai suoi errori e di aggiornare e riformare le istituzioni e le pratiche decisionali in modo tempestivo e concertato. Oggi il problema non è solo quello di quanta democrazia vi è nelle nostre istituzioni rappresentative. Il problema è anche quella della sua qualità.
autore Marco Brunazzo - inserito lunedì, 15 marzo 2010

"Democrazia è la parola per qualcosa che non esiste", diceva Karl Popper. Per essere qualcosa che non esiste, essa ha fatto (e farà ancora) discutere molto. La democrazia è un obiettivo per molti paesi (si pensi a ciò che è avvenuto a cavallo degli anni Ottanta e Novanta nell'Europa dell'Est), ma, anche per i paesi stabilmente democratici, è fonte di sfide e opportunità. La globalizzazione, l'integrazione europea, il rafforzamento dei poteri delle regioni e delle istituzioni locali pongono nuovi problemi alla democrazia. Sono cambiati i luoghi della decisione, gli attori, i vincoli istituzionali, il contesto e quindi il rendiconto. Dove vengono prese le decisioni? Chi è responsabile di cosa? Come si può fare (democraticamente) sintesi delle diverse proposte e dei diversi interessi? Quali strumenti hanno oggi i cittadini per premiare o sanzionare le scelte pubbliche? Queste sono domande a cui urge trovare una risposta a livello nazionale, sovranazionale (l'Unione europea) e locale. Una democrazia che funziona deve essere in grado di imparare dai suoi errori e di aggiornare e riformare le istituzioni e le pratiche decisionali in modo tempestivo e concertato. Per questo, Robert Dahl scriveva che "Qualsiasi forma assuma, la democrazia dei nostri successori non sarà e non potrà essere la democrazia dei nostri predecessori". Il futuro della democrazia, quindi, non dipende tanto dalla capacità di rafforzare e perpetuare le istituzioni formali e le pratiche informali esistenti ma dalla capacità di cambiarle. Non è la prima volta che la democrazia si trova ad affrontare nuove sfide: è sempre stato così. Le "vecchie" sfide hanno prodotto ciò che oggi ci pare inevitabile e necessario: la sovranità dei cittadini è una conquista relativamente recente, così come il diritto di voto garantito a tutti gli uomini e donne indipendentemente dal salario, da diritti ascritti e dalla posizione sociale ricoperta. Allo stesso tempo, l'ampio ventaglio delle politiche associate allo stato sociale è diventato solo recentemente ambito di azione della democrazia. Oggi il problema non è solo quello di quanta democrazia vi è nelle nostre istituzioni rappresentative. Il problema è anche quella della sua qualità. In una qualche misura, insomma, possiamo dare per scontata la lezione di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, secondo i quali la democrazia è prima di tutto un insieme di regole che consentono la libera scelta dei governanti da parte dei governati. Oggi dobbiamo anche guardare al rispetto e alla bontà delle procedure decisionali, al contenuto delle decisioni (ovvero all'ambito di riferimento delle politiche pubbliche) e al risultato delle decisioni prese (espressa in termini di soddisfazione dell'elettore/cittadino). Se questo è vero, come aumentare la qualità di una democrazia? Quali raccomandazioni si possono fare? Delineare una mappa delle soluzioni adottate nelle diverse democrazie consolidate è cosa difficile, soprattutto perché è stata adottata una amplissima varietà di strumenti. Essi vanno dal conferimento del diritto di voto a tutti i legittimi detentori dello status giuridico di cittadino fin dalla nascita, alle "lotterie" per gli elettori; dall'istituzione di organismi rappresentativi volti a fornire consulenza alle autorità in merito a questioni specifiche, all'attivazione di sportelli democratici; dall'istituzione di commissioni consiliari dei residenti, al sostegno elettronico a candidati e parlamenti (smart voting). La lista potrebbe continuare. Solo se le democrazie sapranno autoriformarsi e si sapranno dare un nuovo contenuto qualitativo riusciranno a ritrovare la fiducia dei cittadini e incrementare la legittimità delle loro istituzioni e processi decisionali. Perché, come dice Maurice Duverger, le sorti della democrazia si fondano (anche) sulle credenze radicate nel cuore delle persone.

