Se mi lasci non vale. Forme e modi delle segregazioni contemporanee
di Mauro Milanaccio (Professional Dreamers, 2010)
Oltre la crisi di civiltà
Intervento di Michele Nardelli (convegno Medlink, Roma, 2007)
L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica
di Massimo Recalcati (Cortina, Milano, 2010)
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Immunitas
L'immunizzazione è una categoria interpretativa di fenomeni
diversi che hanno in comune la caratteristica di essere una risposta protettiva nei confronti di un
rischio. In ambito politico, la petizione di immunità è un chiamarsi fuori,
dirsi esenti da obbligazioni verso gli altri.
L'immunizzazione, riprendendo la lezione di Roberto Esposito, è una categoria che offre la possibilità di attraversare e ricomprendere in un quadro unitario i campi della politica, del diritto internazionale, della medicina, dell'informatica e delle relazioni sociali. Infatti se consideriamo ad esempio le richieste di immunità per le alte cariche politiche, l'opposizione all'estradizione di un dittatore, i piani di vaccinazione annuali contro le influenze, gli investimenti per la protezione delle reti informatiche, le leggi italiane sull'immigrazione con i CPT (ora CIE), l'immunizzazione diventa una categoria interpretativa di fenomeni diversi ma che hanno in comune la caratteristica di essere una risposta protettiva nei confronti di un rischio.
Ci sono innegabilmente delle specificità dell'immunità in ambito politico. Mentre il sistema immunitario dei corpi biologici è presente in tutti, l'immunità politica istituisce una forma di discriminazione il cui fondamento storico, garantire la libertà di opinione, si è perso per configurarsi in questi anni come privilegio per assicurare interessi privati. Tant'è che "Immunitas" nella sua etimologia latina è in opposizione a "communitas" in quanto trae il proprio significato dal negare il "munus" che significa "ufficio", "carica" o anche "dono" che viene messo in com-une nel corpo sociale. Anziché mettere in comune il "munus" la petizione di immunità è un chiamarsi fuori, dirsi esenti da obbligazioni verso gli altri. Ne possiamo rintracciare la presenza nelle richieste di immunità per le alte cariche istituzionali, nella perdita di valore della res pubblica erosa dalle privatizzazioni, come nelle manifestazioni sociali che tendono a esaltare l'identità di gruppo a partire da un tratto unificatore (per chi sta dentro) ed espulsore (per chi sta fuori).
Viviamo un tempo dove la caduta della funzione orientativa degli ideali apre, come ha recentemente indagato Massimo Recalcati, da una parte all'euforia del consumatore preso nel vortice del godimento immediato e compulsivo, dall'altra al rafforzamento di identificazioni solide, impermeabili e perfettamente aderenti ai sembianti sociali di successo e integrazione. Due dimensioni dell'identità contemporanea, quella liquida del consumo non solo di oggetti materiali ma anche di relazioni, di esperienze, di affetti, e quella solida della maschera, che mettono in luce lo smarrimento del desiderio sul piano soggettivo e collettivo. Predomina un atteggiamento (politico, sociale, culturale, individuale) di chiusura verso l'altro, verso il diverso, verso ciò che può contaminare il proprio, il medesimo. Questo atteggiamento si fonda, è Freud a darci qui una indicazione preziosa, sulla primordiale necessità per il soggetto di espellere, di sputare fuori da sé ciò che nel proprio interno diventa occasione di dispiacere. In questo stabilire una differenza, un confine, atto necessario alla fondazione del soggetto, allo stesso tempo, inesorabilmente, l'espulso, lo ritroviamo solo come radicalmente estraneo. Questo atteggiamento di chiusura è quindi un rifiuto di assumere l'alterità che ci abita, la molteplicità di cui siamo costituiti e i possibili ancora da creare. Possiamo intravvederne gli esiti. Sul piano collettivo, da una parte il rischio del dilagare di ideologie difensive di purezza, di superiorità, di privilegi al posto di diritti, dall'altra l'impossibilità di esplorare orizzonti altri al pensiero unico dominante. Sul piano individuale il rischio di estinguere quell'esperienza che la psicoanalisi ci ha insegnato a chiamare inconscio, che a questo livello è inciampo, incontro con la propria mancanza, con la parte di se stessi che nel proprio intimo si presenta come aliena, non addomesticata, eccentrica e incoerente. La possibilità della salute, e questa è la mia tesi, sta allora nella contaminazione, nel riconoscere di non essere padroni a casa propria ma ospiti in una pluralità la cui coesistenza è possibile torcendo su se stessa la metafora vaccinale: è la presenza in me dell'altro ad essere condizione della mia sopravvivenza.
