Disoccupati, più incentivi che sanzioni

Il Presidente di Agenzia del lavoro e un mercato "che rischia di crescere poco, anche dopo la ripresa" (Corriere del Trentino, 20-03-2010)

Scarica il PDF

Motivazione e soddisfazione dei lavoratori del “Progettone”

Questionario a cura del Servizio conservazione della natura e valorizzazione ambientale)

Scarica il PDF

Legge per l'Apprendimento Permanente

Proposta di legge di iniziativa popolare della Cgil

Vai al sito

Stato di attuazione della manovra anticongiunturale 2009-2010

Provincia autonoma di Trento - Servizio Programmazione (9 aprile 2010)

Scarica il PDF

Misure della povertà e primi dati sul reddito di garanzia

Provincia Autonoma di Trento - OPES

Scarica il PDF

Osservatorio mercato del lavoro

Schede, pubblicazioni e rapporti

Vai al sito

Protocollo di intesa 2010

Patto per la qualità sociale, per la qualificazione delle spese correnti e per la creazione di valore con azioni di sistema tra la Provincia autonoma di Trento, le parti sociali ed economiche

Scarica il PDF

P.A.T. - Protocollo di intesa per il 2010

Azioni per affrontare emergenza occupazionale conseguente alla crisi economica

Scarica il PDF

Interventi anticrisi in Trentino

Tutti i documenti sulle politiche anticongiunturali, dalle richieste sindacali al monitoraggio della crisi

Vai al sito

Il lavoro dopo la classe

Quaderni di rassegna sindacale (n.1 - 2009)

Le riforme che mancano

Trentaquattro proposte per il welfare del futuro.
A cura di Carlo Dell'Aringa e Tiziano Treu (Arel, 2009)

Oltre lo stato assistenziale

Per un nuovo "patto" tra generazioni.
Di Gosta Esping-Andersen e Bruno Palier (Garzanti, 2010)

Tutti i temi

Welfare-Lavori

OperaioLa necessità di un nuovo welfare deriva in buona misura dalle trasformazioni avvenute sul mercato e nei rapporti di lavoro. In questo campo, il Trentino può essere luogo di innovazione delle tutele, privilegiando non gli aspetti economici e risarcitori ma quelli attivi, comunitari e promozionali.
autore Franco Ianeselli - inserito domenica, 11 aprile 2010

In questi anni di crisi il welfare è tornato di moda. Generalmente (e comprensibilmente) l'accento è spostato sugli aspetti più assistenziali e protettivi, legati all'aumento della disoccupazione.

È importante però non dimenticare la necessità di una lettura diversa, "in grado di abbandonare la concezione tradizionale e statica delle politiche sociali, volta a recuperare le situazioni più difficili o a rimpiazzare i redditi perduti, per prendere in considerazione una prospettiva dinamica, attenta alle traiettorie degli individui, ai rischi cui possono andare incontro nell'economia della conoscenza, all'emergere di nuove ineguaglianze tra i sessi, le generazioni e i gruppi sociali propri delle società postindustriali" (Bruno Palier).

Una recente pubblicazione Arel (agenzia di ricerche e legislazione fondata da Nino Andreatta) è dedicata alle "riforme che mancano" e contiene "34 proposte per il welfare del futuro". Io non so cosa accadrà a livello nazionale, ma mi preme ricordare che una larga parte di quelle riforme sono già in atto o saranno discusse nei prossimi mesi in Trentino.

Faccio qualche accenno ad alcune misure legate alla dimensione del lavoro, trascurando questioni altrettanto importanti (non autosufficienze, fondi sanitari integrativi, istruzione), nella convinzione però che la necessità di questo nuovo welfare deriva in buona misura dalle trasformazioni avvenute sul mercato e nei rapporti di lavoro. Per dirla con Accornero, dalla presenza della pluralità dei "lavori, dopo la classe".

Il reddito di garanzia, attivo da ottobre 2009, stabilisce una soglia minima di reddito, modulata sulla numerosità del nucleo familiare, al di sotto della quale scatta un intervento integrativo, finanziato attraverso la fiscalità generale.

L'area di bisogno è quella delle famiglie povere, dove troviamo disoccupati senza altre forme di sostegno al reddito, working poors e nuclei numerosi con un unico componente che lavora. Il progetto di "reddito di inserimento", previsto dalla legge nazionale 328/2000, è  progressivamente scomparso dall'agenda politica, anche a seguito di esperienze mal riuscite. Se il Trentino riuscisse a rendere strutturale il reddito di garanzia, evitando/limitando abusi e trappole della povertà, farebbe del gran bene anche al livello italiano.

Le azioni straordinarie per l'occupazione, predisposte per il 2009 e affinate nel 2010, hanno permesso finora di erogare a più di 1500 disoccupati un sussidio integrativo rispetto a quanto previsto dalla normativa nazionale o un sostegno istituito appositamente, per sopperire ai buchi del sistema italiano di protezione, molto penalizzante nei confronti dei più giovani e di chi lavora in maniera discontinua. La recente delega alla Provincia in materia di ammortizzatori sociali apre nuove possibilità: innanzitutto quella di provare a disegnare un modello con una certa coerenza, attraverso l'introduzione di forme di finanziamento almeno parzialmente assicurative, responsabilizzando le imprese che oggi non versano contributi, anche al fine di disincentivare l'utilizzo di rapporti di lavoro atipici.

Quali sono i rischi? A mio avviso i rischi che corriamo sono quelli contenuti nella citazione di Palier, di realizzare cioè i nuovi provvedimenti in maniera vecchia, privilegiando gli aspetti economici e risarcitori su quelli attivi, comunitari e promozionali.