inviato da donata borgonovo re il 29.04.2011 16:15
Mi unisco solo ora alla discussione, ma il tema che ne è oggetto non ha ..date di scadenza! Dello stato di salute della nostra democrazia (soprattutto nazionale) si parla ormai anche sull'autobus: è con gioia che osservo come le tradizionali chiacchere sul tempo e sull'inesistenza delle stagioni sono state quasi completamente sostituite dal commento degli ultimi (mis)fatti politico-istituzionali. Credo di poter dire che un sempre maggior numero di persone sta riscoprendo il senso del proprio essere 'cittadini' e si stia interrogando su quali azioni intraprendere per dare finalmente sostanza e visibilità alla dimensione collettiva e pubblica della propria cittadinanza. Dovremmo occuparci anche di questo desiderio che, se frustrato dalla mancanza di sbocchi positivi ed 'operativi', potrebbe tornare ad alimentare disillusione e indifferenza...virus mortali per una democrazia.
inviato da Giulio MANCABELLI il 13.11.2010 01:44
Illusorio continuare a farsi strapazzare da modelli elettorali ibridi, misti, incompleti, limitati e limitanti, che la casta continua a propinarci per continuare a mantenersi in auge con siffatti privilegi e azzeccagarbugli - grovigli riproduttori della solita inconcludenza sistemica, quanto risulta riprodurre l’attuale Porcellum come lo era stato il precedente Mattarellum. Così facendo continueremo ad ulteriormente impaludarci, dato un siffatto, contradditorio, semi-galleggiante incedere, che ci vede da decenni impantanati e in continua regressione rispetto ad ogni altro paese. In preda a una frenesia fatta di continui insulsi cambiamenti, per farci in schizofrenia percorrere gli stessi tragitti, giacché ci vede doppiare in continuazione le stesse caselle dal Proporzionale al Maggioritario e viceversa e/o sprofondare con gli ibridi e/o misti modelli per rimanerci sempre più impaludati di prima imprigionati nello stesso guado. Essendo i suddetti tutti modelli riproduttori d’autentiche perverse aggregazioni elettorali meramente funzionali ai soli fini e scopi speculativi giacché nonostante i tanti cambiamenti si dimostrano sempre più incapaci di riprodurre effetti governativi virtuosi se non quelli gattopardeschi nostrani! Trasformandoci sostanzialmente, in autentici “cittadini pendolari” permanentemente sbattuti e sempre più storditi da un siffatto procedere di cambi e ricambi del modello elettorale dal più al meno ibrido e/o misto tale da esaltare al massimo la partitocrazia da poter sterilizzare ogni partito per lasciare a regime la solita casta! Casta che continua a presentarsi con i soliti intramontabili personaggi intrepidi camaleonti in continuativo trasformismo dove oltre a permettersi di continuare a cambiare il nome ai loro stessi partiti… possono azzardare in continuazione di volutamente stravolgere ogni categoria e far ulteriormente aumentare la già alta Babele da permettersi di continuare ad alzarsi la posta in gioco. Un perverso gioco che ci mantiene ostaggio di quei soliti politici/partiti di turno che in modo più o meno bipartisan o poli - partisan continuano a propinarci quel solito gioco dell’oca fatto con usuali copioni che prefigurano consueti pit-stops farciti di resi inutili o sterilizzati referendum e/o sempre nuove infruttuose bicamerali per scambiare sempre gli stessi meccanismi elettorali.
inviato da Giulio MANCABELLI il 04.07.2010 10:31
Proprio perché la democrazia per funzionare al meglio dovrebbe sempre più dimostrarsi in grado di imparare dai suoi errori, aggiornandosi grazie a quanto le nuove tecnologie ed internet (G. E. More) permettono poter contestualmente disporre di una vivida estesa memoria storica e velocemente effettuare quel just in time benchmark comparativo per incrementarsi ed implementarsi e, conseguentemente potersi strutturare emulando per analogia quanto già sta accadendo nell’ambito informatico con la “cloud, la nuvola” di “Google & Co” immateriale del web in cui tutto possa essere disponibili sempre e ovunque, le logiche della connessione alla “nuvola” è un dato di fatto in progressiva adozione. Allora ci si potrebbe chiedere a quando un siffatto potenziale potrà mai esordire anche nell’ambito elettoral-istituzionale!?