Il paradosso che viviamo oggi in Italia si basa a mio avviso su due fattori (forse riconducibili solo al primo, di cui il secondo è una conseguenza): il nostro è un paese che non è mai entrato nella modernità, non ha mai avuto un senso diffuso nella comunità di ciò che è oggettivo, e in termini politico-sociali legale.
Si vede bene allora il ragionamento attuale, ad esempio con l'immunità parlamentare: si pretende che la carica oggettiva sia estraniata dal contesto ed indirettamente tuteli il soggetto che la ricopre. Il paradosso risiede proprio nel fatto che è invece il soggetto (Berlusconi nello specifico, o gli immigrati nei ragionamenti della Lega Nord) a permeare la carica e piegarla ai suoi interessi.
Immunità come “chiamarsi fuori”. Mi pare interessante collegare la propensione dell’ “eletto” a considerarsi “intoccabile”, non chiamato eticamente a dar conto del suo agire, con la deriva del “non mi riguarda”, nelle sue varianti dell’astensione generalizzata o della mobilitazione per preservare il proprio cortile, magari disseminandolo di videocamere. Su quest’ultimo versante il “chiamarsi fuori” prende la forma di un “chiudersi dentro”. Immunità come “chiudersi dentro”.
Nel tempo del biopotere le forme della segregazione si caratterizzano soprattutto per un eccesso di inclusione, di immedesimazione e di conformismo, certo pure come risposta alla complessità e all’interdipendenza: se ciò che è altro e diverso lo digerisco e lo rendo simile a me, non è più una minaccia. La solidità della società contemporanea contro cui sbattiamo la faccia è su questo versante l’effetto di una capacità di adattamento e di trasformazione del capitalismo in senso immunitario. Capacità che lo rende in grado di assorbire anche le idee e le azioni più sovversive e di farle proprie trasformandole in un brand.
Tre aggettivi che denunciano una mancanza.
Pare sempre che ci manchi qualcosa anche quando sembrerebbe che abbiamo tutto.
Da cosa nasce allora questo sentimento se non dalla paura di perdere ciò che si ha?
Ma allora l'immunizzazione, intesa come protezione dall'esterno, come difesa da ciò che sta fuori di noi, è una risposta giusta o sbagliata?
E' o non è una tendenza naturale di qualunque essere vivente, a maggior ragione se pensante, quella di proteggersi dai rischi che provengonono dall'esterno?
Il contrario dell' immunizzazione sarebbe la contaminazione, ma non so quanto il messaggio " contaminiamoci!" sia popolare tra le persone. Certo, sarebbe bello passare dalla xenofobia alla mixofilia, per dirla come Bauman, ma una tale predisposizione prevede livelli di saggezza riservata a piccoli strati di popolazione.
L'immunità quando viene criticata è sempre quella degli altri, perchè quando il discorso tocca in concreto le nostre vite siamo i primi ad invocarla.
Forse in fin dei conti questo è il cuore del problema di una società come quella capitalista: ognuno è libero di perseguire il suo interesse personale, accumulando privatamente il suo tesoro, ma quando le risorse scarseggiano, semplicemente la gente si incattivisce e quello che nell'abbondanza veniva tollerato diventa un lusso che non è più sostenibile.
La razionalità come risposta a tutto ciò non può da sola fare rinsavire le persone.
Ci vuole esperienza per tornare a dare un senso alle cose. I singoli lo fanno muovendosi, avventurandosi nella vita, sperimentando i vantaggi della contaminazione, i popoli hanno bisogno di tempi più lunghi, di subire migrazioni, invasioni o diaspore.
Questi processi invitabilmente producono traumi più o meno duraturi, ma con il tempo lasciano le cose meglio di come le avevano trovate.