La condizione di povertà, a cui segue l'erogazione del reddito di garanzia, dipende in moltissimi casi dalla non occupazione di uno dei genitori del nucleo familiare. La normativa, giustamente, prevede che i percettori del RdG non possono rifiutare offerte di lavoro.

Ma attualmente il nostro sistema dei servizi per l'impiego è organizzato per essere in grado di farle? C'è da dubitarne.

Altra questione. Si spera che i nuovi ammortizzatori saranno costruiti secondo principi di "condizionalità" e dunque strettamente legati alla sottoscrizione, da parte del lavoratore, di "patti di servizio e di collaborazione" con percorsi obbligatori personalizzati di orientamento e formazione. Ma saremo capaci, come sistema trentino, di mobilitare risorse intellettuali adeguate per rafforzare e qualificare la rete dei soggetti che operano nel campo della formazione continua e dell'apprendimento permanente? O finiremo per produrre formazione di basso livello e inadeguata rispetto ai bisogni differenziati dei cittadini e dell'universo dei lavori?

I confronti in atto tra politica, parti sociali e amministrazione possono certamente migliorare la coesione sociale, ma rischiano pure di riprodurre liturgie e istanze corporative.

E alla fine la nostra valutazione sull'efficacia nell'attuazione della delega dovrà fare riferimento non tanto alla quantità dei sostegni economici che verranno erogati, ma alla qualità di tutto quel che ruoterà attorno, in termini di servizi, politiche attive, rapporti con le agenzie formative e responsabilità dei soggetti chiamati a guidare questo processo.
inviato da giorgio antoniacomi il 09.06.2010 21:08
Le trasformazioni della società trentina vanno contestualizzate. Vanno, cioè, messe in relazione ad uno sfondo non remoto con il quale interagiscono; sono interazioni che generano conseguenze dirette sulla geografia del presente, ma rendono anche sempre più incerta la rappresentazione del futuro. I segni dei tempi ci restituiscono:
- un quadro globale segnato da profonde inquietudini (il cambiamento dei modi di produzione e di consumo, i mutamenti del clima e le aggressioni all’ambiente, le immigrazioni da tutti i “sud” del mondo, lo scandalo della fame e delle guerre dimenticate, la minaccia del terrorismo);
- un contesto europeo che ha smarrito i contorni del “sogno” e viene percepito più come vincolo che come opportunità;
- un contesto nazionale che, aspettando Godot, cioè nell’attesa messianica della Grande Riforma, affonda nella palude dell’ autoreferenzialità e si estenua in una conflittualità perenne (tanto da apparire la cifra distintiva del sentimento nazionale), che erode quotidianamente ciò che rimane di un budget non illimitato di fiducia, di speranza, di orgoglio civile.

L’analisi sociale, molto prima della politica, ha capito che le tradizionali categorie di interpretazione della società sono diventate inapplicabili. E ne ha cercate di nuove. A rappresentazioni semplici, come la posizione rispetto ai mezzi di produzione, sono subentrate chiavi di lettura che si propongono di intercettare differenze nei valori, negli atteggiamenti, negli stili di vita. Fino a ricomporre il profilo di una società frammentata, ambivalente, disarticolata e plurale: una società dei consumi piuttosto che della produzione; una società secolarizzata (anche se riconosciamo un’esigenza forte, qualche volta disperata, di senso del sacro e di interiorità); una società caratterizzata da quello che è stato definito “politeismo dei valori”. E’ una società che non può essere rappresentata e governata utilizzando artefatti costruiti in altri tempi per fronteggiare altri problemi. Non ci azzardiamo ad affermare che la politica dovrebbe spingersi a rottamare categorie (ce ne rendiamo conto) fondanti di una storia secolare come, per esempio, quelle di destra e sinistra; crediamo, tuttavia, che – anche e proprio perché permangono idealità irriducibili e fondanti e forti elementi differenziali tra concezioni del mondo non conciliabili – sia necessario superare ogni approccio ideologico e rifondare in maniera laica, aggiornandolo, l’apparato strumentale della politica.

Il tramonto del modello tradizionale di welfare rappresenta una metafora significativa di come siano cambiati, con reciproci e non indolori adattamenti, il contesto nazionale, la società italiana e le politiche pubbliche. E’ stato un modello che ha retto per molti decenni (i decenni della ricostruzione e dello sviluppo industriale) ed ha garantito, attraverso forti meccanismi di protezione, una pace sociale relativamente stabile, basata su un patto di reciproca delega fra lo Stato (garante delle ragioni dell’equità) e le categorie produttive (che si facevano carico delle ragioni dello sviluppo). In forza di questo tacito patto, venivano affidati senza residuo alle famiglie i compiti di cura e di riproduzione sociale e al sistema pubblico le forme di tutela del lavoro salariato, attraverso contratti a tempo indeterminato e solide garanzie assistenziali e previdenziali. Questo modello è entrato in crisi non solo per i costi crescenti, e ormai insostenibili, degli apparati di protezione sociale in una fase caratterizzata da risorse decrescenti, ma prima di tutto perché sono cambiati definitivamente le sue condizioni di contesto e i suoi stessi presupposti. Pensiamo, quanto al contesto, alla precarizzazione del lavoro, al mutamento dei modelli di organizzazione familiare (anziani soli, single, instabilità coniugale, persone separate con figli minori, famiglie monoreddito) e al conseguente sovraccarico funzionale sulle famiglie e, soprattutto, sulle donne in quanto portatrici di ruoli multipli. Ma sono venute meno, quanto ai presupposti, le stesse basi morali del welfare. Sono venute meno o sono state omologate nell’indifferenza – in una società che si nutre dei miti dell’individualità esasperata (la fretta, la rimozione del senso del pericolo, la competitività e il successo ottenuto a qualunque costo, la spettacolarità, la propensione a “consumare” esperienze) – quelle “non scritte leggi degli dei” secondo le quali l’asimmetria nell’accesso alle opportunità é, deve essere, uno scandalo che interpella ogni coscienza civile.