inviato da Gigi il 02.07.2010 11:59
Complimenti per il sito.
inviato da ugo morelli il 29.03.2010 22:35
Il tema della qualità della democrazia è posto con profondità e leggerezza da Marco Brunazzo e richiama l'esigenza, da un lato di non fossilizzare una certa idea di democrazia, dall'altro di sviluppare la ricerca sui suoi fondamenti distintivi e persistenti. Siccome gli strumenti della partecipazione si sono rarefatti e quelli dell'informazione si sono intensificati fino alla ridondanza, chi guarda le cose da punto di vista del funzionamento delle menti individuale e collettive può oggi suggerire che uno dei pericoli principali della democrazia è il conformismo. La mente umana tende a scegliere la conferma rispetto alla discontinuità in almeno i due terzi dei casi, come si verifica anche sperimentalmente. sostenere pertanto che la democrazia equivale al governo di chi vince le elezioni e che l'unico giudizio è il giudizio del popolo, significa oggi generare una democrazia dequalificata. E' l'investimento in discontinuità e in instabilità quello che può qualificare una maggioranza, se investe in primo luogo perchè la minoranza abbia una voce e spazio di azione. Ciò è possibile solo se l'esercizio dell'autorità riconosce la necessità della responsabilità. Non solo di una responsabilità sacrificale, che rispetti le regole solo al minimo livello necessario per non incorrere in sanzioni o, peggio, snaturandone il senso e il valore, ma che tragga il senso del rispondere dalla presenza dell'altro, dalla sua pura e semplice presenza dell'altro che ci interpella per il fatto di esserci e di essere la condizione della nostra possibilità.
inviato da Marco Brunazzo il 29.03.2010 12:05
Stefano Fait dichiara che non esiste una “singola, autentica democrazia sulla faccia del nostro pianeta”: esistono solo oligarchie (in cui vince il potere - economico - più forte). Seppure con parole diverse, anche Mauro Buffa pone l’accento su un problema della democrazia, quello del clientelismo. Mattia Celva richiama la centralità dei partiti nelle decisioni pubbliche, auspicando che essi siano in grado di autoriformarsi. Ottorino pone invece l’accento sul ruolo della conoscenza, della cultura e del controllo dei media. Ilaria, invece, si interroga sul rapporto tra politica e associazionismo.
Elias Canetti diceva che “Il segreto sta nel nucleo più interno del potere”: il potere, in altre parole, ha una tendenza irresistibile a nascondersi. E’ compito della democrazia rovesciare questa (innata) tendenza del potere, impedendo che si vada verso una autocrazia. “La rappresentanza può svolgersi solo nella sfera della pubblicità. – diceva Carl Smith – Non c’è nessuna rappresentanza che si svolga in segreto e quattr’occhi”. Ovviamente, ciò non significa che alcuni elementi di segretezza non siano indispensabili. Ma c’è una tensione forte tra la dinamica tipica del potere a nascondersi e l’esigenza che tutto sia pubblico. Come risolverla? Difficile dirlo in poche righe. Solo alcune indicazioni di massima: favorire la circolazione delle élite, risolvere i problemi di conflitto di interesse, favorire la capacitazione degli elettori attraverso la partecipazione ai processi decisionali, creare istituzioni che si controllano l’un l’altra … Potrei continuare, ma mi fermo qui. Ne discuteremo ancora a lungo, qui o in altre sedi.
inviato da Ilaria il 28.03.2010 17:32
Ho letto con interesse il testo proposto da Brunazzo, resa più attenta al tema specie dopo aver partecipato a maggio 2008 alla presentazione degli esiti della ricerca commissionata dalla PAT sulla qualità della democrazia in Trentino, pubblicato nel "Rapporto" sulla qualità della democrazia in Trentino.