Serve però una memoria, un database di conoscenze e principi condivisi per risollevare l'uomo dalla sua miseria brillante.
L'utopia ha la forza di alimentare delle azioni concrete che rompano l'incantesimo cui siamo sottoposti. Coltivare questa utopia è il compito degli uomini di buona volontà, ma anche di buona memoria, che sanno che il segreto della felicità risiede nella loro libertà si spirito e di pensiero.
Ridare significato alle cose, agli oggetti in base alla loro funzione reale e non simbolica, ricercando la qualità e ponendo al tempo stesso un freno alla quantità.
A mio modo di vedere il nostro tempo in realtà è un ottima occasione per mettere in gioco le facoltà degli uomini. Va fatta un'operazione di empowerment sociale su vasta scala, partendo da quelli che ci stanno più vicini arrivando sù, sù fino, ai nostri leader maximi, che sarebbe anche ora che incominciassero a farci sognare.
Coraggio, il sol dell'avvenire ci attende.
Sicuramente l'immunizzazione, anche "latu senso", è diventata nel tempo una categoria interpretativa per fenomeni, magari fra loro diversi, ma accomunati dalla necessità di risposte protettive. Essa è però, a mio sommesso avviso, connaturata, almeno sul piano politico, con il concetto stesso di "potere". Ne è parte non irrilevante e l'uno fatica ad esistere in assenza dell'altro. Non è solo una questione di uomini e di epoche. Da sempre infatti il potere, in modo particolare poi quand'esso si consolida, tende a proteggere l'esercizio di sè stesso per prolungarlo nel tempo. La Storia, come sempre, è maestra. Dapprima cioè l'mmunizzazione è transitata dentro il parallellismo convergente, per usare un'espressione cara ad Aldo Moro, con la deità, attraverso l'idea di incarnazione. Il potere era la traslazione del dio fattosi umano, quindi immune dalle cose terrene, siano esse pregi o virtù. Poi, nell'incedere del tempo, quel concetto ha subito l'evolversi del pensiero politico e quindi l'approdo alle forme della democrazia. In quel passaggio - e forse per conservare il tratto divino - l'immunizzazione è diventata elemento di fascinazione, proprio perchè più vicina al concetto di intoccabilità, proprio degli dèi, piuttosto che a quello di impunità, proprio invece della dimennsione umana.
Immunizzazione quindi come tensione verso l'eterno; come tentativo di superare la morte, non tanto fisica, quanto appunto politica. Gli esempi attuali sembrano eclatanti in proposito. Forse, meno esposte al richiamo di simili fascinazioni sono le forme della democrazia nelle sue declinazioni di stampo anglosassone. In quel contesto infatti, l'etica protestante - così cara al pensiero di Weber - non consente il parallelo fra potere e deità e quindi ogni spinta verso la diversità degli uguali viene avvertita come allergica al procedere stesso della dialettica democratica, pur non scartando alcuni livelli di immunità, se motivati, quanto meno, da quella "ragion di Stato" che invece non sembra appartenere al DNA delle democrazie mediterranee. Nel presente la questione ha assunto poi toni eclatanti, ma a ben vedere non incidenti sull'attuale percezione della morale pubblica, perchè si è assunta l'idea dell'immunizzazione come di un requisito "necessario" alla politica. Tutti, almeno a parole, ne sottolineano la distanza dal loro agire, ma ne utilizzano poi la sostanza quando si tratta di difendere posizioni personali e di contiguità.
E' indubbio che la funzione orientativa degli ideali si sia via via appannata e sostituita con il concetto dell' "identià funzionale", ovvero della valutazione degli individui in base alla funzione, anzichè alla personalità. Ciò però è ascrivibile
forse più all'influenza della tecnica, che non a scelte "lungimiranti" del potere e del suo esplicarsi. Oggi l'individuo è ciò che appare e non ciò che è o ciò che pensa, con buona pace di Cartesio. Ecco perchè l' "immunitas" assume un ruolo ben diverso rispetto al passato. Qui si tratta di preservare l'immagine e non la sostanza del potere, perchè è l'immagine quella percepita dal popolo, anzichè la sostanza che, a ben guardare, è assai misera. Non più quindi protezione di un fenomeno, quanto della sua immagine, chiamandosi di conseguenza "fuori" da ogni obbligo diverso da quello della tutela dell'immagine, o meglio del racconto che il potere vuol trasmettere di sè stesso. Senza racconto infatti non c'è Storia: da Omero ad oggi. Immunizzazione allora come parabola di un narrare il potere e quindi la sua perpetrazione. "In secula seculorum".