Parlare di nuove disuguaglianze e di rischio di esclusione sociale significa, oggi, dare atto che il concetto stesso di povertà – caposaldo delle politiche sociali di tradizione – è invecchiato e forse fuori tempo: ciò che va colto è la complessità dei nuovi fenomeni di vulnerabilità, di fragilità, di insicurezza e di precarizzazione delle prospettive di vita: fenomeni che hanno a che fare, certamente, con la scarsità di risorse materiali, ma toccano anche altri aspetti, che rinviano non tanto a condizioni relativamente immodificabili, ma a processi revocabili: la casa; il lavoro; l’organizzazione della famiglia; la possibilità di attivare reti sociali; la salute; la formazione come “passaporto” per l’accesso alle opportunità. Di fronte a queste criticità è necessario prima di tutto ribadire con forza le ragioni profonde e irrinunciabili dello Stato sociale. Ma è necessario anche, per lo stesso motivo, mettere in discussione e ridefinire il concetto stesso di politica sociale, nel tentativo di costruire un concetto nuovo, esteso, di equità: perché, semplicemente, non è giusto che i diritti di chi è incluso nei circuiti di garanzia vengano pagati da chi ne è escluso. E’ sulla riscrittura di questo patto etico e civile che sarà possibile ribadire e riarticolare le basi morali di una società responsabile e solidale.

A questo fine, è certamente necessario riaffermare la matrice pubblicistica e universalistica del modello di welfare, dal momento che i diritti di cittadinanza sociale hanno uno statuto di bene pubblico e resta compito irrinunciabile dello Stato quello di garantire l’equità. A maggior ragione se, come è ormai evidente, il concetto di politica sociale non riguarda solo alcune categorie tradizionalmente marginali, ma ogni cittadino. Tuttavia, di fronte ad una domanda sociale sempre più mutevole e più imprevedibile, è necessario rovesciare la prospettiva del paradigma di protezione – fondata storicamente sulla definizione giuridica e sulla standardizzazione dei bisogni e sull’offerta di servizi e di prestazioni – per rimodularla e declinarla assumendo il punto di vista della domanda, cioè dei bisogni dei cittadini “come sono davvero”. Affrontare politicamente la società del rischio significa, dunque, dotarsi di un apparato analitico e di un repertorio progettuale aggiornati, anche per non cadere nella retorica dei nuovi bisogni e fermarsi lì: perché il concetto di politica sociale si è dilatato; il suo “nemico” non è più soltanto la disuguaglianza, così come il suo riferimento non può essere un cittadino “mediano” o un ceto “medio” che, nella realtà, non esistono più.

Per quanto qui ci interessa, dobbiamo rilevare come si sia passati (in un tempo troppo breve per elaborare e interiorizzare questi processi di cambiamento) da un mondo nel quale i progetti di vita avevano sviluppi relativamente lineari ed esiti relativamente prevedibili ad un mondo connotato dalla discontinuità, dalla precarietà, dall’imprevedibilità, dalla fluidità, dalla pluralità sovente contraddittoria e sempre incoerente dei riferimenti.