Mi colpì allora la complessità della valutazione finale che ci faceva accorti di alcuni problemi, tipici di una democrazia "in transizione" ma anche di una terra particolare, connotata da una fitta rete di presenze associative e quindi da una società civile potenzialmente ricca, e tuttavia infiacchita da corporativismi e commistioni con il potere politico.
Prendo una frase di quel rapporto:
"Invece di essere uno strumento dell’auto-governo, l’associazionismo può diventare uno strumento del governo (in carica)".
Una frase fortissima, che avrebbe meritato uno stop e un serio esame di coscienza collettivo e personale. Forse qualcuno l'ha fatto ... Non so se l'abbiamo socializzato abbastanza. Ma c'è sempre il tempo per farlo, anche attraverso questo nostro bel sito.
E del resto sono trascorsi due anni, due anni importanti.
Saremo cresciuti nella capacità di autogoverno? Nella capacità di sovranità, che implica un sapere dove si vuole andare insieme?
Talvolta ho timore che la nostra capacità di autonomia inizi e si fermi alle porte dell'ente autonomo provincia, alla quale siamo bravi nel chiedere di difenderci, meno nell'offrirci ad aprire nuove frontiere.
Cito ancora il Rapporto
"... la qualità della democrazia trentina dipenderà da un insieme di fattori e di ambiti, sarà il risultato di buone regole e di una buona classe politica. Ma soprattutto dovrà aiutare i suoi cittadini ad individuare il loro interesse comune".
Se abbiamo alle spalle il tempo in cui l'interesse comune era legato ai bisogni della propria sopravvivenza, potrà cominciare il tempo il cui lo sguardo si alza ad un ulteriore interesse comune, forse legato al vivere - semplicemente e umanamente, ossia fraternamente, e in dimensione planetaria.
inviato da Mauro Buffa il 27.03.2010 17:10
La scorsa settimana ho incontrato un consulente aziendale di Milano. Abbiamo parlato delle prossime elezioni in Lombardia. Mi ha detto che Formigoni è il padre padrone della regione. "Se non sei di CL non lavori", ha concluso.
Due giorni fa ero a Napoli. Nel centro storico neanche un manifesto elettorale del PD, solo PDL e UDC. Ho incontrato un piccolo imprenditore e gli ho chiesto un parere sulla situazione politica alla vigilia delle elezioni regionali. Mi ha detto che Bassolino ha creato un sistema clientelare formidabile. "Se non sei dei suoi non lavori", ha concluso.
Si tratta di due voci raccolte dal basso. Non sono evidentemente un campione statisticamente rilevante, ma la coincidenza di opinioni fa riflettere. Sembrerebbe che chiunque sia al governo adotti lo stesso metodo. La questione quindi non è quale schieramento, bensì quale etica e prassi politica.
inviato da Stefano Fait il 26.03.2010 20:01
Personalmente mi sorprende che si discuta su come migliorare la nostra democrazia quando faccio fatica ad individuare una singola, autentica democrazia sulla faccia del nostro pianeta. Quel che vedo sono oligarchie.
Quanto ha pesato la FIAT sulle decisioni del parlamento italiano, prima ancora che arrivasse Berlusconi (e l'ENI?)? Quanto la Toyota e la Sony in Giappone? Quanto la Nokia in Finlandia (es. leggi sulla privacy)? Quanto la GlaxoSmithKline in UK, produttrice di farmaci e vaccini che assume nel direttivo (a 116.000 sterline all'anno) Sir Roy Anderson, consulente del governo britannico per le emergenze epidemiologiche?
Quanto peso esercita l'industria bellica sulla politica internazionale americana? Chi decide chi sarà il prossimo presidente degli USA? Obama ha speso oltre mezzo miliardo di dollari per essere eletto. Non deve niente a nessuno? Non ci sono legami particolari tra parte del suo staff e i lobbisti delle multinazionali?
Nel Trentino le cose vanno sensibilmente meglio? E in Alto Adige? Non scopriamo ogni 3-4 mesi sulle pagine dei giornali locali di qualche "liaison dangereuse" tra politici ed imprese, senza che il bene pubblico sia al primo posto?