1) molto interessante il parallelo tra "immunità" e "comunità": un tirarsi fuori dalla condivisione (Nardelli), probabilmente auto-alimentato dal potere (Fait): il fatto di essere loro a comandare il gioco gli permette di perpetrarlo, somministrando sempre un vaccino che non funziona. Il più ideologico possibile.
2) il riferimento a Lacan mi richiama alla mente il ragionamento di Hannah Arendt: il fondamento di una comunità politica è il discorrere, il condividere. Evidente che in un società fondata sulla televisione (medium a senso unico) ciò tende a perdersi, soprattutto se vi si aggiunge la paura dell'altro. Questo sarebbe confermato da quanto detto da Elia sul fatto che i "sentire collettivi" tornano a farsi vivi in altri media, come internet, veramente inter-personali.
3)Morelli parla dell'adattamento: mi ricorda il ragionamento di Von Hayek su "nomos" (legge 'naturale', quasi darwininanamente intesa) e 'taxis' (ordine, comando). Da giurista constato che è in atto un sempre più accentuato passaggio dalla legge intesa in senso classico ("ciò che accade per lo più, dove il per lo più fa la norma") ad un insieme di imposizioni slegate dalla realtà: basta pensare ai discorsi sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico, sull'aborto o sull'immigrazione (ieri al bar: "i miei figli saranno comandati dai negri" oppure "se noi togliamo il crocifisso voi vi togliete il burka"). Discorsi imposti appunto da chi al potere, per legittimarlo con falsi vaccini.
4) si è accennato alla "negoziabilità dei nostri modelli sociali" (Nardelli): il punto sta anche qui nel valutare fino a che punto il discorso di cui sopra può essere condiviso. Basta pensare al modello di Popper sulla "società aperta", in fin dei conti la tradizione occidentale-liberale (Mill) dovrebbe consentirlo fino ai suoi limiti estremi (i cosiddetti partiti anti-sistema: NPD in Germania, o Lega in Italia), sempre purchè si mantengano ferme quelle premesse -oggi costituzionali. In caso contrario non è da escludere che ci si avvii verso il fascismo. A questo potremmo anche ricollegare la questione posta da Fait sull'incapacità della democrazia di rinnovarsi: rinnovarsi verso cosa? Esistono già modelli di "democrazie che si difendono" contro gli attacchi ai fondamenti del sistema, ma è questa un'evoluzione utile? Oppure dobbiamo proprio pensare ad una "rivoluzione" del sistema democratico. Probabilmente Fukuyama e Huntington sono nel torto, ma da contemporanei non ci è dato saperlo.
5) si è parlato della responsabilità insita nella comunità, la domanda che mi sorge è: da cosa deriva questa responsabilità? L'unica risposta che ora immagino è: dalla condivisione, dalla percezione e dal riconoscimento che un sacrificio personale e corrisposto da un vantaggio collettivo. Idea che l'ultra-capitalismo consumistico ha ormai eroso, e con essa l'idea di un limite.
Concludo dicendo che forse il discorso leghista andrebbe analizzato anche dalla prospettiva biopolitica (visto che il richiamo etnico-localistico continua ad essere il loro leit motiv), sulla scia di Foucault, Arendt ed Agamben: questo spiegherebbe proprio la loro negazione di "umanità" dell'altro.
Credo anche, se non erro, che, in genere, i partiti etno-populisti non riescano a superare facilmente la soglia di un terzo dell'elettorato. Lo stesso Hitler arrivò al potere nonostante una secca sconfitta alle ultime elezioni politiche libere e dopo aver ottenuto solo il 30% dei voti al primo turno delle presidenziali. Insomma ce lo misero, perché il sistema immunitario di Weimar era ormai compromesso e chi finanziava la sua carriera politica voleva far fruttare l'investimento.