Queste riflessioni potrebbero essere adattate anche ad altri settori nei quali si realizzano politiche pubbliche; ciò che ci preme evidenziare con una sottolineatura forte, però, sono soprattutto due aspetti: che la politica sociale non ha ormai più, né può avere, il carattere di una politica settoriale; che l’inerzia al cambiamento o la difesa di rendite di posizione espongono la politica (ma anche i soggetti tradizionali della rappresentanza) ad inevitabili smentite ed a bruschi risvegli.
inviato da Michele Guarda il 20.04.2010 20:33
Della riforma degli ammortizzatori sociali si discute in Europa da quasi vent'anni. Da un lato, si tratta di assicurare la sostenibilità economica nel tempo di un sistema di ammortizzatori sociali che si vuole esteso e robusto. Dall'altro lato, si tratta di adeguare gli ammortizzatori sociali, introdotti su larga scala in Europa a partire dal secondo dopoguerra, ai recenti cambiamenti del mercato del lavoro determinati dalla globalizzazione dei mercati.
La situazione attuale, in Italia, è ad un punto critico. Provo a descriverla a grandi linee.
I lavoratori che hanno un contratto a tempo indeterminato e lavorano per aziende che occupano più di 15 dipendenti possono avvalersi di un ampio sistema di tutele. In continuità di rapporto di lavoro, l'eventuale riduzione dell'orario di lavoro può essere compensata da strumenti quali la cassa integrazione ordinaria, la cassa integrazione straordinaria e il contratto di solidarietà, misure di sostegno al reddito che possono durare anche anni, durante i quali i versamenti pensionistici sono al cento per cento. Le aziende che assumono lavoratori in cassa integrazione straordinaria o in contratto di solidarietà beneficiano di sgravi contributivi e di finanziamenti statali. In caso di licenziamenti collettivi (ed è raro che in tali aziende si proceda a licenziamenti individuali, grazie all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), questi lavoratori usufruiscono sempre di un incentivo all'esodo del valore di diverse migliaia di euro e approdano alla mobilità, che assicura loro un sostegno al reddito di durata da uno a tre anni, secondo l'età, e forti sgravi per le aziende che decidessero di assumerli. Durante il periodo di mobilità questi lavoratori continuano a maturare la pensione, sia nel conteggio degli anni, sia nei versamenti, che corrispondono al cento per cento di quelli dell'ultimo stipendio.
Quali tutele hanno, invece, tutti gli altri lavoratori, quelli dipendenti delle aziende più piccole, quelli che lavorano tramite le agenzie interinali, quelli con contratto a termine, i collaboratori occasionali o a progetto, le cosiddette finte Partite Iva, eccetera eccetera? Niente. O meglio, i più fortunati tra loro quando perdono il lavoro hanno otto mesi di indennità di disoccupazione con la copertura pensionistica. E i dipendenti a tempo indeterminato delle piccole aziende, in caso di licenziamento, sono agevolati nella ricerca di un nuovo posto di lavoro grazie all'iscrizione nelle liste di mobilità (le aziende che li assumono godono dei benefici), ma senza aver diritto alla relativa indennità.
In Trentino, come ha bene illustrato Ianeselli, la situazione per questa seconda categoria di lavoratori è un po' migliore ed anche a livello nazionale, sotto la pressione della crisi, negli ultimi mesi si è fatto qualcosina. Va ricordato, per completezza, che la Provincia di Trento ha rafforzato anche gli ammortizzatori per la prima categoria di lavoratori, con una integrazione aggiuntiva all'indennità di cassa integrazione e all'indennità di mobilità.
Sempre per completare il quadro, va aggiunto che il rischio sempre insito in questo genere di strumenti, che erogano danaro alle persone che si trovano in situazione di disagio, è quello di generare parassitismo e lavoro nero. Sono fenomeni tutt'altro che marginali e il Trentino non fa eccezione rispetto al resto d'Italia. Mi spiego con un esempio. Un operaio cinquantenne con contratto a tempo indeterminato in una azienda con più di 15 dipendenti perde il lavoro a causa della chiusura della sua azienda. Immaginiamo che al momento del licenziamento abbia una discreta anzianità di servizio e di conseguenza uno stipendio abbastanza buono, diciamo di 1500 euro netti al mese. Questo lavoratore farà un anno di cassa integrazione straordinaria e tre anni di mobilità, in totale quattro anni con una indennità pari a circa 900 euro al mese netti e coi contributi per la pensione calcolati sullo stipendio di 1500 euro. Siccome è assai probabile che, nel cercare un altro lavoro, questo lavoratore trovi solo posti pagati intorno ai 1100 euro al mese o poco più, è evidente che egli avrà più convenienza a rimanere in mobilità che a cominciare un nuovo lavoro. Chi glielo fa fare di lavorare otto ore al giorno tutti i giorni, per guadagnare poco più dell'indennità di mobilità e per rimetterci, per tutta la vita, sulla pensione? Durante quei quattro anni è probabile che questo lavoratore accetti un altro lavoro ad una sola condizione: che sia in nero. Medesimi esempi si potrebbero fare per ogni genere di sussidio pubblico legato al reddito. In ultima analisi emerge che, se il valore delle indennità di cassa integrazione, di mobilità e di disoccupazione, ben al di sotto dei 1000 euro al mese, è ampiamente insufficiente per la famiglia con figli a carico, o per il single che vive da solo, che ogni mese pagano l'affitto o il mutuo per la casa, al contempo tali strumenti generano, paradossalmente, costose dispersioni, con tutto ciò che ne consegue anche sul piano del consenso.
Riassumendo quanto fin qui detto, i problemi da affrontare appaiono ora chiari. C'è il problema della differenza sempre più inaccettabile tra chi è dentro il sistema di tutele e chi ne è escluso, problema letteralmente esploso con la progressiva precarizzazione del lavoro figlia della globalizzazione. E c'è il problema dell'efficacia e della qualità della spesa per gli ammortizzatori sociali, tanto più stringente quanto più tali ammortizzatori si vogliono rafforzare ed estendere a tutti.
Rispetto al primo problema, l'approccio “conservatore” è quello di concentrarsi sulla lotta alla precarietà del lavoro più che sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Il fatto è che la progressiva precarizzazione dei posti di lavoro è ineluttabile esattamente come lo è la globalizzazione dell'economia. Col risultato che opporvisi sarebbe, non solo vano, ma anche controproducente. Se si cercasse d'impedire al sistema delle imprese di avvalersi di contratti di lavoro flessibili, il risultato che si otterrebbe sarebbe o la fuoriuscita dalla legalità, cioè il lavoro nero, oppure il peggioramento della competitività economica dell'intero territorio, con conseguente perdita di posti di lavoro. In sostanza, si finirebbe o per ampliare le distanze tra chi è dentro le tutele e chi è fuori, oppure per ampliare il numero di coloro che hanno bisogno dei sussidi.