Ha senso parlare di democrazia? O qualcuno è così "più uguale" degli altri che il suo voto vale migliaia di volte il mio?
Chi ha letto "Shock economy" di Naomi Klein è ancora convinto di poter usare il termine "democrazia" senza il virgolettato?
La priorità, mi pare, dovrebbe essere quella di separare il grande capitale (industriale e finanziario-assicurativo) dal potere politico. Solo allora si potrà cominciare a pensare di stabilire dei regimi di democrazia sostanziale e non solo formale/nominale. In un secondo momento si parlerà di migliorarli secondo le validissime indicazioni di Marco Brunazzo.
Scusate i toni perentori ma sono enormemente preoccupato di come stanno andando le cose in Italia ed all'estero.
inviato da Mattia Celva il 26.03.2010 17:18
Dovendo selezionare gli argomenti da trattare – giacché parlare di democrazia è sempre molto complesso, e lo spazio deve necessariamente essere contenuto –, mi sembra utile contribuire con una breve riflessione sulle modalità di adozione delle decisioni. È questo, infatti, uno snodo ovviamente fondamentale qualora si consideri un sistema democratico; e lo è ancor più in questo momento, considerando che è ormai generalmente condivisa l’idea dell’attualità di una crisi dei partiti.
Risulta molto diffusa, oggi, l’idea che a questa crisi si debba rimediare soprattutto con una maggiore partecipazione, la quale è vista come fattore di incremento tanto quantitativo che qualitativo della democraticità dell’assetto politico ed istituzionale. A mio modesto avviso, dipende.
Se per maggiore partecipazione si intende un maggiore coinvolgimento, nel senso che i partiti giustifichino le proprie scelte di fronte all’elettorato – rectius, forse, di fronte ai cittadini –, credo di poter essere d’accordo: talvolta, anzi, mi sembra auspicabile. Il che peraltro, pone attualmente in Italia il problema, non unico ma sicuramente di primaria rilevanza, della riforma della legge elettorale.
Al contrario, mi riesce onestamente difficile avallare una visione che sostanzi la maggiore partecipazione nel fatto che i partiti debbano cercare di legittimare tutte le loro scelte più importanti, di rilevanza interna o diffusa, passando dal proprio elettorato. Mi spingono a sostenerlo diverse ragioni. Viene in primo luogo in evidenza il ragionamento di Norberto Bobbio – che chi mi conosce sarà stanco di sentire ripetere – secondo il quale ad una maggiore e progressiva complessità dei problemi da affrontare nelle società odierne, una maggiore ricorso all’opinione del quisque de populo è quantomeno paradossale. È in questo senso emblematico il caso, recente, del fallimento del referendum del 2005 sulla legge 40/2004 sulla c.d. fecondazione assistita, rispetto al quale sarebbe arduo non riconoscere che alla forte astensione abbia contribuito la notevole complessità tecnica delle questioni che i requisiti referendari ponevano. In secondo luogo, bisogna prendere atto del dato fattuale per cui l’opinione pubblica si forma oggi prendendo le mosse da un ventaglio di fonti di informazione, la cui ampiezza non si era mai riscontrata. Ebbene questo dovrebbe aumentarne il grado di consapevolezza: ma occorre prendere atto che, al contrario, questo presenta anche il concreto rischio di una manipolazione più diretta e diffusa dell’opinione pubblica stessa.
È impossibile qui approfondire ulteriormente queste opinioni, ed impossibile risulta anche analizzare compiutamente le diverse soluzioni ipotizzabili. Sinteticamente, dovrò limitarmi a dire che probabilmente, invece che ricorrere (spesso fittiziamente, peraltro) all’opinione del «popolo» prima di assumere decisioni, sarebbe opportuno che i partiti riacquistassero un ruolo di guida, e non solo di raccolta di interessi diversi – se non addirittura configgenti. Questo aumenterebbe l’efficienza dei partiti stessi e la loro responsabilizzazione (che però deve essere supportata anche esternamente: ad esempio in Italia, dicevo, con una diversa legge elettorale). Sarebbe un cambiamento importante, in funzione antipopulista, che presupporrebbe la formazione di una classe politica competente. Ciò, a sua volta, rimanda ad un complesso mutamento culturale, sia a livello politico (inteso come partitico), sia, forse, dell’elettorato. Ma sembra un mutamento per nulla semplice da attuare.