In Olanda Geert Wilders del partito per la libertà, già dichiarato da Ban Ki Moon “offensivo ed islamofobico” sfata il mito di uno Stato accogliente e tollerante mentre in Austria l’omonimo Partito della Libertà Fpoe vorrebbe abolire la legge che vieta nel Paese l’apologia e la rinascita del nazismo punendo severamente la negazione dell’Olocausto.
Insomma, i partiti nazionalisti dilagano ovunque: Gran Bretagna, Slovacchia, Romania, Ungheria e Danimarca. In Italia il partito regionalista e separatista ha in comune con gli altri tre cose: la paura del mondo globale, l’euroscetticismo e la convinzione che il “benessere raggiunto” sia proprietà privata e debba rimaner per pochi.
Nel 1992, la sinistra era alla guida di quindici paesi dell’Unione europea mentre oggi governa solo in cinque; tra questi, il Portogallo e la Spagna in gravi difficoltà economiche e sociali e la Grecia sull’orlo del collasso.
Credo che dovremmo, semplicemente, constatare il fallimento non solo della sinistra ma della stessa democrazia, per dirla con Brunazzo, che è stata incapace di rinnovarsi. Incapace di rendere immuni i grandi sogni, le magne carte e le istituzioni sovranazionali.
Da qualche parte (Ugo) potemmo iniziare a leggere il nostro fallimento? Da qualche parte (Michele) potremmo iniziare a leggere la resistenza delle terre di Asterix, dalla Puglia al Trentino?
Oggi un sostenitore di Berlusconi scrive su facebook: “il partito di plastica, come ci chiamate spregiativamente, è un partito solido e con una nerchia possente in grado di respingere qualsiasi tentativo di deriva autoritaria del pci”.
Questo motivo del "ce l'ho duro" ritorna implacabilmente. Immagino che un fallo così audace e protagonista abbia bisogno di un profilattico, se vuole evitare che la penetrazione nella liquidità della melma extra-comunitaria lo infetti. Il potere è il suo viagra, la supremazia su tutto ciò che non è sufficientemente duro, coriaceo, corazzato.
Sospetto che questo tipo di personalità autoritaria spinga a piegarsi al maschio alfa di turno. Molti di questi cristianisti superomistici sarebbero i primi a convertirsi all'Islam, in un'ipotetica Eurabia. Il potere inebria questi ego mascolini, insicuri e proprio per questo armati di luoghi comuni e pregiudizi virilisti: dà loro la possibilità di plasmare la materia e la Creazione a loro gusto e discrezione.
Donne, trans, gay, drogati, zingari, ebrei progressisti, liberal, stranieri, tifosi avversari, ecc. sono tutti troppo fluidi, soffici, melmosi, virali, pandemici. Bisogna tenerli a bada, magari scendendo a valle dalla granitiche montagne con gli itifallici kalashnikov, carichi (non sterili). Falli eretti, confini netti, auto-tribalizzazione intruppante, moralismo ipocrita ma intransigente e guaine identitarie immunizzanti = ego rassicurati.
Cosa c'è di vivo in tutto questo? Nulla. A mio avviso è necrofilia inconsapevole. La vita è impura, promiscua, contingente, aperta, non auto-referenziata ma, soprattutto, scorre e cambia (panta rei). La plastica e la roccia non sono vive.
"Sicuri da morire", come scrivono Morelli ed Appadurai.
La Lega non ha bisogno di far propaganda. Semplicemente si sintonizza con l’insicurezza di chi si avverte insidiato nelle certezze di un lavoro che può essere delocalizzato o che qualcun’altro può svolgere con un contratto più che dimezzato sul piano del reddito e del diritto. Oppure di un’abitazione pubblica che si vede assegnata all’ultimo arrivato, o ancora di un servizio sociale che paghi in base al reddito e dunque più del furbetto che le tasse non le paga… La Lega entra in comunicazione con l’istinto di conservazione dei “poveri cristi” e con il loro rancore che cresce nella solitudine dello spaesamento e nello smarrirsi della cultura del conflitto. Immunitas, padroni a casa propria, ma anche in quella degli altri.