Rispetto al secondo problema, quello della gravosità degli ammortizzatori sociali e degli sprechi che spesso generano, l'approccio conservatore (stavolta senza virgolette) è solitamente quello del cosiddetto giro di vite: no all'incremento dei sussidi, no all'ampliamento della platea degli aventi diritto, ma semmai restringimento ai soli indigenti. Anche tralasciando ogni altra considerazione di natura sociologica e politica (in quale società vogliamo vivere, eccetera), qui la contraddizione sta nel fatto che si finirebbe per rendere la perdita del posto di lavoro un evento ancor più drammatico di quanto non lo sia oggi, proprio nel momento in cui, per effetto del mutamento dell'economia, la perdita del posto di lavoro diventa un evento tutt'altro che straordinario ed eccezionale. Col risultato di fornire un sacco di ragioni all'altro conservatorismo, quello tra virgolette.
Come dicevo all'inizio, pur con notevoli differenze tra un paese e l'altro, questi problemi sono comuni a molte nazioni europee. E, pertanto, anche nella ricerca delle soluzioni, non è necessario fare i pionieri. Le linee guida affermatesi a livello europeo per una riforma in chiave moderna degli ammortizzatori sociali si possono sintetizzare con due slogan: flexicurity, cioè sicurezza nella flessibilità, e welfare-to-work, cioè sostegni che hanno come scopo e sono condizionati alla riqualificazione e alla ricollocazione.
Olanda, Danimarca e Svezia sono stati i primi paesi a far proprio il concetto di flexicurity. Anziché opporsi all'esigenza delle imprese di attivare e rescindere con sempre maggiore frequenza i rapporti di lavoro, in questi paesi si è scelto di assecondare queste spinte, compensandole con ammortizzatori sociali universalistici (a cui cioè accedono tutti), quantitativamente robusti (si arriva a coprire anche il 90 per cento dello stipendio) e che hanno una durata illimitata nel tempo. E' evidente che, in un simile contesto, la precarietà dei contratti di lavoro e finanche la perdita del posto di lavoro smettono di avere una qualsivoglia connotazione drammatica. E l'estrema flessibilizzazione del mercato del lavoro ha consentito a quei paesi di conoscere tassi di crescita importanti, con una forte riduzione della disoccupazione.
E' stato invece Tony Blair, nel Regno Unito, a rendere sistematico per primo in Europa il concetto di welfare-to-work, fornendo la chiave senza la quale la flexicurity sarebbe stata impraticabile. All'estremo opposto dello stato sociale “caritatevole”, che offre l'elemosina ai poveri, il welfare-to-work si prefigge di spingere gli individui a migliorare la propria posizione nella società. Per fare un esempio pratico, quando si perde il lavoro arriva a casa un tutor, che prende in carico il nuovo disoccupato e progetta assieme a lui un percorso di riqualificazione e di ricollocazione. E' il tutor, insomma, che prende per mano il disoccupato, lo segue nel percorso di riqualificazione e gli trova un altro posto di lavoro. Ma grazie ai percorsi formativi è assai probabile che il nuovo posto di lavoro sia migliore e anche meglio pagato del precedente. Chi rifiuta il lavoro, ma anche chi rifiuta di seguire il percorso di riqualificazione, perde immediatamente ogni beneficio: non solo il sostegno al reddito, ma qualsiasi altro beneficio pubblico di cui eventualmente gode, compresa ad esempio la casa popolare. Tutto ciò cancella d'un tratto il rischio che gli ammortizzatori sociali generino parassitismo e lavoro nero. E riducendo enormemente gli sprechi libera le risorse necessarie per ampliare e rafforzare gli ammortizzatori sociali. In definitiva, il welfare-to-work configura uno stato sociale più efficiente ed al contempo anche più giusto ed equo.
L'Italia, come al solito, è in ritardo. Ma il Trentino, con la nuova competenza sugli ammortizzatori sociali recentemente acquisita, ha l'occasione imperdibile per mettersi al passo coi più avanzati paesi europei.
Come dice Renato Beber, qui ci sono le risorse economiche e politiche per realizzare cose straordinarie. Mi chiedo però se vi siano le risorse intellettuali e il coraggio sufficienti, non tanto e non solo da parte della politica, quanto semmai da parte delle cosiddette parti sociali.
Le scelte compiute recentemente e citate da Franco Ianeselli lascerebbero ben sperare.
Tuttavia, molti comportamenti sembrano contraddire l'ottimismo.
La crisi del 2009 è stata affrontata soprattutto con la logica del sostegno a pioggia alle imprese, invocata a gran voce dagli imprenditori, e col sindacato impegnato a chiedere a mamma Provincia di aprire ulteriormente il portafoglio, per scongiurare chiusure o licenziamenti. Ma le crisi sono momenti nei quali l'economia si trasforma, attraverso un processo di rigenerazione. Le imprese che faticano a stare a galla chiudono e nuove imprese con più alti tassi di produttività (e salari più alti) ne prendono il posto: è anche a questo che servirebbe la flexicurity. Ostacolare questo naturale processo può essere, nell'immediato, necessario, se non si dispone di adeguati ammortizzatori sociali. Ma concentrarsi sul salvataggio delle aziende che stanno per chiudere, anziché sulle politiche di contesto per la nascita di nuova imprenditorialità e sul potenziamento degli ammortizzatori sociali, può rivelarsi nel lungo periodo una scelta miope.
In secondo luogo, molti degli strumenti a sostegno del reddito attualmente operanti in Trentino, ad esempio l'assegno per il nucleo familiare, ma anche il recente reddito di garanzia (ma qui gli esempi potrebbero essere moltissimi), sono di fatto erogati senza reali condizioni. Se hai i requisiti, una volta che ti sei aggiudicato il sussidio puoi startene a casa in panciolle. E tanto più i sussidi sono consistenti – e in Trentino lo sono – tanto meno i potenziali beneficiari sono invogliati a ricollocarsi, o quantomeno a ricollocarsi alla luce del sole. Altro che welfare-to-work!
Per entrare nel dettaglio, restringendo il ragionamento agli strumenti a sostegno dei lavoratori, credo si potrebbero ridurre tali strumenti a due: uno che entra in gioco in costanza di rapporto di lavoro, l'altro che scatta quando il rapporto di lavoro termina. Di sicuro, il primo deve essere interamente sostenuto dalle imprese. Penso come Ianeselli che questi strumenti debbano essere, laddove prevedano un contributo da parte del lavoratore, obbligatori e non facoltativi. Eliminerei del tutto le differenze di diritti tra disoccupati e dunque la distinzione tra lavoratori in disoccupazione e lavoratori in mobilità. Estenderei gli strumenti, sempre nella logica del welfare-to-work, anche a chi è in cerca della prima occupazione e a chi è reduce da un periodo di apprendistato. Si possono pensare, con le necessarie cautele, a forme di sostegno ad un percorso di reinserimento anche per chi è rimasto senza lavoro in seguito a dimissioni. E bisogna prevedere, per ogni tipologia di sostegno al reddito, la figura del tutor, che si fa carico di riqualificare e ricollocare il lavoratore.