inviato da Ottorino il 25.03.2010 09:53
Interessantissime le considerazioni di Brunazzo e di stretta attualità; ma mi chiedo se si possa discutere sulla "qualità" di un metodo (la democrazia). Sappiamo che Churchill (un conservatore) definiva la democrazia un pessimo modo di amministrare la cosa pubblica, ma il migliore fra quelli conosciuti e sperimentati. E le relazioni contemporanee fra democrazia - informazione - populismo sono lì a ricordarci come l'utilizzo di un metodo formalmente democratico possa portare addirittura ad uno strisciante totalitarismo culturale, che è ancora peggiore di quello vero, perchè non ce ne accorgiamo. Ancora: se applichiamo astrattamente il metodo democratico, la mia opinione su di un problema di fisica quantistica (che io a malapena ho sentito nominare), se espressa in un voto, ha lo stesso peso di quella espressa da Albert Einstein; se poi di somari come me sull'argomento ce ne sono due, siamo addirittura in maggioranza.
Quindi i problemi da affrontare - scartata, per noi democratici, la soluzione di ricorrere ad un sovrano illuminato - sono due: uno strategico, e riguarda la conoscenza (e la strada Gelmini non mi sembra la migliore per aspirare ad una società dove la conoscenza sia talmente diffusa fra i cittadini da consentire una reale democrazia e togliere terreno al populismo becero); l'altro tattico, e riguarda la comunicazione, da un lato inventando norme di garanzia sulla gestione dei mass media, dall'altro riappropriandoci di strumenti di comunicazione più diretti (e meno alienanti dei reality televisivi) per i quali, purtroppo, non posseggo il copyright, ma che sostanzialmente, anche attingendo alle nostre memorie passate, possono richiamarsi al concetto di partecipazione e di responsabilità collettiva. Più facile a dirsi che a farsi, lo so: ma proviamoci!
inviato da Letizia De Torre il 24.03.2010 14:22
Molto bello, molto ricco il sito!
E’ una grande soddisfazione, una grande speranza e una sicurezza avere amici che stanno lavorando per una politica vera e cioè pulita e competente e partecipata (chè ci devono ancora dimostrare che l’altra porta a risultati…)
Politicareresponsabile è un tassello importante, sono con voi!
inviato da Marco Brunazzo il 23.03.2010 18:23
Intanto, desidero ringraziare tutti coloro che mi hanno fatto avere i loro commenti. Sono tutti molto utili e sollevano questioni estremamente rilevanti. Mi sembrano tutti accomunati da un paio di cose: sono animati da una “sete” di Politica (per continuare a usare la metafora di Maestro Daniele) ma anche da una preoccupazione per lo stato “qualitativo” della democrazia italiana. Partirei dalla seconda questione, per poi collegarmi alla prima. Ho avuto la fortuna di trovarmi negli Stati Uniti proprio mentre il Senato americano approvava la storica riforma del sistema sanitario (e questo è il motivo per cui, pur volendo, non ho potuto reagire prima ai commenti). In Italia di cosa si stava discutendo? Se i partecipanti alla manifestazione del Pdl di Roma fossero 1 milione o 150 mila. Mi sembra difficile, quindi, sostenere che, in Italia, tutto vada bene. C’è un problema di qualità della classe dirigente (come sostiene Maestro Daniele), un problema di rispetto delle regole (come sostiene Maurizio Agostini) ed è un problema di relazione tra politica e società civile (questione sollevata da Fabio, Enrico Rossi e Alex). Ma, ahimè, la lista dei problemi italiani potrebbe continuare. Per non scivolare nel populismo (“noi siamo i bravi, loro sono i cattivi”) e trovare soluzioni alla crisi italiana, è indispensabile analizzare ciò che sta accadendo nel contesto delle altre democrazie e delle sfide che le democrazie devono oggi affrontare. Perché vero che molti problemi sono italiani e rimandano principalmente alle difficoltà nel ritrovare un equilibrio stabile dopo il crollo della prima Repubblica. Ma è anche vero che non esistono democrazie perfette e che, se anche esistessero, non sarebbero comunque esportabili.