Una perdita di responsabilità che incontriamo ovunque e che si traduce in tante piccole e grandi immunità. Perché ad esempio i cittadini europei non vogliono l’Europa? Istintivamente avvertono che l’Europa è un luogo nel quale le differenze sono così profonde che farsene carico collettivamente comporterebbe un approccio che va nella direzione di una riconsiderazione di quel che in Italia, in Francia o in Olanda si ha, magari conquistato con anni di lotte, e che un’estensione dei diritti (e una redistribuzione della ricchezza) sul piano sovranazionale potrebbe mettere in discussione.
La pretesa di immunità è dunque la risposta all’interdipendenza e alla complessità del nostro tempo. Ma anche la deriva post ideologica del “non nel mio giardino”. E’ lo scambiare il proprio particolare con il tutto, l’esatto opposto della cultura della responsabilità, di quel “farsi carico” che è alla base della “communitas”. Non importa che i rifiuti vengano inceneriti altrove, l’importante è non qui. Nemmeno ponendosi l’interrogativo di come i rifiuti nel mondo vengono smaltiti ovvero bruciandoli nelle discariche, nei cassonetti, per strada.
La risposta all’immunità (e anche all’inceneritore) si chiama sobrietà. Cultura del limite, quel che fatichiamo a comprendere perché, fra l’altro, riguarda la nostra finitezza.
Insomma, dove finisce la funzione e valenza propagandistica (manichea) e comincia quella euristico-interpretativa (rigorosa e chiarificatrice)? Serve davvero la categoria dell'immunitas per comprendere il leghismo?
Bossi è realmente un fine stratega o è un sempliciotto carismatico che fruisce di un'istintiva sintonia con milioni di "padani", semplicemente per il fatto di essere cresciuto in mezzo a loro e di condividere paure, pregiudizi, brame e desideri?
Magari la realtà è meno complessa di quello che crediamo. Magari Bossi vince perché non ha bisogno di tante analisi, indagini e cogitazioni. Mi pare che la metafora della casa sia più che sufficiente: "questa è casa mia, qui comando io, faccio quel cazzo che mi pare e se non ti va bene te ne puoi andare, altrimenti ti sbatto fuori a calci in culo". Non mi pare ci sia molto altro, onestamente.
Le seguenti dichiarazioni bossiane si prestano ad essere interpretate con la lente del paradigma immunitario, ma non vorrei che, così facendo, si desse a quest'ideologia dell'egoismo materialista istituzionalizzato una dignità che non merita. E' solo il pensiero di gente ignorante e gretta convinta, come tutti (incluso chi scrive), di essere nel giusto e dalla parte del bene, e con la quale si deve convivere perché il mondo è vario e c'è un po' di tutto e perché, per il momento, abbiamo una costituzione che tutela chi non pensa come loro e non vive come loro.
"Se l’uomo non può realizzare il suo legame etnico si chiude verso la società, non si realizza più come individuo sociale, ma persegue unicamente il progetto del proprio interesse personale….E'…all’interno di un popolo etnicamente omogeneo che si può operare il bene con maggior slancio affettivo…La società multietnica e multirazziale è quindi una società che per sua natura è contro l’uomo, perché mortifica in esso ogni intento di generosità sociale. Distruggendo il processo di identità etnica, la società multirazziale provoca il declino della morale e quindi della solidarietà…: la società va incontro alla disgregazione, sviluppa i comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità, per cui non nascono più figli" (Bossi, 1989).
"Noi lombardi siamo gente buona, ma se ci fanno girare le balle poi ci prudono le mani e la democrazia la ripristiniamo con la vecchia regola delle cinque dita" (Bossi febbraio 1991)
"se dicessero noi alle riforme che vogliamo noi, ci sarà una sparatoria generalizzata…Stiamo oliando i kalashnikov…Apparteniamo ad un popolo che non ha mai perso una guerra" (1992)
"Dalle mie parti una pallottola costa solo 300 lire, e se un magistrato vuole coinvolgerci nelle tangenti, sappia che la sua vita vale 300 lire" (1993).
"gli immigrati sono un pericolo per la pace sociale: se le tue strade sono piene di persone di colore, quello che il cittadino vede non è più il suo mondo, ma un luogo estraneo, che lo obbliga a stare sul chi vive, benché sia a casa sua".
Così l'uomo ha perso l'inconscio
Intervista a Massimo Recalcati (la Repubblica, 21 gennaio 2010)
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