Se ci fosse la volontà, si possono fare grandi cose. Ce la faremo? Yes, we can! :-)
inviato da eva maio il 17.04.2010 18:10
Non ho competenze culturali in merito.
Da cittadina sono preoccupata non tanto dei problemi sul tipo di welfare quanto di tutte quelle scelte che hanno eroso e continuano a erodere la dignità e i diritti dei lavoratori. Del welfare una società civile avrebbe bisogno in casi eccezionali e per tempi limitati. Se si precarizza e si parcellizza sempre di più il lavoro, di certo si allarga la fascia di chi avrà bisogno di robusti interventi integrativi di solidarietà. Ed è dignitoso? E sarà sostenibile economicamente? Proporrei una seria revisione del sistema fiscale che garantisca un minimo di giustizia distributiva. Automaticamente ci sarebbe meno bisogno di tecnicismi astrusi per dare col welfare ciò che sarebbe diritto avere: lavoro, dignità, responsabilità contributiva.
inviato da mario cerato il 17.04.2010 08:53
Welfare, un sistema complicato con equilibri difficili. E sulla ricerca dei giusti equilibri si trovano spunti interessanti e stimolanti sia nell’articolo di Franco Ianeselli, sia nei commenti del forum.
Emerge la necessità di innovare, per trovare nuovi strumenti per le politiche sociali che si adattino il più possibile alla complessità del mondo del lavoro attuale. La necessità di responsabilizzare imprese e lavoratori, sulle forme di finanziamento, ma anche sull’impegno a ricercare vie di reingresso “produttive” nel mercato del lavoro.
La delega alla Provincia sugli ammortizzatori sociali apre ulteriori possibilità nella direzione auspicata da Franco Ianeselli, che credo sia condivisa da tutti, di un welfare non rituale, non statico, non solo quantitativo, ma calato nella realtà, per questo territoriale ed autonomo, in sintesi efficace.
La recente delega è quindi un ulteriore salto di autonomia del welfare in Trentino da utilizzare al meglio da parte della politica provinciale, ma anche dalle parti sociali, OO.SS. in primis.
Non conosco a fondo i complessi meccanismi della parte di welfare assistenziale e protettivo, sui quali comunque mi sembra vi sia già stato un consistente intervento anticrisi della Provincia. Vorrei invece proporre una riflessione sugli ammortizzatori sociali attivi, quelli nati da un’iniziativa dell’autonomia provinciale, che già si era espressa oltre vent’anni fa. Mi riferisco alla nascita nel 1986 del “Progetto speciale per l’occupazione attraverso la valorizzazione delle potenzialità turistiche ed ecologico-ambientali”, il cosiddetto “Progettone”, nato per far fronte alla gravissima emergenza occupazionale, creatasi a metà degli anni ottanta a seguito delle ristrutturazioni e riconversioni industriali operate nella nostra provincia che avevano portato alla perdita repentina di migliaia di posti di lavoro; ma poi anche all’Azione 10, rivolta alle fasce di disoccupazione più debole. Questi ammortizzatori sociali hanno consentito nel tempo di erogare redditi a fronte di prestazioni lavorative (attualmente, anche per effetto della crisi, i lavoratori che beneficiano di questa opportunità sono ben oltre 2000). Pressoché unici nel panorama nazionale, questi ammortizzatori sociali sono stati costantemente tenuti vivi nel tempo, adattando la loro dimensione alle fluttuazioni della mobilità e della disoccupazione. Il Progettone, per esempio, ha avuto evidenti oscillazioni, quasi triplicando i lavoratori e le lavoratrici impiegate nel 2009 rispetto ai 460, minimo storico del 1997. Tutto questo ha consentito e consente alle migliaia di persone che hanno perso il lavoro in età avanzata o che non lo avevano, di mantenere dignità ed autostima (si vedano i sorprendenti risultati di un questionario sulla soddisfazione del lavoro rivolto a tutti i lavoratori del Progettone nel 2009).
Tutti gli strumenti, anche gli ammortizzatori sociali attivi come il Progettone, vanno però aggiornati, adeguati, innovati per mantenere livelli di produttività accettabili, evitando la deriva verso forme assistenziali e non sostenibili. E’ clamoroso il contrasto fra i risultati in Trentino degli ammortizzatori sociali attivi ed il fallimento dei lavori socialmente utili a livello nazionale. Questo contrasto evidenza un pericolo che richiama tutti i soggetti ad un elevato grado di RESPONSABILITA’, alla necessità che politica, parti sociali, cooperazione operino coerentemente per un continuo miglioramento del sistema.
Un miglioramento che non può avvenire se qualcuno agisce per interessi di parte, perdendo di vista gli obiettivi che sostengono la validità di questi strumenti. Un ruolo importante, certamente difficile, compete alle OO.SS. che hanno il mandato di difendere i lavoratori, ma con una visione degli ammortizzatori sociali attivi ampia, alta ed aperta, evitando prassi sindacali inadeguate o palesemente contraddittorie. Il valore della condivisione e del coinvolgimento delle politiche del lavoro a livello confederale tramite la Commissione Provinciale per l’Impiego, non può essere vanificato all’interno del sistema dei lavori socialmente utili da attività sindacali finalizzate ad obiettivi contingenti, con visioni ristrette, magari finalizzate alla competizione sulle tessere, ad atteggiamenti puramente rivendicativi e provocando continui ingiustificati contenziosi, con l’unico risultato di irrigidire il sistema, fiaccare e demotivare cooperative e lavoratori e rendere difficile la sostenibilità del sistema. Mi spiace parlare di questi problemi a Franco, che questi aspetti conosce e sui quali riflette. Ma mi sembra utile cogliere l’occasione di questo forum per esprimere queste considerazioni, anche problematiche, vissute nell’esperienza di responsabile della Provincia del Progettone. Un responsabile ormai in scadenza programmata (come lo yogurt) quindi più libero da vincoli di ruolo.
In ultimo una considerazione.
Alla fine degli anni ’80, nei primi anni di funzionamento del Progettone, era stata alleviata la consistente disoccupazione giovanile di quegli anni, anche allora in gran parte dotata di un elevato grado di istruzione, attuando inventariazioni, indagini ed analisi, prevalentemente sulle tematiche ambientali, che all’epoca risultavano lacunose. Quel consistente gruppo di giovani ha avuto una possibilità di formazione sul campo con positivissime ricadute sulla loro occupazione. Forse è il tempo, magari in altri ambiti e su altre tematiche, di riprodurre quell’esperienza, per offrire a giovani laureati, magari senza particolari protezioni famiglari, ma con curriculum gonfi di inutili attestati (dottorati di ricerca, master, specializzazioni, ecc.) una possibilità di efficace formazione e di ingresso nel mondo del lavoro.