Ho indicato alcune di queste sfide nella mia tesi. Più in generale, occorre ricordare che perfino Aristotele si chiedeva cosa fosse il buon governo, scrivendo una frase che Maestro Daniele potrebbe condividere: “Quando uno solo, pochi o i più esercitano il potere in vista dell’interesse comune, allora si hanno necessariamente le costituzioni rette; mentre quando l’uno o i pochi o i più esercitano il potere nel loro privato interesse, allora si hanno le deviazioni”. Ora: cosa è l’interesse comune? Chi lo definisce? Lo definisce la politica in un dialogo costante con i cittadini. E’ chiaro che i cittadini devono poter partecipare. Anzi: la loro partecipazione è fondamentale per avere una buona politica. Ma è la politica che poi deve decidere. Alex sostiene che forse pongo l’accento troppo sulla democrazia diretta. Forse ha ragione. D’altro canto, una tesi deve essere anche provocatoria. Ritengo però che occorra anche immaginare nuove strade da percorrere per la democrazia. Il mondo cambia, i problemi cambiano, e la tecnica e la scienza ci danno nuove possibilità. Perché non pensare di integrare le forme tradizionali di democrazia affiancandole (e non sostituendole) e quelle tradizionali? Sono convinto che una riflessione vada aperta. Ma sono anche convinto che la politica sia la vera responsabile dell’azione pubblica. E la responsabilità (nel senso di accountability), ovvero la possibilità di identificare il responsabile delle azioni, è una delle dimensioni essenziali per avere una buona qualità della democrazia.
C’è un’ultima questione che vorrei affrontare. Come si fa ad avere una classe dirigente adeguata alle sfide? Non ho risposte. Non le ha nessuno, ed è per questo che questa domanda rimane centrale nel dibattito politico fin dall’antichità. Direi che una democrazia è tale se la classe politica è relativamente aperta; vi deve essere, in altre parole, una continua (almeno potenzialmente) circolazione delle élite alla guida del governo operata attraverso le elezioni. In una democrazia funzionante, però, questo ricambio deve essere costante, deve avvenire all’interno delle élite partitiche e dirigenziali e deve essere presente a tutti i livelli.
inviato da Chiara Ghetta il 22.03.2010 13:31
Grazie!
La grafica valorizza con la chiarezza e la semplicità lo spazio del pensiero e del confronto. In questo momento posso garantire diffusione all'iniziativa e qualche incursione per raccogiere idee e contributi per stare in contatto critico e costruttivo con la realtà.
inviato da Maurizio il 19.03.2010 14:16
Ottima idea. Complimenti e auguri!
inviato da Chiara il 17.03.2010 20:01
Mi complimento innanzitutto per il sito.. davvero molto bello!
Non posso che concordare con la visione di Brunazzo e auspicare che la politica risorga e diventi sempre più il motore delle scelte delle persone. Spesso non si parla di politica ma di potere, che non sono sinonimi. Mi piace pensare che presto, grazie anche alle associazioni e al web, la politica ritorni ad essere messa come cemento della società, per non far morire la democrazia.
inviato da Gianco il 16.03.2010 14:49
Sicuramente di grande interesse. Complimenti. E auguri.
inviato da Massimiliano Pilati - Lav il 16.03.2010 09:03
Finalmente si comincia.
OTTIMA LA PRIMA!
inviato da Luca il 15.03.2010 21:59
Plaudo senza riserve all’iniziativa e mi complimento per la veste grafica del sito.
Bellissima la semplicità dell’impaginato, la fruizione dei contenuti e la navigabilità.
Tutto molto bello.
Spero che l’iniziativa possa decollare…
C’è un grande bisogno di politica responsabile e, ancor più, di una nuova etica nel fare politica…
I tempi in cui stiamo viviamo sono davvero un delirio delle coscienze.
Vi sono vicino e vi abbraccio con affetto.
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