inviato da Franco Ianeselli il 16.04.2010 19:27
Condivido tutto quel che ha scritto Elena. In campo di formazione continua ed educazione permanente va realizzato un vero e proprio patto, mettendo a sistema quel che già c'è e favorendo la presenza di nuovi soggetti, a partire dall'Università.
Servirebbe un intervento legislativo locale (e mi pare che qualcosa si stia muovendo...) Allego nella sezione "materiali" la proposta di legge nazionali su cui la Cgil ha raccolto firme e promosso iniziativa. Mi pare interessante.

Sulle considerazioni di Enrico Turra (tutela dentro il rapporto di lavoro vs. tutela sul mercato del lavoro), credo che sia importante non vivere le due cose come in contraddizione. Altrimenti quando ci si occupa dell'una si segnala la mancanza dell'altra e viceversa...
Ed Enrico ha ragione a segnalare l'assenza di un contratto provinciale nel settore turistico-alberghiero, che rispetto alle vicende sindacali rappresenta certamente una ferita aperta.
inviato da Franco Ianeselli il 16.04.2010 19:18
Le domande poste da Enrico Rossi hanno a che fare con la questione del "modello" di welfare da progettare, con il riferimento alla distinzione tra quello bismarckiano (assicurazioni di categorie professionali) e quello scandinavo (universale e sostenuto dalla fiscalità generale).
Io - rispetto al Trentino - riprendo quanto ipotizzato nel libro curato da Treu e dunque la vedo così:
1) protezione di ultima istanza (reddito di garanzia), finanziata attraverso il fisco, assegnata previa prova dei mezzi (Icef), condizionata all'obbligo di accettare offerte di lavoro (C'E' GIA'!);
2) protezione rispetto alle cadute di reddito derivanti da sospensione o cessazione del rapporto di lavoro, finanziata attraverso contributi obbligatori, anch'essa informata dal principio di condizionalità (E' LA NORMATIVA NAZIONALE, DA INTEGRARE E MIGLIORARE)
3) protezione rispetto a sospensioni e cessazioni che colpiscono lavoratori non completamente coperti dall'assicurazione obbligatoria (parasubordinati, apprendisti, neoassunti), per i quali va previsto un sostegno a carico (anche) della fiscalità generale (ES. I 600 EURO DELLA MANOVRA ANTICRISI PER I CO.CO.PRO E PER CHI HA LAVORATO 180 GIORNI MA E' PRIVO DEI REQUISITI INPS PER ACCEDERE ALLA DISOCCUPAZIONE), anche qui vale ovviamente la condizionalità.
4) un forma di reddito di inserimento per i giovani che escono dal nucleo familiare e sono provenienti da famiglie con condizione economica inferiore ad una certa soglia Icef (PREVISTO NEL PROGRAMMA DI LEGISLATURA, DA ATTUARE)

Quando si accenna ai contributi (post di Renato) intendo dire che nella definizione del modello va previsto la contribuzione (e dunque la compartecipazione al finanziamento del sistema) anche nei settori che oggi versano meno di altri: le piccole imprese e in particolare il commercio e il turismo. Se ad esempio si estende strutturalmente la cassa integrazione a questi settori, è necessario che ci sia una forma di compartecipazione, così come avviene da sempre nell'industria.
Rispetto alla filosofia del "se vuoi, paghi", io sono contrario: in questo campo è meglio un sistema di tutele certe e universali rispetto a ipotesi di assicurazioni volontarie da parte dei singoli. Ma mi par di capire che non tutti, nelle associazioni imprenditoriali, la pensano così...
inviato da RENATO BEBER il 15.04.2010 22:37
Un mercato del lavoro sempre più precario e parcellizzato deve essere bilanciato da un welfare forte, da un sistema formativo che permetta alle persone di sapere di più di quello che serve per il lavoro che fa. Il Trentino attraverso la "traduzione" della delega ha una grande opportunità. A mio avviso ci sono gli strumenti di supporto scentifici e tecnici oltre che politici e sociali per elaborare una idea di welfare innovativo. Occorrerà costruire una ipotesi universale, equilibrata (immagino quali potranno essere le difficoltà ad esempio di garantire queste coperture anche ai lavoratori migranti) e comunque aggiuntiva a quello che già c'è.
Sui fondi sanitari integrativi mi pare che la Cgil ha dovuto rincorrere la Cisl e sancire questa opportunità nei contratti di lavoro.
Chiedo più chiarezza rispetto all'idea che questo nuovo Welfare trentino debba necessariamente vedere il "contributo" dei lavoratori... se fosse così quale sarebbe la filosofia che lo sosterrebbe? se vuoi paghi?
Mi chiedo come può questa opportunità conciliarsi dal punto di vista politico e istituzionale con la posizione della sinistra e del sindacato più rappresentativo sul federalismo.... non mi pare che sia acquisita questa strada. Forse di fronte a proposte concrete e certezza delle risorse molti dubbi potranno venir meno. Buon lavoro a chi è impegnato in questo difficile anche se ambizioso passaggio della nostra autonomia.
inviato da monfredini beniamino il 15.04.2010 20:45
Penso che, con la crisi che avanza, bisognerebbe introdurre la formazione obbligatoria, almeno per chi utilizza gli ammortizzatori sociali con progetti di massima occupazione come gia provati in passato poi abbandonati o dati in mano a cooperative che negli anni hanno perso di vista o modificato il perché le stesse esistono.
Tutto questo sevirebbe anche per non far fermare le persone che perdono il lavoro e farli sentire ancora degni di essere uomini.
La politica deve assolutamente dare una risposta concreta a questo grosso problema e non tra anni, ma adesso...
inviato da Enrico Turra il 15.04.2010 19:48
Il Trentino in parte sbaglia. Mi spiego meglio: sono uno studente e nel tempo libero faccio il cameriere. Il Trentino ha impostato un giusto, credo,sistema di welfare... però non risolve il problema, in quanto protegge i lavoratori in ultima istanza. Perchè invece non tuteliamo il lavoratore nel posto in cui lavora? Questo discorso non è facile perchè a monte abbiamo dei potentati che sono difesi in primis dalla politica che vuole parlare ai lavoratori... e allora che facciamo?
Per esempio il settore alberghiero ha bisogno urgentemente di essere controllato e regolarizzato... abbiamo contratti che non ti tutelano. Io per due anni ho fatto stagioni con la minima sindacale. Il punto è che questa imposizione e regolarizzazione deve avvenire dall'alto... il singolo seppur guidato dal sindacato, sopratutto nelle nostre piccole valli, non puo materialmente battere cassa.
inviato da Elena Baiguera Beltrami il 13.04.2010 22:21
Attualmente i settori sui quali punta maggiormente la formazione dell'Agenzia del Lavoro sono principalmente informatica e lingue straniere (conoscenze di base) e va benissimo, ma considerando che molti sono i giovani inoccupati, che in linea di massima hanno già conoscenze di base in questo senso sarebbe utile approfittare della crisi per studiare formule di formazione professionale avanzata. Ci sono istituti come l'ITI Marconi di Rovereto che fanno corsi avanzati post diploma, forse si potrebbero trovare sinergie perchè a questi corsi accedano anche disoccupati di breve periodo e giovani inoccupati. Ed ancora trovare sinergie tra università ed aziende (manifatturiere, meccaniche, elettrotecniche, della green energy) per modulare una formazione che abbia anche inserito uno stage in azienda, oltre a corsi teorici mirati, e magari accessi agevolati alle lauree brevi, per chi si impegna a fare gli stages. Che ne pensi?
inviato da Enrico Rossi il 13.04.2010 09:09
A mio avviso a monte di tutto questo manca una scelta di fondo: welfare (state) sul modello liberale tipico dei paesi anglosassoni o da regime socialdemocratico di stampo europeo? O una nuova sintesi, adeguata ai tempi e alle esigenze dell'oggi?
Tra l'intervenire solo con le fasce che il mercato non è in grado di proteggere e il dare tutto a tutti comunque, parrebbe scontato che sia meglio trovare una via di mezzo. Ma al di là dei tecnicismi, pure necessari in una seconda fase, si dibatte poco sul come farlo come linee di fondo, come principi generali.
Si valuta caso per caso, fascia per fascia chi ha bisogno e chi no, a seconda dei vari servizi e settori? Oppure si crea un sistema di interventi integrato, valutato nel suo insieme? Persone benestanti hanno diritto ugualmente ad alcuni servizi di base oppure no? Come ci si comporta con chi se ne approfitta? Come si cerca di evitare di creare troppo agio con quel che ne consegue per le nuove generazioni ormai disabituate a confrontarsi con problemi veri, proprio quando se ne trovano davanti di peggiori di quelli delle generazioni precedenti?
Pochi esempi solo per dare l'idea di queste scelte di fondo su cui mi pare occorra fare chiarezza. Diversamente si continuerà a correre il rischio di perdersi nella parcellizzazione, nella scelta di un intervento piuttosto che un altro, perdendo di vista gli obiettivi di fondo.
Non una scelta teorica intendiamoci, o, peggio, ideologica. Ma proprio una scelta di linee di fondo all'interno delle quali si intende muoversi per provare a dare delle risposte a problemi per tante persone molto seri e concreti.
Inserisci commento...